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Discussione: Mediterraneo

  1. #1
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    Predefinito Mediterraneo

    Contro l’egemonia delle origini nordiche e/o orientali della Civiltà europea e mediterranea si contrappone semprè di più -riaffiorando da antiche sapienze italiche per arrivare -ad esempio- agli attuali studi sulle origini della civiltà sarda- la netta idea che - in tempi remotissimi ed iniziali- un’Italia antichissima, geofisicamente quasi completamente diversa da quella attuale, e ci riferiamo senz’altro alla perduta Atlantide/ Tirrenide- sia stata il preciso centro di irradiazione di una originaria organica “Sophia”destinata a modellare le prime elevate forme di civilizzazione umana sul nostro pianeta.
    Scrive il Prof. Sandro Consolato in un intervento sul forum Saturnia Tellus:
    “Come riportato nel saggio di G. D’Uva “La Tradizione Italica”, in “Politica Romana” n. 5. Nel n. 6 della stessa rivista segnalavo – cosa sconosciuta ai più – che perfino un Mazzini ("Note autobiografiche", Napoli 1972, p. 103) sapeva di tale tradizione, e ne profetizzava l’evidenza scientifico-archeologica, con i seguenti pensieri: “Io avevo in me il culto di Roma. Fra le sue mura s’era due volte elaborata la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, realizzata una breve missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva guidato due volte, la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d’un’Epoca di Civiltà che aveva avuto, anteriormente alla greca, sede in Italia, e della quale la scienza storica dell’avvenire segnerà l’azione esterna più ampia che gli eruditi d’oggi non sospettano, s’era sovrapposta, cancellandola nell’oblio, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari, e aveva solcato, dietro al volo dell’aquile, il mondo noto coll’idea del Diritto, sorgente della libertà”.
    Sempre il Prof. Consolato aggiunge:
    “Da un punto di vista “fisico”, tuttavia, resta notevole che von Klaproth (un insospettabile indoeuropeista ndr) abbia localizzato l’Atlantide (Tirrenide) nel Mediterraneo occidentale.

    Un’altro utente del Forum Saturnia Tellus (nickname VKK) scrive:
    “ Ed in merito citerei questi passi di Rangoni, riportati da Siro Tacito nella prefazione a Prima Tellus"Dopo il crollo (della Tirrenide)
    trovarono essi, esuli e stanchi, asilo nelle paterne terre abbandonate, rinnovandovi la vita e la civiltà, finchè il fuoco e l'acqua non li travolse ancora sospingendoli verso l'oriente. Il mito li chiamò Pelasgi, fondatori di nuove città."

    Conclude il Consolato:
    “Ora, è curioso che siano proprio studiosi germanici a insistere su una civiltà che dall’estremo occidente (e non da Nord) influisce sull’estremo oriente. Il dottissimo tibetologo Siegbert Hummel (n. 1908, direttore del Museo Etnografico di Lipsia sotto la DDR, licenziato nel 1955 con l’accusa di non condurre il Museo secondo i canoni della dottrina socialista), nei suoi studi che dominano una gigantesca quantita di simboli e di tradizioni, ha elaborato “una teoria che postula l’esistenza di un substrato preindoeuropeo comune a tutta la cultura eurasiatica, la quale poggerebbe su alcuni elementi fondamentali documentabili su un’area che si estende dalle isole Canarie fino al Tibet orientale” (dalla Prefazione di G. Vogliotti, tibetologo torinese, a S. Hummel, “Tracce d’Egitto in Eurasia”, Ananke, Torino 1997, p. 3). Chi ha letto autori come Ravioli, pur con tutti i suoi limiti, può chiedersi se il focolare “occidentale” di questa Sapienza non sia stata appunto la Tirrenide"


  2. #2
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    Predefinito Roma prima di Roma ed Egitto

    L'Antico Egitto fu un dono del Circeo?
    Il promontorio del Circeo: ultimo avanzo di un'ampia terra sprofondata?

    Il geniale popolo guidato dai Faraoni sarebbe stato costituito dai discendenti di una parte di quelle remotissime ma evolute genti italiche che, quando una parte della terra che loro abitavano venne squassata da maremoti, da esplosioni vulcaniche e poi coperta dalle acque, dopo essersi faticosamente salvati decisero di emigrare verso luoghi più sicuri, scegliendo appunto quale loro nuova dimora la fertile valle del Nilo?

    Questa è la nuova, audace tesi che emerge da un interessante lavoro di ricerca storica e protostorica svolto da uno studioso romano, Evelino Leonardi, del quale oggi si sono tutti dimenticati. Ma il suo lavoro, sintetizzato in un libro intitolato "L'Origine dell'Uomo", merita di essere riesaminato, perché contiene molti elementi che sembrano davvero interessanti. Ma partiamo dal principio.

    Dunque, il Monte Circeo, al confine tra il Lazio e la Campania, è oggi uno dei luoghi preferiti di vacanza dei romani, mentre nel passato remoto sarebbe stato uno tra i maggiori rilievi di una vasta area, oggi parzialmente sommersa, che si sarebbe estesa, per decine di migliaia di anni, a partire dall'attuale linea di costa verso ovest di quest'arcaica regione emersa avrebbero fatto parte, oltre all'arcipelago pontino e a quello toscano, da una parte la Sardegna e la Corsica e dall'altra le isole di Ischia e di Procida.

    Proprio qui, in quest'ampia zona oggi scomparsa in gran parte sotto i flutti del mare, si sarebbe sviluppata, in epoca remotissima, una delle prime civiltà che, in particolare dopo la sua fine traumatica, avrebbe influenzato le culture formatesi sull'isola di Malta, in Egitto e successivamente in Grecia e nell'Italia centro-meridionale.

    In questo territorio, per una serie di eventi di natura geofisica, sarebbe nata una venerazione verso il picco più alto del Circeo, cima che, come dimostra la sua conformazione geologica di resegone a grandi scaglioni, in quel periodo avrebbe raggiunto addirittura i mille metri di altezza. Venerazione o culto le cui influenze sarebbero sopravvissute nel tempo per riemergere in seguito, nella figura di Poseidone, Nettuno per i Romani, non a caso rappresentato sempre con il ginocchio piegato, come sembra essere proprio la punta di quell'isolato rilievo del Lazio meridionale che "si presenta sagomata tipo una colossale figura umana col ginocchio piegato".

    Contemporaneamente, parte dell'attuale pianura pontina sarebbe stata sott'acqua, come avrebbero dimostrato i rilievi fatti da G. B. Brocchi, nella prima metà del diciannovesimo secolo, di incrostazioni di molluschi Litodomi rimasti impressi su rocce ad alcuni chilometri dalla costa nella zona tra Terracina e Pontinia.

    Probabilmente, giusto per fare un esempio su quella che sarebbe potuta essere la conformazione di quel territorio circa 12.000 anni fa, la collina su cui sorge attualmente il centro di Priverno, attualmente situata nell'entroterra alla distanza di una ventina di chilometri dalla riva del mare, in quell'epoca era invece un'isola.
    http://www.circei.it/

  3. #3
    la sfinge
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    Citazione Originariamente Scritto da Dvalin Visualizza Messaggio
    Contro l’egemonia delle origini nordiche e/o orientali della Civiltà europea e mediterranea si contrappone semprè di più -riaffiorando da antiche sapienze italiche per arrivare -ad esempio- agli attuali studi sulle origini della civiltà sarda- la netta idea che - in tempi remotissimi ed iniziali- un’Italia antichissima, geofisicamente quasi completamente diversa da quella attuale, e ci riferiamo senz’altro alla perduta Atlantide/ Tirrenide- sia stata il preciso centro di irradiazione di una originaria organica “Sophia”destinata a modellare le prime elevate forme di civilizzazione umana sul nostro pianeta.
    Scrive il Prof. Sandro Consolato in un intervento sul forum Saturnia Tellus:
    “Come riportato nel saggio di G. D’Uva “La Tradizione Italica”, in “Politica Romana” n. 5. Nel n. 6 della stessa rivista segnalavo – cosa sconosciuta ai più – che perfino un Mazzini ("Note autobiografiche", Napoli 1972, p. 103) sapeva di tale tradizione, e ne profetizzava l’evidenza scientifico-archeologica, con i seguenti pensieri: “Io avevo in me il culto di Roma. Fra le sue mura s’era due volte elaborata la vita Una del mondo. Là, mentre altri popoli, realizzata una breve missione, erano spariti per sempre e nessuno aveva guidato due volte, la vita era eterna, la morte ignota. Ai vestigi potenti d’un’Epoca di Civiltà che aveva avuto, anteriormente alla greca, sede in Italia, e della quale la scienza storica dell’avvenire segnerà l’azione esterna più ampia che gli eruditi d’oggi non sospettano, s’era sovrapposta, cancellandola nell’oblio, la Roma della Repubblica conchiusa dai Cesari, e aveva solcato, dietro al volo dell’aquile, il mondo noto coll’idea del Diritto, sorgente della libertà”.
    Sempre il Prof. Consolato aggiunge:
    “Da un punto di vista “fisico”, tuttavia, resta notevole che von Klaproth (un insospettabile indoeuropeista ndr) abbia localizzato l’Atlantide (Tirrenide) nel Mediterraneo occidentale.

    Un’altro utente del Forum Saturnia Tellus (nickname VKK) scrive:
    “ Ed in merito citerei questi passi di Rangoni, riportati da Siro Tacito nella prefazione a Prima Tellus"Dopo il crollo (della Tirrenide)
    trovarono essi, esuli e stanchi, asilo nelle paterne terre abbandonate, rinnovandovi la vita e la civiltà, finchè il fuoco e l'acqua non li travolse ancora sospingendoli verso l'oriente. Il mito li chiamò Pelasgi, fondatori di nuove città."

    Conclude il Consolato:
    “Ora, è curioso che siano proprio studiosi germanici a insistere su una civiltà che dall’estremo occidente (e non da Nord) influisce sull’estremo oriente. Il dottissimo tibetologo Siegbert Hummel (n. 1908, direttore del Museo Etnografico di Lipsia sotto la DDR, licenziato nel 1955 con l’accusa di non condurre il Museo secondo i canoni della dottrina socialista), nei suoi studi che dominano una gigantesca quantita di simboli e di tradizioni, ha elaborato “una teoria che postula l’esistenza di un substrato preindoeuropeo comune a tutta la cultura eurasiatica, la quale poggerebbe su alcuni elementi fondamentali documentabili su un’area che si estende dalle isole Canarie fino al Tibet orientale” (dalla Prefazione di G. Vogliotti, tibetologo torinese, a S. Hummel, “Tracce d’Egitto in Eurasia”, Ananke, Torino 1997, p. 3). Chi ha letto autori come Ravioli, pur con tutti i suoi limiti, può chiedersi se il focolare “occidentale” di questa Sapienza non sia stata appunto la Tirrenide"


    .
    Ottimo. Nessuno spazio per xenofobia e materialismo nel Mare Nostrum!
    Il Mediterraneo e' il mare delle civilta' e tale deve rimanere!

  4. #4
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    Atlantide era al largo del Circeo?
    Resti di enormi mura poligonali a San Felice Circeo


    Ricordi del cataclisma che avrebbe così profondamente modificato l'oro-grafia di una superficie tanto estesa, provocato probabilmente da un "fenomeno cosmico tellurico", sono ancora oggi individuabili in molti miti, in particolare, ma come vedremo non esclusivamente, della tradizione grecoromana, e potrebbero essere forse alla base anche di quanto racconta Platone sulla terra perduta di Atlantide nel suo "Krizia".

    Questo perché, come scrive il Vico: "Le mitologie non sforzate e contorte, ma diritte e facili, sono le vere istorie civili dei primi popoli Le favole furono, nel loro nascere, narrazioni vere e severe tirate poi alla corruzione dagli scrittori. Le volgari tradizioni, le quali sono sì per lunga data e da interi popoli custodito, devono aver avuto un fondamento di vero".

    Tale in linee generali è appunto il quadro di riferimento prospettato dal ricercatore indipendente Evelino Leonardi nel suo saggio "Le Origini dell'uomo", un volume di ben trecentoottanta pagine pubblicato a Milano nel febbraio del 1937, in cui lo studioso romano, un medico affascinato dall'archeologia, esponeva, con un occhio alle tradizioni e l'altro alle fonti "classiche", la sua teoria sull'esistenza remota di una possibile "civiltà madre" mediterranea ignorata dagli archeologi alla cui ricerca lui invece aveva dedicato molti anni della sua vita.

    Quella civiltà madre, secondo la ricostruzione che Leonardi era riuscito a fare, era per davvero esistita e lui ne aveva anche individuato, in base ad accurate ricerche filologiche, precise tracce nelle aree litoranee dell'attuale provincia di Latina, in particolare tra San Felice Circeo e Gaeta.

    Dopo la catastrofe che avrebbe posto fine a una civiltà di cui le uniche tracce ancora visibili, perlomeno nel Lazio Meridionale, sarebbero costituite da alcuni monumenti rupestri, tra Terracina e Sperlonga (un argomento sul quale torneremo in una prossima occasione), coloro che riuscirono a fuggire, secondo questo vero e proprio antesignano della ricerca "di frontiera", trovarono rifugio soprattutto in due luoghi.

    A Malta, il cui nome potrebbe allora "derivare dalla radice semitico 'MTL', che significa 'salvare' ", dove i monumenti megalitici di Gozo, di Hagiarkim, del Tar-scen costituiti di grandi pietre ben squadrate e sovrapposte e talvolta, come a Tarascen, decorate, sono insieme con l'ipogeo di Hal Saflieni, esempi di costruzioni che non trovarla riscontro "in alcun altro luogo se non a Terracina e al Circeo" e in misura maggiore "sulle sponde del Nilo".

    E a proposito proprio dell'Egitto, Evelino Leonardi, nel decimo capitolo del suo vecchio libro, fornisce questa interpretazione del mito di Set e di Osiride, indicando, incidentalmente, quella che potrebbe essere stata la causa scatenante del cataclisma che distrusse il continente perduto del Circeo: "Set (il fenomeno me teorico della caduta di ferro dal cielo) uccide Osiride il cadavere viene gettato alle acque, e si disperdono le diverse parti in differenti direzioni.
    "Finalmente i resti vengono ritrovati e ricomposti da Iside in Egitto.
    "E Osiride rinascerà come signore del Nuovo Mondo.
    "L'allusione è evidente : i riti e le parole sacre dell'antica sapienza e le più lontane tradizioni vengono sparpagliate coi diversi umani fuggiaschi del cataclisma.
    "E si ricompongono in Egitto che diventerà la seconda patria dell'umanità.',


    E, a conferma di queste affermazioni, Evelino Leonardi aggiunge: "Newton aveva fato notare come gli Egizi celebrassero il rito di un fuoco celeste che aveva colpito la Terra, con una grande analogia alla caduta di Fetonte delle tradizioni pelasgiche.
    "E Plinio il Vecchio riferisce che vi fu un tempo antico in cui si dette il nome di Tifone alle Comete."
    E che cosa sarebbe stato, secondo Leonardi, l'"osso di Tifone" di cui gli Egizi avevano orrore in ricordo del mito di Set che abbiamo menzionato in precedenza?
    www.circei.it

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da la sfinge Visualizza Messaggio
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    Ottimo. Nessuno spazio per xenofobia e materialismo nel Mare Nostrum!
    Il Mediterraneo e' il mare delle civilta' e tale deve rimanere!
    Si Sfinge.
    Fuori la disumanità angloamericana dal mare nostro, dalla Civiltà nostra.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Dvalin Visualizza Messaggio
    Atlantide era al largo del Circeo?
    Resti di enormi mura poligonali a San Felice Circeo


    Ricordi del cataclisma che avrebbe così profondamente modificato l'oro-grafia di una superficie tanto estesa, provocato probabilmente da un "fenomeno cosmico tellurico", sono ancora oggi individuabili in molti miti, in particolare, ma come vedremo non esclusivamente, della tradizione grecoromana, e potrebbero essere forse alla base anche di quanto racconta Platone sulla terra perduta di Atlantide nel suo "Krizia".

    Questo perché, come scrive il Vico: "Le mitologie non sforzate e contorte, ma diritte e facili, sono le vere istorie civili dei primi popoli Le favole furono, nel loro nascere, narrazioni vere e severe tirate poi alla corruzione dagli scrittori. Le volgari tradizioni, le quali sono sì per lunga data e da interi popoli custodito, devono aver avuto un fondamento di vero".

    Tale in linee generali è appunto il quadro di riferimento prospettato dal ricercatore indipendente Evelino Leonardi nel suo saggio "Le Origini dell'uomo", un volume di ben trecentoottanta pagine pubblicato a Milano nel febbraio del 1937, in cui lo studioso romano, un medico affascinato dall'archeologia, esponeva, con un occhio alle tradizioni e l'altro alle fonti "classiche", la sua teoria sull'esistenza remota di una possibile "civiltà madre" mediterranea ignorata dagli archeologi alla cui ricerca lui invece aveva dedicato molti anni della sua vita.

    Quella civiltà madre, secondo la ricostruzione che Leonardi era riuscito a fare, era per davvero esistita e lui ne aveva anche individuato, in base ad accurate ricerche filologiche, precise tracce nelle aree litoranee dell'attuale provincia di Latina, in particolare tra San Felice Circeo e Gaeta.

    Dopo la catastrofe che avrebbe posto fine a una civiltà di cui le uniche tracce ancora visibili, perlomeno nel Lazio Meridionale, sarebbero costituite da alcuni monumenti rupestri, tra Terracina e Sperlonga (un argomento sul quale torneremo in una prossima occasione), coloro che riuscirono a fuggire, secondo questo vero e proprio antesignano della ricerca "di frontiera", trovarono rifugio soprattutto in due luoghi.

    A Malta, il cui nome potrebbe allora "derivare dalla radice semitico 'MTL', che significa 'salvare' ", dove i monumenti megalitici di Gozo, di Hagiarkim, del Tar-scen costituiti di grandi pietre ben squadrate e sovrapposte e talvolta, come a Tarascen, decorate, sono insieme con l'ipogeo di Hal Saflieni, esempi di costruzioni che non trovarla riscontro "in alcun altro luogo se non a Terracina e al Circeo" e in misura maggiore "sulle sponde del Nilo".

    E a proposito proprio dell'Egitto, Evelino Leonardi, nel decimo capitolo del suo vecchio libro, fornisce questa interpretazione del mito di Set e di Osiride, indicando, incidentalmente, quella che potrebbe essere stata la causa scatenante del cataclisma che distrusse il continente perduto del Circeo: "Set (il fenomeno me teorico della caduta di ferro dal cielo) uccide Osiride il cadavere viene gettato alle acque, e si disperdono le diverse parti in differenti direzioni.
    "Finalmente i resti vengono ritrovati e ricomposti da Iside in Egitto.
    "E Osiride rinascerà come signore del Nuovo Mondo.
    "L'allusione è evidente : i riti e le parole sacre dell'antica sapienza e le più lontane tradizioni vengono sparpagliate coi diversi umani fuggiaschi del cataclisma.
    "E si ricompongono in Egitto che diventerà la seconda patria dell'umanità.',


    E, a conferma di queste affermazioni, Evelino Leonardi aggiunge: "Newton aveva fato notare come gli Egizi celebrassero il rito di un fuoco celeste che aveva colpito la Terra, con una grande analogia alla caduta di Fetonte delle tradizioni pelasgiche.
    "E Plinio il Vecchio riferisce che vi fu un tempo antico in cui si dette il nome di Tifone alle Comete."
    E che cosa sarebbe stato, secondo Leonardi, l'"osso di Tifone" di cui gli Egizi avevano orrore in ricordo del mito di Set che abbiamo menzionato in precedenza?
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    Tracce di questa antica e drammatica migrazione, verso la terra dei faraoni, sarebbero chiaramente desumibili anche in alcune rappresentazioni figurative. Come scrive infatti Leonardi: "Nell'ipogeo di Nakhti si vedono appunto i buoi che arano, i contadini al lavoro e poi in un altro gran quadro è raffigurata la mietitura.
    "Alcuni tagliano il grano, altri legano i covoni e vi sono anche le spigolatrici".
    "Ma dove avrebbero preso gli Egizi, "si chiede a questo punto il Leonardi, "l'ispirazione per quelle scene campestri sopra descritte?"

    Non certo dal loro paesaggio e dalle loro campagne, così diverse di cultura e di prodotti.
    Non da un paese straniero perché gli Ipogei erano, per il culto egiziano, considerati come luoghi dove si continua la vita dei defunti.

    Dunque, si deve concludere che questi usi e costumi campestri non erano estranei al popolo egiziano ma rappresentavano appunto la tradizione antica, quella della vita dei loro antichissimi progenitori, prima che dal continente sommerso del Circeo fossero pervenuti sulle sponde del Nilo.
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  7. #7
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    Massimo Scaligero,
    Fascista non pentito, incarcerato nel dopoguerra per la sua fedeltà alla RSI, maturò nella durezza della prigionia una conoscenza spirituale mediterranea che rifiutando la Tradizione come pura descrittività morfologica approdò alla sperimentale percezione,comprensione e attuazione interiore della Via alla Liberazione .


    "Nella ricerca, nello studio, nell'aiuto verso coloro che, assetati delle luce della conoscenza, si rivolgevano a lui, annullò se stesso, la sua carriera, le ambizioni personali, per essere sempre il sereno soccorritore di tutti."



  8. #8
    la sfinge
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    Il Mediterraneo: mare di civilta'. Costruire ponti e abbattere muri!

    Enclave Mediterranea! su!

  9. #9
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    Predefinito La Favola dell'Indoeuropeo: Semerano

    Giovanni Semerano (filologo)

    Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

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    Giovanni Semerano (Ostuni, 1911Firenze, 2005) è stato un filologo italiano, studioso delle antiche lingue europee e mesopotamiche.
    Indice

    [nascondi] Biografia [modifica]

    Ha conseguito la laurea a Firenze, dove tra i suoi insegnanti vi sono stati: l'ellenista Ettore Bignone, il filologo Giorgio Pasquali, il semitologo Giuseppe Furlani, Giacomo Devoto e Bruno Migliorini.
    È stato membro dell'Oriental Institute di Chicago.
    Per alcuni anni ha insegnato greco e latino al liceo; nel 1950 è stato nominato soprintendente bibliografico per il Veneto e nel 1955 per la Toscana. Ha tenuto un corso di lezioni di latino medioevale all'Università di Firenze, nell'ambito della Scuola di paleografia latina. In seguito è stato direttore della Biblioteca Laurenziana e successivamente della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Nel 1967 è stato insignito della medaglia d'oro per i benemeriti della cultura [1]. Fu membro onorario dell'Accademia Etrusca.


    Le origini della cultura europea [modifica]

    Le origini della cultura europea è l'opera principale di Giovanni Semerano, pubblicata in quattro volumi autonomi tra il 1984 e il 1994.Nel suo lavoro, Semerano mette dunque a confronto migliaia di termini del lessico delle antiche lingue europee, attestati nella letteratura e nelle iscrizioni, con quelli delle antiche lingue della Mesopotamia, di cui si ha abbondanza di testimonianze[6]. Il lessico comparato è costituito da idronimi (nomi di fiumi), antroponimi (nomi di persone), teonimi (nomi di divinità), toponimi (nomi di luoghi), e ancora da nomi di oggetti d'uso comune e da verbi, propri delle attività manuali e del pensiero. Da tale confronto secondo l'autore emergerebbe un'affinità semantica (di significato) e fonetica (di suono) tra i lessici delle lingue europee e di quelle mesopotamiche, in particolare l'accadico, il linguaggio con la più antica e ampia tradizione scritta, appartenente alla famiglia delle lingue semitiche e con tracce di sostrato sumerico.[7]
    Dalle affinità semantiche lo studioso trae inoltre la tesi, dell'esistenza di un'antica unità culturale protostorica dell'Europa e del Vicino Oriente, che si sarebbe articolata lungo la via continentale del Danubio e lungo le coste del Mar Mediterraneo, dall'Africa fino all'Irlanda, sulle vie del commercio dell'ambra, dello stagno e anche del ferro.[8]

    Brevi esempi di comparazione lessicale [modifica]
    • italiano Marco (nome proprio)
      • latino Mārcus, -i (nome proprio)
      • accadico mar’u (figlio, rampollo, diletto, discendente, ‘son, young, ecc’)
    • latino mās, măris (figlio maschio)
      • accadico māru, mer’u, mar’u (figlio: maschio o femmina, discendente, ecc.)
      • sumero maš, ma-áš, poi ma-ar (figlio: maschio o femmina, rampollo)
    • italiano grosso
      • latino grossus, -a, -um (grosso, spesso)
      • accadico guruššû, kurussû (chi ingrassa le bestie), kuruštû (pecora ingrassata), ecc.
    • italiano cavallo
      • latino equus-caballus = attaccare al carro, mettere i finimenti
      • accadico kabālu
      • semitico occidentale kabl (corda)
      • francese câble (cavo)
    • latino equus (cavallo)
      • accadico ekēwu (ekēmu = portare via)
    • sumero agàr (campo)
      • latino ager
      • greco γρός
      • accadico ugāru
    • italiano etere
      • greco αὶθήρ (aria per Empedocle e fuoco per Anassagora ...)
      • aramaico aṯrā
      • ugaritico aṯr
      • arabo aṯar
      • accadico ašru ( spazio, luogo sacro, sede della divinità), ricalco della base di accadico watar, stesso costrutto di watru (eccelso, eminente)...
    La favola dell’indoeuropeo [modifica]

    In questa breve opera l'autore sostiene che l'ipotesi dell'indoeuropeo non sarebbe plausibile e che tale lingua ipotetica sarebbe priva di testimonianze, sottolineando l'enorme quantità di vocaboli che, nelle lingue europee, risulterebbero ancora privi di una convincente etimologia.
    Nella premessa a questo volume, Semerano dichiara esplicitamente che le pagine di questa sua opera sono tese a colpire le ideologie che possono favorire il razzismo. Alcune pagine sono dedicate a Filippo Sassetti, un mercante fiorentino del XVI secolo che si recò in India e notò le affinità tra il sanscrito e il latino, ed altre alle lingue degli Ittiti, Hurriti, Mitanni, Luvi, Celti-Galati, Germani, Etruschi e infine al lessico della numerazione che secondo l'autore porterebbero molto lontano dall'ipotesi indoeuropea e direttamente nell'antica Mesopotamia[9].

    L'infinito: un equivoco millenario [modifica]

    L'opera, pubblicata nel 2001 con il sottotitolo Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco è una delle due pubblicazioni secondarie e minori del filologo.
    Attraverso una rassegna comparativa di numerose parole[10], il filologo ci illustra il suo pensiero sull’influenza profonda che le civiltà dell’antica Mesopotamia hanno avuto sulla cultura europea e del Mediterraneo
    Tra le molte voci trattate, viene analizzato il termine Ápeiron, parola centrale nella filosofia di Anassimandro. Il filosofo definisce infatti l'elemento da cui hanno origine tutte le cose, il loro principio (in greco antico arkhé) con il termine àpeiron, che abitualmente viene ritenuto costituito da a- privativo ("senza") e da péras ("determinazione", "termine") e tradotto pertanto come "indeterminato" o "infinito". Secondo Semerano, tuttavia, poiché la parola péras ha una e breve, mentre àpeiron ha un dittongo ei che si legge come una "e" chiusa lunga, il dittongo non potrebbe essersi prodotto dalla e breve di péras[11].
    Semerano riconduce invece il termine al semitico 'apar, corrispondente al biblico 'afar e all'accadico eperu, tutti vocaboli che significano "terra". Il noto frammento di Anassimandro, in cui si dice che tutte le cose provengono e ritornano all'àpeiron, non si riferirebbe dunque ad una concezione filosofica dell'infinito, ma ad una concezione di "appartenenza alla terra", che si ritrova nel testo biblico: "polvere sei e polvere ritornerai".
    Sulla base di questa interpretazione, Semerano rilegge dunque tutto lo sviluppo della filosofia precedente la sofistica in una chiave anti-idealista e anti-metafisica, riconducendo la filosofia presocratica essenzialmente ad una fisica corpuscolare, che accomunerebbe tra gli altri Anassimandro, Talete e Democrito. L'intera vicenda della nascita della filosofia greca non viene vista come una miracolosa isola di razionalità, ma come parte integrante di una più estesa e antica comunità umana che comprende anche la Mesopotamia, l’Anatolia e l’Egitto[12].



    Teoria [modifica]

    Nei suoi studi Semerano ha rilevato somiglianze e affinità tra i lessici delle lingue mesopotamiche, in particolare dell’accadico, con le antiche lingue d’Europa, supportate da numerose citazioni di testi antichi e moderni: si tratterebbe del medesimo metodo utilizzato dai linguisti ottocenteschi e ispirato dalla scoperta di sir William Jones, che nel XVIII secolo si accorse delle affinità linguistiche europee con l’India. Tuttavia, a differenza di questi studiosi, che elaborarono sulla base di tali affinità la teoria indoeuropea, Semerano non ritiene di dover spiegare le affinità da lui riscontrate ipotizzando una protolingua comune alle lingue europee e mesopotamiche, poiché ritiene compito della lingustica cercare di scoprire i nessi e le relazioni storiche "reali" tra le lingue. Secondo Semerano, a causa della continua evoluzione delle lingue umane, non è utile alla ricerca ipotizzare una "protolingua", che egli ritiene non veramente esistita e che non potrebbe comunque che rappresentare un singolo momento in quello che viene considerato un "continuum linguistico con variazioni": il concetto e l'astratto modello di "protolingua" dovrebbe essere piuttosto inteso come uno strumento d'indagine statistica applicato alla linguistica.
    Semerano ritiene inoltre necessario considerare e indagare le possibili connessioni e quindi l’affinità o la parentela, le ibridazioni, i prestiti, le reciproche influenze con tutte le altre lingue umane contigue, come le lingue afroasiatiche dell’Africa e quelle non indoeuropee dell’Asia, in una visone "filogeneticamente" aperta. Considera l'indoeuropeo ricostruito dai linguisti tradizionali una lingua inventata, senza una terra e senza un popolo che l'avrebbe parlata e la teoria un'ipotesi mantenuta in vita perché funzionale a un’ideologia definita etnorazzista (verso altri popoli non indoeuropei) e socioclassista e di casta (all’interno delle società europee).
    Secondo Semerano, la storia e il senso di ogni lingua umana si troverebbe soltanto e unicamente nel contesto di tutte le altre lingue, che insieme formerebbero la lingua umana in generale. Tutte le lingue del mondo sarebbero comparabili perché tutte appartengono allo stesso genere e alla spece umana, a prescindere dalla loro tipologia, morfologia, declinazioni, una volta che le parole siano scomposte nei loro elementi costitutivi essenziali e siano individuate le radici, i temi centrali, gli affissi.
    Sulla base delle affinità riscontrate, Semerano sostiene che le antiche lingue mesopotamiche costituirebbero la testimonianza di una fase preistorica e agglutinante della lingua umana, che poi altrove si è evoluta nelle lingue a prevalenza flessiva, come sarebbe dimostrato dal passaggio nella lingua amorrea[13].
    Semerano ritiene inoltre che il metodo comparativo adottato dalla linguistica, per essere scientificamente valido dovrebbe essere universale, ovvero applicabile a tutti i casi e non soltanto ad alcuni. Per la legge della rotazione consonantica ('‘Lautverschiebung’'), moltissimi casi interni alle lingue indoeuropee, che non troverebbero alcuna spiegazione nell'ambito dell'indoeuropeo, si chiarirebbero invece nella comparazione con le antiche lingue mesopotamiche.



    Dibattito critico [modifica]

    I suoi lavori e la sua teoria hanno suscitato accesi dibattiti e reazioni contrastanti. I sostenitori pongono l'accento sulla enorme mole del materiale analizzato e sulla ricostruzione storica offerta dei contatti tra Europa e Vicino Oriente. Tra i vari uomini di cultura noti, che apprezzano il valore culturale del lavoro di Semerano o vi concordano per alcuni aspetti, vi sono: il filosofo Umberto Galimberti, il filosofo Massimo Cacciari, lo storico del Medioevo Franco Cardini, il filologo Luciano Canfora, il filosofo Emanuele Severino, il filosofo Elémire Zolla.
    I suoi studi, tuttavia, non sono stati presi in considerazione nell'ambito della ricerca linguistica e glottologica universitaria, dove si continua ad insegnare indoeuropeistica. Semerano nelle sue opere non confuta o non spiega altrimenti le scoperte filologiche ed archeologiche che a partire dalla fine del XIX secolo hanno verificato la teoria (decifrazione delle tavolette ittite, realizzata proprio partendo dal presupposto che fossero scritte in una lingua indeuropea scritta in caratteri cuneiformi, decifrazione delle tavolette in lineare B, rivelatasi una forma arcaica di greco del II millennio a.C.) più vicina all'indoeuropeo ricostruito rispetto ai dialetti ellenici attestati in epoca storica; scoperta del Tocario).
    Lo stesso Semerano[14] afferma di basarsi non sul metodo scientifico elaborato dalla linguistica comparata ma su assonanze fonetiche e su affinità di significato, seguendo dunque un procedimento paretimologico[15]. Non vengono inoltre definite le leggi linguistiche che avrebbero presieduto alla trasformazione dell'accadico nelle diverse lingue esaminate[16] e non vengono presi in considerazioni gli aspetti morfologici e grammaticali[17].
    Riguardo al termine ápeiron, la tesi di Semerano sembra contraddetta dall'utilizzo da parte di Omero della locuzione pontos apeiritos[18], in cui l'aggettivo attribuito al mare dovrebbe secondo la sua ipotesi essere tradotto con un concetto affine a "polveroso".
    Secondo i suoi sostenitori, la quantità di lessico semanticamente e foneticamente affine, tra le lingue d’Europa e quelle dell’antica Mesopotamia, dell’ordine di alcune migliaia di lemmi[19], sommergerebbe completamente le poche centinaia di parole (a tutt'oggi circa un migliaio) costruite dai linguisti per il vocabolario indoeuropeo. Ciò renderebbe trascurabili i possibili casi errati riscontrabili nelle comparazioni da lui fatte. Le concordanze riscontrate coinvolgerebbero anche elementi grammaticali, come i numerosi affissi desinenziali, rimasti sinora di oscuro significato nelle lingue europee e che troverebbero senso dalla comparazione con le antiche lingue mesopotamiche.




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