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    Predefinito L'alfiere della Rivoluzione Pagana. Scritti di Luca Lionello Rimbotti

    Nietzsche come filosofo guerriero


    Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico Le energie intellettuali dispiegate da Alfred Baeumler per dare giusta collocazione al pensiero di Nietzsche hanno costituito uno dei monumenti culturali più rilevanti del Novecento. Si trattava di liberare la filosofia del nichilismo attivo dalle incrostazioni speculative per restituirla al suo valore storico e politico. Fare insomma di Nietzsche non un semplice “caso umano” di resistenza individualistica alla modernità, ma il motore centrale di una consapevole rivolta nel nome di valori giacenti nella psicologia e nella cultura europee.

    In questo senso, l’antiumanesimo era visto da Baeumler come il punto di rottura tra Nietzsche e l’attualità, disponendo così il piano per l’avvento del vero umanesimo moderno: rinascita della grecità arcaica come attimo dell’origine individuante; ripresa dei significati naturali dell’essere e del convivere; privilegio della comunità dinamica sull’individualismo statico di massa; volontà di potenza e sovrumanismo come strumenti di rinascita della nostra civiltà. In altre parole, Nietzsche pensatore dell’esistenza, della storia e della politica. Pensiero in azione, ideologia mobilitante. Nietzsche come fondamento per un modo nuovo – ma al tempo stesso arcaicissimo – di considerare la vita umana in senso eroico, attivo e combattivo. Con Nietzsche, dunque, riposizionato là dove volle lui stesso, in qualità di fomentatore di forza interiore e suscitatore di rivolta antimoralistica: il contrario della pecorella buonista, dello “spirito libero” mezzo illuminista e mezzo liberale, secondo le immaginette mistificate con cui i progressisti hanno cercato più volte di mettere le mani su Nietzsche, disinnescandone il potere sovversivo.

    Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia Baeumler ha a lungo pagato con la diffamazione il fatto di essere stato uno degli intellettuali più impegnati – negli anni Venti, durante il Terzo Reich e poi anche nel secondo dopoguerra – nel compito di sottrarre la figura di Nietzsche alle manipolazioni progressiste, intese a occultarne il vero significato rivoluzionario, volta a volta arruolandolo tra i profeti del “pensiero debole” oppure del nuovo “illuminismo” cosmopolita, supporto teorico alle degenerazioni del mondialismo contemporaneo. Per la verità, già negli anni Ottanta illustri studiosi come Giampiero Moretti e Giorgio Penzo avevano rotto la congiura del silenzio organizzata intorno al pensiero di Baeumler, riconoscendone l’alto valore scientifico relativamente ai suoi studi sul matriarcato di Bachofen e alla volontà di potenza di Nietzsche. Adesso, le Edizioni di Ar, dopo la pubblicazione dei due precedenti libri di Baeumler Nietzsche filosofo e politico (del 1931) e L’innocenza del divenire (collazione di saggi stesi tra il 1930 e il 1964), completano la traduzione dei lavori di Baeumler sulla filosofia di Nietzsche con l’appena uscito Stile e destino. Inediti nietzscheani, a cura della consorte Marianne Baeumler e con una densa e importante postfazione di Luigi Alessandro Terzuolo.

    Si tratta di testi sparsi, appunti, riflessioni, un ricco materiale inedito che costituisce il Nachlass, il lascito filosofico che Baeumler, dal 1945 al 1968, anno della sua morte, dedicò al pensiero di Nietzsche, da lui giudicato centrale nella lotta per l’identità sostenuta nel Novecento dalla Germania e in genere dalla Kultur europea. E ancora decisivo per dotare la nostra declinante – anzi, già declinata - civiltà di potenti mezzi di resistenza culturale. Per avere un’idea dell’attualità di questo tipo di riflessioni baeumleriane, basta pensare a quanto da lui scritto nel 1942 sull’idea di Nuovo Ordine Europeo, poi ripreso negli anni Cinquanta attribuendo alle rivoluzioni nazionali vinte il “senso della misura” e invece alla democrazia imperialistica vincitrice il progetto “inumano” di creare, con la scusa della “pace perpetua” e dell’eguaglianza, uno smisurato potere assoluto su scala planetaria. Ciò che implica, come ha scritto Baeumler, «la scomparsa di tutte le differenze storiche e naturali esistenti fra gli uomini, ovverosia la soppressione delle singole entità nazionali». A questo ordine di idee appartiene anche la critica portata da Baeumler allo hegelismo cristianeggiante, giudicato un sostrato dello storicismo evolutivo, da cui sono rampollati ogni sorta di disastri ideologici, primi tra tutti il marxismo e il liberalismo.

    Friedrich Nietzsche, La gaia scienza e Idilli di Messina A questa concezione conservatrice e borghese Baeumler oppone una revisione dei valori sulla scorta di Nietzsche. A cominciare dalla critica al cristianesimo, regolarmente utilizzato dalla “democrazia” come copertura morale per le sue pratiche di dominio mondiale. Un’impostura che Nietzsche aveva già ai suoi tempi smascherato, denunziando «l’abuso politico del cristianesimo», al riparo della cui morale pacifista e umanitaria, allora come oggi, i filistei sono soliti consumare i peggiori crimini. Se nei suoi studi nietzscheani anteriori al 1945 Baeumler rimarcava la necessità di riscoprire la vena “romantica”, mitica, suscitatrice di Nietzsche quale strumento di rinascita dell’aristocrazia popolare, anche nelle riflessioni del dopoguerra – nonostante le tragiche disillusioni sopravvenute circa il destino europeo – Baeumler rivendica l’essenza volontarista degli annunci di Zarathustra, ponendo l’accento su quella nozione di volontà perseverante che ormai, dopo la catastrofe storica del 1945, a Baeumler sembra l’ultimo saliente su cui far convergere la volontà di lotta. Se le realizzazioni della storia appaiono all’improvviso inconcepibili e impossibili, ciò che rimane è pur sempre un patrimonio di valori inattuali, da allevare e proteggere per un più lontano futuro. Ad esempio, in un appunto degli Inediti, Baeumler sottolinea la necessità di ripensare Nietzsche non più come l’immediato antecedente di edificazioni politiche in atto – come poteva accadere all’epoca del trionfante Reich neopagano – ma pur sempre come il maestro dell’edificazione interiore. Colui che insegnò a credere, al di là di ogni scissione morale cristiano-paolina, nell’unità di volontà sovrana e di occulta potenza dell’anima. «Bisogna saper collegare l’idea di una suprema passionalità con la nozione di volontà perseverante, se vogliamo approssimarci alla fondamentale premessa nietzscheana, nella quale la passione viene intesa come l’esplosione del sentimento, un trasporto, una violenta affermazione dell’anima». Negli scritti su Nietzsche degli anni post-1945, non troveremo in Baeumler la medesima aperta rivendicazione della storicizzazione dei valori. Ma, nondimeno, riconosceremo immutata la stessa volontà di attingere da Nietzsche la capacità critica di eludere il presente e di immaginare il futuro, secondo le categorie di un divenire perennemente ricreantesi. Proprio questa fiducia nell’anima, ad esempio, è la medesima tanto nella stagione del dispiegarsi della volontà di potenza, quanto in quella del suo interiore ripiegarsi.

    Del resto, proprio in questi scritti, in cui la filosofia sembrerebbe doversi per necessità astrarre dal mondo delle manifestazioni politiche, noi troviamo alcuni riferimenti alla volontà nietzscheana di indicare nel destino impersonale il segreto per futuri inveramenti. È quando, ad esempio, Baeumler fa riferimento a quanto scritto da Nietzsche circa il suo sentirsi strumento di una «forza ignota» che lo guida misteriosamente. È la forza arcana racchiusa nel corpo, nel bios che ogni volta si rinnova, mantenendo intatta la speranza che l’identità sia in grado di continuarsi, anche nelle epoche del rinnegamento. Il corpo, allora, è espressione fisica dell’anima, è il segno esteriore della qualità che non si spezza. Le parole scritte da Nietzsche in Ecce Homo, «il corpo è entusiastico, non immischiamoci più con l’anima!», vengono confrontate da Baeumler con le invocazioni di Gottfried Benn sui diritti eterni della genealogia differenziante: «Non esiste che un Destino: il corpo; non c’è che una modalità di sprofondamento: la penetrazione, quella fallica, verticale…».

    Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa col martello Il commento di Baeumler lascia intendere che il corpo, proprio nel momento in cui non ci sono più una politica e un mito, torna ad essere l’elemento decisivo: «Una qualche speranza pare rimanga ancora nella sfera del soma… sarà allora la personalità a riappropriarsi del primordiale tronco cerebrale, dando inizio a nuove specializzazioni…». Il destino del Leib nietzscheano, il corpo come simbolo di trasfigurazione e di mutazione sovrumana, è ancora tutto da svolgersi. Nietzsche fu il profeta di questa rinascenza del corpo come sacrale espressione di una voce proveniente dagli atavismi: «Il soma misterioso, arcaico, distante, oscuro, completamente ritratto sulle origini, sovraccarico del retaggio di epoche e di processi enigmatici…». Questa fiducia di Baeumler nelle energie remote nascoste nel corpo, rinnovata ancora nel dopoguerra come ultima parola nietzscheana, a ben vedere non è che la logica prosecuzione di quanto lo stesso Baeumler affermava sin dagli anni Venti, quando intese ricondurre Nietzsche all’interno della tradizione romantica tedesca e della Lebensphilosophie, nelle quali vedeva l’eredità della Grecia tellurica, dionisiaca, arcaizzante dissepolta da La nascita della tragedia in poi.

    Culto della Madre Terra, del grembo oscuro da cui scaturisce la vita comunitaria, religione eraclitèa dei valori ctonii che imprimono identità: non fu proprio Nietzsche a parlare di due diverse intelligenze presenti nell’uomo, la piccola ragione (kleine Vernunft), quella dell’intelletto, e la grande ragione (grosse Vernunft), quella che scaturisce dal corpo, dall’istinto, dall’atavismo? A questo punto, tutta la lettura di Nietzsche che lungo quarant’anni di studi Baeumler ci ha lasciato, presenta una sua coerenza di fondo. Il pensiero dell’eroismo e della lotta, del divenire come affermazione, della volontà di potenza come azione, dell’eterno ritorno come cosmologia dell’essere, si presenta ancora e di nuovo con le stigmate di un’energia che proviene adesso non più dalle ideologie o dalle svolte della storia, ma dai caratteri stessi della vita biologica. Nietzsche vide la lotta tra il principio pretesco della morale e quello guerriero della volontà. Su questa traccia, Baeumler sembra dirci che l’ultima ideologia ancora difendibile è oggi proprio questo nostro carattere esistenziale che riposa nel tratto, nello stile, nel destino dell’identità omerica, il volto della nostra civiltà.


    Luca Leonello Rimbotti


    Tratto da Linea, del 26 ottobre 2007.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/niet...guerriero.html

  2. #2
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    Nella gabbia di Pound

    la verità sulla democrazia americana

    Un uomo che fece dei maltrattamenti subiti un preciso motivo di resistenza culturale, da cui scaturirono le sue espressioni più celebri


    Ezra Pound La notte tra il 15 e 16 novembre 1945, all’uscita del campo di concentramento del Disciplinary Training Camp di Pisa, una jeep scoperta americana trasportava un anziano e malconcio prigioniero ammanettato. Indebolito e stordito dai molti mesi di carcere duro, rinchiuso in una gabbia all’aperto, esposto al sole e alla pioggia, il vecchio era atteso a Roma da un aereo speciale che, dopo trenta ore di volo e un paio di scali, giunse a Washington. Qui l’aspettavano un processo per alto tradimento, il rischio della condanna a morte, la diffamazione, infine lunghi anni di internamento nel manicomio criminale di St. Elisabeth. Il primo anno lo passò segregato in completo isolamento, in una cella senza finestre, senza contatti con l’esterno. Del resto, sono conosciuti i sistemi carcerari di quel grande Paese. Pound verrà liberato soltanto nel 1958, scosso, ma per nulla distrutto da un’esperienza allucinante: una foto famosa lo ritrae, appena sbarcato a Venezia, nell’atto di fare un sorridente saluto romano davanti ai fotografi.

    Ezra Pound, Canti pisani. Edizione con testo a fronte Il trattamento riservato a Ezra Pound dai suoi concittadini americani è noto. Per aver parlato durante la guerra dai microfoni di Radio Roma contro la guerra, contro quella guerra, gestita dagli usurocrati e fatta pagare ai popoli, Pound passò un’interminabile via crucis, che avrebbe fiaccato molti caratteri meno robusti del suo. Anzi, egli fece dei maltrattamenti subiti un preciso motivo di resistenza culturale, e proprio dai periodi più bui scaturirono alcune tra le pagine più celebri e sbalorditive della sua enigmatica, caleidoscopica vena poetica. Leggendo la testimonianza di Piero Sanavio La gabbia di Pound (Fazi Editore), veniamo di nuovo a contatto con una vicenda esemplare di quella lotta che si svolse nel Novecento, culminata nella Seconda guerra mondiale, e che non fu solo una questione di accaparramento delle risorse del pianeta, ma fu lotta politica, ideologica, soprattutto culturale e di civiltà. Pound è una delle più alte espressioni del fatto che, dal 1939 al 1945, furono in gioco i fondamenti stessi della visione del mondo europea, e che non si trattò affatto di un regolamento di conti tra differenti imperialismi, ma tra opposte maniere di concepire la vita e i rapporti politici e sociali in una moderna società.

    Piero Sanavio, La gabbia di Pound Il libro di Sanavio – che conobbe il poeta, lo visitò più volte al manicomio di Washington e in seguito anche a Parigi – è una sorta di diario dei contatti con una delle personalità più inclassificabili e geniali del secolo scorso. Purtroppo, l’autore – che ci tiene a dirci che fu attratto, fin da giovane studioso, dalla poetica poundiana, ma per nulla dalle sue inclinazioni politiche – sottopone il suo interessante resoconto a una serie di suoi personali giudizi, di cui il lettore interessato a Pound farebbe anche a meno. Venuti a conoscenza che Sanavio considera quello fascista “un governo criminale” e Mussolini “insopportabilmente italiano”, siamo più tranquilli e ci possiamo volgere alla vicenda di Pound. Il quale aveva idee non omologate e del tutto indipendenti, e questo proprio a differenza di Sanavio, che si mostra provincialmente innamorato dell’America e del sistema liberale, e compreso quello liberticida dei Roosevelt e dei Truman.

    Ezra Pound, I Cantos Pound ammirava Mussolini – e ammirò anche Hitler, e a chiare lettere – per una politica sociale che, bene o male, intendeva sottrarre il lavoro alle grinfie della speculazione finanziaria, che invece negli Stati Uniti costituiva il vero potere, allora esattamente come oggi. Dare al lavoratore la giusta paga, la dignità, la certezza di vivere in un sistema organico, in un ordine commisurato all’uomo, semplice e giusto, liberato dalle programmate alterazioni monetarie che arricchiscono gli speculatori, e che conducono alla rovina i popoli. Questo il Fascismo di Pound. E questo fu anche il Fascismo di Mussolini, quando, soprattutto dagli anni trenta, comprese che la questione del secolo era la lotta allo strozzinaggio liberista, prima e più ancora che al comunismo.

    Finquando il Fascismo non parve che un caso locale di banale ordine borghese, di messa a posto dei sindacati socialcomunisti, non mancarono, a Londra come a New York, parole d’elogio per la soluzione italiana. Ma in seguito, quando lo stesso Fascismo assunse le dimensioni di una rivoluzione europea che investiva i rapporti economici internazionali, tale da minacciare le consolidate posizioni del liberalismo mondiale, le cose presero un’altra piega. Allora, contro il tentativo fascista di organizzare i popoli partendo dal lavoro e proteggendolo dalla speculazione, l’America e la sua succursale anglo-francese si dettero a brigare per lunghi anni. E, al momento buono, seppero cogliere l’occasione di politica internazionale che volevano, per passare direttamente all’eliminazione fisica del contendente: nulla di cambiato, come si vede, nei comportamenti liberali, dal 1939 fino ad oggi.

    Ezra Pound Quando, in Oro e lavoro, Pound scrisse che “questa guerra non fu un capriccio di Mussolini, e nemmeno di Hitler. Questa guerra è un capitolo della lunga tragedia sanguinaria che s’iniziò colla fondazione della Banca d’Inghilterra nel lontano 1694”, metteva il dito su una piaga liberista particolarmente sensibile. Quando poi, aggiungeva che “dopo l’assassinio del Presidente Lincoln nessun tentativo serio contro l’usurocrazia venne fatto sino alla formazione dell’Asse Berlino-Roma”, dovette apparire chiaro che Pound si era fatto dei potenti nemici a casa propria.

    The Cantos of Ezra Pound L’affermazione che “non i mercanti di cannoni ma i trafficanti del danaro stesso hanno creata questa guerra, hanno create le guerre a serie, da secoli, a piacer loro, per creare debiti, per poi sfruttarne l’interesse”, presupponeva di aver saputo gettare lo sguardo al di là della retorica propagandistica delle “grandi democrazie”, ben addentro al marcio verminaio che ne regola i comportamenti politici, a far data per lo meno – calcolava Pound - dal momento in cui, dopo la Gran Bretagna nel secolo XVII, il secolo della fondazione liberale, anche gli Stati Uniti erano caduti preda della finanza internazionale, durante la guerra civile tra Nord e Sud. La genialità di Pound, oltre i suoi meriti di poeta “dantesco”, universale, consiste proprio in questo suo eccezionale intuito nella comprensione degli eventi contemporanei. Un intuito che, non di rado, è stato anche irriso, compatito, prendendo il poeta per un visionario, un povero fissato, ossessionato da bizzarre manìe: la teoria monetaria di Gesell, la lotta al monopolio, l’usura… Nulla di più facile che farne un pazzo. Oppure, come fanno gli esponenti della “sinistra” europea illuminata, quelli, per intenderci, che amano l’introvabile America buona e libertaria: nulla di più facile che farne un semplice stravagante, un genio che non capiva nulla di politica, uno che per ingenuità si mise a braccetto di una banda di criminali. Questo è il lavoro sporco dei progressisti alle prese con la grande cultura fascista internazionale, che si tratti di Heidegger o di Pirandello, di Hamsun o di Mishima: separare con l’ascia del pregiudizio gli uomini di cultura dalle loro convinzioni ideologiche, farne dei fantocci inanimati, degli alienati dal proprio mondo e dalle proprie idee. In fondo, il giudizio di un Sanavio su Pound, nonostante una scontata ammirazione per lo scrittore o il personaggio, non si dimostra lontano da quello espresso dal governo liberale americano: un alienato, appunto, un “diverso”. Quindi, secondo la logica della “democrazia” puritana, un pazzo.


    Luca Leonello Rimbotti


    Una vita da profeta
    Nato il 30 ottobre 1885 in Idaho (USA), dopo gli studi Ezra Pound si trasferisce nel 1908 in Europa, da lui già conosciuta in svariati viaggi. A Venezia pubblica i suoi primi versi, A lume spento, e si stabilisce a Londra, dove rimarrà fino al 1920. Di cultura enciclopedica ed eclettica, attratto dalla letteratura provenzale e stilnovista come da quella confuciana, a Londra promuove la nascita di due tra i movimenti letterari d’avanguardia più importanti del tempo, l’imagismo e il vorticismo, in cui si fondevano astrattismo fotografico, futurismo, neo-orfismo e cubismo. In questo periodo, tra gli altri, conobbe e frequentò Joyce, Eliot, W.Lewis, W.B.Yeats, di cui condivise l’interesse per i gli aspetti esoterici della tradizione culturale europea. Dopo numerosi viaggi e soggiorni anche in Italia, nel 1920 si trasferisce a Parigi con la moglie Dorothy e nel 1924 a Rapallo. Lavora ai primi Cantos, collabora a riviste e giornali stranieri e italiani, tiene conferenze in varie città, scrive poesie, saggi, persino musica e uno sceneggiato, Le fiamme nere. Il 30 gennaio 1933 è ricevuto da Mussolini, nel 1934 scrive Jefferson e/o Mussolini: si fa più intenso il suo interesse per la politica sociale fascista. Nel 1939, dopo l’ultimo viaggio negli USA, inizia la collaborazione al “Meridiano di Roma” di Interlandi, nel 1941 quella a Radio Roma, nel 1943 a “Il popolo di Alessandria”. Aderisce alla RSI: nel 1944 scrive alcuni pamphlet contro il sistema guerrafondaio americano: L’America, Roosevelt e le cause della guerra presente e Oro e lavoro. Arrestato il 3 maggio 1945, è rinchiuso nella gabbia del campo di concentramento di Pisa, dove scrive i Canti pisani. Internato in manicomio a Washington, vi rimane dodici anni. Nel 1958 si trasferisce nei pressi di Merano dalla figlia e in seguito, dopo vari soggiorni e ricoveri a Rapallo e a Genova, si reca infine a Venezia, dove muore il 1° novembre 1972.

    Tratto da Linea dell'8 maggio 2005.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/ezrapoundsanavio.html

  3. #3
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    Rimbotti è un autore interessante

    ma cazzo scrive un pò difficile, almeno per me


    non riesco a seguirlo.


    però quasi sempre arriva in area III Reich

  4. #4
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    La rivolta dorica di Friedrich Nietzsche
    Un pensiero fondato sulla natura contro la sovversione egualitaria


    Domenico Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico Nella seconda metà dell'Ottocento, quando la modernità iniziò ad assumere sempre più apertamente i toni corrosivi dell'assalto alla civiltà, occhi profetici si spalancarono sul destino della nostra civiltà europea. Erano gli occhi di Nietzsche. Già allora, tutto apparve chiarissimo a quello straordinario figlio della nostra anima arcaica. Egli già vide risaltare in tutta la sua spaventosa pericolosità l'intera sequela dei mali che poi, lasciati fermentare da una suicida pochezza di vita, hanno finito col giganteggiare attorno a noi. Oggi più di ieri, non è possibile fare a meno di Nietzsche. Per vedere su quali abissi la modernità stia oggi danzando, è ancora una volta a lui che dobbiamo rifarci. Il merito di una rilettura nietzscheana che, per mole e qualità intellettuale crediamo sia definitiva, va a Domenico Losurdo, autore di un poderoso studio intitolato Nietzsche, il ribelle aristocratico. Per parte nostra, occorre subito dire, ancora una volta, che l'unica cultura di alto livello "di destra", oggi viene paradossalmente fatta dalla "sinistra". Quello di Losurdo è solo un ennesimo esempio. Ma anche il più illustre. Nel silenzio tombale delle intelligenze che per inclinazione culturale dovrebbero occuparsi di tali argomenti, questo lavoro costituisce una vera e propria pietra miliare, non solo relativamente all'argomento, ma come più vasta visione del mondo.

    Friedrich Nietzsche, La gaia scienza e Idilli di Messina Leggere Nietzsche come ce lo restituisce Losurdo, finalmente espurgato dalle sedimentazioni illuministiche che a lungo ne avevano stravolto il messaggio per opera di infaticabili deformatori d'immagine (da Montinari a Vattimo, passando per legioni di scippatori ideologici, audacissimi nell'arruolare il filosofo sassone tra le file malferme del progressismo), significa oggi mettersi una volta per tutte, e filosoficamente ben armati, davanti a quel potentissimo mostriciattolo che è il Moderno, col suo enorme corteggio di fantasmagoriche degenerazioni. Solo così, quelli tra noi ancora in grado di produrre "balzi dell'essere" o semplici prese di coscienza, si potranno attrezzare per una scelta definitiva: o di qua o di là. Il Nietzsche rinverginato e riconsacrato da Losurdo ci sospinge a fare i conti una volta per tutte col destino europeo. Con Nietzsche si ritorna d'un tratto alle origini prime della nostra civiltà, all'alba dorica che stabilì la connessione tra visione tragica della vita e devozione alla natura, erigendo su queste basi lo straordinario edificio della civiltà ellenica. Tutto ebbe inizio da qui. Compreso quel moto discendente, incarnato dall'acido razionalista di Socrate, che ha finito col condurre a morte la tradizione europea. Il filosofo della volontà di potenza giudicò la storia della nostra civiltà con metodo radicale. L'inizio della fine lo individuò nel momento in cui la retorica logico-razionale ebbe il sopravvento sul pensiero dionisiaco, musicale, naturale, severo e insieme gioioso. Con la filosofia greca che prese le mosse da Socrate, con la sua mania avvelenata di concepire un uomo diverso dalla realtà di natura, cioè stucchevolmente buono, pacifico, positivo, iniziò la marcia dell'inversione dei valori. Favorendo quella perniciosa inclinazione all'ottimismo che Nietzsche giudicò il supremo tradimento della tradizione tragica della Grecia arcaica, fu assicurata lunga vita a quei germi di disfacimento che poi, secondo Nietzsche, avrebbero prodotto il predominio della plebe, la democrazia, il social-comunismo, la "superstizione progressista". In una parola, la fine della civiltà europea. Il nocciolo è tutto qui. Il "contagio sovversivo" si situa laddove i moderni, alla maniera dei razionalisti greci e poi dei philosophes illuministi, reinventarono una sorta di buonismo bugiardo, ciò che noi abbiamo oggi più che mai ben presente: i diritti, il pacifismo, lo sbiancamento delle differenze, la tolleranza, la compassione, un mortifero egualitarismo universale. Tutte cose che non esistono in natura, tutte cose rampollate per la prima volta dalle elucubrazioni socratiche e poi ingessate nel nefasto dogma progressista. E Nietzsche credeva nella religione della natura, nell'uomo qual è, quello vero, non quello inventato a tavolino dalle costituzioni e dalle proclamazioni intellettualizzate, antiche o moderne.

    Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa col martello Il male della storia, diceva Nietzsche, sono stati gli "intellettuali", coloro che vollero sovvertire le leggi di Madre Natura, sostituendole con le proprie. Nel suo pensiero - rivoluzionario nei modi, conservatore nei valori - c'è il desiderio di ritornare a quel primissimo tempo in cui i poeti, gli eroi, insomma i migliori, scaturivano da giovani razze creatrici e fondatrici di civiltà, devote alla vita e alla sua tragica bellezza. Scrive Losurdo che in Nietzsche "agisce la dicotomia cara a Wagner tra cultura autentica, che affonda le sue radici nel popolo e che risulta capace di unire attorno a sé la comunità, e pseudocultura ridotta a occupazione o divertimento solitario di intellettuali sradicati".

    Le aristocrazie vere nascono dal popolo sano e legato alla tradizione, il contrario esatto di quanto Nietzsche vedeva accadere ai suoi tempi, col dilagare di quella "rivolta degli schiavi" che era incardinata sul culto del denaro. Il profetico Solitario di Sils Maria pensava che "l’aristocratico pensiero fondamentale della natura" avrebbe posto fine alla sovversione egualitaria, e impegnò il suo formidabile ingegno nel disegnare i contorni di una rivoluzionaria riconquista della tradizione europea.

    Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale Il suo fu un messaggio, in questo senso, pienamente politico. E proprio questo viene coraggiosamente sottolineato da Losurdo, che finalmente parla chiaro a quanti avevano fabbricato l'immaginetta illuministica di Nietzsche. Essi, scrive lo studioso, non potendo evitare di fare i conti con lui, da faziosi "ermeneuti dell'innocenza" ne avevano castrato le idee, rimuovendone l'impianto "pericoloso" di radicalismo anti-democratico. Adesso il velo è stato stracciato, e il “pensiero debole” è definitivamente nudo, in tutta la sua derelitta vuotaggine... E adesso, chi si riconosce veramente nelle profondità della nostra tradizione europea, può tornare a vedere in tutta la sua nitidezza il profilo di uno dei suoi custodi più geniali.


    Luca Leonello Rimbotti



    Tratto da Linea dell'11 maggio 2003.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/losurdonietzsche.html

  5. #5
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    Quel sublime socialismo dei poeti e degli artisti preraffaeliti


    M. Teresa Benedetti, I preraffaeliti Erano artisti e poeti, amavano la bellezza struggente, il dettaglio prezioso, la cura raffinata degli ambienti. Rappresentavano una natura insieme fantastica e realistica, descrivendo con tratti forti e deliziosi le più sognanti espressioni del volto umano: i membri della Confraternita dei preraffaeliti, associazione nata a Londra alla metà del secolo XIX, erano esteti colti, nemici della mediocre società vittoriana, ostili a quel volgare mondo degli affari e dell'arricchimento che stava assumendo intorno a loro i caratteri dell'ormai trionfante flagello capitalistico. Sognavano il ritorno al Trecento e al Quattrocento italiani: il Beato Angelico, Luca Signorelli, Filippino Lippi, la città medievale, una società ordinata e apparentemente serena, un mondo ritmato sull'uomo, l'amore per il bello... Volevano riandare a quelle madonne fiorentine delicate, di armonicissima proporzione e di aggraziatissimo tratto, che erano in fondo le donne di tutti i giorni, che i nostri antichi pittori potevano incontrare per strada, figure di popolo, ma di un popolo nobile, insieme severo e giocoso, gente come attraversata da un innato senso dell'armonia. E ripensavano a quella natura di sfondo, tersa, luminosa, arricchita dal gioco delle dolci prospettive: gli sfondi di un Benozzo Gozzoli, le colline e gli alberelli di un Perugino, la nostra terra, le nostre campagne, ancora riconoscibili alla prima occhiata: la pittura, insomma, precedente Raffaello (da cui il nome del sodalizio), prima che ci si inoltrasse nel trionfalismo incommensurabile del tardo Rinascimento.

    I preraffaeliti erano innamorati dell'Italia, di Firenze specialmente, rappresentavano un Medioevo fantastico, nobile e magico, dipingevano soggetti storici, religiosi, letterari, allegorici, ispirandosi a Dante, alle fiabe popolari, alla romantica poesia di un Keats, agli stilnovisti, alla tradizione più alta di bellezza, alla profondità di sentimento della nostra cultura europea, e italiana in particolare. Tra di loro, figure di spicco. E, immancabile, un italiano: Dante Gabriele Rossetti, famoso pittore ed esoterista, studioso di Dante, nato a Londra da un patriota esule, fu tra i primi e più importanti animatori della Confraternita. Poi il grande critico d'arte John Ruskin, che ne diventò una sorta di patrono. Poi William Morris. Con lui la Confraternita dei preraffaeliti assunse in seguito un tono più impegnato, l'arte fu inquadrata in un vero disegno ideologico, dove una forma di populismo romantico si sposò con il socialismo utopistico, che aveva grandi tradizioni in Inghilterra.

    M. Ciacci, G. Gobbi Sica, I giardini delle regine. Il mito di Firenze nell'ambiente preraffaelita e nella cultura americana fra Ottocento e Novecento. Catalogo della mostra (Firenze, 2004) L'ideologia preraffaelita, per così dire, nella sua semplice sintesi, era geniale. L'idea del sublime, del lusso, delle cose belle, preziose, e poi dei modi gentili, dello stile raffinato, della situazione sospesa come in incantamento, colta nella magia di ambienti simbolici. Accanto a questa, l'idea speculare del popolo nobilitato da un lavoro a dimensione umana, un popolo non solo artigiano, quindi arricchito dalla bellezza del proprio mestiere d'arte, ma anche artefice. Nati nel pieno degli eccessi del capitalismo, che proprio nell'Inghilterra dell'Ottocento stava costruendo il suo potere sulla miseria e lo sfruttamento di masse di diseredati, schiavizzati dal lavoro di fabbrica, i preraffaeliti svilupparono una loro sensibilità sociale, ma estranea al freddo economicismo marxista. Il loro era un socialismo neanche umanitario, ma populista, anzi patriottico, romantico, quasi mitico. Come i contemporanei Nazareni tedeschi, che erano influenzati dalle teorie di Schlegel e Wackenroder nemiche dell'accademismo e favorevoli a ispirazioni religiose e patriottiche, i preraffaeliti volevano una sorta di socialismo estetico creato sulla base dell'artigianato diffuso. Per meglio dire: la socializzazione della bellezza. Sembra di sentire la voce di D'Annunzio, anticipata di qualche decennio. Morris, ad esempio, proponeva una specie di nuovo corporativismo, una società fondata sul lavoro artigiano. La socializzazione del lavoro, e dunque anche dell'arte. L'artista come elemento di reazione all'alienazione sociale e psicologica causata dal capitalismo. L'artista come artefice, come artigiano di rango, che si realizza a tutto tondo nell'insieme delle arti cosiddette "applicate": sculture, quadri, architetture, vetrate, ma anche arazzi, stoffe, oggetti d'arredamento, mobili, tappezzerie: il tutto circonfuso di quel gusto neo-gotico, neo-medievale, di grandissima raffinatezza, che a noi italiani ricorda il decorativismo che fu di moda a cavallo tra Otto e Novecento, l'epoca per l'appunto "d'annunziana".

    Morris, che morì alla fine dell'Ottocento, aveva una casa, la Red House, che rappresentava il suo ideale: ovunque la ricercatezza per il dettaglio, dal mobile al soprammobile, dalle incisioni agli ornamenti, alla scelta degli speciali caratteri gotici, con cui volle ristampare le opere di Geoffrey Chaucer, impreziosendole con ricchi fregi ornamentali. Tutto questo, unito al gusto pittorico per le scene storiche, per una bellezza femminile trasognata, per ambientazioni fantastiche, rielaborando gli schemi di un medioevo mitico, ci ricorda da vicino i nostri Adolfo De Carolis, Gaetano Previati, Galileo Chini, il gusto floreale, la pittura simbolista, la decorazione liberty. Aspetti di un'arte che poi avrà le sue ricadute sulle avanguardie, se solo si pensa, ad esempio, che Previati ebbe non poca influenza sul futurista Boccioni. E che i preraffaeliti furono i maestri dell'Art Nouveau e dei Simbolisti. La genialità e la nobiltà di questi ideali - di cui D'Annunzio fu il massimo rappresentante europeo, erede in qualche modo dei preraffaeliti, ma di loro tanto più capace di produrre idee armate - riposava sull'offerta dell'arte alla dimensione del popolo. Il "socialismo" di Morris consisteva nel generico rifiuto della società capitalistica e nella volontà - altrettanto generica - di promuovere quella che veniva chiamata "arte integrata", cioè a dimensione dell'uomo e del suo ambiente, nel rispetto della storia, della tradizione, degli stili e della natura. C'era inoltre in Morris il convincimento che il lavoro comunitario, anche in ambito artistico, fosse la condizione migliore per favorire l'affermazione della creatività individuale. L'idea dei preraffaeliti di un'elevata e ricercata arte di popolo, di restituire al lavoro artigianale di alto livello il ruolo di perno sociale strappatogli dall'avanzante industrialismo, fu un frutto generoso, ma metapolitico, impossibilitato a trasformarsi in concreta proposta politica.


    Luca Lionello Rimbotti


    Tratto da Linea del 16 maggio 2004.

    fonte Quel sublime socialismo dei poeti e degli artisti preraffaeliti


    M. Teresa Benedetti, I preraffaeliti Erano artisti e poeti, amavano la bellezza struggente, il dettaglio prezioso, la cura raffinata degli ambienti. Rappresentavano una natura insieme fantastica e realistica, descrivendo con tratti forti e deliziosi le più sognanti espressioni del volto umano: i membri della Confraternita dei preraffaeliti, associazione nata a Londra alla metà del secolo XIX, erano esteti colti, nemici della mediocre società vittoriana, ostili a quel volgare mondo degli affari e dell'arricchimento che stava assumendo intorno a loro i caratteri dell'ormai trionfante flagello capitalistico. Sognavano il ritorno al Trecento e al Quattrocento italiani: il Beato Angelico, Luca Signorelli, Filippino Lippi, la città medievale, una società ordinata e apparentemente serena, un mondo ritmato sull'uomo, l'amore per il bello... Volevano riandare a quelle madonne fiorentine delicate, di armonicissima proporzione e di aggraziatissimo tratto, che erano in fondo le donne di tutti i giorni, che i nostri antichi pittori potevano incontrare per strada, figure di popolo, ma di un popolo nobile, insieme severo e giocoso, gente come attraversata da un innato senso dell'armonia. E ripensavano a quella natura di sfondo, tersa, luminosa, arricchita dal gioco delle dolci prospettive: gli sfondi di un Benozzo Gozzoli, le colline e gli alberelli di un Perugino, la nostra terra, le nostre campagne, ancora riconoscibili alla prima occhiata: la pittura, insomma, precedente Raffaello (da cui il nome del sodalizio), prima che ci si inoltrasse nel trionfalismo incommensurabile del tardo Rinascimento.

    I preraffaeliti erano innamorati dell'Italia, di Firenze specialmente, rappresentavano un Medioevo fantastico, nobile e magico, dipingevano soggetti storici, religiosi, letterari, allegorici, ispirandosi a Dante, alle fiabe popolari, alla romantica poesia di un Keats, agli stilnovisti, alla tradizione più alta di bellezza, alla profondità di sentimento della nostra cultura europea, e italiana in particolare. Tra di loro, figure di spicco. E, immancabile, un italiano: Dante Gabriele Rossetti, famoso pittore ed esoterista, studioso di Dante, nato a Londra da un patriota esule, fu tra i primi e più importanti animatori della Confraternita. Poi il grande critico d'arte John Ruskin, che ne diventò una sorta di patrono. Poi William Morris. Con lui la Confraternita dei preraffaeliti assunse in seguito un tono più impegnato, l'arte fu inquadrata in un vero disegno ideologico, dove una forma di populismo romantico si sposò con il socialismo utopistico, che aveva grandi tradizioni in Inghilterra.

    M. Ciacci, G. Gobbi Sica, I giardini delle regine. Il mito di Firenze nell'ambiente preraffaelita e nella cultura americana fra Ottocento e Novecento. Catalogo della mostra (Firenze, 2004) L'ideologia preraffaelita, per così dire, nella sua semplice sintesi, era geniale. L'idea del sublime, del lusso, delle cose belle, preziose, e poi dei modi gentili, dello stile raffinato, della situazione sospesa come in incantamento, colta nella magia di ambienti simbolici. Accanto a questa, l'idea speculare del popolo nobilitato da un lavoro a dimensione umana, un popolo non solo artigiano, quindi arricchito dalla bellezza del proprio mestiere d'arte, ma anche artefice. Nati nel pieno degli eccessi del capitalismo, che proprio nell'Inghilterra dell'Ottocento stava costruendo il suo potere sulla miseria e lo sfruttamento di masse di diseredati, schiavizzati dal lavoro di fabbrica, i preraffaeliti svilupparono una loro sensibilità sociale, ma estranea al freddo economicismo marxista. Il loro era un socialismo neanche umanitario, ma populista, anzi patriottico, romantico, quasi mitico. Come i contemporanei Nazareni tedeschi, che erano influenzati dalle teorie di Schlegel e Wackenroder nemiche dell'accademismo e favorevoli a ispirazioni religiose e patriottiche, i preraffaeliti volevano una sorta di socialismo estetico creato sulla base dell'artigianato diffuso. Per meglio dire: la socializzazione della bellezza. Sembra di sentire la voce di D'Annunzio, anticipata di qualche decennio. Morris, ad esempio, proponeva una specie di nuovo corporativismo, una società fondata sul lavoro artigiano. La socializzazione del lavoro, e dunque anche dell'arte. L'artista come elemento di reazione all'alienazione sociale e psicologica causata dal capitalismo. L'artista come artefice, come artigiano di rango, che si realizza a tutto tondo nell'insieme delle arti cosiddette "applicate": sculture, quadri, architetture, vetrate, ma anche arazzi, stoffe, oggetti d'arredamento, mobili, tappezzerie: il tutto circonfuso di quel gusto neo-gotico, neo-medievale, di grandissima raffinatezza, che a noi italiani ricorda il decorativismo che fu di moda a cavallo tra Otto e Novecento, l'epoca per l'appunto "d'annunziana".

    Morris, che morì alla fine dell'Ottocento, aveva una casa, la Red House, che rappresentava il suo ideale: ovunque la ricercatezza per il dettaglio, dal mobile al soprammobile, dalle incisioni agli ornamenti, alla scelta degli speciali caratteri gotici, con cui volle ristampare le opere di Geoffrey Chaucer, impreziosendole con ricchi fregi ornamentali. Tutto questo, unito al gusto pittorico per le scene storiche, per una bellezza femminile trasognata, per ambientazioni fantastiche, rielaborando gli schemi di un medioevo mitico, ci ricorda da vicino i nostri Adolfo De Carolis, Gaetano Previati, Galileo Chini, il gusto floreale, la pittura simbolista, la decorazione liberty. Aspetti di un'arte che poi avrà le sue ricadute sulle avanguardie, se solo si pensa, ad esempio, che Previati ebbe non poca influenza sul futurista Boccioni. E che i preraffaeliti furono i maestri dell'Art Nouveau e dei Simbolisti. La genialità e la nobiltà di questi ideali - di cui D'Annunzio fu il massimo rappresentante europeo, erede in qualche modo dei preraffaeliti, ma di loro tanto più capace di produrre idee armate - riposava sull'offerta dell'arte alla dimensione del popolo. Il "socialismo" di Morris consisteva nel generico rifiuto della società capitalistica e nella volontà - altrettanto generica - di promuovere quella che veniva chiamata "arte integrata", cioè a dimensione dell'uomo e del suo ambiente, nel rispetto della storia, della tradizione, degli stili e della natura. C'era inoltre in Morris il convincimento che il lavoro comunitario, anche in ambito artistico, fosse la condizione migliore per favorire l'affermazione della creatività individuale. L'idea dei preraffaeliti di un'elevata e ricercata arte di popolo, di restituire al lavoro artigianale di alto livello il ruolo di perno sociale strappatogli dall'avanzante industrialismo, fu un frutto generoso, ma metapolitico, impossibilitato a trasformarsi in concreta proposta politica.


    Luca Lionello Rimbotti


    Tratto da Linea del 16 maggio 2004.


    fonte http://www.centrostudilaruna.it/soci...affaeliti.html

  6. #6
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    Quando i giovani facevano cultura politica
    Nel libro di Luca La Rovere, Storia dei Guf, l'identikit degli universitari fascisti


    Luca La Rovere, Storia dei Guf. Organizzazione, politica e miti della gioventù universitaria fascista (1919-1943) Quella fascista è stata definita a più riprese come una lotta tra generazioni. Lo storico Juan Linz, ad esempio, parla espressamente del fascismo come di una "rivolta generazionale". Un culto della giovinezza che doveva caratterizzare il rovesciamento del vecchio ordine liberale, rappresentato da uomini anziani e inetti, legati a un mondo ormai tramontato. E, a leggere il libro di Luca La Rovere Storia dei GUF. Organizzazione, politica e miti della gioventù universitaria fascista 1919-1943 (Bollati Boringhieri), ci si rafforza nell'idea che davvero il fascismo sia stato una rivolta di capi giovani seguiti da una massa di giovani: Mussolini fu, con i suoi trentanove anni, il più giovane Capo di governo italiano, Bottai era stato non ancora trentenne il più giovane parlamentare, molto giovani erano anche Balbo, Pavolini, Ciano e tanti altri. I GUF, nell'arco del Ventennio, rappresentarono la volontà di custodire questo patrimonio di carica innovatrice, che proveniva dall'interventismo (in cui i giovani, come ad esempio Curzio Malaparte, che partì volontario sul fronte francese a diciassette anni, erano parte rilevante) e che sfociò nello squadrismo.

    La rivendicazione di queste origini rimase una costante della gioventù universitaria fascista. Lo squadrismo studentesco si volse poi, a regime consolidato e non senza fasi di ribellismo, in un frenetico attivismo culturale, nei dibattiti e nelle polemiche ideologiche anche aspre, nel gran numero di giornali, riviste e rivistine che caratterizzarono l'ambiente giovanile del fascismo e che costituirono la punta di diamante di ciò che Bottai intendeva col concetto di "interventismo culturale". La Rovere scrive in proposito che i giovani furono al centro del disegno mussoliniano di creare strumenti, idee, fermenti e un clima che favorissero l'avvento dell'uomo nuovo fascista, con un senso rivoluzionario di civiltà e di politica: "L'atteggiamento della gioventù universitaria si sviluppò esattamente all'interno del peculiare tentativo del fascismo di fondare una 'nuova politica' facendo ricorso alla sua 'sacralizzazione'".

    In effetti, l'importanza del libro risiede anche nel rovesciare il collaudato assunto - canonizzato fin dagli anni sessanta dal libro di Zangrandi su Il lungo viaggio attraverso il fascismo - secondo cui i Gruppi Universitari Fascisti e in genere l'ambiente della gioventù fascista non sarebbe stato che un occulto centro di "frondismo", altra parola per intendere una sorta di strisciante, anteveggente forma di antifascismo. Su questa base, come è noto, interi settori della cultura italiana del dopoguerra si erano costruiti solidi titoli di credibilità e, da Lajolo a Gambetti a Chilanti a Bocca fino a rinomati santoni della politica catto-comunista, avevano costruito la fortunata mitologia dei resistenti "entristi", quasi si trattasse di audacissime quinte colonne penetrate nel sistema per dissolverlo dall'interno. Parrebbe impossibile, ma una vulgata così apertamente falsa e innestata sull'emergenza di una rapida copertura auto-assolutoria, ha funzionato per decenni, contando sull'omertosa acquiescenza di tanti che fingevano di crederci.

    La realtà è un'altra. I giovani, e i giovani universitari in modo particolare, furono il nocciolo duro dell'intransigenza fascista. Furono massicciamente fascisti e, come sottolinea La Rovere, lo furono fino in fondo, anche di fronte alle sconfitte militari, e furono tra gli ultimi a mollare. Se contestavano alcune tra le più evidenti sbavature del regime, lo facevano perché chiedevano non meno, ma più fascismo, più fede, più aderenza ideologica, più oltranzismo politico, per condurre con mano ferma una rivoluzione che si voleva soprattutto sociale, popolare, anti-borghese, anti-conservatrice e anti-capitalistica.

    La coniugazione tra adesione ideologica e senso di appartenenza a una "milizia aristocratica" rigidamente incardinata su valori affini all'ordine religioso, fu all'origine di atteggiamenti votati all'offerta di sé e alle forme più assolute della reciprocità e della solidarietà. Dal volontariato squadristico, che ebbe i suoi martiri adolescenti, a quello di guerra, fino al volontariato civile che fin dalle origini aveva caratterizzato il clima fortemente idealistico di cui era permeato il mondo giovanile del fascismo. Fenomeni quali l'arditismo civile degli anni venti, oppure la formazione di gruppi di studenti "volontari del lavoro", ci spiegano bene quali fossero i referenti fondamentali di un ambiente in cui la concezione mistica ed eroica dell'appartenenza non furono, nella maggior parte dei casi, vuote parole, ma tappe di vita vissuta.

    Con tali precedenti, i GUF nacquero con un carattere decentrato e autonomo, furono un moto spontaneo, e in essi permase il gusto del dibattito, della differenziazione delle posizioni, del dialogo inesauribile. In questo clamoroso primato della politica e della partecipazione socializzata alla vita, lo storico o il semplice osservatore di oggi colgono uno dei dati che sempre più spesso vengono richiamati in qualità di segno distintivo di tutto il fenomeno fascista nel suo complesso, la sua capacità, cioè, di conciliare la concezione sacrale e tradizionale della vita e della comunità con le categorie della più avanzata modernità. Ciò che La Rovere definisce come "tentativo esperito dal fascismo di fondare sui miti una moderna politica di massa".

    Questo aspetto era ben riassunto da quanto scriveva nel 1938 su Gerarchia Silvano Spinetti, uno dei giovani più noti per l'impegno di cultura politica militante, circa il concetto di mistica secolare del fascismo: non ascetismo o fuga dal mondo, ma azione politica basata sulla "potenza mobilitante del ricorso al mito". Altrove, noi ritroviamo le parole che sintetizzano la visione comunitaria di quei lontani idealisti, come ciò che scrisse un giovane "gufino" nel 1941: "C'è un vero utile nella vita degli uomini ed è quello di non prostituire se stessi in nessuna occasione; ed è anche anteporre l'utile di tutti al proprio". Difficile immaginare parole più attuali per fronteggiare il crollo della dimensione comunitaria e il trionfo volgare del più ottuso individualismo di massa.


    Luca Leonello Rimbotti



    Tratto da Linea del 25 giugno 2003.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/giov...apolitica.html

  7. #7
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    Giorgio Fabre è il sostenitore di uno sterile accanimento storiografico nei confronti del capo del Fascismo
    Benito Mussolini fanatico discriminatore a tutti i costi


    Giorgio Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita La storiografia contemporanea dispone sovente di ampi mezzi e molto tempo da perdere: solo così si spiega il fatto che non di rado vengano utilizzate dettagliate ricerche d'archivio, pedanti analisi di corrispondenze, lettere, telegrammi, biglietti, al fine di riempire alcune centinaia di pagine per dimostrare la tesi confezionata a priori. E' il caso di Giorgio Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita (Garzanti), in cui l’autore, un esperto in “accanimento storiografico”, uso a spulciare finanche i foglietti d’appunti e le più futili telefonate di routine, opera instancabilmente nel tentativo tenace di scoprire, tra le pieghe della storia, sensazionali rivelazioni note da decenni. In questi casi, per altro, vige il principio che maggiore sarà la risonanza di simili raccolte di trascurabile documentazione, se la si abbinerà al Fascismo che, come noto, costituisce uno dei punti di forza dell’editoria, un argomento di sicura presa che, come si dice, “tira” come pochi. Ai tempi di Mussolini giovane – e fino a qualche decennio fa – l’esistenza di un diffuso “antisemitismo” sia popolare che intellettuale era cosa normale, facente parte di un sistema di cultura in base al quale gli ebrei erano visti generalmente con sospetto, a volte con fastidio, ma mai con odio ideologico. In alto e in basso,tra i cattolici come tra i socialisti, in Italia come in tutta l’Europa occidentale ed oltre, l’ebraismo veniva vissuto come una fonte di disagio, come un corpo estraneo, un elemento di disturbo del quale si rimarcava sempre il fatto che costituisse corpo chiuso, una comunità fortemente solidale all’interno, ma non leale verso le nazioni che l’accoglievano. Sono ben conosciuti gli stereotipi sull’ebreo subdolo, sul banchiere internazionale, sull’avido strozzino. Questa cultura diffusa – di origini antichissime – era molto viva non tanto tra gli oscurantisti filo-ecclesiastici, ma proprio tra i progressisti, tra gli illuminati fautori del “sol dell’avvenire”: sappiamo, ad esempio, che l’antisemitismo ideologico è nato tra gli intellettuali positivisti e neo-illuministi di fine Ottocento.

    Marx, se pure ebreo egli stesso, ha lasciato pagine di insuperata virulenza contro gli ebrei, e antisemiti radicali furono quasi tutti i maggiori esponenti europei del vecchio socialismo, da Proudhon a Bakunin, da Blanqui a Herzen. E poi non dimentichiamo che parlare di “razza” e di “sangue”, prima del 1945, era cosa non infamante, ma corrente, e diffusa tra antisemiti e non, tra razzisti come tra democratici, tra divulgatori come tra scienziati. Partire dunque dal Mussolini socialista, per verificarne le occasionali sfuriate contro gli ebrei, all’epoca ovunque comunissime, e cercare di farne la rivelazione che il Duce era un fanatico discriminatore fin da giovane, e che dunque le leggi del 1938 non furono occasionate dalle circostanze storiche, ma venivano da lontano, è operazione che si qualifica da sola come storiograficamente inconsistente ed eticamente fraudolenta. E questo è proprio ciò che fa il Fabre, il quale applica una regola oggi tassativa: tacciare di “antisemita” chiunque critichi gli ebrei o anche un solo ebreo. Mussolini sfidò Treves a duello nel 1914? Ecco qua l’antisemita!

    L. Parente, F. Gentile, R. M. Grillo (cur.), Giovanni Preziosi e la questione della razza in Italia. Atti del Convegno di studi (Avellino-Torella dei Lombardi, 30 novembre-2 dicembre 2000) Con questi metodi, Fabre va a frugare tra le pieghe di articoli e discorsi e trova tracce minute, minutissime, di occasionali atteggiamenti ostili di Mussolini, magari fin dal 1908, verso questo o quel personaggio ebreo, e ne fa un fragilissimo atto d’accusa di antisemitismo. Anche perché è lo stesso Fabre che, contestualmente, analizza la situazione dell’epoca, che era tutta orientata verso una superficiale, bonaria, ma costante antipatia per l’ebraismo e, parallelamente, da un senso naturale di orgoglio di stirpe, ciò che oggi è minacciosamente definito “razzismo”. Un tiepido e generico “razzismo”, a cavallo del Novecento, era diffuso ovunque: Leonida Bissolati, capo socialista e primo direttore dell’Avanti!, scrisse in gioventù articoli in cui inneggiava alla “superiorità dell’ariano sulle razze inferiori”; Giosuè Carducci esaltava i “valori ariani”; il sociologo Enrico Morselli affermava il principio della “superiorità della razza bianca”; in D’Annunzio è tutto un parlare di “razza italica”; persino il codice penale liberale, emanato per la colonia eritrea, tutelava la “nostra supremazia etnica e politica” con blande misure discriminatorie verso gli indigeni, e nel 1908 venne firmato senza problemi dal liberale Giolitti; nel 1906 Alcide De Gasperi pronunciava discorsi contro i “capitalisti ebrei”, e anche Cesare Battisti ebbe espressioni simili; e, ancora, il famoso giornalista Scarfoglio e l’insigne studioso Maffeo Pantaleoni si scagliarono, durante la Prima guerra mondiale, tra molti altri, contro la “barbarie giudaica”; Arturo Labriola, nel 1916, espresse ammirazione per il guru del razzismo europeo, Houston Stewart Chamberlain; il giovane Gobetti scriveva nel 1918 che la formazione dello Stato di Israele avrebbe favorito, mandando via gli ebrei dall’Italia, la “pace sociale” interna; e, nel frattempo, il positivista e progressista Lombroso (tra l’altro, ebreo) esponeva la sua nota teoria sui caratteri somatici ereditari, base e fondamento del razzismo novecentesco…

    Eppure a nessuno è mai venuto in mente, in questi casi, di lanciare l’accusa marchiante e inespiabile di razzismo. Per Mussolini, invece, si usa un altro metro. L’accusa portata agli ebrei, anche nel suo caso, ma in misura minore di molti altri, era quella generica di essere di incerta affidabilità come italiani, di avere troppo potere economico, di costituire una casta separata… allora queste cose potevano esser dette e venivano dette, liberamente, in tutti gli ambienti: cattolici, liberali, socialisti, democratici, nazionalisti, esattamente come accadeva ovunque in Europa: da Maurras al socialista tedesco Dühring. E compreso il “Corriere della Sera” che, nei giorni di Caporetto, ad esempio, fece una campagna di stampa sulla calata degli ebrei nel Friuli occupato, presentandola come un saccheggio economico. E la stessa cosa aveva fatto la stampa italiana quando, nel 1911, gli ebrei libici e internazionali vennero accusati di brigare nascostamente a favore della Turchia…

    Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario Lo scoppio della rivoluzionerussa nel 1917 fu l’ora topica degli antisemiti, l’ora in cui le loro teorie sulla congiura ebraica parvero avere un fondamento reale: molte voci nel mondo accusarono l’ebraismo di aver scatenato il caos in Russia servendosi di capi bolscevichi (quasi tutti ebrei, da Trotskij a Radek a Litvinov, forse allo stesso Lenin) e di capitali esteri, pure ebraici (Rotschild, Warburg, Parvus). Il “Morning Post” e molta stampa mondiale gridarono al complotto giudaico. Ma non Mussolini, che sul “Popolo d’Italia” ebbe toni, come dice Fabre, “cauti e allusivi” e fu sempre “equilibrato”. Un “antisemita” incallito che in un simile frangente è “cauto, allusivo, equilibrato”? Proprio nel bel mezzo di eventi che parevano dar ragione ai Protocolli dei Savi di Sion? E questo, si noterà, giusto in presenza di un avvento ebraico al potere mondiale attraverso la rivoluzione comunista, che non sembra fosse un delirio degli antisemiti, se lo stesso Fabre, a pag. 123 del suo libro, se ne esce con l’incredibile affermazione che “gli ‘ebrei’ arrivarono davvero al potere almeno in un Paese, la Russia”! Questa frase – grosso lapsus freudiano, che dà ragione agli antisemiti senza avvedersene - dovrebbe sollevare d’un colpo da ogni responsabilità morale di “antisemitismo” tutti quegli europei che videro nella rivoluzione russa l’assalto ebraico alla civiltà europea e che su quest’impressione, che Fabre ratifica come storicamente autentica, fondarono la loro decisione di reagire radicalmente, opponendo “terrore a terrore”: come accadde, secondo Ernst Nolte, nel caso del Nazionalsocialismo.

    Cesare De Michelis, La giudeofobia in Russia. Dal Libro del «Kahal» ai Protocolli dei Savi di Sion A questa guerra ideologica antiebraica, dunque, a quanto ci dice il Fabre, Mussolini partecipò – a differenza della gran parte dei liberali dell’epoca, compresi Clemenceau, Lloyd-George e Churchill - solo con cenni “cauti e allusivi”. E, in sovrappiù, troviamo che in quel periodo Mussolini si avvaleva di collaboratori ebrei al “Popolo d’Italia”, aveva un avvocato ebreo, la sua amica e collaboratrice Margherita Sarfatti era ebrea, ed ebrei entrarono in seguito nei Fasci senza alcuna preclusione, venendo chiamati in alcuni casi – come quello di Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni nel 1922 – persino ad alti incarichi nel governo: razzismo? antisemitismo? È un fatto che Mussolini analizzava la situazione mondiale di quegli anni con una lucidità che altri non ebbero. Senza enfasi, ma con la capacità di verificare quanto accadeva in filigrana dietro gli eventi, egli trasse la conclusione che era all’opera qualcosa di potente: il collegamento tra capitalismo internazionale e comunismo. Con una vis profetica che oggi appare incredibile. Lo dice lo stesso Fabre: nel 1919, sul “Popolo d’Italia”, Mussolini scrisse che “la massiccia introduzione di capitalea vrebbe a quel punto condotto la vita russa a un livello parossistico, cioè inflattivo, e lo stesso comunismo sarebbe crollato, per implosione. E sarebbe arrivata al potere la vera borghesia”. Nel 1919, dunque, egli previde con esattezza quello che sarebbe accaduto settant’anni dopo, nel 1989.

    Mussolini razzista? Diciamo piuttosto: geniale profeta.


    Luca Leonello Rimbotti



    Tratto da Linea del 31 luglio 2005.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/muss...orazzista.html

  8. #8
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    Otto Rahn: Crociata contro gli "esoteristi"


    Il filone letterario che lega il Nazionalsocialismo all'esoterismo è tra i più fortunati degli ultimi tempi. Dai romanzi fantasy agli articoli e ai saggi parastorici e parascientifici che intasano edicole, librerie e special televisivi, l'argomento è di quelli che tirano. Fanno a chi la spara più grossa. Nel caos di Templari, Atlantidi, Agartha tibetane, archeosofie, Graal e massonerie ammassate a casaccio, i poveri nazisti rimangono travolti da un insolito destino. Il sensazionalismo legato alle occulte, torbide, misteriose vicende del Terzo Reich, evidentemente, smuove a fondo l'immaginario di innumerevoli "esperti" d'occasione e di una folla di lettori in cerca di vibrazioni da rotocalco. Così facendo, peraltro, si alza un nefando polverone su un argomento che ha i suoi fondamenti storici, ma che viene letteralmente sepolto da una massa di ciarpame divulgativo, in cui le sciocchezze più comprovate coabitano con spezzoni di verità, e l'invenzione di sana pianta diventa difficile distinguerla dal dato reale e documentato.

    Jean Mabire, Thule. Il sole ritrovato degli Iperborei Taluni apripista del settore - primo fra tutti il famigerato Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier, risalente agli anni sessanta del secolo scorso - hanno finito col creare un sotto-genere letterario, ponendosi come una vera "opera prima" che è stata fondatrice della sub-cultura nazi-esoterica ad alta diffusione. Alla quale si sono accodati nel tempo anche autori - come il politologo Giorgio Galli - che hanno messo a dura prova la loro buona fama scientifica, con libri come Hitler e il nazismo magico che, oltre alla grande tiratura, onestamente, e dispiace, non ci pare possa vantare molti altri meriti. Su questa scia si sono poi gettati nugoli di "specialisti" del settore, tra i quali brilla per approssimazione, scarsa conoscenza della lingua italiana e superficialità quel Mario Dolcetta che, con il suo fortunato Nazionalsocialismo esoterico, ha composto il più memorabile pastiche sull'argomento.

    Nazionalsocialismo ed esoterismo: il terreno è scivoloso, siamo sul confine tra verità storica e fantasia, tra realtà e ciarlataneria … il terreno privilegiato delle mistificazioni giornalistiche, la palude dove la ciurma degli impostori è in agguato. Tuttavia, chiunque sia stato al Wewelsburg - preferibilmente per suo conto, senza la "preparazione" di suggestioni approssimative -, cioè nel fin troppo famoso castello westfalico in cui le SS avevano stabilito uno dei loro maggiori centri di formazione ideologica, anche se digiuno di solide letture è in grado di comprendere per personale verifica che, effettivamente, esistevano ambienti interni a quel partito e a quel regime, in cui l'idea di un contatto tra forze destinali, energie cosmiche superiori e simbolismi iniziatici aveva un reale fondamento. Esisteva veramente una concezione "magica" dell'essere, strettamente connessa con la mistica razziale, che in taluni ambienti, soprattutto legati a Heinrich Himmler e alle SS, aveva la sostanza di una fede religiosa a tutti gli effetti. La stessa mentalità hitleriana, inoltre, così votata al misticismo carismatico e ad una interpretazione della storia legata a eventi e personalità fatali, così intrisa di richiami alle forze provvidenziali, presenta lati in forza dei quali non è sbagliato verificare approcci di tipo "esoterico" nel pur pragmatico Führer. Come scrisse Jean-Michel Angebert, parlando della convinzione di Otto Rahn che il catarismo fosse una rimanenza pagana sotto spoglie cristiane, una concezione di neo-manichesimo pareva ben attagliarsi all'impianto gerarchico dell'ideologia nazionalsocialista: "In effetti, nella cosmologia hitleriana si ritrova la classificazione in tre ordini tipica degli gnostici: i puri, gli iniziati e la massa", secondo i tre ranghi della "casta dei signori", dei membri del partito e del popolo.

    Mario Baudino, Il mito che uccide L'ultimo nato del minaccioso filone nazi-esoterico è Il mito che uccide. Dai Catari al Nazismo: l'avventura di Otto Rahn, l'uomo che cercava il Graal e incontrò Hitler (Longanesi) di Mario Baudino: ennesima occasione tutto sommato perduta per affrontare in modo almeno un po' scientifico l'argomento, cui, ancora una volta, si preferisce la ruminazione di pettegolezzi e banalità trattati come fonti fededegne. Il taglio, manco a farlo apposta, è fortemente divulgativo, le divagazioni sulla regina Esclarmonda o sulle vicende della crociata albigese la fanno da padrone sull'analisi del personaggio Rahn. La cui personalità e le cui idee avrebbero meritato di essere indagati in modo più approfondito e al di là delle poche conoscenze acquisite. L'assenza di referenti documentali è sconcertante, l'appoggio sui testi noti, come quello di Bernadac sul "mistero" di Rahn, è scontata, come del pari inesorabile nella sua incongruità è la presenza del professor Cardini, evocato come immancabile nume tutelare.

    Nondimeno, ci sentiamo di consigliare la lettura del libro. Solo leggendo questo e molto altro è infatti possibile verificare la distanza che corre tra la conformazione storica del Nazionalsocialismo, la sua più profonda cultura ideologica, la sua più intima vocazione di religiosità popolare etnica e differenzialista, quale risultano dai testi dei suoi fondatori, promotori e seguaci, e invece il mare magnum delle elucubrazioni sensazionalistiche, affastellate a basso costo scientifico e a bassissimo spessore intellettuale. Dando vita a continue riedizioni di quel coacervo di misteriosofica confusione che fu tipica dei neo-spiritualisti, teosofi e imbonitori positivisti che intasò la sotto-cultura del tardo Ottocento.

    A sommesso parere di chi scrive, l'intera faccenda di un esoterismo nazionalsocialista non è disgiungibile dall'impianto di fondo di quella ideologia, che intendeva restaurare una moderna forma di paganesimo incardinato sulla mistica del sangue, in alternativa tanto ai contro-miti moderni dell'illuminismo e del razionalismo, quanto a quelli sottesi alla religione cristiana e al suo edificio teologico egualitaristico, cosmopolita e universalistico. Crediamo che sia in un contesto simile che debba essere compresa anche la figura di Otto Rahn, un mitografo di impostazione letteraria convinto del nesso tra cultura trovadorica, catarismo e paganità pre-cristiana. Rahn collaborò con Himmler, che ne apprezzava la ricerca di un'atavica religione della luce, e nel 1936 entrò nelle SS e nella Ahnenerbe, il centro nazionalsocialista di ricerca culturale più ideologizzato. La concezione di Rahn di ravvisare nella figura di Parsifal e nel simbolo del Graal i referenti di un paganesimo di cui i Catari sarebbero stati gli ultimi eredi, va collocata nel quadro di uno sforzo culturale a più vasto raggio, inteso a sostituire le proclamazioni del cristianesimo ideologico, all'opera da oltre un millennio, con le fonti primordiali della cultura europea autoctona. Che era legata all'immaginario della stirpe e al suo sentimento tradizionale del potere, della vita comunitaria e della persona umana, secondo le vie ancestrali e del tutto naturali del paganesimo che da sempre comprendono, accanto al normale corso del quotidiano, anche le presenze magiche e misteriche.


    Luca Leonello Rimbotti


    Nel ginepraio nazi-esoterico

    Forniamo di seguito alcuni titoli sull'argomento, ricordando che, a nostro parere, una delle fonti migliori di tutta la questione, paradossalmente, rimane il vecchio libretto dello storico cattolico Mario Bendiscioli Neopaganesimo razzista (Morcelliana, Brescia 1937), in cui si aveva chiaro che il nòcciolo del Nazionalsocialismo era un nuovo tipo di religiosità popolare del sangue: ciò che oggi è richiamato a sensazione come "esoterico", era in realtà un aspetto della più vasta concezione völkisch. Diamo conto solo di alcuni tra quei pochi titoli che, a nostro giudizio, presentano una struttura di ricerca più scientifica e meno romanzata: J.-M. Angebert, Hitler et la Tradition cathare (Laffont, Paris 1971); R.J. Mund, Jörg Lanz von Liebenfels und die neue Templer Orden (Spieth Verlag, Stuttgart 1976); C. Bernadac, Le mystére Otto Rahn. Du catharisme au nazisme (Ed.France-Empire, Paris 1978); R. von Sebottendorff, Prima che Hitler venisse. Storia della Società Thule (Arktos, Torino 1987); R.Alleau, Le origini occulte del nazismo (Mediterranee, Roma 1989); J.Webb, Il sistema occulto (Sugarco, Milano 1989); L.L. Rimbotti, Il mito al potere. Le origini pagane del Nazionalsocialismo (Settimo Sigillo, Roma 1992); N. Goodrick-Clarke, Le radici occulte del nazismo (Sugarco, Carnago 1993); M.H. Kater, Das Ahnenerbe der SS (Oldenbourg Verlag, München 2001); R.Sünner, Schwarze Sonne. Der Mythen in Nationalsozialismus und rechter Esoterik (Herder Verlag, Freiburg i.B. 2001). A questi si può unire il sempre ottimo G.L. Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich (Il Saggiatore, Milano 1968). Di Otto Rahn sono disponibili in italiano i suoi due unici libri: Crociata contro il Graal (Barbarossa, Saluzzo 1979) e La Corte di Lucifero (Barbarossa, Saluzzo 1989).



    Tratto da Linea del 18.IV.2004.

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/otto...soteristi.html

  9. #9
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    L'identità nazionale si aggira tra le rovine della preistoria


    La diffusione della cultura, secondo la paletnologia, ha origine allorquando il popolo prende coscienza del proprio potenziale

    Marco Zagni, Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell'Ahnenerbe Di solito, le storie della paletnologia dedicano un capitolo, più o meno esteso, per descrivere come la preistoria e l'archeologia, ad un certo punto, nel Novecento, vengano investite dall'ideologia. In Germania, agli inizi del secolo XX, la necessità scientifica di ricostruire i movimenti di popolazioni che erano avvenuti in epoca preistorica, portò ad approfonditi studi sulla diffusione della cultura, sui tipi di insediamento, sul cosiddetto "paleoambiente". Negli anni Venti si affermarono numerosi studiosi e nuovi metodi di ricerca. Era naturale che, nel clima dell'epoca, ogni ricerca portata avanti dalle varie scuole nazionali, riverberasse una certa inclinazione alla messa in particolare valore dei metodi e dei livelli culturali di quel popolo, cui appartenevano le varie istituzioni scientifiche. Lo facevano i francesi, lo facevamo noi italiani, lo facevano persino i polacchi, che a loro volta rivendicavano alla Polonia il ruolo di sede originaria degli Indoeuropei.

    Ma non si trattò tanto di una "nazionalizzazione" della preistoria, quanto dello spontaneo accento posto da ogni studioso sui tipi e sulle caratteristiche propri alla preistoria "nazionale" di cui si occupavano. Il tedesco Gustav Kossinna, ad esempio, tra i fondatori della moderna paletnologia e uno dei maggiori studiosi europei della materia, senza essere un fanatico nazionalista si trovò a operare per un rafforzamento dell'orgoglio nazionale germanico, allorquando i suoi studi lo portarono alla storica differenziazione tra Naturvölker e Kulturvölker: popoli rimasti allo stato di natura e popoli portatori di cultura. E, sulla scorta delle sue verifiche sul campo, inseriva gli antenati preistorici dei tedeschi per l'appunto in questa seconda e più prestigiosa categoria. Si inorgoglisse chi voleva: questi erano i risultati dei suoi studi. Alla conferenza di pace di Versailles, per dire di come anche l'antichistica sia un naturale supporto politico, la commissione tedesca d'armistizio * composta da socialdemocratici - si recò dai vincitori con un grosso incartamento di studi di Kossinna, dai quali si evidenziava come su grandi parti dei territori del Reich che si intendevano trasferire alla Polonia dopo la guerra, i tedeschi potessero vantare un "diritto storico" di possesso, dato che, documenti alla mano, avevano abitato quei luoghi (la Pomerania, l'Alta Slesia, la Prussia Orientale) fin dalle epoche preistoriche.

    Queste non sono aberrazioni nazionalistiche, ma naturali tentativi di protezione della memoria storica e antropologica, che ogni popolo * e aggiungerei: ogni popolo sano * a giusto titolo avanza per corroborare i propri diritti all'identità. O non fa la medesima cosa ancora oggi Israele, allorquando sentiamo i suoi esponenti politici o semplici coloni rivendicare il diritto storico degli ebrei di insediarsi sui territori palestinesi, solo perché tremila anni fa, secondo la Bibbia, che notoriamente è un documento ebraico e quindi di parte, quelle zone erano da loro abitate? E non dovremmo forse noi italiani, a maggior ragione e in base a questi stessi argomenti * che trovano sostegno ancora oggi presso le più alte sfere del diritto internazionale * rivendicare, che so, l'Istria, la Dalmazia, la Pannonia oppure l'intero bacino mediterraneo, perché qui i nostri coloni romani formarono innumerevoli insediamenti, per di più ben documentati da giganteschi resti archeologici? Evidentemente, non solo la scienza tedesca di quel periodo rivendicava la sua storia, ma la stessa cosa fa ogni scienza sostenuta dal potere politico (e la scienza è sempre sostenuta dal potere politico), compiendo il gesto storicamente ovvio di tutelare i propri diritti, giusti o discutibili che siano.

    La Russia comunista * che avrebbe dovuto essere insensibile, in quanto "internazionalista", a questi temi - non fu da meno: riorientò tutti gli studi di preistoria, li inquadrò nelle organizzazioni di Stato, proclamò bandita la scienza "borghese" e formulò, col famoso Evimenko, una teoria ideologica che finì col proclamare l'autoctonìa primordiale del popolo russo! Nei primi anni trenta, avvenne poi che in Germania gli studi sulla preistoria si saldarono con il Kampfbund per la Cultura Germanica, fondato nel 1929 da Rosenberg, nel quale confluirono alcuni tra i maggiori esperti ed organizzatori del settore. Tra di essi, lo studioso Hans Reinerth, che, dopo la presa del potere da parte dei nazionalsocialisti, cambiò la vecchia Società Germanica di Preistoria nella Lega del Reich per la Preistoria Germanica, un organismo perfettamente allineato al corso del nuovo regime. Di lì a poco, molti tra gli studiosi tedeschi di storia, preistoria e paletnologia, finirono con l'entrare direttamente in quell'istituto di nuova formazione che fu la Fondazione Ahnenerbe (eredità ancestrale), fondata nel 1935 da Heinrich Himmler, consegnata a studiosi appartenenti alle SS e subito propostasi come organismo di punta, il più ideologicamente qualificato centro-studi sulle origini culturali e antropologiche del popolo tedesco.

    Dico subito che, a mio parere, la politicizzazione della scienza non è cosa che possa scandalizzare oltre misura chi sappia come va il mondo. O forse si crede che i nostri istituti di cultura, le nostre università, i nostri centri di ricerca siano imparziali oasi di studio, e che non vi siano pressioni e condizionamenti politici, anche pesanti, da parte del potere "democratico"? Avete presente, per dire, quant'è imparziale l'Istituto Gramsci, sovvenzionato dallo Stato? E poi: cos'è la "ricerca pura"? Esiste qualcosa di non orientato, di non corretto da inclinazioni, convinzioni, interessi di uomini o gruppi? La "neutralità" della scienza esiste, o non è piuttosto una delle più grosse bufale della propaganda liberale? Esistono studiosi "liberi", università "libere"? Credo di poter rispondere con un convinto e cubitale "no", e ne converrà chiunque non sia troppo ingenuo. Ad ogni buon conto, a quanto pare la Ahnenerbe funzionò e funzionò bene, e in molti ambiti e con risultati degni di rilievo, aggregando studiosi di fama e lasciando quella traccia scientifica, che è impossibile far finta di ignorare per deferenza verso gli obblighi ideologici oggi egemoni.

    È quanto sostiene Marco Zagni, autore del libro Archeologi di Himmler. Ricerche, spedizioni e misteri dell'Ahnenerbe, pubblicato dalla casa editrice Ritter di Milano (tel.02-201310), che si avvale della prestigiosa introduzione del professor Giorgio Galli. È un unicum editoriale, nel senso che in Italia mai prima era stato dedicato un intero libro alla Ahnenerbe, ma solo cenni o poche pagine all'interno di altri e rari studi, tra i quali, sfacciatamente, mi permetto di ricordare il mio libro Il mito al potere. Le origini pagane del nazionalsocialismo (edizioni Settimo Sigillo di Roma), nel capitoletto su La mistica SS.

    La parte "viva", per così dire, del lavoro di Zagni, riguarda la rievocazione del percorso innovativo battuto dalla Ahnenerbe nelle ricerche storiche, archeologiche, preistoriche e antropologiche. Quegli studiosi che collaborarono con le SS e con Himmler possono essere accomunati dall'idea che la storia mondiale avesse percorso strade diverse da quelle usualmente concepite: da qui, la concezione "catastrofista" (la Terra scossa da periodici rivolgimenti tellurici), la ripresa dell'ipotesi di Atlantide, l'idea di un primato indogermanico fin dalla preistoria, la teoria delle migrazioni, in base alla quale era possibile seguire passo passo gli spostamenti degli Indoari e verificare l'accensione da parte di costoro, ovunque nel mondo, delle prime scintille di civiltà: dai Sumeri al Tibet, dalla Mesoamerica fino al ciclo grecoromano. Vi furono spedizioni in varie parti del mondo, iniziative, approcci scientifici le cui risultanze sono ancora oggi al vaglio degli scienziati e che l'autore riconduce alle attuali esperienze dell'archeologia di frontiera: cosa che egli apprezza, al di là degli orientamenti ideologici di quegli spregiudicati innovatori.

    La parte invece, sempre per così dire, "morente" del libro di Zagni, è quella in cui, seguendo un deplorevole trend divulgativo, si getta in un totalitario calderone newage tutto quanto attiene la moda del cosiddetto "nazismo occulto": e qui, al solito, incrociamo Templari e Runologia, dottrina del Ghiaccio Cosmico e coppa del Graal, Catari e teoria della Terra Cava in uno scivoloso lunapark in cui lo stesso Galli è più volte barcollato in passato, dando troppo credito alla fantastoria.

    Ma non importa. Del resto, l'autore, in ottima buona fede, ci dice subito che è un dilettante * pericolosamente seguace di Peter Kolosimo -, che ha lavorato per una prima divulgazione, che si augura nuovi approfondimenti per ognuno dei filoni da lui scandagliati e che insomma il nazionalsocialismo non deve far velo, con le sue malvagie inclinazioni, a ripercorrere le tappe di studi che si sono dimostrati, in più di un punto, validi e sostenibili. Tuttavia, un dubbio: riconoscimento scientifico o ancora operante fascino occulto di simboli, temi, idee, metodi e rappresentazioni di irresistibile e inconfessabile magnetismo? Non sarà che, a volte, tra svastiche, rune, mondi in rovina, fantastiche teorie di superuomini, lama tibetani e cavalieri medievali, qualcuno ci lascia le penne scientifiche e rimane incantato dalla fiaba? Ci fosse Himmler, probabilmente ci terrebbe a ricordare che lui e i suoi studiosi SS non erano sul set di un film di Hollywood, ma facevano dannatamente sul serio.


    Luca Leonello Rimbotti


    La scienza è sempre sostenuta dal potere politico e compie il gesto storicamente ovvio di tutelare i propri diritti, giusti o discutibili che siano.

    Gustav Kossinna

    Tratto da Linea del 16 gennaio 2005

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/rimb...dihimmler.html

  10. #10
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    Felice è quel cosmo umano in cui tutto e ognuno è al suo posto, come accade tra le sfere celesti
    La disintegrazione del sistema sta già avendo corso


    Ernst Jünger, L'operaio. Dominio e forma La differenza fondamentale tra la concezione platonica dello Stato e quella moderna consiste nel fatto che la prima intendeva costruire una comunità ritagliata sull’idea di Giustizia e di Bene assoluti, un ordine in cui ognuno ricoprisse organicamente il proprio ruolo creando armonie e benefiche reciprocità; mentre la seconda, nominalmente eretta su dogmi di buona intenzione, nella realtà è tutta giocata sugli scatenamenti: di violenza bruta, di avidità di denaro, di narcisismi incontenibili, di minaccia all’integrità dello spirito e della carne. Con l’antico mito degli dèi nacque presso di noi la cultura, e il mito fu il geniale tentativo di spiegare con racconti simbolici i vaghi ricordi ancestrali, gli avvenimenti, i traumi collettivi, le impressioni primordiali legate al potere delle forze di natura. Mito voleva dire, all’alba della nostra civiltà, essenzialmente aggregazione attorno a una storia di simboli, riconoscimento dei fondamenti comuni di un popolo attraverso il metafisico. Fu detto assai profondamente dal filosofo Cassirer che lo Stato nacque insomma dal sentimento dell’ignoto. Il timore e la riverenza per l’ignoto sarebbero stati vinti dall’uomo europeo, che avrebbe cercato di darsi una spiegazione della vita tessendo le sue storie sulla genesi del mondo, sull’origine di se stesso e del proprio sapere e infine dando sbocco alla società, allo Stato.

    Per assonanza con queste considerazioni, viene in mente che Franco Freda, nel suo vecchio scritto sulla Disintegrazione del sistema (risalente al 1969, ma poi più volte ripubblicato dalle Edizioni di Ar), parlando della necessità di ripensare una forma di Stato non mercantile, ma eroica, scrisse che si trattava di favorire “l’intuizione del mito, anzi del mistero dello Stato”. Platonicamente, in quelle pagine si dava importanza al lato spirituale e organico dello Stato, il cui fine non consiste nel raggiungimento della ricchezza, ma della felicità.

    Libri di Friedrich Nietzsche Qualcuno, prosaicamente, potrebbe obiettare che per l’appunto i soldi, se non danno la felicità, spesso ci vanno vicini. Ma parliamo di due cose diverse. Per Platone la felicità è l’ordine armonico e naturale della comunità, una felice - cioè giusta, cioè benefica - disposizione delle cose umane. La gioia, la spensieratezza, la soddisfazione individuale non c’entrano nulla. Felice è quel cosmo umano in cui tutto e ognuno è al suo posto, come accade tra le sfere celesti. Quindi gerarchia, quindi diversità di posizionamenti – tutti a loro modo essenziali, tutti onorevoli -, e quindi ordinamento per ranghi. Freda – un platonico infelicemente vivente in epoca antiplatonica – ci teneva a rammentare che lo Stato non è riflesso dell’individuo, ma “regime politico di un principio impersonale” che dovrebbe esprimere – e sempre espresse nella nostra civiltà tradizionale – il diritto naturale delle genti eroiche.

    Eppure, uno sguardo fermo al nostro più lontano passato, non può non considerare che fu proprio Platone, con la sua vena “razionalista”, a dare il primo colpo della storia al mito, giudicandolo fase aurorale, l’infanzia del popolo: i racconti degli dèi, con i loro intrecci troppo umani, i loro amori, le loro passioni, avrebbero offuscato, secondo Platone, il purissimo rifulgere dell’Idea di perfezione, giacente in alto, nel sovramondo delle mete eternamente inarrivabili.

    Julius Evola, Cavalcare la tigre La frattura culturale del V secolo è questa: abbandono della capacità mitica quale base della società e tentativo di elaborare una teorica dello Stato perfetto. Fino ai moderni prolungamenti – tutti, più o meno, platonici – che da San Tommaso (in questo più greco che cristiano) a Machiavelli a Rousseau e a Hegel, determinarono la mistica dello Stato. Tra lo Stato tradizionale storico di Licurgo, di Solone, di Pericle – comunità etnica e guerriera fondata sul mito – e lo Stato filosofico di Platone – comunità gerarchica fondata sul modello ideale – il pensiero politico moderno scelse il secondo, volgendolo in comunità nazionale. Questa la “rivoluzione socratica” così duramente condannata da Nietzsche. Il moderno nazionalismo è nato su una dilatazione di Platone, corrompendone l’immagine, ma trattenendone un riflesso nella dottrina dello Stato nazionale. Il quale surrogò il mito con la narrazione delle glorie patrie. E il nazionalismo cercò, per quanto in suo potere, di mantenere in questo solco, pur sempre tradizionale, il corso di eventi che invece, sulla spinta “liberale” già all’opera dal XVI secolo, viaggiavano potentemente verso lo smantellamento dello Stato e l'erezione, in suo luogo, di amministrazioni pubbliche di interessi privati.

    A quel tipo di stato moderno, che poi offrì il fianco all'aggressione cosmopolita, i soli movimenti nazionalpopolari del XX secolo, in modo rivoluzionario nei metodi e conservatore nei contenuti, opposero una rivolta “dorica” e insieme “platonica”, per così dire: una vera rinascita del mito etnico su basi mistiche e, insieme, il progetto di una società dei ranghi. Pericle avrebbe apprezzato, ma, in qualche modo, anche Platone: per il primo, c’erano la comunità guerriera, la protezione della stirpe e l’assemblearismo popolare; ma, per il secondo, c’erano lo sforzo razionale di varare una società dei ceti, una società organica su basi di giustizia, un senso assoluto dell’ordine. Soprattutto, la volontà di erigere lo Stato nuovo fondandolo sulla eguaglianza geometrica: non lotta belluina per il potere e il sottopotere, ma responsabilità di rango. Il risultato, dunque, sarebbe stato che nel XX secolo, in virtù della socialità ancestrale risvegliata, ma anche della politica programmatica, cioè razionale, di quei regimi, si sarebbe potuta ricomporre la frattura “socratica” del V secolo avanti Cristo. Tra le cui fessure si era inserita, nei tempi lunghi, la concezione acquisitiva dei rapporti sociali: cioè il capitalismo. Nel caso degli Stati nazional-popolari, si sarebbe dunque operata una simultanea conversione, riguadagnando il senso della comunità arcaica e conciliandola, allo stesso tempo, entro categorie di razionale organizzazione dell’ordine: e anche Nietzsche, a quel punto, avrebbe potuto sottoscrivere…

    Julius Evola, Fascismo e Terzo Reich Di fronte a questi svolgimenti, quel relitto inorganico che è l’attuale Stato liberale rimane muto, come cosa estranea e ignara. Esso proviene da altri mondi. Mondi non europei. Luoghi in cui la concezione della solidarietà comunitaria è inesistente, esistendo invece quella, molto forte, da predoni del deserto, dell’astuzia al servizio della propria avidità individuale. Oggi, in assenza di élites poli-tiche in possesso di doti anche minime di contrapposizione, la disintegrazione del Sistema liberale è affidata soprattutto alle mani dei liberali stessi. Col sicuro piglio distruttivo di ogni dinamico schiavo di sempre più ansiogene patologie innovative, l’innata vocazione “democratica” alla degenerazione condurrà, prima o poi, alla tremenda implosione che molti invocano. Non si tratta più, oggi, di opporre al caos tecnocratico, come compiuta teoria, una concezione organica di tipo tradizionale, sia essa arcaica o platonica. Il problema è quello di verificare chi, e in quali condizioni, sarà in grado di occupare il terreno, non appena si aprirà il vuoto lasciato dalla società cosmopolita in gigantesca decomposizione. La risposta la daranno, probabilmente, quelle quote di consapevolezza e autocoscienza che ogni popolo riuscirà a trattenere dentro di sé, sia nelle minoranze culturali ideologicamente attrezzate, sia nei sostrati biologici ancora reattivi, e rimasti incorrotti nelle grandi masse. I patrimoni di istinto vitale che languono nei fondali delle masse europee costituiscono il migliore arsenale cui attingere, in un domani imprevedibile, per attivarele energie della ricostruzione su base organica. I sintomi di un inizio di disfacimento del Sistema mondiale sono molti: e l’assalto all’identità europea portato con l’arma immigratoria – su cui le tecnocrazie multinazionali pensano di fondare il loro potere mondiale nel tempo avvenire – costituisce invece l’assicurazione che proprio quel potere sta segando il ramo su cui siede.

    Il contatto alchemico tra materiali incompatibili, a lungo andare, provoca reazioni, e a volte reazioni anche esplosive. La regressione verso forme di lotta per la sopravvivenza, quale potrebbe scatenarsi inpresenza di un collasso dei poteri liberal, oppure come reazione fisica alla crescente tortura del corpo etnico delle nazioni, potrebbe essere la matrice di un risveglio delle memorie istintuali e mitiche dei popoli. Potrebbe essere, quella, l’ora in cui i migliori farebbero loro le parole di Carlyle: “Non hai forse un cuore? Non potrai forse sopportare qualunque cosa avvenga? Lascia che venga, dunque: a tutto questo io andrò incontro, e lo sfiderò”. Quelli che ci attendono, probabilmente, non saranno tempi adatti a innalzare teorie o immagini, magari grandiosamente post-moderne. Ma saranno comunque i tempi della memoria e dell’azione, e l’Europa avrebbe l’occasione di saldare davvero, sotto la spinta di un qualche trauma, le sue due anime arcaiche: il suo mito identitario e la sua volontà di edificazione sociale. L’istinto e l’ordine, Nietzsche direbbe: Dioniso e Apollo. Tempi di nuovo dorici e platonici.


    Luca Lionello Rimbotti


    Tratto da Linea del 7 agosto 2005

    fonte http://www.centrostudilaruna.it/ladi...elsistema.html

 

 
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