Da “IL GAZZETTINO” del 3 marzo 2007


Il libro di Ettore Beggiato sulle sollevazioni popolari che nel Nordest si opposero al dominio napoleonico
QUELLE INSURREZIONI VENETE “DIMENTICATE”
Polemica dell’autore con gli storici ufficiali per aver censurato “queste pagine gloriose della nostra storia”


É un malessere di vecchia data, quello che oppone - culturalmente e politicamente - il Veneto a Roma (ma prima a Torino e Firenze, le due antiche capitali), ma anche la nostra campagna alle città, il mondo rurale a quello delle professioni, i ceti più legati a una religiosità tradizionale a quelli laici e progressisti. Un filo rosso di disagi e ribellioni che apparentemente contrastano con la paciosità delle nostre provincie, nella cui pancia invece ribollono evidentemente secolari suggestioni vandeane: testimoniate anche dalla mappatura degli andamenti elettorali più recenti, che vedono regolarmente le aree più urbanizzate del Veneto votare più a sinistra dei rispettivi entroterra.
A rafforzare e allungare questo "filo" lavorano da tempo gli ambienti venetisti, che hanno nel dirigente del Progetto Nordest ed ex consigliere regionale Ettore Beggiato uno degli esponenti più in vista, e che contestano ancor oggi l'esito del Plebiscito per l'adesione della nostra regione all'Italia, e in generale le politiche centraliste che con Napoleone, gli austriaci, i Savoia e tutti i regimi successivi, «umiliarono e impoverirono gli antichi domini di San Marco». Un filo rosso che si dipana dalle "Pasque veronesi" del 1797, alla rivoluzione veneta del 1848, dai malumori contro il Plebiscito all'"Irlanda Veneta" paventata nel dopoguerra da Luigi Luzzatti, fino alla nascita - proprio dalle nostre parti, negli anni Ottanta - del fenomeno leghista e alla scalata del Campanile di San Marco da parte dei Serenissimi, nel 1997.
Pubblicista e culture di storia locale, Beggiato propone ora con l'Editrice Veneta il volume "1809: l'insorgenza veneta", che racconta "La lotta contro Napoleone nella Terra di San Marco" (224 pag., € 15). Si tratta di un libro che ricostruisce - sulla scorta di testimonianze, cronache dell'epoca, rapporti podestarili, documenti d'archivio - le sollevazioni popolari che soprattutto nel 1809 portarono numerose province italiane (e buona parte di quelle venete) ad opporsi al nuovo dominio napoleonico, portando nelle piazze e sulle barricate migliaia di persone. «Si calcola che dal 1796 al 1815 le varie insorgenze coinvolsero nella sola penisola italiana più di 300mila persone - scrive Beggiato - Sicuramente ne morirono più di centomila».
Alle rivolte per la riaffermazione della propria identità e per riconquistare la libertà perduta corrisposero infatti, da parte dei soldati di Napoleone (che Beggiato chiama "l'Infame"), repressioni durissime, con fucilazioni e impiccagioni di massa dei "patrioti veneti", sbrigativamente ribattezzati "briganti", ma anche razzie e devastazioni indiscriminate. Sono numerosi gli episodi ricostruiti nel libro, da Schio, dove venne anche insediato un Governo Veneto, a Orgiano, dove si radunarono fino a 15mila insorti, dall'Alta Padovana fino al Tirolo di Andreas Hofer.
Se l'insurrezione non divenne rivoluzione è perchè le «mancarono i capi, non certo l'ardore e l'eroismo della gente». Ma non solo: Beggiato condanna anche la pavidità di molti nobili, il tradimento dei giacobini, e l'assoggettamento delle migliori intelligenze alle capacità seduttive di Napoleone.
Una querelle che ha segnato, come abbiamo detto, buona parte della nostra storia, ma soprattutto che ha portato - e su questo insistono sia Beggiato che Ivone Cacciavillani, che firma la prefazione - gli storici "ufficiali" delle "Università italiane nel Veneto" a censurare, minimizzare, nascondere queste pagine gloriose della nostra storia, in favore di una versione dei fatti ispirata a «logiche e "culture" estranee alla nostra terra e al nostro popolo».
In appendice cronologie e documenti ufficiali che scandiscono le varie fasi del duro confronto, e anche le sentenze con cui la "Veneta Corte al criminal" presieduta da Antonio Fojadelli il 22 novembre del 2003 condannò Napoleone per aver mosso illegittimamente guerra allo Stato Veneto e per essersi impossessato di beni artistici e aver ordinato uccisioni senza giudizio di civili inermi e rappresaglie indiscriminate.
Sergio Frigo

Silvio Lanaro “Ma la nostra –Vandea- non aveva certo ragione”

Silvio Lanaro, docente all'Ateneo padovano e autore di numerosi libri sulla storia veneta e italiana, potrebbe essere il tipico esponente di un sistema universitario che rinuncia ad essere "veneto" per essere "italiano", laico e progressista.
«Bisognerebbe però che Beggiato sapesse - replica lo storico - che per lungo tempo il Rettore dell'università fu un ecclesiastico, e non è che a quei tempi gli ecclesiastici fossero tanto in armonia con i liberali. In secondo luogo, l'Università, e quella di Padova in particolare, non è mai stata una università "veneta", ma ha sempre avuto un bacino di utenza che andava fino alla Dalmazia, all'Austria, alle regioni italofone dell'Europa centrale».
Non condivide neppure l'accusa agli storici "ufficiali" di aver sottovalutato la resistenza del popolo veneto contro ogni forma di centralismo?
«Io credo di essere l'ultimo al quale lei dovrebbe rivolgere questa domanda, visto che ho dedicato un intero capitolo del mio primo libro ai fratelli Scotton, "temporalisti" di Breganze che della Vandea veneta furono forse gli alfieri più importanti. Poi bisogna distinguere fra i diversi fermenti popolari, anche se mi sembrerebbe singolare che oggi, nel 2008, si sostesse che i vandeani veneti avevano ragione e i liberali torto».
Nega anche che ad esempio sulle Cinque Giornate di Milano si sono scritte intere biblioteche, e sull'anno e mezzo di rivoluzione veneziana ben poco?
«Effettivamente è vero che la Repubblica di Daniele Manin storiograficamente è stata sottovalutata, ma questo avvenne perchè ormai il movimento rivoluzionario era in riflusso in tutta Europa: la Repubblica Veneta si protrasse oltre il suo limite cronologico naturale e quindi venne abbandonata dai cronisti, e di conseguenza anche dagli storici. Sull'argomento c'è un libro di Angelo Ventura...»
E quello recente di Paul Ginborg su Manin...
«Si, bisognava che arrivasse un inglese ad occuparsi seriamente di Manin».
C'è chi lo ha criticato in quanto velleitario...
«Ma tutti i rivoluzionari dell'800 sono stati velleitari, dal primo all'ultimo, indipendentemente da ciò che sono diventati più tardi».
Non trova che il contrasto città-campagna nella nostra regione sembra essersi perpetuato fino ad oggi?
«É vero, ne ho scritto nel capitolo sul Veneto della Storia d'Italia dell'Einaudi. Da noi questo conflitto ha avuto un peso notevole, in un modo ancora tutto da studiare».
Escluso forse il quarantennio democristiano...
«Si, la Dc ha saputo stemperare i contrasti. Una volta un amico democristiano mi disse scherzando "ci rimpiangerete", e da un certo punto di vista aveva ragione. Essendo un partito unito dal cemento religioso, aveva in una regione come la nostra la capacità e la possibilità di armonizzare gli interessi contrastanti. Non a caso dopo il crollo della Dc e della sua raffinata mediazione politico-culturale è arrivata la rozza polemica della Lega».
S.F.