Armi di distruzione di massa?
Domenica, Febbraio 25, 2007, FebbraioSun, 25 Feb 2007 17:24:09 +00002425pm07 24 thep28e02beSun, 25 Feb 2007 17:24:09 +0000 2004
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Se, per assurdo, la Cina si sognasse di autodefinirsi “gendarme del mondo”, oggi l’Italia sarebbe additata (al pari di Iran e Corea) come una potenza nucleare pericolosa per l’umanità. Sì perché noi siamo militarmente una potenza nucleare. Abusiva. Le bombe atomiche non sono solo quelle che si producono in mega centrali nucleari sotto gli occhi del mondo, ma sono soprattutto quelle già belle e pronte che si tengono in depositi sotterranei: per esempio in provincia di Pordenone e in provincia di Brescia. Cinquanta ad Aviano e 40 a Ghedi nelle basi americane. E non sono gingilli da poco: appartengono ai modelli B61 -3 (da 60 a 170 kilotoni), B61-4 (da 10 a 45 kilotoni), B61-10 (da 10 a 80 kilotoni). Little Boy, la prima atomica sganciata su Hiroshima, era un “pensierino” da 14,5 kilotoni. Quindi, stando bassi con i calcoli, in Italia abbiamo pronto da piazzare nel mondo l’equivalente di 90 Hiroshima! I 40 ordigni atomici sepolti a Ghedi a 20 km a sud di Brescia, sono addirittura disponibili per i Tornado PA-200 dell’Aeronautica italiana del 6° stormo (102° e 104° Squadrone); mentre i 50 sepolti ad Aviano a 14 km a nord di Pordenone, sono destinati ai 18 F16/CD americani, ma potenzialmente a 72 velivoli ospitabili nella base (Rapporto Kristensen, www.nrdc.org/nuclear/euro/euro.pdf). E questo in spregio alla sentenza 8 luglio 1996 della Corte Internazionale che definì la minaccia o l’uso delle armi nucleari contrastante con le norme di diritto internazionale applicabili ai conflitti armati e, in particolare, con i principi e le regole del diritto umanitario (doc. n. 3). Ma pochi italiani sanno della convenzione segreta Italia- Usa del 3 dicembre 1960, entrata in vigore il 24 maggio 1961 (n. Reg. 12 UST 641; TIAS 4764; 410 UNTS 3), che mise a disposizione dell’Air Force l’aeroporto di Aviano per ospitare armi nucleari e per utilizzare aerei per il programma strategico nucleare americano. Il trattato, che coinvolge analogamente Belgio, Germania, Grecia, Olanda e Turchia e che è tuttora in vigore, prevede la partecipazione dell’Italia alla programmazione e progettazione della strategia nucleare NATO: in particolare alla pianificazione comune di difesa anche impiegando armi nucleari e alla formazione di truppe e personale all’uso di queste armi. Tuttavia il nostro paese dopo il 1 luglio 1968 (come pure gli Usa) ratificò il Trattato di non proliferazione nucleare che, nel primo articolo, obbliga gli Stati nucleari a non lasciare a disposizione di nessuno, né in modo diretto, né indiretto, armi nucleari. Con l’art. 2, gli Stati non nucleari hanno assunto l’obbligo di non acquisire, direttamente o indirettamente, la disponibilità ed il potere di disporre di armi nucleari, o di cercarne o accettarne il possesso, o di dare un supporto alla produzione delle stesse armi. Con l’art. 6 tutti gli Stati nucleari e non nucleari hanno assunto l’obbligo di trattare in buona fede con gli altri Stati nucleari per pervenire al più presto possibile ad un totale disarmo nucleare sotto controllo internazionale. Ora, se fino al dissolvimento dell’Urss le 480 bombe atomiche americane dislocate (tuttora) in Europa avevano un valore deterrente, spaventa non poco il documento dei Comandi riuniti della Marina e dell’Aeronautica militare americana e delle truppe terrestri pubblicato il 15 Marzo 2005: la cosiddetta “Doctrine for joint Nuclear Operations” (http://www.nukestrat.com/us/jcs/jp3-12_05.htm) che dà istruzioni all’esercito americano sull’impiego delle armi nucleari. In 70 pagine spiega che gli Stati Uniti sono decisi ad impiegare le armi nucleari in qualsiasi futuro conflitto internazionale, anche a livello regionale, o in caso di minaccia proveniente dal terrorismo. Dice inoltre che le forze armate devono e possono usare le armi nucleari anche per attacchi preventivi (pre-emptive-striles). Preoccupa poi apprendere che la NATO ha ancora in vigore i vecchi piani militari che prevedono di rendere operative le armi nucleari in territorio europeo. Tra i possibili bersagli non c’è solo il Medio Oriente che non potrebbe rispondere con missili atomici, ma anche la Russia che ha dichiarato recentemente di riservarsi il diritto di colpire, in caso di minaccia e/o necessità, con armi nucleari ogni Stato anche non nucleare, che metta il proprio territorio a disposizione di una potenza nucleare. Preoccupa inoltre la possibilità di incidenti nei siti di stoccaggio, quando non addirittura di attacchi (terroristici o militari). In Europa naturalmente non siamo i soli doppi- custodi di bombe atomiche. Più “fortunati” di noi i tedeschi: 20 nella base americana di Buchel e 130 in quella di Ramstein; gli inglesi: 110 nella base di Lakenhealth; poi i turchi con 90 a Incirlik. Seguono con 20 ciascuno i belgi (base di Kleine Broggle) e gli olandesi (Volkel).Dall’esposto di cinque cittadini di Aviano che il 23 marzo 2007 a Pordenone porteranno in tribunale il governo degli Stati Uniti per i rischi per la popolazione rappresentati dalla presenza di questi ordigni, si apprende che più volte si è rischiata la rappresaglia. Il 5 ottobre 1960 un radar della Groenlandia segnalò un massiccio attacco missilistico dell’Urss contro gli Usa, partito a 2500 miglia di distanza. Ma era solo la luce specchiata della luna. Il 9 novembre 1979, il centro di comando di Ford Ritchie in Maryland segnalò un attacco nucleare massiccio dell’Urss. Scattò il sistema di difesa nucleare e i primi bombardieri si alzarono in volo, ma un altro sistema di controllo satellitare non confermò l’attacco. Il 3 giugno 1980 nuovo allarme sempre dall’Unione Sovietica per l’ennesimo errore dei computer che si ripeté tre giorni per il difetto di un chip del computer della centrale di comando. Il 26 settembre 1983 un satellite russo segnalò che erano in arrivo 5 missili intercontinentali americani. Questa volta fu colpa dei raggi solari. L’ordine di rispondere non fu dato perché non risultava credibile un attacco di soli 5 razzi. Il 25 gennaio 1995 fu lanciato in Norvegia un missile scientifico la cui errata rotta verso Mosca mise in allarme i russi. Gli articoli 77 e 84 del Trattato Euratom stabiliscono che nessuno può depositare e tenere all’interno del territorio italiano materiale radioattivo senza il permesso delle autorità comunitarie. Lo stabiliscono anche l’art. 484 del Codice penale e la legge 185 9/7/1990. Ma i cittadini italiani sono mai stati informati da qualcuno (destra-sinistra-centro) che siamo su una polveriera sia per i rischi di radioattività sia come potenziale bersaglio? Il Friuli (Aviano dista una ventina di km in linea d’aria da Spilimbergo, paese distrutto dal sisma del ‘76) è o non è zona sismica? E l’Italia non era il paese che ripudiava la guerra (art.11 Costituzione)? Quindi come può tollerare lo stoccaggio a fini indubbiamente poco pacifici, di 90 testate nucleari? Secondo i cinque legali degli abitanti di Aviano che citano in giudizio il Segretario della Difesa americano, la presenza delle armi nucleari deve considerarsi un crimine internazionale secondo i principi dettati dal Tribunale militare di Norimberga, nonché secondo i principi della Convenzione 9 dicembre 1948 per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, ratificata in Italia il 12 gennaio 1951. La causa (http://www.vialebombe.org/system/files/citazione.doc) intentata a Pordenone intende chiedere la rimozione di tutti gli ordigni nucleari dal territorio italiano, che per la loro presenza viene considerato un bersaglio di attacchi esterni.Il Bel paese è proprio cambiato negli ultimi 50 anni: non è più solo il paese della pizza e dei mandolini… è anche quello delle bombe atomiche.Trovate le armi di distruzione di massa. In Italia !
Siamo alle soglie della terza guerra mondiale? O “solo” alle porte dell’ennesimo attacco preventivo delle “forze del bene” contro le “forze del male”? Di quelle stesse “forze del bene” che dal marzo 2003 hanno provocato 3.000 morti americani e un numero imprecisato di vittime irachene: 30.000 secondo Bush (dichiarazione dicembre 2005) o piuttosto 655.000 vittime dirette e indirette, secondo la Scuola medica Blomberg dell’Università di Hopkins (fonte rivista britannica Lancet ottobre 2006). O ancora assistiamo ad un braccio di ferro mediatico tra l’amministrazione Bush e quella del presidente iraniano Almadinejad? La notizia riportata il 10 febbraio dall’autorevole quotidiano inglese The Guardian non sembra lasciare positive speranze. Parla dei piani del Pentagono per attaccare militarmente (forse già in primavera) una serie di obiettivi nucleari in territorio iraniano. Una nuova guerra mediorientale in piena regola, un bombardamento “chirurgico” del tipo di quelli a cui la propaganda di Washington ci ha da anni abituati, in una zona caldissima e ancora una volta senza curarsi delle ripercussioni politiche e militari della cosa. Come se non solo la lezione irachena non contasse nulla, ma come se la presenza di centrali nucleari da bombardare non significasse nulla per l’area e per la vicina Europa e per il mondo intero. E come oltretutto se le ripercussioni sulle forniture petrolifere non si facessero poi sentire sul mondo intero.Di fatto i preparativi sarebbero iniziati: dispiegamento nel Golfo Persico di almeno due portaerei e anche di alcune batterie di missili anti-missile Patriot. Ci sarebbero poi i piani d’attacco dei bunker iraniani e l’intenzione di raddoppiare le riserve petrolifere strategiche statunitensi: riserve che quest’anno dovrebbero così raggiungere il miliardo e mezzo di barili. Ma se, al di là di ogni considerazione morale e politica, un attacco all’Iran sarebbe disastroso, va detto che economicamente per gli Usa rappresenterebbe l’ennesima occasione per fare buoni affari. Armi, petrolio, e ancora profitti dal temporaneo aumento del prezzo del greggio. Benché l’amministrazione Bush parli di “dispositivi militari non offensivi” e l’opinione pubblica americana questa volta sarebbe decisamente contraria alla riproposta del “pantano iracheno”, l’ipotesi allo studio esiste. La preoccupazione di chi non approva le guerre e tanto meno quelle preventive, deriva anche dal fatto che le risoluzioni dell’Onu non rispettate hanno già mosso gli attacchi preventivi americani. E poi la storia insegna che i pretesti sono sempre serviti a scatenare le guerre volute: quando addirittura non sono stati costruiti ad arte. Ma secondo gli analisti la vera minaccia per gli Usa non viene dal nucleare, quanto piuttosto dall’euro. Dopo l’Iraq anche l’Iran vuole adottare la nostra moneta per gli scambi del greggio. L’euro darebbe vantaggio all’Europa, a Cina e Giappone che si difendeebbero così dal deprezzamento del dollaro, a Russia e paesi arabi che intendono diversificare la moneta. E qui salta fuori il pericolo: gli Usa non vogliono che l’euro diventi valuta di scambio per il petrolio. Qualcuno teme che gli Stati Uniti risponderebbero alla fine del dollaro con sabotaggi internazionali (virus informatici o magari fisici) o con golpe o convincendo l’ONU a intervenire militarmente o peggio con la guerra. Però in questo caso, diversamente da quanto avvenuto in Iraq, gli alleati di Teheran (Cina e India) staranno a guardare?… Colpa del nucleare o dell’euro?
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