Tanti appelli alla Serbia dall'Europa, che punta soprattutto sul dialogo e sul ritorno alla calma a Belgrado. A Javier Solana, capo della politica estera dell'Ue, è toccato il compito di ventilare la minaccia di una frenata nei negoziati sull'Asa, l'accordo di associazione e stabilizzazione, preludio dell'adesione serba all'Ue. All'indomani della protesta diplomatica sul Kosovo e della violenta dimostrazione di Belgrado, la richiesta più pressante che è giunta dai responsabili dell'Unione europea è stata quella di un ritorno alla calma in Serbia, assortita da vari appelli ai politici di Belgrado affinché garantiscano l'ordine, puniscano i colpevoli e mantengano gli impegni internazionali. Il capo della diplomazia, Solana, ha parlato dalla Slovenia - dove si trova per una riunione dei ministri della Difesa europei - ed è stato il più duro: senza un ritorno alla calma - ha detto - "non possono esserci le premesse per contatti che consentano di fare progressi sull'accordo di associazione e stabilizzazione Ue-Serbia". Deciso anche l'intervento della presidenza slovena, che in un documento, oltre a richiamare Belgrado perché garantisca le ambasciate straniere, ha chiesto ai responsabili serbi di sconfessare duramente gli attacchi e le violenze in cui è sfociata la manifestazione di ieri sera. Quanto ad Olli Rehn, commissario all'Allargamento, si è limitato ad un comunicato nel quale lancia un appello ai serbi affinché garantiscano la protezione delle missioni diplomatiche.
Tempestata di domande durante il briefing di mezzogiorno, la sua portavoce non ha aggiunto altro alla lettura del comunicato scritto. Anzi, quando un giornalista ha fatto presente alla portavoce di Rehn, Krisztina Nagy, le dichiarazioni di Solana, lei non soltanto non ha voluto commentarle ma ha affermato di non esserne al corrente: "per noi la questione del Kosovo non ha niente a che vedere con il futuro europeo della Serbia", ha insistito. Aggiungendo poi soltanto che la Commissione "continua a seguire da vicino gli sviluppi della situazione". Qualche polemica è sembrata invece nascere dalle dichiarazioni di un rappresentante russo alla Nato, Dmitri Rogosin, al quale sono state attribuite dichiarazioni decisamente aggressive modificate dopo un paio d'ore dalle stesse agenzie di stampa russe. In un primo tempo avrebbe detto che la Russia - se Ue e Nato andranno avanti nella loro posizione per l'indipendenza del Kosovo - sarà costretta ad agire anche lei "in base all'assunto che per ottenere rispetto occorre usare la forza".
Più tardi le dichiarazioni sono state diffuse in termini meno aggressivi, ma nel frattempo - interpellato in merito - il portavoce della Commissione europea, Johannes Laitenberger, aveva stigmatizzato la prima versione delle affermazioni: "così Mosca non rende un buon servizio vista la situazione attuale".


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