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    Predefinito Il matrimonio dei "preti" non è la soluzione al problema del sacerdozio attuale

    La sollecitazione inviata alla congregazione presieduta da Hummes

    Brasile, appello dei preti: basta celibato

    Istanza a papa Ratzinger per consentire ai sacerdoti di avere una famiglia. E per ridare i sacramenti ai divorziati


    SAN PAOLO (Brasile) - Sono sempre di più i sacerdoti cattolici che chiedono una revisione della legge canonica che li obbliga al celibato, con un occhio a quanto avviene in diverse confessioni protestanti dove i pastori possono mettere su famiglia. Il dibattito è aperto da tempo e la stessa Chiesa sembra avvere assunto in materia posizioni un po' meno rigide, anche se non ancora possibiliste. L'ultimo appello arrivato a papa Benedetto XVI è dei preti brasiliani che hanno inserito la loro richiesta nel documento finale della loro convention nazionale, terminata martedì a Indaiatuba, nello Stato di San Paolo).

    IL DOGMA CHE NON C'E' - La sollecitazione sarà inviata alla Sacra Congregazione per il Clero, presieduta dal brasiliano Claudio Hummes, ex arcivescovo di San Paolo e che era stato uno dei papabili nel conclave in cui fu eletto il cardinale tedesco Joseph Ratzinger. E proprio il porporato brasiliano, grande amico del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, aveva detto subito dopo il nuovo incarico, che il celibato dei sacerdoti «non è un dogma» e che il calo delle vocazioni potrebbe indurre la Chiesa e «riflettere su tale questione».

    OBIETTIVO FAMIGLIA - Nel documento inviato a Roma si chiedono due tipi di sacerdozio: il celibatario, che potrebbe essere obbligatorio per i religiosi che facciano voto di castità nei rispettivi ordini e congregazioni religiose; e il sacerdozio senza l'obbligo del celibato. E si chiede anche che i vescovi possano ordinare i coniugati ritenuti degni del sacerdozio, e possano essere reintegrati nell'esercizio del sacerdozio quelli che lo abbiano abbandonato per formare una famiglia.

    SACRAMENTI AI DIVORZIATI - Secondo quanto riferito al quotidiano spagnolo El Pais da un vescovo che non ha voluto rivelare il suo nome, in Brasile già da tempo laici sposati vengono ordinati sacerdoti: «Roma lo sa, ma chiede non sia reso pubblico». I sacerdoti brasiliani chiedono anche che si cambi la nomina dei vescovi per renderla più democratica; e che si consenta ai divorziati che si siano rifatti una nuova famiglia di accedere ai sacramenti.

    Fonte: Corriere della sera, 21.2.2008

  2. #2
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    "per adesso noi preti non ci possiamo sposare, ma i nostri figli potranno!"

  3. #3
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    da: http://www.et-et.it/Vivai/bussola026.htm

    Assalto alla Continenza
    di Vittorio Messori

    Sarà poi vero che l’obbligo del celibato per i preti sarebbe solo un’“invenzione recente”? Così in effetti affermano molti storici, anche cattolici. Eppure, andando a esaminare i più antichi documenti in materia, il luogo comune sembra cadere: la “continenza” sacerdotale infatti risale direttamente al Nuovo Testamento.

    I quindici anni successivi al Vaticano II hanno registrato il più alto numero di abbandoni dell’esercizio del sacerdozio nella storia della Chiesa. La grande maggioranza di coloro che hanno preso questa decisione si sono poi sposati, che avessero o no ottenute le dispense canoniche. C’erano stati altri esodi di massa, ma con caratteristiche e motivazioni diverse: le conseguenze della Riforma protestante nel Cinquecento e la Rivoluzione francese tra Sette e Ottocento. Anche allora, comunque, il celibato legato necessariamente al sacerdozio era stato respinto, in quanto giudicato non come una conseguenza della prospettiva evangelica, ma come semplice prodotto di una decisione ecclesiastica, per giunta tardiva e limitata all’Occidente. Ma la questione dell’origine del celibato è davvero come ci è stata spesso presentata da coloro che lo contestano? Devo confessare di avere avuto molti dubbi di fronte ai toni trancianti e definitivi di qualcuno. Ora, questi dubbi si sono mutati in convinzioni precise, dopo avere letto la settantina di dense pagine stampate dalla Libreria editrice vaticana con il titolo Il celibato ecclesiastico e il sottotitolo La sua storia e i suoi fondamenti teologici. Ne fu autore il cardinale Alfons Maria Stickler, salesiano austriaco, teologo di straordinaria erudizione e che non casualmente fu bibliotecario e archivista di Santa romana chiesa. Lontano da ogni polemica, basandosi costantemente e pacatamente sui testi, lo studioso mostra l’infondatezza di molto di ciò che viene spesso affermato «negli stessi ambienti ecclesiastici, alti e bassi», come precisa. Poiché, anche solo per una sintesi sommaria, lo spazio di una “puntata” non è sufficiente, si parlerà questo mese della disciplina del celibato nella Chiesa occidentale e il prossimo nella Chiesa orientale. A giustificare lo spazio che dedicheremo c’è quanto nota il cardinale Stickler sin dalla prefazione del suo libro (alla lettura completa del quale, ovviamente, rinviamo): «Per ciò che si riferisce alla storia del celibato ecclesiastico in Occidente e in Oriente si hanno oggi dei risultati importanti, maturati proprio in questi ultimi tempi, che o non sono ancora entrati nella coscienza generale o vengono taciuti se sono atti a influenzare questa coscienza in una maniera non desiderata». Innanzitutto, va chiarito che da secoli siamo abituati a parlare di celibato, cioè di rinuncia al matrimonio da parte dei candidati al sacerdozio, di solito formati nei seminari nati con il Concilio di Trento. In realtà, bisognerebbe usare il termine più ampio di continenza. Cioè, della continenza da osservare non solo non sposandosi, ma anche non usando del matrimonio se già sposati. Nella Chiesa antica, la grande maggioranza del clero era composta di uomini maturi che, col consenso della moglie, accedevano agli Ordini sacri, lasciando la famiglia, alla quale provvedeva poi la comunità stessa. E questo si inquadrava nella parola con cui Gesù promette «il centuplo su questa terra e nell’aldilà la vita eterna» a coloro che, per amor suo e del Regno, «hanno abbandonato casa, genitori, fratelli, moglie, figli». Ebbene, capita assai spesso di sentire che l’obbligo di questo “abbandono” della consorte, e sovente dei figli, con susseguente continenza perfetta, sarebbe stato deciso soltanto verso l’anno 300 al Concilio, o meglio Sinodo, ispanico di Elvira, presso Granada. Un canone, il 33, dice in effetti: «Si è d’accordo sul divieto completo che vale per i vescovi, i sacerdoti e i diaconi, ossia per tutti i chierici impegnati nel servizio dell’altare, che devono astenersi dalle loro mogli e non generare figli. Chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale». Osserva il cardinale Stickler: «Non è possibile vedere in questo canone una legge nuova. Essa appare invece chiaramente quale reazione contro l’inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto, al quale si annette ora anche la sanzione: o osservanza dell’impegno assunto della rinuncia alla famiglia o rinuncia all’ufficio clericale. Una novità in simile materia, con per giunta una tale retroattività della sanzione contro diritti già acquisiti, avrebbe causato una tempesta di proteste contro una tale evidente violazione di un diritto in un mondo, come quello romano, tutt’altro che digiuno di diritto. Ciò ha percepito chiaramente già Pio XI quando, nella sua enciclica sul sacerdozio, ha affermato che questa legge scritta suppone una prassi precedente ». In realtà, ad Elvira non si fece che ribadire quanto già da tempo immemorabile si praticava, seguendo la tradizione. C’è infatti una confusione in cui cascano storici dilettanti o, talvolta, anche professionisti, qualora vogliano dimostrare a ogni costo tesi prefissate, che stiano loro a cuore. Si identifica, cioè, lo jus, il diritto – il sistema giuridico di un popolo o di un gruppo, sistema basato anche su norme orali e su consuetudini – con la lex, la legge data per iscritto e promulgata in forma legittima. In realtà, il diritto, lo jus, solo lentamente, magari dopo molti secoli, diventa un sistema di leggi scritte. È dunque abusivo dire – come capita spesso di ascoltare – che solo all’inizio del 300, e per giunta in un Sinodo regionale, la Chiesa avrebbe imposto la continenza ai suoi chierici. Una novità di tale peso, tra l’altro, data come en passant, tra molte altre disposizioni minori tra le quali, ad esempio, il divieto di accendere lumini sulle tombe dei propri parenti? Che non si trattasse affatto di innovazione lo dimostrano gli atti di molti altri Sinodi o Concili, come quello africano, tenuto a Cartagine nel 390 in piena comunione con tutte le altre Chiese locali e dove si approvò all’unanimità la seguente dichiarazione: «Conviene che tutti coloro che servono ai divini sacramenti (vescovi, sacerdoti, diaconi) siano continenti in tutto, affinché custodiscano ciò che hanno insegnato gli apostoli e ciò che tutto il passato ha conservato». Dunque, ci si riferisce esplicitamente a una tradizione indiscussa, che viene semplicemente confermata e che si fa risalire addirittura all’epoca apostolica e poi a una prassi ininterrotta. In effetti, non solo non risultano opposizioni ma Stickler riporta molte testimonianze di conferma e di approvazione da parte della Chiesa di Roma, dalla quale dipendeva – in uno scambio continuo – la Chiesa africana. Per scegliere quasi a caso, papa Siricio, nel 385, afferma solennemente che «i sacerdoti e i diaconi che anche dopo l’ordinazione praticano le loro mogli, agiscono contro una legge irrinunciabile che lega i chierici maggiori sin dall’inizio della Chiesa». E a coloro che obiettano che, stando all’Antico Testamento, i sacerdoti e i leviti potevano usare del loro matrimonio al di fuori dei turni del servizio nel Tempio, il Papa ricorda che i sacerdoti del Nuovo Testamento devono prestare il loro servizio ogni giorno e, pertanto, dal momento della loro ordinazione devono vivere in una continua e perfetta continenza. In un’altra lettera, lo stesso Pontefice precisa che questa ed altre disposizioni non sono novità ma punti della fede e della disciplina che rischiano di essere trascurati. Già nel 386, un Sinodo romano, che radunava 80 vescovi, rispondeva a un’obiezione che – tra l’altro – viene anche oggi continuamente riproposta e che voleva provare la continuazione, alle origini, dell’uso del matrimonio con le parole di Paolo, nella lettera a Timoteo e a Tito, parole secondo le quali deve essere stato sposato una volta sola chi è candidato agli ordini sacri. Si replicava che questo era stato stabilito «a causa della continenza futura del chierico». Chi, cioè, restato vedovo, non aveva saputo vivere da solo e si era risposato, faceva sorgere seri dubbi sulla capacità di assoggettarsi alla castità richiesta a chi servisse all’altare. Così, questa norma paolina, anziché una prova contro la continenza clericale, diventava una prova a suo favore, per di più già richiesta da un apostolo dell’autorità di Paolo. A queste e a molte altre testimonianze a favore di una prassi indiscussa sin dalle origini e semplicemente riproposta, il cardinale aggiunge la voce dei maggiori Padri dell’Occidente, da Ambrogio a Girolamo, da Agostino a Gregorio Magno. Ne ricava che «dalla prassi occidentale accertata dai testi consegue che la continenza dei tre ultimi gradi del ministero clericale si manifesta quale obbligo che viene riportato agli inizi della Chiesa e che è stato accolto e trasmesso come patrimonio della Tradizione orale. Dopo il tempo delle persecuzioni, e a causa delle conversioni sempre più numerose che esigevano numerose ordinazioni, avvengono anche trasgressioni dell’obbligo, contro le quali però i concili e i romani pontefici procedono per mezzo di disposizioni scritte». Verso l’epoca costantiniana, dunque, lo jus diventa lex,ma quest’ultima non sancisce cose nuove, bensì mette per iscritto una Tradizione che – stando a tutti i documenti – è indiscussa e ininterrotta addirittura sin dai tempi del Nuovo Testamento. Mai, sin da quando ne appare menzione scritta, la continentia clericorum è presentata come un’innovazione. Ne conclude Stickler: «Chi volesse affermare il contrario non solo peccherebbe contro un metodo storico cogente ma taccerebbe di bugiardi tutti i testi unanimi che abbiamo ascoltato, poiché di ignoranza (della Tradizione) non li si potrebbero accusare». Per finire con questa sintesi (assai ristretta per ragioni di spazio) della questione nella Chiesa occidentale e riservandoci di parlare il mese prossimo dell’Oriente: molti, che mettono in discussione l’obbligo del celibato, dicono che questo spunta soltanto ad Elvira e soltanto come disposizione di una Chiesa locale. Ma altri, addirittura, affermano che di continenza clericale, estesa chiaramente alla Chiesa universale, si può parlare soltanto dal 1139 con una disposizione del secondo Concilio Lateranense. In realtà, le cose non stanno così, visto che quel Concilio stabilì che i matrimoni contratti da vescovi, sacerdoti, diaconi, come anche quelli di coloro che avevano emesso voti per la vita religiosa, non fossero più solamente illeciti ma anche invalidi. Il cardinale Stickler non ha così difficoltà a concludere: «Questa disposizione conciliare ha causato un fraintendimento ancor oggi molto diffuso: e, cioè, che il celibato ecclesiastico sarebbe stato introdotto soltanto allora, nel XII secolo. In realtà si è reso invalido ciò che già da sempre era proibito. Dunque, questa sanzione è piuttosto la nuova conferma di un obbligo esistente da molti secoli». D’altro canto, la coscienza profonda della Chiesa è stata sempre consapevole della indispensabile connessione tra Ordini sacri e continenza, tanto da non recedere neanche davanti a crisi drammatiche. Nel XVI secolo, Roma resistette anche alle fortissime pressioni di imperatori e re per recuperare molti preti passati alla Riforma, conservando loro le mogli. Una commissione romana studiò la questione e giunse alla conclusione del non possumus: tutta la Tradizione lo impediva, chi voleva essere reintegrato doveva rinunciare alla famiglia. Non solo: il Concilio di Trento rinnovò l’appello alla fedeltà al celibato, creò i seminari per favorirlo e rifiutò di considerarlo una legge puramente ecclesiastica, facendo così intendere che la sua origine stava nel Nuovo Testamento stesso.

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    da: http://www.et-et.it/Vivai/bussola027.htm

    Celibato all’orientale
    di Vittorio Messori

    Nelle Chiese ortodosse orientali, il celibato è obbligatorio soltanto per i vescovi, mentre i preti possono essere sposati. In realtà, però, questo uso è frutto di un cedimento progressivo al “lassismo”, non certo il prodotto della tradizione apostolica.

    Concludiamo, con questa seconda “puntata”, le riflessioni sull’origine del celibato, o continenza, per i membri della classe clericale. La volta scorsa, ci siamo occupati della disciplina nella Chiesa occidentale, constatando che non si può affermare – come molti fanno – che l’astensione sessuale sia stata decretata nel IV secolo al Sinodo di Elvira o addirittura nel XII secolo, al secondo Concilio Lateranense. In realtà, i Padri di quelle solenni riunioni non facevano che confermare decisioni e prassi precedenti: nella Chiesa, sin dalle origini, era dato per scontato che il servizio all’altare dovesse accompagnarsi con l’astensione dall’esercizio della sessualità. Come dicevamo, ci basiamo sul breve ma denso volume del cardinale Alfons Stickler che inizia il suo studio sul celibato tra i cristiani orientali – in effetti, di questi ora ci occupiamo – con le parole seguenti: «Di fronte a un atteggiamento ritenuto sin dall’inizio più liberale, si è mosso il rimprovero alla Chiesa latina di essere divenuta sempre più stretta e severa nella sua disciplina celibataria. Quale prova di questa asserzione, ci si appella alla prassi della Chiesa orientale che avrebbe conservato l’originale disciplina della Chiesa primitiva. Per questo motivo – dicono alcuni – anche la Chiesa latina dovrebbe tornare alla disciplina originale, soprattutto di fronte al grave peso che il celibato costituisce oggi per la situazione pastorale nella Chiesa universale». In realtà, come sono andate davvero le cose in Oriente? E come si è giunti all’attuale situazione, immutata da secoli, secondo la quale solo i vescovi sono tenuti alla continenza se erano già sposati, mentre i preti e i diaconi possono usare del matrimonio, purché sia il primo e contratto prima dell’ordinazione? Stickler cita testimoni importanti come il vescovo Epifanio di Salamina, nell’isola di Cipro, nato nel 315 e morto nel 403 e i cui scritti sulla disciplina della Chiesa sono tra i più autorevoli. Nella sua opera principale, Panarion, Epifanio afferma chiaramente che «Dio ha mostrato il carisma del nuovo sacerdozio per mezzo di uomini che hanno rinunciato all’uso del matrimonio o che da sempre hanno vissuto come vergini». E ciò sarebbe, aggiunge Epifanio, «la norma stabilita dagli apostoli in sapienza e santità». In un’altra opera, il vescovo ribadisce che così si fa dove vengono osservate le disposizioni della Chiesa. Se in qualche luogo ci sono sacerdoti che continuano a generare figli, «ciò non avviene in osservanza della norma, ma è una conseguenza della debolezza umana». Ci sono già, come si vede, i segni di un disordine che, dopo tre secoli, condurrà alla “resa“ la Chiesa d’Oriente. C’è anche la testimonianza di un santo grande e famoso, Girolamo, il traduttore in latino della Scrittura, ordinato sacerdote in Asia nel 379 e vissuto quasi sempre in Oriente, morendo poi in Palestina. Girolamo, ricorda spesso la prassi di ordinare soltanto chierici vergini o continenti, disciplina che vige, ricorda, «nelle Chiese d’Oriente e dell’Egitto». A Nicea, dove nel 325 si tenne il primo Concilio ecumenico della storia, si stabilì il divieto per i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, e in genere per tutti i chierici, di tenere donne nella loro casa. Unica eccezione, la madre, le sorelle, le zie e altre al di sopra di ogni sospetto. Come nota Stickler, «tra le donne per le quali è permessa la convivenza, non figurano le spose». Per secoli, dubbi sulle vere intenzioni dei Padri di Nicea sono stati avanzati sulla base dell’episodio di un vescovo dell’Egitto, tal Paphnuzios, il quale avrebbe chiesto all’assemblea – e ottenuto da essa – di lasciare alle Chiese particolari la decisione sull’obbligo o no di astensione dal sesso. Ebbene, com’è ormai dimostrato in modo inequivocabile, questo episodio è apocrifo. Esistette forse un Paphnuzios eremita del deserto,manon fu mai Padre al Concilio di Nicea. È dunque accertato che la disciplina dei cristiani orientali era, nei primi secoli, omogenea a quella degli occidentali: la Chiesa, in questo indivisa, esigeva dai suoi ministri verginità, celibato, continenza. Ma un simile obbligo, tanto contrastante con l’istinto naturale e dunque così difficile da osservare, esigeva un’autorità, un’organizzazione, un controllo costante, un magistero energico e centrale che difettavano alle Chiese d’Oriente. Di fronte, poi, al dilagare degli abusi, gli imperatori di Bisanzio – che, a causa del cesaropapismo vigente, avevano autorità nelle questioni ecclesiali – tendevano a scegliere la via più tranquillizzante per il potere politico, emanando norme che autorizzavano il chierico a tenere con sé la moglie dopo l’ordinazione. Scrive Stickler: «Mentre per i vescovi si riusciva a mantenere in quasi tutto l’Oriente l’antica tradizione di completa continenza, l’uso sempre più invalso dell’uso del matrimonio da parte dei sacerdoti, dei diaconi e suddiaconi, contratto prima dell’ordinazione, veniva giudicato non più arrestabile. Ciò significa che ci si arrendeva alla situazione di fatto». La Chiesa d’Oriente, insomma, giudicò come un male minore legalizzare ciò che pure andava contro una disciplina che, come più volte essa stessa aveva affermato, risaliva addirittura agli apostoli. La “resa” avvenne nel 691, nel secondo Concilio Trullano, detto così per la cupola, troùllos in greco, della sala del palazzo imperiale di Costantinopoli dove fu celebrato. Significativo il luogo: nello stesso palazzo, cioè, di un Cesare cui non interessavano le questioni teologiche o le discipline ascetiche, bensì la regolarizzazione di una miriade di situazioni ambigue. Sotto quel “trullo” si presero decisioni che valgono ancor oggi in Oriente. Si dispose che i vescovi non potevano coabitare con le loro mogli. In ogni caso – e sino ad adesso – i vescovi sono scelti soprattutto tra i monaci, votati sin da piccoli alla verginità. Quanto ai sacerdoti, diaconi, suddiaconi, si riconosceva che potevano usare del matrimonio «eccetto nei tempi in cui prestano servizio all’altare e celebrano i sacri misteri, dovendo essere continenti durante questo tempo». Osserva Stickler: «Questa disposizione significava un ritorno alla prassi dei sacerdoti dell’Antico Testamento, tenuti all’astinenza solo quando era il loro turno per il servizio nel tempio di Gerusalemme. Prassi che la Chiesa antica aveva sempre rifiutato con chiare ragioni». E prassi, aggiungiamo, basata sul fatto che allora il servizio all’altare era, in Oriente, limitato alla domenica. Poiché anche in quelle Chiese la celebrazione dell’Eucaristia divenne quotidiana, per coerenza si sarebbe dovuto ritornare alla continenza completa, così come praticata in Occidente. Invece, anche qui la Chiesa d’Oriente sembrò “arrendersi” allo stato di fatto e, malgrado le disposizioni “trullane” siano tuttora in vigore, nessun prete pratica più quell’astinenza sessuale che pure era considerata essenziale per celebrare il santo sacrificio. Anche qui, poi, si aggiunse un falso, come era avvenuto per il presunto Paphnuzios. In effetti, i Padri del Concilio Trullano, alla ricerca di precedenti nella Tradizione che giustificassero la loro disciplina “lassista”, si rivolsero ai Concili africani, quegli stessi che abbiamo citato nella prima parte e che invece affermavano chiaramente il legame tra stato clericale e celibato o continenza, datandoli addirittura dall’età apostolica. Come la deliberazione dell’assise di Cartagine, nel 390, che non lascia dubbi: «Conviene che tutti coloro che servono ai divini sacramenti siano continenti in tutto, affinché custodiscano ciò che hanno insegnato gli apostoli e ciò che tutto il passato ha conservato». Approfittando del fatto che gli atti di quei Concili erano in latino, lingua conosciuta da pochi in Oriente, si manipolarono le frasi adatte e questa falsificazione fu portata come conferma della Tradizione alle decisioni del Concilio Trullano. Abbiamo già visto quale risposta sia stata data dalla Tradizione occidentale, e a lungo anche da quella orientale, all’obiezione, anche oggi continuamente riproposta, secondo la quale (stando alla lettera sia a Timoteo che a Tito) i candidati agli Ordini sacri devono essere sposati una sola volta. È perché, si spiega, se non avessero saputo stare senza moglie in caso di vedovanza, «si deve temere per la loro capacità di osservare la continenza nel sacerdozio». Nei secoli, e oggi ancora, viene poi riproposta un’altra possibile difficoltà scritturale contro celibato e continenza, quella di 1Corinti 9,5, dove Paolo, retoricamente, chiede: «Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? ». Questa è la traduzione della Cei; ed è, va pur detto, ambigua se non errata. Così rileva, in effetti, il cardinale Stickler: «L’originale greco parla non semplicemente di una gunaika, che potrebbe benissimo essere la moglie. Certamente non senza intenzione san Paolo aggiunge la parola adelfen, ossia donna sorella, per escludere ogni confusione con la moglie». E, a riprova, Stickler cita tutta una serie di autori antichi che usano il termine di «donna sorella» per indicare la sposa da cui si è separato colui che è stato ordinato. Naturalmente, la verginità sacerdotale (originaria sin dall’infanzia o ritrovata che sia, nella rinuncia alla pratica sessuale) è in realtà un mistero legato direttamente al Mistero del Cristo e sia la teologia che la mistica hanno qui da fare, e hanno fatto nei secoli, riflessioni profonde. Di certo – per scendere a questioni importanti ma meno alte, come quelle pastorali e di convenienza – non sembrano fondate certe richieste che giungono ormai da decenni dall’interno stesso della Chiesa cattolica. Per stare solo alla cronaca recente quella, ad esempio, di 163 preti della diocesi americana di Milwaukee che hanno scritto un appello al presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Si chiede, per l’ennesima volta, che «il celibato sia facoltativo e non obbligatorio, per i candidati al sacerdozio cattolico secolare». Secondo i firmatari, questo favorirebbe l’accesso di nuovi candidati all’ordinazione, allargando di molto il “mercato” delle vocazioni. Ma è stata agevole la risposta data dal presidente stesso della Conferenza episcopale che ha ricordato, come già fatto tante altre volte, che la scarsezza di vocazioni affligge ancor più le comunità protestanti, quelle ortodosse, nonché quella ebraica. Eppure, come tutti sanno, pastori, pope e rabbini possono liberamente sposarsi. Stando poi, sempre, ai preti di Milwaukee, il matrimonio sarebbe un buon antidoto agli abusi sessuali sui minori che hanno afflitto soprattutto la Chiesa americana. Rimedio illusorio, anche questo: i preti che abusano dei ragazzini non lo fanno di certo perché privati del matrimonio. Non è di certo una sposa, da loro non desiderata, che risolverebbe il problema.

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    da:http://www.et-et.it/articoli2006/a06o05.htm


    Un’ovvietà *di un cardinale, scivolata in un’intervista (“Il celibato clericale non è un dogma“), ha provocato una cascata di commenti dove *alcuni “esperti“ sono inciampati in sorprendenti imprecisioni.
    Prima di venire alla storia, converrà dire qualcosa sulla cronaca. Ricordando innanzitutto che le comunità protestanti, quelle ortodosse -e anche quelle ebraiche- *registrano “crisi di vocazioni“ eguali se non superiori a quella cattolica, malgrado pastori, pope, rabbini possano accedere al matrimonio. Le nozze, dunque, non sarebbero il rimedio alla scarsità di clero. Né sarebbero il rimedio ai disordini sessuali di certi ambienti religiosi, a cominciare* dalla pedofilia . Innanzitutto perchè questa si manifesta soprattutto con pulsioni omosessuali (i chierichetti, ben più* di rado le chierichette, ne sono le vittime) e una donna non sarebbe dunque la risposta adeguata. E poi perchè, come tutte le statistiche confermano, la stragrande maggioranza degli abusi si verifica all’interno della* famiglia –soprattutto padri verso i figli e zii verso nipoti- che neppure qui sarebbe il toccasana.
    Tralasciamo pure –anche se, in una prospettiva di fede, è decisiva- la “convenienza spirituale“ di quel legame tra castità e sacerdozio sul quale si è esercitata nei millenni la riflessione di santi, mistici, Padri della Chiesa. E non entriamo, a maggior ragione,* in una “convenienza sociale“, per la quale proprio il celibato ha impedito che la Chiesa divenisse proprietà di clan familiari, di schiatte dinastiche , di caste legate da parentela. Se il solo “nepotismo“ dei papi *ha causato tanti guai , a che avrebbe condotto il “figliolismo“ di tutti i preti? Non *a caso le Chiese greco-slave si sono tutelate: moglie e figli solo per i pope che vivacchiano nelle parrocchie, ma non dove stanno potere e ricchezza, cioè in* episcopi e monasteri.*
    Ma, per venire alla storia : questa dimostra che la “continenza sessuale“ non è il semplice prodotto di una decisione ecclesiastica, per giunta tardiva e limitata al cattolicesimo. Si tratta di una scelta che* risale alla Chiesa delle origini, che la Tradizione più antica ribadisce e che per secoli è stata praticata concordemente sia ad Oriente che ad Occidente. Non un dogma, certo, ma un aspetto della Tradizione da trattare con la reverenza dovuta a ciò che è considerato *risalire all’epoca apostolica. *Lo ha dimostrato –in una ottantina di pagine dense e di inconfutabile erudizione, pubblicate dalla Libreria Vaticana– il cardinale Alfons Stickler che, come Bibliotecario e Archivista emerito *del Vaticano, ha avuto accesso a tutte le fonti.
    Nella Chiesa primitiva , la maggioranza del clero era composta di uomini maturi ***che, accedendo agli Ordini sacri, lasciavano la moglie, con il suo consenso,* e affidavano la famiglia alla comunità *. Da allora, erano tenuti a vivere in continenza perfetta , risiedendo non più nella loro casa ma in edifici ecclesiali. Anche in autori seri , càpita di leggere *che queste rinuncia sarebbe stata imposta *dopo l’anno 300 nel Concilio, in realtà semplice Sinodo, tenuto in Spagna, ad Elvira. In realtà, come dimostra il cardinal Stickler, i testi mostrano che lì si ribadì* la prassi della continenza , data per “ tradizione immemorabile“ , e* si decise* di castigare gli abusi, espellendo dal clero chi conservasse rapporti con la moglie. Il contrario, dunque, di quanto spesso si afferma. Altri Sinodi – o Concili – confermano che l’astensione sessuale risale ai tempi apostolici stessi e non può dunque essere mutata. Numerosi i documenti pontifici, come quello di papa Siricio, che, in quello stesso quarto secolo, approvano quanto stabilito dai delegati *conciliari. E i Padri dell’Occidente –Ambrogio, Girolamo, Agostino– sono concordi su verginità o celibato o continenza non solo per i sacerdoti ma anche per i diaconi. Mai, assicura Stickler, neanche nei documenti più antichi, mai questo è considerato come* un’innovazione, *ma sempre* come un dato indiscusso della Tradizione primitiva.
    In questa prospettiva,* non si sa che pensare di *professori, pur autorevoli, che anche* in questi giorni* hanno riesumato la tesi (cara alla propaganda manipolata *dei vecchi luterani e calvinisti) secondo la quale di continenza clericale si potrebbe parlare solo dal 1139, col secondo Concilio del Laterano. In realtà, si stabilì allora che eventuali matrimoni contratti da membri del clero non erano solamente illeciti ma anche invalidi. Dunque nulli, non avvenuti. Stickler: << Questa severa sanzione è l’ennesima *conferma di un obbligo alla continenza esistente da sempre>>. *
    E le Chiese d’Oriente, dove solo i monaci e i vescovi sono tenuti alla continenza assoluta, **mentre preti e diaconi possono usare del matrimonio, purché sia il primo ed unico e sia stato contratto prima dell’ordinazione? Tutti i documenti mostrano che* per molti secoli anche in quelle comunità fu indiscussa l’astensione praticata in Occidente e che le eccezioni che vengono tirate in campo risalgono a fonti falsificate. Solo nel 691, al Concilio Trullano, si stabilì quanto ancora oggi è in vigore per gli ortodossi. Ma fu* una esplicita resa: la Chiesa d’Oriente non aveva l’organizzazione gerarchica di quella d’Occidente e le mancava la possibilità di reprimere gli abusi, sempre più numerosi. Non solo : sottomessa all’Imperatore bizantino, cedette ai ***politici che giudicavano più controllabile un clero che “teneva *famiglia”. Si cercò di salvare il principio, imponendo l’astensione dal sesso almeno nel periodo in cui i sacerdoti fossero di servizio all’altare e pretendendo castità da vescovi e monaci. Una situazione obbligata , non certo l’ideale, come lamentarono e ancora lamentano in molti, ad Oriente. Curioso che alcuni, ora, la considerino auspicabile anche per l’Occidente. .

    ************************************************** ************************************************** ************************************************** ************************************************** ***
    CIAO

  4. #4
    desiderium
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    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio
    Il matrimonio dei "preti" non è la soluzione al problema del sacerdozio attuale
    non si tratta di soluzione al problema del sacerdozio attuale, ma di esigenza umana, affettiva e sessuale che non può essere sottratta con un'imposizione.

  5. #5
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    Scusami Abelardus
    ma quando una persona , un uomo decide di chiedere di essere ordinato prete, sino ad oggi sa - sapeva - che nella Chiesa latina non poteva sposarsi! allora avrebbe dovuto pensare prima alla scelta!

    Se risponde ad una vocazione allora faccia prima il debito discernimento
    se cerca un luogo dove affermarsi per essere qualcuno , per essere contro corrente, perchè non si fa pastore di qualche comunità riformata!?

    Come se una suora laica decidesse al contempo di essere madre e consacrata! perchè non sceglie la via alla santità nel matrimonio?

    Nessuno costringe un uomo a farsi prete , ma se io vado al Circolo del Bridge, e chiedo di iscrivermi mi indicano quali regole mi impegno a rispettare. Così per quelli che chiedono ad un vescovo di essere ordinati.
    Altrimenti - Milingo docet - si cerchino una setta!
    Sine iniuria
    tuo Bizzzarrro

  6. #6
    INNAMORARSI DELLA CHIESA
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    Citazione Originariamente Scritto da Abaelardus Visualizza Messaggio
    non si tratta di soluzione al problema del sacerdozio attuale, ma di esigenza umana, affettiva e sessuale che non può essere sottratta con un'imposizione.
    ....assolutamente FALSO.........

    La buona parte dei preti che vivono questa situazione… non bramano per la verità di “regolarizzare” la loro situazione dal punto di vista canonico (basterebbe infatti chiedere la dispensa o la riduzione allo stato laicale...)… perchè dietro la crisi di un prete NON c’è come uno può credere, la crisi verso la propria vocazione sacerdotale, MA C’È LA CRISI BEN PIÙ PROFONDA CIOÈ QUELLA VERSO IL PROPRIO BATTESIMO! PRIMA DI AVER TRADITO IL SACERDOZIO HANNO PERSO LA FEDE… E LA PERDITA DELLE FEDE HA CONSEGUENTEMENTE ANNIENTATO LA VOCAZIONE SACERDOTALE CHE NON AVENDO PIù APPOGGIO è CADUTA INEVITABILMENTE E MISERAMENTE!

    Il cuore del problema QUINDI è l’aver tradito le PROMESSE BATTESIMALI … del combattimento che il catecumeno è chiamato a fare contro il Diavolo, CONTRO LE SUE OPERE E CONTRO LE SUE SEDUZIONI…

    È UN PROBLEMA DI BATTESIMO NON DI SACERDOZIO!

    San Paolo UNENDO la vocazione di Cristo con la Chiesa SUA SPOSA (Efesini 7), fa emergere come il problema della continenza è legato anche alla crisi DEL MATRIMONIO...

    Non è in crisi L'UNIONE FRA L'UOMO E LA DONNA in sè, la quale continua adesserci, ma l'Istituzione matrimoniale che NASCE CON IL BATTESIMO......e non è un caso che anche gli "altri" Sacramenti hanno subito un TRADIMENTO nel momento in cui è sorta questa crisi battesimale......

    ....vi porto a riflettere, dal mio canto ALL'ORIGINE DI QUESTA CRISI: IL PROTESTANTESIMO.......

    Mai la storia della Chiesa ha SUBITO una crisi battesimale (neppure nel periodo dei lapsi) come quella del dopo-Lutero.....
    Perchè?
    Perchè iniziando essi a MODIFICARE LE INTENZIONI espresse dalla Chiesa nel dare il Battesimo, hanno lentamente dato origine ALLA CONTESTAZIONE delle promesse battesimali....cominciando a togliere il Battesimo AI BAMBINI.....

    Studiando questa storia e questo percorso ci si accorgerà come questa crisi DEL BATTESIMO investe TUTTO....tutti e 6 i Sacramenti

    Ai genitori venne lentamente tolto IL DIRITTO E IL DOVERE DI DARE QUESTO BATTESIMO ai propri neonati attendendo che il bambino DA GRANDE POTESSE DECIDERE....
    Ma in questo modo non hanno fatto altro che alimentare LA CRISI DEL BATTESIMO visto NON più COME DONO, MA COME SCELTA e come sappiamo le scelte si CONTESTANO....

    Da qui il resto fu ed è "facile".......

    la crisi del sacerdozio è in realtà LA CRISI DELLE PROMESSE E DELLA FEDE IN QUESTE.... così come la crisi del Matrimonio nasce da questa visione distorta del Battesimo....il Battesimo, così come il Matrimonio, ma anche il sacerdozio non sono più "vocazioni" MA SCELTE CONTESTABILI.....perchè NON derivano più dalle PROMESSE DI UN BATTESIMO QUALE DONO, MA DALLA SCELTA INDIVIDUALE DI COME GESTIRE LA PROPRIA VITA.....INSEGUENDO UNA IMMAGINE DI CRISTO CHE NON MI CHIEDA ALCUN SACRIFICIO.....



    Fraternamente CaterinaLD
    __________________
    "Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero" (S.Caterina da Siena)
    Fraternamente Caterina
    Laica Domenicana

  7. #7
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    i preti sono comunque esseri umani e come tali condividono tutte le passioni dell'umanità... negarlo non servirebbe a nulla.

  8. #8
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    Le passioni devono essere controllate per non fare danno. Questo non è valido solo per i preti, ma per tutti. Tutti hanno la ferita causata dal peccato originale per cui nessuno, tranne la Vergine Maria preservata dal peccato originale, ha il dono degli istinti e passioni che rispettano i dettati della ragione.

    CIAO

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Eugenius Visualizza Messaggio
    Le passioni devono essere controllate per non fare danno. Questo non è valido solo per i preti, ma per tutti. Tutti hanno la ferita causata dal peccato originale per cui nessuno, tranne la Vergine Maria preservata dal peccato originale, ha il dono degli istinti e passioni che rispettano i dettati della ragione.

    CIAO
    è giusto... ma allora perchè non smettere di mangiare? o di bere? non sono anche questi istinti? e allora perchè mangiare o bere (con moderazione) non sono peccati, mentre avere una contenuta e morigerata attività sessuale può essere peccato?

  10. #10
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    Se uno smette di mangiare e bere muore.
    Come hai detto giustamente e mi pare che volevi sottolineare questo ci sono i giusti limiti.
    Anche il bere è una cosa giusta, ma bere in quantità esagerata porta alla morte dell'organismo.
    A parte questo è del tutto lecito usare gli organi corporei per il fine che Dio ha dato a quegli organi.
    mentre avere una contenuta e morigerata attività sessuale può essere peccato
    Infatti non è affatto peccato purché vengano rispettati i fini per cui l'atto sessuale è stato istituito da Dio.
    Che un uomo ed una donna tra di loro sposato compiono l'atto sessuale in maniera naturale, non è certamente peccato. Erano i manichei a pensare che lo fosse o che fosse un male da tollerare.
    Nel caso di un Sacerdote, ha fatto una libera promessa.
    Il problema non è questo, è un problema di Fede, o meglio è un problema di identità del Sacerdote.
    Se si considera il Sacerdote come una specie di direttore di preghiere, di presidente del gruppo riunito la domenica per dialogare e pregare, allora è ovvio e comprensibile che davvero è ridicolo che la legge dica che non possa avere una famiglia naturale.

    Se invece si considera il Sacerdote come colui che consacra le specie del pane e del vino, in persona di Cristo, facendole diventare Corpo e Sangue di Cristo, ed offre il Sacrificio incruento; se si considera il Sacerdote come il ministro di Dio, che con il potere sacro amministra i Sacramenti necessari per la salvezza eterna della persona; se si considera il Sacerdote come consacrato a Cristo, la cui vita è un'imitazione di Lui, allora davvero si comprende il perché di tante leggi.

    C'è anche da dire che non esiste il diritto ad essere Sacerdoti, ma è una risposta ad una chiamata.

    Per leggere la Bibbia in un gruppo di persone, per dialogare di argomenti religioni, per dirigere e presenziare delle preghiere recitate da un gruppo di persone, va bene anche un buon padre di famiglia. Se è questa la concezione del Sacerdozio, allora è ovvio che sono fondate determinate critiche.
    Non è tanto nelle critiche al problema dei preti sposato, ma sulla concezione del Sacerdozio il vero punto dolente.

    CIAO

 

 
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