OMNIA SUNT COMMUNIA
Non c'è attività umana da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale, non si può separare l'«homo faber» dall'«homo sapiens» Antonio Gramsci
Frammenti di un pensiero critico nella grande trasformazione
Dal concetto di egemonia sviluppato da Antonio Gramsci alla psicoanalisi di Jacques Lacan e alla riflessione femminista di Judith Butler, prove tecniche di una teoria «post-marxista»
R.C. e B. V.
C'era ancora il Muro di Berlino quando Chantal Mouffe e Ernesto Laclau iniziarono a parlare di «post-marxismo». Nel loro Hegemony and Socialist Strategy del 1985 hanno ripreso una lettura critica di Antonio Gramsci, aggiornandola con un certo spirito anti-autoritario e libertario. In quel volume, i due studiosi stabilivano un filo rosso all'interno del pensiero critico che poteva legittimare l'uso del prefissso «post»: l'Antonio Gramsci dei Quaderni dal carcere, il Lukàcs di Storia e coscienza di classe, Benjamin nelle Tesi sulla storia, la scuola di Francoforte e Ernst Bloch, poi Sartre con la sua Critica della ragione dialettica, André Gorz di Addio al proletariato.
In Inghilterra, dove sia Mouffe sia Laclau insegnano, l'eresia era stata ripresa già alla fine degli anni Settanta da Barry Hindess e da Paul Q. Hirst. Per loro il «post-marxismo» non era un'operazione nostalgia, né il desiderio di comporre la squadra dei sogni per avere una rendita sul mercato dei reminders. Di solito, il «post» è il retro-effetto consolatorio delle letture accademiche dalle quali qualcuno ama trarre la linea politica per un partito di conio recente, una bussola morale per gli orfani dell'età dell'oro, oppure la linea editoriale di una rivista. Con la fine della guerra fredda, invece, quel prefisso segnalava la crisi di una cultura globale, il marxismo, e il rifiuto del mantra degli ultras liberali, e dei penitenti della sinistra di ogni latitudine e colore, che recitava la «morte delle ideologie». Era, in altre parole, il segno di un rinnovamento del pensiero critico che non disdegnava il pluralismo, la differenza, il femminismo, arrivando in anni più recenti a sostenere le ragioni dei movimenti sociali da Seattle in poi. «Io non ho ricusato il marxismo - ha spiegato nel 1990 Laclau - È successo qualcos'altro. È il marxismo che è andato a pezzi. Io mi tengo aggrappato alle sue schegge migliori». Nessuna abiura di Marx, ma la convinzione che il marxismo vada considerato nell'ambito della più vasta formazione dei saperi . Nelle complicate vicende del pensiero critico del dopo Muro, Laclau ha dunque scelto di collocarsi tra i membri della famiglia althusseriana, insieme a Alain Badiou e a Jacques Rancière.
Autore nel 2005 de La ragione populista, in corso di pubblicazione per Laterza, Laclau non ha rinunciato all'uso della psicoanalisi lacaniana come critica del discorso del potere, anche se critica la visione neo-ortodossa che ne ha dato il suo ex allievo Slavoj Zizek. In questa stessa direzione va anche il suo contributo al volume «Contingency, Hegemony, Universality», dove dialoga con la filosofa femminista Judith Butler e lo stesso Zizek (il volume è anch'esso in corso di traduzione per Laterza). Nessun cinismo post-moderno, dunque, ma critica dell'economicismo di ascendenza marxiana in base al quale la società è un corpo solido retto da ineludibili leggi economiche. Argentino per nascita e inglese d'azione, Laclau considera la società, l'economia, la società come il risultato di un «agonismo» tra forze plurali che ne impediscono la ricomposizione in un'unità astratta. La società non esiste, è il suo assunto iconoclasta. Non perché è stata liquidata dall'economia neoliberista, come recita il mantra di una lettura apocalittica e «antagonista», ma perché essa non costituisce mai un «Tutto» già formato. E così anche per la politica: non c'è un soggetto, ma un'egemonia che ne definisce conflittualmente i soggetti e le istituzioni.
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