da IL FALCO
L'editoriale di Italianhawk83
La novità è di non poco conto: forse inizieremo a vivere in un Paese politicamente civile. E quelle che sembravano elezioni ineludibili ma segnate dalle peggiori regole del gioco e da uno scenario miserevolmente autoconservativo (la solita pletora di partiti e partitini sordi e autoreferenziali) si annunciano ricche di spunti di interesse.
Prodi è caduto: non poteva essere diverso il destino di un governo la cui unica preoccupazione era quella, parafrasando qualche illustre statista, di tirare a campare per non tirare le cuoia. Il bene comune passa in terzo piano quando ci si sfianca a mediare tra Dini e Giordano per non crollare al prossimo voto in Senato. E’ inaccettabile, almeno sotto il profilo della dignità politica, tenere in vita un esecutivo agonizzante pur di “non far tornare Berlusconi” con l’effetto di inchiodare il Paese a una paralisi imposta dalla “dittatura della sopravvivenza”. Ahivoglia a parlare di emergenze da affrontare se il fine ultimo è il presidio militare del Palazzo.
Si è caduti dalla padella alla brace, tuttavia, quando l’immobilismo ha ceduto il passo al varo di misure dettate dall’anima più radicale della coalizione, dazi pesantissimi da pagare all’integralismo rosso pur di non sventolare bandiera bianca: si pensi, tra le tante, a una riforma pensionistica che porta indietro le lancette della Storia in perfetto stile veteromarxista.
Tant’è; il fortino prodiano è vinto e finalmente si torna al voto. Poteva essere una campagna elettorale grigia e scontata se i maggiorenti delle due coalizioni avessero confermato i soliti schemi: l’Unione con le novità Veltroni e Pd ma ancora zavorrato da partitini e comunisti; la Casa delle libertà con i quattro fondatori logori e costretti a una pace posticcia con i coltelli ancora nei fianchi dopo “la rivoluzione del predellino”. E invece il disastro partorito da Prodi innesca un meccanismo a catena che pone le premesse per riaccendere la speranza. Veltroni è costretto a liberarsi dal ferale abbraccio del premier appena silurato (pur presidente ad honorem dei democratici) e non può continuare a imbarcare quei soggetti che lo porterebbero a morte certa: con i cespugli centristi e la congrega rosso-verde sullo stomaco, il segretario del Pd potrebbe anche evitare di giocarsela consegnando cortesemente le chiavi di Palazzo Chigi al Cavaliere. Ma Veltroni ama gli Stati Uniti, è devoto ai Kennedy e sulla carta d’identità del Pd ha sottolineato con doppio inchiostro la naturale “vocazione maggioritaria” della creatura riformista ai primi vagiti. Il sindaco che sta per salutare Roma deve inventarsi una formula inedita e così punta senza indugi alla corsa in solitaria: nessun sotterfugio, niente desistenze tecniche con la sinistra radicale. Appresi gli intendimenti dell’avversario, Berlusconi comincia a soffrire. Anche gli azzurri più ortodossi hanno dimenticato cosa sia quel “Popolo della libertà” lanciato a novembre e ora ridotto a un’insegna seppellita dalle ultime contingenze. Sembra che l’unica risposta della Cdl al nuovo veltroniano sia una coalizione formata esclusivamente dai soci fondatori, Casini escluso : vero è che si tratterebbe di un assemblato piuttosto lineare ma al Cavaliere brucia che in fondo sia tutto già visto. Veltroni è arrivato per primo e forse stavolta al leader di Forza Italia tocca inseguire. Ma con Berlusconi non bisogna mai dare nulla per scontato. Infatti. Come aveva “fondato” in pochi minuti il Popolo della libertà dal predellino di un auto, così lo scongela dalla sera alla mattina per trasformarlo in un progetto che stavolta incassa il sì di An accreditandosi come il vero partito unico della Cdl.
Ora anche Berlusconi ha il nuovo, e Veltroni un po’ esulta per avere di fronte un competitor repubblicano in salsa Usa, e un po’ teme quel Cavaliere ringalluzzito e ancora una volta geniale. Fini è assimilato e per lui che ha ridotto An a un’ameba senza sangue fascista né conservatore né guelfo è una manna politica.
Il 13 e il 14 aprile si vota. Dal 1946 l’Italia è repubblicana e democratica. Dal 2008 l’Italia sarà repubblicana o democratica: ci arriviamo dopo ma anche noi talvolta abbiamo il disperato bisogno di riconoscerci in un Paese normale.






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