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    Comunista democratico
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    Predefinito Direzione nazionale PRC 18 febbraio 2008 - Intervento di Alberto Burgio

    Direzione nazionale PRC 18 febbraio 2008 - Intervento di Alberto Burgio

    di Alberto Burgio

    su redazione del 18/02/2008


    Capisco che l’incombere di una campagna elettorale molto difficile consigli di concentrare l’attenzione sulle elezioni politiche di aprile, ma ciò non giustifica la sostanziale reticenza di questa nostra discussione – a cominciare dalla relazione del segretario – nei confronti di quanto è accaduto nel corso di questi due anni e di quanto ci ha condotto a questa situazione.
    Due anni fa abbiamo condotto una campagna elettorale costruita sull’ipotesi che l’Italia stesse per vivere una stagione di grandi cambiamenti. Che bilancio traiamo oggi? Come commentiamo quelle previsioni che informarono di sé una linea politica (nel Congresso di Venezia e, ancora prima, nella politica delle alleanze con Prodi e l’Ulivo)? E che cosa pensiamo di questi due anni di legislatura, di come siamo stati nella maggioranza, dei risultati ottenuti o mancati dal Partito? Crediamo forse che sorvolare su questi temi ci aiuti a impostare correttamente una campagna elettorale come questa, che si annuncia estremamente complicata per Rifondazione e per l’intera sinistra?
    E ancora. È possibile che una Direzione nazionale convocata all’inizio di una campagna elettorale trascuri la questione delle previsioni? Come valutiamo quello che sta facendo Veltroni, e che secondo me sarebbe assurdo sottovalutare? Come valutiamo – a proposito di «veri cambiamenti» – la minaccia di una legislatura costituente, che rischia di chiudere davvero la cosiddetta transizione italiana nel segno di una mutazione bipartitica del sistema politico nato nel dopoguerra e di una normalizzazione sociale, con la sostanziale marginalizzazione (e criminalizzazione) del dissenso, delle posizioni e delle soggettività non «compatibili»? È possibile che su tutto questo insieme di problemi, che disegnano uno scenario del tutto diverso da quello su cui ragionavamo ancora due-tre mesi fa, si possa sorvolare, nel nome della priorità delle elezioni, come se la posizione del Partito nella prova elettorale non dipendesse in buona misura proprio da un’analisi della fase politica e di questi elementi?

    D’altra parte, non è questa l’unica reticenza che mi pare di dovere rilevare. Ce n’è un’altra, a mio parere non meno grave. Che concerne quanto sta accadendo nel Partito, e le decisioni che il gruppo dirigente ha assunto in totale separatezza in queste settimane. Decisioni rilevantissime: sulla lista unitaria, sulla candidatura a premier, sul simbolo della sinistra, che – come abbiamo appreso dalla stampa – non contiene i simboli dei partiti né la falce e martello. E, da ultimo, sul sostegno a Rutelli nella corsa verso il Campidoglio (un sostegno che fa a pugni con le cose che il compagno Giordano ha detto qui a proposito della vocazione confindustriale, antisociale del Pd)?

    Queste decisioni hanno provocato una vera e propria sollevazione di migliaia di compagne e compagni in tutta Italia e il dissenso formalizzato di moltissimi Circoli e Comitati federali. Possiamo non discuterne? Possiamo far finta di non avvertire un disagio crescente nel corpo del Partito? Non rispondere a quanti osservano – ed è un’osservazione impeccabile – che quella consultazione capillare del Partito che si era promessa per la verifica si sarebbe dovuta fare su tutte queste questioni? E a quanti considerano grave (tanto più grave a fronte del grande dispendio di retoriche della partecipazione e dell’innovazione) che gli organismi dirigenti del Partito siano stati convocati a giochi fatti, solo per ratificare decisioni già assunte dalla segreteria nazionale?

    La questione del simbolo. Claudio ha posto qui una questione cruciale e non eludibile: perché Rifondazione non ha difeso il proprio simbolo? Perché si è subito acconciata alle pretese di chi ha voluto cancellare la falce e martello? Io ne pongo un’altra: perché prima si è fatta questa operazione di cancellazione del simbolo, attribuendole questa grande importanza, e poi ci si è impegnati a spiegare, in modo sprezzante e anche insultante, che i simboli in fondo sono semplici specchietti per le allodole, futili segni grafici che non meritano attenzione? Capisco che in politica occorra talvolta qualche astuzia, ma quando si esagera l’astuzia sfuma nell’ipocrisia e comunque rischia di generare effetti controproducenti.

    E difatti, come dicevo, sono sempre più numerosi i compagni che provano stanchezza e che non accettano questo modo di procedere. Io penso che il gruppo dirigente commetterebbe un grave errore se si mostrasse indifferente nei confronti di questo disagio e delle forti espressioni di dissenso che provengono da tutto il corpo del Partito, senza distinzione di componenti. È un fatto che le decisioni assunte e imposte dal gruppo dirigente non sono accettate. Sono piuttosto subite, ma non accettate. E la ragione di questo è chiarissima. Al di là delle rassicurazioni, moltissimi compagni avvertono che la faccenda del simbolo elettorale viene sfruttata per imprimere al percorso unitario un’accelerazione e una direzione di marcia verso il partito unico che contraddicono le scelte democraticamente compiute dal nostro partito in tutti questi mesi, a cominciare dalla Conferenza di Carrara. Moltissimi compagni avvertono che una parte del gruppo dirigente vuole approfittare di questo appuntamento elettorale per fare quello che ha in mente, e cioè sciogliere il Partito. Per questo protestano e insorgono. C’è una sollevazione, che mi auguro nessuno commetta l’errore di sottovalutare.

    Ma attenzione. Questa sollevazione ci dice due cose, entrambe importantissime. Non ci dice solo che tantissimi compagni non hanno cambiato idea sulla Bolognina, e quindi tengono al Partito e intendono difenderlo contro le iniziative di chi vorrebbe scioglierlo. Questo è un primo dato di fatto, che suggerisce cautela. La politica dei fatti compiuti non può continuare all’infinito. A un certo punto c’è un limite, oltre il quale si causano disastri. Poi c’è un secondo dato di fatto. Se tante compagne e tanti compagni insorgono nonostante le cose che il gruppo dirigente dice loro per rassicurarli, questo significa che tali rassicurazioni non ottengono effetto, non vengono credute. È possibile che un gruppo dirigente non prenda sul serio quella che è palesemente una crisi di credito? Questo non lo dice la minoranza, lo dicono i fatti, con il loro linguaggio ruvido e aspro.

    Ad ogni modo, di tutto questo dovremo discutere al Congresso, che a questo punto non c’è più alcun motivo di rinviare. Il Congresso va convocato al più presto. Riteniamo che debba avviarsi subito dopo le elezioni, in modo da concludersi subito dopo l’estate di quest’anno.

    Infine, una parola sul programma. Il compagno segretario ci ha detto che quella che verrà presentata mercoledì sarà una bozza aperta. Francamente, dopo le vicende delle liste e del simbolo, qualche dubbio sorge spontaneo. Vedremo. Tengo comunque a chiarire che anche a questo riguardo noi abbiamo ragione di dissentire su tante cose che vengono dette e scritte, sia da parte di dirigenti delle altre forze della sinistra, sia da parte di qualche dirigente del nostro stesso Partito.
    Mi riferisco, per fare solo un esempio, al tema del lavoro, che il Partito – dopo avere teorizzato la fine del lavoro – ha opportunamente rimesso al centro della propria riflessione. E tuttavia capita di leggere talvolta sul quotidiano del Partito cose inaccettabili, che vengono presentate come la piattaforma del Partito, senza che le si sia discusse in alcuna sede collettiva. E capita di leggere articoli di autorevoli dirigenti che impostano il problema salariale attribuendo centralità agli interventi fiscali (come se la controparte del lavoro fosse il fisco e non l’impresa o la pubblica amministrazione). Che continuano a parlare di detassazione degli aumenti salariali (che implicano altre regalìe alle imprese). Che seguono le organizzazioni sindacali anche sulle posizioni più arretrate (come a proposito del contratto nazionale, al quale si vorrebbe riservare la sola funzione di recupero del potere d’acquisto). Che discorrono di generalizzazione della contrattazione di secondo livello, come se la si potesse decidere in astratto, prescindendo dall’insediamento sindacale, e come se su questo terreno non fosse in atto un’offensiva furibonda tesa a legare il salario alla produttività e ai profitti, oltre che a ridurre l’importanza del contratto nazionale, in modo da arrivare alla individualizzazione del rapporto di lavoro.
    Trovo tutto ciò poco responsabile e per nulla rispettoso di quello stile partecipato che è il fondamento stesso della democrazia interna di un partito. Vorrei sbagliarmi, ma temo che questa modalità, sul terreno programmatico, corrisponda alle gravi forzature compiute in tema di simbolo e liste elettorali. Fermo restando che tutti faremo il possibile per assicurare alla sinistra il miglior risultato elettorale possibile, è urgente una discussione franca e approfondita tra noi su tutto quello che si sta verificando in questa complicata fase politica.
    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=21793
    Myrddin

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  2. #2
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    Predefinito Difendere Rifondazione per non ripetere l'impresa di Occhetto

    Difendere Rifondazione per non ripetere l'impresa di Occhetto

    di Alberto Burgio

    su http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=21794 del 16/02/2008


    Care compagne, cari compagni,

    desidero fare anche io qualche considerazione a proposito del fallimento dell’esperienza di governo e della linea che il Partito si è dato al Congresso di Venezia, fondata sulla tesi della presunta «permeabilità» dell’Ulivo alle istanze dei movimenti. Poiché è evidente che le due cose sono tra loro strettamente connesse. E credo abbia ragione il compagno Barraco nel ricordarci che non c’è nemmeno l’alibi dell’assenza dei movimenti, che si sono espressi, dando vita a grandi manifestazioni in questi due anni, dal 4 novembre del 2006 al 20 ottobre scorso, passando per le manifestazioni contro la base Dal Molin e contro la visita di Bush in Italia. Altro che permeabilità dell’Ulivo: totale sordità piuttosto! E concordo con Claudio a questo riguardo: ammettere i propri errori è difficile ma è necessario, se si vuol essere credibili. Rimuoverli, far finta di niente, non serve a nulla e che toglie credibilità.

    Voglio partire da qui per dire che ho talvolta l’impressione che il disastro nel quale ci troviamo venga sottovalutato. Non so se ci rendiamo davvero conto della situazione nella quale siamo, mentre rischiamo di riconsegnare il Paese alla destra dopo appena due anni dalla fortunosa vittoria elettorale del 2006. È giusto sottolineare che rischiamo di trasformarci compiutamente in un sistema bipartitico, che negherà rappresentanza agli interessi sociali deboli, a cominciare dal lavoro. È giusto lanciare l’allarme per il rischio che il prossimo sia un governo «clerico-fascista», come ha detto Bruno Casati. Da parte mia vorrei ricordare che si usa la sinistra espressione di «legislatura costituente». Nel giugno del 2006 un referendum ha bocciato sonoramente il progetto della destra di modificare in senso autoritario (bonapartista) la seconda parte della Costituzione. Come niente fosse ora si ritorna alla carica. E con chi intenderebbe riscrivere la Costituzione il partito di Veltroni? Con Berlusconi, naturalmente, con il più illustre membro della P2 di Licio Gelli! Vorrei ci si rendesse conto di questo! Sarebbe il trionfo della «governabilità», grazie anche al ferreo controllo bipartisan dei media e alla cancellazione di ogni residua autonomia dei sindacati (che purtroppo già lavorano alacremente in tal senso). Sarebbe il trionfo delle posizioni atlantiste, dei fautori dell’interventismo militare democratico. E magari il tutto servirebbe a portare Berlusconi al Quirinale di qui a cinque anni! Di fronte a questo disastro non credo che noi dobbiamo sostenere che sbaglia chi dice che quanto sta accadendo oggi a sinistra e al nostro partito in particolare è l’evoluzione coerente, lineare del Congresso di Venezia. Temo che le cose stiano proprio così e che questo sia il commento più appropriato a quel Congresso.

    Vengo alla questione delle elezioni, della lista unitaria, della candidatura di Bertinotti e del simbolo senza falce e martello. Anche io penso che la soluzione della lista unitaria era obbligata, data la legge vigente e considerata l’impossibilità di una riproposizione dell’Unione. C’è però un piccolo particolare: il nostro gruppo dirigente non la spiega così. Non dice: «abbiamo dovuto fare la lista unitaria perché la situazione ci costringe a questa soluzione». La lista unitaria ci viene presentata come una scelta, anzi il compagno Giordano l’ha persino definita una scelta «irreversibile». A sua volta, il compagno Bertinotti afferma che la lista unitaria non è affatto un cartello elettorale, bensì il primo passo di un processo costituente di un soggetto unico. Allora le cose si pongono in una molto luce diversa. Mi pare grave che quando si chiede perché si è fatta questa scelta, si risponda: che altro potevamo fare? di fatto la legge lo impone. Poi però, quando si è liberi di dare la propria interpretazione, allora si dicono cose del tutto diverse. E si trasforma quella condizione obbligata in una opzione carica di significato.

    Sulle forzature di metodo compiute dal gruppo dirigente del Partito nella designazione del candidato-premier e nella determinazione del simbolo molte cose sono state dette nella relazione di Claudio, che ho condiviso in toto, e negli interventi che mi hanno proceduto. Trovo anch’io stridente il contrasto tra quanto accade e il continuo appello alla partecipazione e all’innovazione. Sarebbe opportuno tornare a leggere le cose dette e scritte a questo proposito in occasione della Conferenza di Carrara. Sul simbolo, in particolare, si è proceduto in un modo tanto più grave se si considera l’importanza della questione, avvertita come essenziale da tutto il corpo di Rifondazione comunista e dei nostri militanti, poiché tocca la stessa ragion d’essere di questo Partito, nato proprio contro la svolta liquidatoria di Occhetto che decise di sbarazzarsi della falce e martello. Voglio dire una cosa con chiarezza. La mancata convocazione degli organismi dirigenti del Partito in tempo utile è una ferita inferta alla democrazia interna. Ma la convocazione a giochi fatti, quando non si può fare altro che ratificare una decisione presa e resa pubblica e operativa, rischia di apparire una beffa. Di fronte alla quale sorge più di un dubbio che, dopo Carrara, nonostante Carrara, sia tornato il clima di Venezia, che pensavamo di esserci lasciato definitivamente alle spalle. Questo riferimento a Carrara non è casuale. È dedicato a quei settori dell’attuale gruppo dirigente del Partito che a Carrara sostennero posizioni vicine alle nostre e che nel corso di quest’anno hanno sempre dichiarato di avversare le spinte allo scioglimento del Prc. Credo che per queste compagne e per questi compagni sia giunto il momento di dimostrare coerenza. Di dimostrare la forza dei propri convincimenti. È proprio il caso di dire: se non ora, quando?

    Sempre a proposito di questa faccenda del simbolo c’è un argomento che considero insultante per tutti noi e per tutti coloro che si battono per impedirne la cancellazione. Quando questa questione viene posta, c’è sempre qualcuno più bravo degli altri che ritiene di dovere spiegare che un simbolo dopotutto è solo un simbolo. Un’icona identitaria. Qualcosa di esteriore e di futile. Ragion per cui noi non saremmo soltanto vecchi e arretrati. «Novecenteschi», come si usa dire. Perché non avremmo capito che oggi il lavoro – ammesso che ci sia ancora il lavoro! – non si serve più né di falci né di martelli. No, saremmo anche stupidi, perché perderemmo tempo dietro sciocchezze come i simboli. Come i «segni grafici», come ora tutti dicono. Bene. Ma perché costoro non cominciano con l’illustrarci le ragioni che li hanno indotti a scatenare questo putiferio pur di non avere falce e martello sulla scheda? L’abbiamo forse posta noi questa questione? Non l’abbiamo posta noi! A noi il nostro simbolo va benissimo. Gli siamo affezionati, come il compagno Occhetto e quanti lo seguirono alla Bolognina sanno molto bene! E allora perché i teorici dell’irrilevanza dei simboli ne hanno voluto fare una condizione dirimente? Io credo che non si possa prima fare un gran baccano sul simbolo per cambiarlo e poi ironizzare nei confronti di chi si oppone a questa decisione. Simili furbizie rischiano di apparire esercizi di ipocrisia.

    Del resto, una chiave per capire tutta questa vicenda ce l’ha offerta proprio il compagno Mussi, che in occasione degli «stati generali» della sinistra disse che lui i conti con la falce e martello li ha chiusi nell’89. Con chi li ha chiusi questi conti, il compagno Mussi? Li ha forse chiusi solo con un «segno grafico»? O non li ha chiusi anche, a modo suo – cioè al modo del compagno Occhetto, con il comunismo – con l’esperienza e la storia e le idee dei comunisti? Ma – si dirà – questa è una scelta, del resto pienamente legittima, del compagno Mussi. Sono fatti suoi, non fatti nostri. E in verità, dovrebbe essere così. Ma ora abbiamo scoperto che le cose non stanno affatto in questi termini. Questi sono anche fatti nostri. E qui vengo su un’altra cosa che è stata detta da Claudio e ripresa in molti altri interventi. Credo anch’io – mi pare del tutto evidente – che se le cose sono andate in questo modo, è perché c’è un accordo tra la Sinistra democratica e la parte prevalente (prevalente nei fatti, politicamente) del gruppo dirigente del nostro Partito. C’è un asse, che ha pesato sin dall’inizio di questa storia (sin da prima che i compagni della sinistra Ds uscissero da quel partito). Altrimenti non ci troveremmo a fare quel che Sinistra democratica ha chiesto sin da subito, in particolare sul simbolo. Allora vale la pena di porle, alcune domande. Chiedo: quest’asse, su quale piattaforma politica riposa? Su quale giudizio sulla Bolognina? Su quale giudizio sulla concertazione e sugli scalini di Damiano, che tra due anni saranno come e peggio dello scalone di Maroni? Su quale idea del rapporto tra la sinistra e lo stare al governo? Credo che queste domande vadano poste e che chi nel nostro partito ha lavorato per costruire e affermare quest’asse preferenziale con Sinistra democratica abbia il dovere di rispondere. Ad ogni modo, noi consideriamo il progetto di una convergenza strategica tra il Prc e Sd inaccettabile, poiché riteniamo che esso neghi in radice le stesse ragioni costitutive del nostro partito e tenda a portare a compimento la Bolognina. Tenda a dire, molto semplicemente, che noi, diciott’anni fa, abbiamo sbagliato a fondare questo partito, e che avevano ragione quelli che distrussero il Pci. Noi non la pensiamo affatto così. Riteniamo che il disastro nel quale ci troviamo, nel quale si trova questo Paese e soprattutto chi lavora in questo Paese e i giovani e le donne e gli anziani e i migranti di questo Paese sia in gran parte conseguenza della distruzione del Pci compiutasi alla Bolognina. Per questo contrasteremo sino in fondo quel progetto, con tutte le nostre forze.

    Detto questo, care compagne e cari compagni, vorrei che non commettessimo un grave errore. Siamo ad un passaggio delicato e difficile. Nessuno può negarlo. Ma io non penso che questo passaggio che ci porta alle elezioni di aprile sia il momento decisivo. Le elezioni sono importanti, ma – comunque andranno – non saranno la fine del mondo e nemmeno la fine di questo partito! È giusto reagire alle forzature. È giusto protestare, come migliaia di compagne e compagni in tutta Italia stanno facendo. Ma non dobbiamo sbagliare il bersaglio di questa rabbia. E il bersaglio dev’essere il Congresso nazionale del Partito, compagni. Il Congresso, che a questo punto non può più essere rinviato. Che dovrà svolgersi al più presto, a partire dall’indomani delle elezioni. E che sarà l’occasione per porle tutte, queste questioni: dalle conseguenze rovinose della linea di Venezia, alla decisione di togliere la falce e martello dal simbolo; da come siamo stati al governo e in maggioranza in questi due anni, a quello che sino a quel momento il Partito avrà raccolto in termini di consenso e di forza nel Paese. Al Congresso dobbiamo quindi prepararci sin d’ora, e la prima cosa da fare adesso è convincere tutti i delusi a non lasciare il Partito. So che serpeggia tra i compagni un tale malcontento, una tale stanchezza, che il rischio che il Partito perda energie preziose è serio. Questo non deve accadere, sarebbe il regalo più grande che potremmo fare a Veltroni e anche a chi vuole chiudere Rifondazione comunista.

    Vorrei rispondere qui anche a quei compagni che si chiedono se non sia giunto il momento di prendere in considerazione un’altra ipotesi, quella di raccogliere in un nuovo partito i comunisti che oggi stanno in diverse organizzazioni. Vorrei dire a questi compagni che credo di intendere le ragioni e le preoccupazioni che stanno alla base di questa loro riflessione. Ma aggiungo subito che questa loro ipotesi si scontra a mio giudizio con molte difficoltà. La prima è di natura politica. Comunisti si può essere in tanti modi, con tante diverse culture politiche. Facciamo attenzione a non sottovalutare le differenze che ci sono e che impedirebbero anche solo l’elaborazione di un pur sommario progetto politico comune. Ma c’è soprattutto una ragione per cui non condivido questa proposta. Penso che, prima di arrivare a una soluzione estrema di questo genere, noi si debba combattere, combattere e ancora combattere. E che ci si dovrebbe arrendere solo di fronte a una evidente vittoria dell’avversario. Siamo forse a questo punto? No. Non siamo affatto a questo punto e ritenerlo sarebbe un grave errore. Credo – molto semplicemente – che se avesse già vinto, chi vorrebbe sciogliere il Partito non ricorrerebbe a forzature per imporre le proprie decisioni su come Rifondazione comunista deve andare alle elezioni. E credo – lo diceva bene poc’anzi il compagno Crippa – che se chi vuole chiudere Rifondazione comunista avesse già vinto, questo nostro Partito sarebbe inerte, pacificato. Subirebbe senza colpo ferire le decisioni che gli vengono imposte. Ma le cose non stanno affatto così, come dimostra la valanga di lettere di protesta e i tantissimi documenti ufficiali di dissenso votati dai circoli e dai comitati federali. La verità è un’altra, e noi dobbiamo saperla vedere e valorizzare. La verità è che la maggioranza dei compagni del Prc non vuole affatto che il Partito venga sciolto. E non si accontenta delle assicurazioni che gli vengono fornite a parole, mentre i comportamenti concreti e i fatti paiono andare in un’altra direzione. Così stanno le cose. Ma se le cose stanno così, questo vuol dire che c’è uno scollamento tra la maggioranza reale del Partito e la sua maggioranza legale, il gruppo dirigente. Uno scollamento che dovrebbe allarmare il gruppo dirigente, e che, soprattutto – torno a dirlo – affida una grande responsabilità a quei settori dell’attuale gruppo dirigente e della maggioranza che hanno sin qui dichiarato di volere difendere questo partito.

    Chiudo, care compagne e cari compagni, dicendo ancora un’ultima cosa. Non lasciamoci fuorviare dalle preoccupazioni e dalla collera. La collera deve tradursi in lucida pratica politica. Io credo che il compito che ci attende è molto chiaro. Noi dobbiamo batterci in primo luogo per impedire che prevalgano coloro che vorrebbero ripetere sulla nostra pelle l’impresa di Occhetto. Per questo dobbiamo trovare il modo di unire la nostra grande forza a quella di tutte le compagne e di tutti i compagni che, nel Partito, pensano, come pensiamo noi, che oggi la battaglia cruciale sia una: la difesa di Rifondazione comunista e della sua autonomia politica, culturale e organizzativa.
    Myrddin

 

 

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