Prendendo spunto da un articolo postato da "nord ovest" in Padania.
The Economist: "Aboliamo il Belgio"
Il paese è da sempre spaccato in due. Sia fiamminghi o valloni, non sembrano preoccuparsi più di tanto di quella che altrove sarebbe percepita come una gravissima crisi istituzionale. Secondo quanto scritto nel numero di The Economist in un articolo intitolato 'Tempo di finirla', si impone come una valida soluzione: è tempo che il Belgio, dopo neanche due secoli di vita, chiuda i battenti
Bruxelles, 6 settembre 2007 - Il paese è da sempre spaccato in due, tanto da non essere in grado di formare un governo da circa tre mesi. E quel che è peggio è che i belgi, siano essi fiamminghi o valloni, non sembrano preoccuparsi più di tanto di quella che altrove sarebbe percepita come una gravissima crisi istituzionale.
Quanto basta per rassegnarsi davanti a quella che, secondo quanto scritto nel numero di The Economist in un articolo intitolato 'Tempo di finirla', si impone come una valida soluzione: è tempo che il Belgio, dopo neanche due secoli di vita, chiuda i battenti.
"Se il Belgio non esistesse già, ora come ora qualcuno prenderebbe la briga di inventarlo?", si chiede l'autorevole settimanale britannico, spiegando che "la domanda si può porre per molti paesi" ma che "il problema, in Belgio, è che sono gli stessi abitanti a chiederselo".
Il 10 giugno scorso, alle ultime elezioni, è infatti emersa una spaccatura tale tra partiti valloni e partiti fiamminghi da rendere impossibile la formazione di un esecutivo. "Vivono vite parallele, ignorandosi ampiamente l'uno con l'altro", si legge nell'articolo, che ricorda come Yves Leterme, leader fiammingo e primo ministro designato, abbia dichiarato che i belgi hanno in comune solo "il re, la squadra di calcio e alcune birre".
Pur riconoscendo l'importanza, nel 1831, di aver creato il Belgio per sottrarre gli abitanti alle pratiche discriminatorie dei governanti olandesi e per dare vita ad uno stato-cuscinetto dopo le guerre napoleoniche, l'Economist descrive il risultato come "né un assoluto successo, né un assoluto fallimento". E più brillanti prodotti del popolo belga - come Simenon, Magritte, Tintin, il sassofono e il cioccolato - "non hanno bisogno del Belgio" per continuare ad esistere. "Possono emergere altrettanto bene da due o tre mini-Stati, o da un allargamento della Francia e dell'Olanda", propone il settimanale, aggiungendo: "Bruxelles può dedicarsi a diventare la capitale burocratica dell'Europa".
Della capitale belga, che da sola costituisce la terza regione del paese, The Economist traccia un ritratto un po' ingeneroso. "Non gode più dell'inebriante atmosfera di libertà che si respirava fuori dall'Opera nel 1830", spiega, osservando che "ora l'aria è più fetida" e che "il rancore è onnipresente e il paese è diventato un mostro di natura, uno stato in cui il potere è così frammentato che il governo è un vuoto spaventoso. In breve - aggiunge - il Belgio ha compiuto la sua missione. Un divorzio è nelle cose".
"I belgi - conclude - non devono essere tristi. I paesi vanno e vengono. E forse si può trovare un modo per tenere il re, se lo vuole ancora. Poiché non ha mai avuto un paese, essendo stato sempre e solo re dei belgi, non avrà nostalgia del Belgio. Potrebbe regnare un nuovo vecchio paese chiamato Gallia. Ma re dei Galli non suona bene, vero?".
http://www.politicaonline.org/forum/...d.php?t=367470
http://qn.quotidiano.net/pazzo_mondo...o_belgio.shtml
In barba a chi pontifica che le secessioni e le piccole patrie con l'Ue siani inutili o impensabili.![]()




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