La bellezza salverà il mondo attraverso le arti: il segno, il gesto e il suono o la parola . Dato che gli antichi sono riusciti a conciliare religione e salvezza hanno per forza coltivato e amato l'arte e sopratutto la poesia . La lingua greca è costuita da suoni che ricordano le onde dello struggente Mediterraneo, del vento e dello sussurrare degli dei.

Riporto l'intervento di Angelo Tonelli ,
al Convegno Voci dal mediterraneo nel Golfo dei Poeti, tenutosi
presso il Centro Studi Villa Marigola di Lerici Sabato 22 settembre 2001.
(
Ricordo che Angelo Tonelli oltre ad essere poeta è filologo, allievo di
Giorgio Colli, e ha curato una edizione degli "Oracoli caldaici" per le
edizioni Rizzoli e la raccolta dei frammenti di Eraclito per le edizioni
Feltrinelli (Eraclito, "Dell'Origine", Milano 1993). Grande conoscitore
del pensiero sapienziale greco e particolarmente attento alle tematiche
inteculturali, attualmente sta curando dei testi di
Empedocle per le edizioni Bompiani.)


Settembre, nel mio calendario interiore, è il mese degli dei, per
azione della luce che fa greco il paesaggio di questa Liguria,
incrinandolo verso lucentezze cicladiche, o corinzie, o cretesi. E nelle
Cicladi, a Corinto, a Creta, ma anche e soprattutto a Delfi, Eleusi,
Dodona, io mi sono avventurato negli anni della prima giovinezza con un
progetto concreto: ricostruire i Misteri orfeodionisiaci e restituirne
lo spirito in poesia, senza scimmiottamenti neoclassici.
Di questo intento reca tracce la mia prima opera poetica, Canti del
tempo, pubblicata con Crocetti nel 1988.
E poiché gli dei sono generosi con i giovani e con i puri e con i
folli, nel corso di queste peregrinazioni ebbi modo di vederli, Apollo
biondo arciere stagliarsi contro la rupe del Parnaso nei pressi dell'
odierna Arachova, Dioniso a Creta, nella campagna presso Myrtos. E altri
divini ridenti ancora. E quando, incerto sulla realtà della loro
presenza, ne chiesi un segno - la notte era stellata nei pressi del
tempio dorico di Corinto antica- un meteorite attraversò il cielo
proprio sopra le sette colonne in rovina. Fu per questo che decisi di of
frire il mio sangue ad Apollo delfico, i miei capelli agli dei di Delos.
Questa magia è stata la mia realtà, ben diversa, credo, da quella
di tanti funzionari della poesia à la page negli anni recenti. E di
questa vita-magia vado fiero, e spero che mi accompagni fino alla morte.
La poesia ha senso se della vita fa magia, e viceversa, il poeta è
creatura sacra e magica, se è poeta. Altrimenti, è soltanto scrivente.

Il sacro, il pathos e la bellezza: una nota intorno all'eredità
della poesia greca nella cultura mediterranea.

Della poesia e dell'arte come voce del mistero, accanto a
Baudealire mi è stato ispiratore Giorgio Colli, mio professore di
Filosofia antica all'Università di Pisa negli anni Settanta, allora
impegnato nella stesura de La Sapienza greca, edizione filologica dei
testi dei sapienti presocratici, con particolare riguardo nei confronti
dei misteri orfeodionisiaci eleusini.
Vale la pena riportare quello che in Dopo Nietzsche suggeriva a
proposito dell'arte e dell'artista:
"Questo è il cammino dell'artista, da una rappresentazione nascente
a un'altra, secondo la traccia del tempo invertito, in direzione dell'
immediato. E se ha senso dire che il nostro mondo, l'apparenza, è uno
scadimento dal fondo nascosto dell'immediatezza, onde sgorga, sarà
lecito analogamente dire che il cammino rappresentativo seguito dall'
artista si muove verso una sfera di eccellenza, di adeguatezza alla
fonte della vita".
L'arte, dunque, è esperienza ipso facto metafisica e sacra, che ci
mette in contatto con il principio-immediatezza allo stesso tempo
immanente e trascendente rispetto al reale-apparenza.
Tutto ciò è evidente nelle origini, greche, della poesia
occidentale e mediterranea, che sorge come azione rituale, mescolandosi
alla musica e alla danza, e si intreccia con il mito: la lirica greca
arcaica era legata al culto ufficiale che le comunità tributavano ai
loro dei nel corso delle feste. Un coro formato da ragazzi e ragazze
cantava poesia e mito, muovendosi a passo di danza sul ritmo intonato
dal corego con la lira - lo strumento a corde sacro ad Apollo - o con il
più dionisiaco flauto (l'aulós). In questo modo venivano eseguiti i
testi della lirica corale di Pindaro, Stesicoro, Bacchilide. Danze e
canti corali celebravano la dea Athena nel corso delle Panatenee
ateniesi, e Artemide veniva celebrata con danze e cori a Efeso e a Samo.
A Delos, l'isola sacra, le coriste Deliadi inneggiavano ad Apollo, e
altri coreuti cantavano Afrodite. Nel corso di un rito che ricordava l'
impresa di Teseo contro il Minotauro, la dea era celebrata con il canto,
forse composto dal mitico poeta Olen, di un coro la cui danza ricordava
il tragitto nel labirinto di Creta. Le Dafneforie tebane, celebrate ogni
otto anni, vedevano un coro di fanciulle cantare inni, al seguito di un
dafneforo e del suo parente più prossimo, che portava un ramo d'ulivo
ornato di rametti di alloro, e simboli del sole e della luna.
La poesia-parola, era elemento fondante del rito, azione sacra e
cultuale. Da questa azione sacra e cultuale sorgono le varie forme della
poesia greca, e della lirica e della tragedia in particolare.
L'inno (hýmnos) veniva cantato da un coro disposto intorno all'
altare del dio (Zeus, o Apollo, o Afrodite, o Hermes) con l'
accompagnamento della lira, prima o dopo l'esecuzione del sacrificio in
suo onore. Dall'inno sorsero, per un processo di secolarizzazione, l'
encomio (eghkómion) e il canto trionfale, in onore di eroi viventi.
I prosodi (prósodoi) erano canti di ringraziamento o invocazione
del dio, eseguiti al suono dell'aulós nel corso di processioni cultuali
in onore degli dei del luogo, oppure quando un coro sacro veniva inviato
da una comunità a un grande santuario, per evocare l'assistenza divina,
in particolare di Apollo e Artemide. Il prosodo fungeva da introduzione
al rito, ed era seguito dall'iporchema (hypórchema) in cui prevaleva la
danza, e dall'inno; forme particolari di prosodo erano il partenio
(parthénion) e il dafneforico (daphnephorikón) sempre legati ad eventi
sacri e rituali.
E se queste forme originarie della poesia sacra si spensero con lo
spegnersi della cultura arcaica, il ditirambo (dithýrambos) e il peana
(paián) continuarono a vivere e ad essere praticati da grandi poeti, tra
i quali, per esempio, Pindaro. Il peana, caratterizzato dal grido ié ié
paián, originariamente era dedicato a Paieon, il Pajawone delle
tavolette di Cnosso, di cui Apollo ereditò le funzioni di guaritore,
ereditandone anche l'inno. Il peana veniva intonato nei momenti
cruciali dell'esistenza (prima di una battaglia, all'inizio di un ciclo
annuale, in occasione di un matrimonio, quando occorreva stornare una
pestilenza o ringraziare gli dei per lo scampato pericolo), proprio in
virtù del suo legame con una divinità protettiva e guaritrice.
Il ditirambo era un canto in onore di Dioniso, intonato da
celebranti che, sotto la guida di un exárchon, accompagnavano un bue all
'altare, per il sacrificio. L'exárchon, in questo tempo originario della
forma poetica, non esprimeva pensieri soggettivi, ma sapeva comporre un
canto adeguato all'evento religioso, secondo i canoni della
tradizione: la sua funzione, più propriamente, era quella di un
poeta-sacerdote, ispirato dal dio, come del resto ispirato dal dio, e
sacerdote di Mnemosyne, la Memoria, era l'aedo di tradizione omerica.
Non si esprimevano forse in esametri, la sapienza sciamanica di
Empedocle e il lógos visionario e astratto di Parmenide?
La poesia greca, all'origine, è saldamente radicata nella sfera del
sacro, e, come anche nella tradizione celtica, il poeta è sacerdote,
sciamano e profeta.
Ed è questa l'eredità fondamentale della poesia greca: la parola
si intreccia alla musica per creare un evento sacro; e quando la poesia
diviene parola scritta, essa reca in sé e intorno a sé, come un arto
fantasma, la musica.

Leggiamo il frammento 34 Voigt di Saffo:

gli astri intorno alla bella luna
nuovamente nascondono il fulgente aspetto
quando, colma al massimo, risplende
su tutta la terra

.argentea.

La donna-poeta, guida spirituale del thíasos di Lesbos, non sta
celebrando alcun rito concreto. Il sacro si è nascosto, come la forma
fulgente degli astri. Ma ne rimane traccia nell'aura stessa del testo,
scolpita per sempre nella musica che lo governa (la strofe saffica), e
dilata la parola al di là di sé, verso un'ulteriorità di senso che si
fa, appunto musica: non esiste poesia senza ritmo, e non esiste parola
poetica che non sia anche musica. E' questo che distingue la poesia da
ogni altra forma letteraria - a meno che tale forma, per esempio nella
prosa poetica non voglia prendere il modo della poesia - e la consacra
come voce che, grazie alla musica, rimanda ad altro, e questo altro è il
mistero o assoluto o immediatezza di cui la poesia si fa testimone,
proprio grazie alla musica. La poesia è ermetica e psicagogica:
ermetica, perché collega il divino con l'umano, l'infero con il celeste,
così come Hermes collega gli umani con gli dei; psicagogica perché
obbliga la psyché del lettore o dell'uditore ad "essere in un certo
stato", per ricorrere alle parole con cui Aristotele definiva l'
esperienza misterica e iniziatica. La poesia, se è poesia in senso
greco, è una voce che fa vibrare i precordi in direzione di un sacro che
può assumere i più svariati volti ma che è là, dietro le quinte del
verbo, a intridere di sé il significante, facendolo vibrare di rimandi
metafisici, anche quando, ed è il caso del testo di Saffo, l'apparenza
del testo possa far pensare a un bollettino meteorologico o una
descrizione naturalistica.
Bellezza sacra del cosmo espressa attraverso parole - musica: è
questo il senso della poesia di Saffo e della maggior parte della poesia
greca, perché i Greci furono abitati dagli dei, e ogni dio è una
sacralizzazione dell'esistente, e una sua trasfigurazione. Se
componessimo, alla maniera degli strutturalisti di una volta, un mosaico
costituito dalla somma algebrica di tutte le caratteristiche di ognuno
degli dei e delle dee greci, ci troveremmo di fronte a una rete del
sacro che ricopre tutto l'esistente, e anche l'invisibile (Ades, da
alfa privativo anteposto alla radice -id di vedere). E la bellezza è
lo sguardo di Apollo che si unisce con il páthos dionisiaco del mondo,
lacerato da nascita e morte, gioia e dolore. E nella visione
apollodionisiaca propria della poesia, che unisce palpito caotico dell'
esistente e dispiegamento armonico della forma, la vita è arte, arte
divina.
Accanto alla poesia lirica, corale e monodica, di cui abbiamo
rivelato la radice sacra e cultuale, accanto alla parola epica,
consacrata alla celebrazione del cosmo umano-divino attraverso il potere
di Mnemosyne, c'è una terza forma di poesia: la tragedia. Qui la
dimensione iniziatica e sacra dell'evento artistico è ancor più
dichiarata: la tragedia, nelle parole celeberrime di Aristotele, ha
funzione catartica, cioè di purificazione delle passioni, e conduce a
una forma superiore di sapienza lo spettatore, che si identifica con l'
attore dell'evento drammatico:

"Ma raggiungerà il culmine della sapienza
chi gioiosamente celebri la vittoria di Zeus,
di Zeus che conduce i mortali
sulla strada della saggezza
e decretò il principio sovrano:
'potendo
conoscere'.
Invece del sonno stilla dinnanzi al cuore
il tormento memore del dolore,
e la saggezza raggiunge
persino coloro che la respingono.
E' questa la grazia violenta dei divini
che siedono sui sacri scranni."

Così il Coro, nella párodos dell' Agamennone di Eschilo
(vv.174-183) sintetizza la visione iniziatica dell'esistenza propria
della tragedia, che consente allo spettatore, seduto sulle gradinate
dello spazio sacro teatrale, di osservare la vita, condensata nel
volgere rapido di un dráma partecipato con immedesimazione e distanza al
tempo stesso, da un punto di vista privilegiato, contemplativo:
contemplazione vivente del mistero di vita e morte, e insieme alto
esercizio meditativo, che non rinuncia alla materia pulsante dell'
emozione, questo era la tragedia come iniziazione.
Sviluppatasi con ogni probabilità nello stesso contesto religioso -
dionisiaco - in cui sorse il ditirambo, e rappresentata in occasione
delle feste dionisiache ad Atene, la tragedia si costituisce come
paradigma compiuto di un equilibrio perfetto tra urgere dell'aorgico,
del páthos, e capacità artistica di coglierlo attraverso le forme
eleganti della bellezza apollinea, per restituire agli umani la vita
colta come in uno specchio sapienziale.
Anche la sofferenza - e l'insofferenza - per la condizione
dolorosa degli umani - e questo è tema che nell'orfeopitagorismo antico
troverà soluzione assai vicina alle concezioni mistiche dell'Oriente -
cantata da Omero, Mimnermo, Sofocle ( si pensi al famoso detto del
Sileno), trova espressione pacificata nell'arte poetica, che è tout
court iniziazione a un modo transumano - proprio perché associa il
páthos e lo strazio dionisiaco con la distanza e la bellezza
simboleggiati da Apollo - di attraversare la vita.
E' questa, credo, l'eredità fondamentale della poesia greca, non
solo nell'ambito della civiltà mediterranea, ma più in generale dell'
Occidente e dell' umanità tutta. Quanto e chi sia rimasto vicino a
questa prospettiva divina della poesia, che per me è fondante, è
valutazione che preferisco lasciare ad altri.

Omega: commiato, mostrando la rosa rossa, simbolo dell'Amore
Spirituale.

Sono tornato a Paestum, più di dieci anni dopo. Dopo che cosa? Dopo
il culmine della mia missione eleusina, che coincideva con una visione
del mondo come kósmos, ordine o armonia governato da un divino
immanente. Perfetto, comunque, in ogni istante. Poi, nel 1991, nel
tempio di Corinto, una nuova rivelazione: gli umani, sotto l'egida del
diodenaro e dei tre demoni, Ignoranza, Avidità, Violenza, avevano ucciso
gli dei e marciavano trionfalmente verso l'Apocalissi reale. La poesia
della consacrazione dell'esistente cedette alla profezia poetica e alla
poesia come azione, per risacralizzare il mondo abbandonato dagli dèi.
Lasciai l'incanto per l'orazione e l' invettiva, aión, il tempo dell'
etenità, per khrónos, il tempo dell'azione; poi cercai di unirli l'uno
all'altro, invitando a una rivoluzione spirituale che unisse la capacità
di contemplazione suprema propria degli Iniziati ai Misteri con la
compassione professata da Cristo e da Buddha. Sostituii ad Apollodioniso
Lux, e il poeta, in me, e al di là di me, divenne anche profeta e
maestro planetario.
Adesso spetta agli umani risvegliarsi e richiamare dall'esilio gli
dei, che tornino ad accendere di luce sacra la vita profanata. Gli dei
saranno lo sguardo dell'umanità nuova su se stessa, e saranno simboli
della consapevolezza, della celebrazione distaccata della vita e dell'
integrazione delle ombre. Finché gli umani continueranno a giacere tra
le grinfie dei tre demoni e del diodenaro, e non vorranno ripensare il
mondo, ebbene, fino ad allora, e cioè nei tempi prossimi, io vi dico che
l'Angelo della Distruzione morderà le carni dei viventi.
Ma tornando dieci anni dopo, ho sentito che lo spazio sacro degli
dei, che è armonia e luce e dolcezza, è ancora lì, a Paestum, nel tempio
di Cerere, la Grande dea. Esiste ancora, l'aria respirata dagli dei. E'
bellezza, lógos non disgiunto da Afrodite. E la dea mi ha detto che la
poesia può cambiare il mondo, se è radicata nel sacro, e se il poeta
semina poesia-sapienza nel mondo. La dea ha detto che ci aiuterà, ma che
è duro penetrare il cuore degli umani, di alcuni umani, potenti, dal
cuore di ferro, finché non si dischiuderà nei molti il fiore dell'
amore-conoscenza.
Ovunque si guardi il mondo con occhi divini, la poesia greca è
viva. E ci attende, con rinnovato incanto e forme nuove, al di là della
distruzione.

Lettera H, explicit nel silenzio: il Verbo. Ostensione della rosa rossa,
in alto tra le mani giunte. Avvicinare lo stelo e piantarlo nella bocca,
come se nascesse di lì.


Angelo Tonelli
Lerici, 22 settembre 2001