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  1. #1
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    Predefinito Mostri, belve, animali nell’immaginario medievale

    Il Medioevo è generalmente considerato un’età buia (anche se qualcuno, in questo forum, forse avrebbe qualcosa da eccepire…). All’uomo medievale, spesso povero e analfabeta, viene raccontata la religione attraverso gli affreschi delle chiese e vengono imposte le leggi da un signore, il feudatario, che non di rado si ritiene suo padrone assoluto. Gli viene quasi negata la facoltà di pensare e la ragione dell’uomo, oltraggiata, si ribella e, quasi come a volersi riscattare, si crea le sue immagini, tra le quali le “bestie”.
    Nasce così l’iconografia del bestiario, rappresentazione artistica e fantastica delle paure innate o incamerate: dare loro un corpo è quasi un modo per esorcizzarle.
    Questi animali fantastici traggono origine dalle culture orientali e, soprattutto, dal mondo classico: sia il mondo greco che quello romano erano popolati di creature antropomorfe, che spesso mescolavano nel loro aspetto caratteristiche di diversi animali. Le principali fonti storico-letterarie dei bestiari medievali sono l’Iliade e l’Odissea, i due grandi poemi omerici, ma anche la lirica di epoca successiva, richiamandosi ai poemi epici, si rifà ad esseri ibridi e immaginari. La ricchezza di immagini e figure dell’antichità classica, tramandata attraverso la trascrizione dei monaci amanuensi, diventa il patrimonio che l’uomo colto del Medioevo si ritrova a disposizione: un magnifico esempio è la Divina Commedia, quasi il compendio di tutto il sapere classico e medievale.
    Infatti è proprio nelle tre cantiche dantesche che ritroviamo una delle fonti principali per ricostruire un bestiario, una fonte che passa attraverso la sensibilità sofferta di un’uomo medievale maturo. La bestia è, in Dante, non solo eco della cultura classica, ma anticipazione e richiamo di concetti morali che il poeta vuole sottoporre all’attenzione del lettore.
    Tra i più famosi bestiari medievali ricordiamo De bestiis et aliis rebus, attribuito a Ugo di San Vittore, Aviarum di Ugo di Fouilloy e il Liber monstrorum de diversis generibus, forse d'autore anglosassone. Modello dei bestiari medievali è un trattato redatto in greco verso la fine del II secolo d. C. e denominato Physiologos. In quel tempo la parola physiologia stava ad indicare il modo in cui ci si avvicinava alla natura interpretandola come specchio delle realtà celesti. Lo scopo era quello di avvicinarsi a Dio cogliendone il messaggio attraverso le sue creature (ogni animale descritto nel Phisiologos era associato a citazioni bibliche: si fondava in tal modo una tipologia cristiana dell'animale, scopo della quale era l'associazione di un'immagine zoologica e di un'idea cristologica).
    Il Physiologos venne tradotto in siriano, armeno, etiopico e naturalmente - fino dal IV secolo - in latino.




  2. #2
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    Secondo Franco Cardini, Ordinario di Storia Medievale all’Università di Firenze, a formare il complesso mondo animale della cultura tardo antica confluirono soprattutto due diverse tendenze. Quella scientifica e razionalizzante avviata da Aristotele e quella magico-astrologica influenzata dalle dottrine gnostiche, e secondo la quale il cosmo era intessuto di occulti rapporti che collegavano gli astri, gli animali dell’aria, della terra e dell’acqua, le piante e le pietre. Pur nella pluralità degli stili e nella diversità delle fonti, questo genere letterario non costituisce affatto una congerie disordinata di fantasie, ma conserva un’intima coerenza per cogliere la quale è necessario soltanto decodificare il linguaggio.


    ALLA RICERCA DI UN CODICE INTERPRETATIVO
    Di Franco Cardini

    Gli antichi, specie gli egizi e i babilonesi, avevano popolato di mostri, di belve, di animali il loro pantheon e i loro cieli. Il "mostro", non necessariamente né completamente assimilabile alla belva, poteva essere il risultato di un'anomalia della natura, il segno di un fatto straordinario, la testimonianza d'un'irruzione del divino nella sfera dell'uomo; non a caso, per questo, esso non era neppur sempre necessariamente alla portata dell'esperienza immediata. Sovente, il mostro era isolato in un mondo "altro", diverso per natura e per qualità rispetto a quello abitato dagli uomini: poteva risiedere nei cieli, negli abissi marini, nel ventre della terra, in paesi lontani.
    La sua almeno ordinaria estraneità all'esperienza quotidiana non era affatto argomento che potesse servire a porre in dubbio la sua esistenza, in quanto egli era anzitutto un segno, il testimone di una realtà diversa da quella dell'uomo. Inoltre, un filo tenace legava il mostro, la belva e il dio. L'umano, il divino, il demonico, il ferino si incontravano e si fondevano continuamente; e se ciò non accadeva nel sistema mitologico-religioso grecoromano in quanto esso era profondamente antropomorfìco, il tema della metamorfosi introduceva anche in esso una correzione che ricollegava l'uomo, il dio, il demone e la belva. Un collegamento, anzi una sorta di circolarità degli stati dell'essere, garantita dal carattere politeistico e dalla natura immanentistica dei sistemi mitico-religiosi dell’antichità. Rispetto ad essi, il cristianesimo e già l’ebraismo avevano introdotto un elemento nuovo: il Dio unico, trascendente, creatore; e l’uomo sua creatura diletta, suo primogenito spirituale, che compartecipa della sua natura e che quindi (come si vede nel Cristo, Dio e Uomo) è mediatore tra Dio e il creato, quindi padrone del creato in quanto possiede un’anima materiale, un nephesh che ha per dimora il sangue, un principio vitale – egli si distingue dagli animali in quanto ha anche il principio comunicatogli dal soffio divino, lo spirito, la Ruah.
    Ne consegue che l'ebraismo, il cristianesimo, l'Islam sanciscono nei confronti del mondo animale un'estraneità più profonda dei precedenti sistemi immanentistici. D'altronde, il bagaglio delle culture precedenti - la greco-romana non meno di quelle orientali e di quelle "delle steppe", che irrompono nel mondo cristiano fra IV e VI secolo - già presente nello stesso apparato simbolico della Bibbia, è troppo forte perché il cristiano possa (e, del resto, voglia) liberarsene. Mostri, belve, animali alimentano l'immaginario demoniaco, ma al tempo stesso passano sotto il velo dell'allegoria a far parte dello stesso tessuto religioso cristiano (si pensi all'Agnello, alla Colomba, al Tetramorfo) o prolungano la loro vigorosa presenza culturale antica per popolare delle loro immagini il pensiero allegorico e morale del mondo cristiano.
    Li ritroviamo nella scultura romanica e gotica, nei simboli araldici, nei trattati enciclopedici. Elaborazioni culturali o presenze reali che siano, essi sono sempre e comunque "segni": non ha, quindi, molto senso distinguere il mostro dall'animale reale, non serve a nulla osservare che i centauri e le sirene non sono esistite mentre il lupo e l'orso sì. L'uomo medievale non ragionava secondo categorie di questo tipo. In un certo senso, il centauro e la sirena gli erano altrettanto familiari non solo del lupo e dell'orso, ma anche del cane e del cavallo: nel senso, vogliamo dire, dell'uso allegorico che egli ne faceva. Ed è questo diverso modo d'intendere la realtà che noi dobbiamo comprendere: questo, e questo solo, è il "disincanto" che bisogna realizzare rispetto alle radici del nostro Immaginario.

    Dal sito: www.airesis.net


  3. #3
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    LE ARPIE

    Secondo la testimonianza poetica di Esiodo, le Arpie erano figlie di Taumante ed Elettra. Si diceva che volassero con la rapidità e la violenza delle burrasche e che vivessero a Creta, in una grotta sotterranea o, più probabilmente, nelle isole Strofadi, nel mare Ionio, dove sarebbero state confinate dallo stesso Giove, che se ne serviva a proprio vantaggio contro coloro che voleva perseguitare. Le Arpie impersonavano i venti marini forieri di tempesta ed era proprio durante le burrasche che, sotto forma di venti, entravano in azione e rapivano i naufraghi.
    Successivamente divennero divinità infernali, che ghermivano le anime dei morenti e le trasportavano nell'aria e, più tardi ancora, acquisirono consistenza corporea.

    Venivano raffigurate con viso di donna e corpo di uccello rapace, con grandi ali e pericolosi artigli (di cui si servivano per combattere, pur non disdegnando i morsi…). Armate di becco adunco e di unghie lunghissime, le Arpie erano simili a vecchie avvizzite e ributtanti, cui pendevano dal petto lunghe mammelle flaccide (ma alcune raffigurazioni le rappresentano giovani e con volti angelici, che nascondono però bocche piene di denti guasti ed appuntiti...). I capelli erano arruffati e sporchi, gli occhi neri e carichi di malvagità e il loro corpo emanava un odore insopportabile.

    Si dice che avessero la deplorevole abitudine di piombare nel bel mezzo di un banchetto per rubare le vivande e appestare l'aria con il loro fetido odore: le Arpie avevano infatti un appetito vorace e si cibavano di ogni sorta di creatura. Per attirare e divorare le loro prede, si servivano del canto, una musica stridula che aveva però il potere di soggiogare anche l'uomo con la volontà più ferrea, che rimaneva come ipnotizzato dalle loro nenie, provando un incredibile senso di attrazione nei confronti di questi esseri ributtanti. Attrazione che spesso portava alla morte. L'effetto del canto si esauriva però rapidamente, subito dopo che l'Arpia aveva smesso di cantare.

    Le Arpie erano solo femmine e si riproducevano senza l'aiuto di un maschio, deponendo ogni anno un uovo da cui nasceva una piccola arpia che veniva subito abbandonata a se stessa dalla madre. La leggenda ne nomina spesso tre, i cui nomi discordano: Celeno (che significa oscurità), Ocipete (dal rapido volo) e Aello (apportatrice di tempesta). Altri fanno il nome di Ocitoe, Alopo, Alchelao, Podarge e Tiella.


    Nell'Odissea incontriamo le Arpie nella loro accezione arcaica di venti forieri di tempeste marine e di rapitrici che travolgono le navi…

    ...ecco che le fanciulle le Arpie rapirono in aria,
    e in balia delle Erinni odiose le diedero.
    (Odissea, XX, 77-78)

    Contro le Arpie hanno lottato gli Argonauti. Sconfitte da due di loro, Zeto e Calai, si rifugiarono nelle Strofadi dove le incontra Enea, approdato su queste isole dopo tre giorni di naufragio:

    (...) Strofadi grecamente nominate
    Son certe isole in mezzo al grande Jonio,
    Da la fera Celeno e da quell'altre
    Rapaci e lorde sue compagne arpie
    Fin d'allora abitate…
    (Eneide, III, 354-358)

    E Virgilio continua:

    (...) Altro di queste
    Più sozzo mostro, altra più dira peste
    Da le tartaree grotte unqua non venne.
    Sembran vergini a' volti, uccegli e cagne
    A l'altre membra; hanno di ventre un fedo
    Profluvio, ond'è la piuma intrisa ed irta,
    Le man d'artigli armate, il collo smunto,
    La faccia per la fame e per la rabbia
    Pallida sempre, e raggrinzita e magra...
    (Eneide, III, 361-368)

    L'Ariosto ne fa una descrizione molto simile, però, per lui, le Arpie erano sette e simboleggiavano le sette pestilenze e i sette peccati mortali:

    ...Erano sette in una schera, e tutte
    Volto di donne avean pallide e smorte,
    Per lunga fame attenuate e asciutte
    Orribili a veder più che la morte:
    L'alaccie grandi avean deformi e brutte,
    le man rapaci, e l'ugne incurve e torte;
    Grande e fetido il ventre, e lunga coda
    Come di serpe che s'aggira e snoda…
    (Orlando Furioso, XXXIII, 120)

    La visione di Dante delle Arpie è tutta ispirata all'Eneide. Esse vivono e nidificano, infatti, nella selva dei suicidi, che avendo fatto violenza su se stessi in modo innaturale "sradicandosi" dalla vita, nell'inferno dantesco sono condannati a sopportare la condizione innaturale di uomini-albero. Condizione, questa, che Virgilio aveva invece riservato a Polidoro, per non aver ricevuto degna sepoltura dopo essere stato ucciso.
    Anche la descrizione è molto simile a quella dell'Eneide:

    …Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
    che cacciar de le Strofade i Troiani
    con tristo annunzio di futuro danno.
    Ali hanno late, e colli e visi umani,
    piè con artigli, e pennúto 'l gran ventre;
    fanno lamenti in su li alberi strani.
    (Inf. XIII, 10-15)




  4. #4
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    LA FENICE

    E' uno dei "mostri" più conosciuti di tutti i tempi: è l'Uccello Sacro del fuoco e, secondo la tradizione, è originario dell'Arabia. Vive più di cinquecento anni e quando si accorge di stare per morire prepara una pira funeraria con dei rami di erbe aromatiche e al tramonto, rivolta verso il sole calante con le ali aperte, dà fuoco alla pira, lasciandosi consumare dalle fiamme.
    Ma nove giorni dopo la fenice risorge dalle sue stesse ceneri...


    Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu (dal verbo “benu” che significa “risplendere”, “sorgere” o “librarsi in volo”), che poi nelle leggende greche divenne la Fenice (da “phoinix”, che significa "rosso" o "albero solare"). Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume - una rosa e una azzurra - che le scivolavano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef (la Corona Bianca dell'Alto Egitto, con due piume di struzzo per lato: la corona di Osiride) o con l'emblema del disco solare.
    Gli antichi la identificavano col fagiano dorato, tanto che un imperatore romano si vantò di averne catturata una; nella Bibbia, con l'ibis; alcuni, col pavone; altri, con l'airone rosato o l'airone cinereo (arda cinerea).

    Come l'airone che spiccava il volo sembrava mimare il sorgere del sole dall'acqua, la Fenice venne associata al sole e rappresentava il BA ("l'anima") del dio del sole Ra, di cui era l'emblema - tanto che nel tardo periodo il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra. Quale simbolo del sole che sorge e tramonta, la Fenice presiedeva al giubileo regale. Ed essendo colei che ri-sorge per prima, venne associata al pianeta Venere e menzionata quale Stella del Mattino nell'invocazione: Io sono il Bennu, l'anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat (l'oltretomba). Che mi sia concesso entrare come un falco, ch'io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.

    E, come l'airone che s'ergeva solitario sulla piccole isole di roccia che sbucavano dall'acqua dopo la periodica inondazione del Nilo (che ogni anno fecondava la terra col suo limo), il ritorno della Fenice annunciava un nuovo periodo di ricchezza e fertilità. Per questa stessa ragione venne riconosciuta quale personificazione della forza vitale, e - come narra il mito della creazione - fu la prima forma di vita ad apparire sulla collina primordiale (sulla quale fu poi edificata la città di Heliopolis), che all'origine dei tempi sorse dal caos acquatico. Si dice infatti che il Bennu abbia creato se stesso dal fuoco che ardeva sulla sommità del sacro salice di Heliopolis.

    Proprio come il sole, che è sempre lo stesso e ri-sorge solo dopo che il sole "precedente" è tramontato, di Fenice ne esisteva sempre un unico esemplare per volta (da cui l'appellativo "semper eadem": sempre la medesima - ed anche al giorno d'oggi sopravvive il modo di dire "essere una Fenice", ossia qualcosa di cui non si conosce l'uguale, introvabile, un esemplare unico): era sempre un maschio, e viveva in prossimità di una sorgente d'acqua fresca all'interno di una piccola oasi nel deserto d'Arabia, un luogo appartato, nascosto ed introvabile - citando il ben noto adagio di Metastasio ("Demetrio", atto II, scena III): "Come l'araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa". Ogni mattina all'alba faceva il bagno nell'acqua (simbolo alchemico delle emozioni) e cantava una canzone così bella che il dio del Sole arrestava la sua barca (o il suo carro, nella mitologia greca) per ascoltarla. Talvolta visitava Heliopolis (la città del sole, di cui era l'uccello sacro), e si posava sulla pietra ben-ben: l'obelisco all'interno del santuario della città (nota originariamente col nome di "Innu", che significa "la città dell'obelisco", da cui il nome biblico On).

    Quando, dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/1468, o addirittura 12954/12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e vi accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo - grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva, che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo entro la fine del giorno), dopodichè la giovane Fenice) volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro, "cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra".

    Storicamente parlando, viene menzionata per la prima volta in un libro nell'Esodo (VIII secolo a.C.), e uno dei primi resoconti dettagliati ce lo fa lo storico greco Erodoto circa due secoli dopo: Un altro uccello sacro era la Fenice. Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poichè è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sè i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila. Proprio a questo spannometrico respconto di Erodoto, dobbiamo l'erronea denominazione di Araba Fenice. Secondo la versione fornitaci da Ovidio, invece, la Fenice .. si ciba non di frutta o di fiori, ma di incenso e resine odorose. Dopo aver vissuto 500 anni, con le fronde di una quercia si costruisce un nido sulla sommità di una palma, ci ammonticchia cannella, spigonardo e mirra, e ci s'abbandona sopra, morendo, esalando il suo ultimo respiro fra gli aromi. Dal corpo del genitore esce una giovane Fenice, destinata a vivere tanto a lungo quanto il suo predecessore. Una volta cresciuta e divenuta abbastanza forte, solleva dall'albero il nido (la sua propria culla, ed il sepolcro del genitore), e lo porta alla città di Heliopolis in Egitto, dove lo deposita nel tempio del Sole (dove i sacerdoti di Ra conservavano gli archivi dei tempi passati: in quest'ottica, la Fenice era il nuovo profeta/messia che "distruggeva" gli antichi testi sacri per far risorgere una nuova Religione dai resti della precedente).

    La lunga vita della Fenice e la sua così drammatica rinascita dalle proprie ceneri, ne fecero il simbolo della rinascita spirituale, nonchè del compimento della Trasmutazione Alchemica - processo Misterico equivalente alla rigenerazione umana (Fenice era il nome dato dagli alchimisti alla pietra filosofale). Già simbolo della Sapienza divina (cfr. Giobbe 38 verso 36), intorno al IV secolo d.C. venne identificata con Cristo (presumibilmente per via del fatto che tornava a manifestarsi 3 giorni dopo la morte) e, come tale, venne adottata quale simbolo paleocristiano di immortalità, resurrezione e vita dopo la morte.

    Fonti:
    * Erodoto, "Storie" II, 73
    * Plinio, "Naturalis historia", X, 2
    * Ovidio

    Dal sito www.the1phoenix.net




    *^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^*^

    Il nostro Signore Gesù Cristo mostra le caratteristiche di questo uccello, dicendo: 'Io ho il potere di interrompere la mia vita e di riprenderla' (Giovanni, 10-18). Se perciò la Fenice ha il potere di distruggersi e di rivivere, perchè va scioccamente contro la Parola di Dio? Il nostro Salvatore discese dal paradiso riempiendo le sue ali con la fragranza del Vecchio e del Nuovo Testamento, Egli offrì se stesso a Dio suo Padre per la nostra salvezza sull'altare della Croce, e nel terzo giorno resuscitò. [...] Perciò la Fenice è il simbolo della resurrezione, non è un esempio di uccello, ma un esempio per l'uomo. Anche tu o uomo, costruisci una coperta per te stesso e spogliati della tua vecchia natura umana con la tua prima morte e mettitene una nuova. Cristo è la tua coperta, il tuo scudo, il tuo fodero e ti nasconde nel giorno del male. Vuoi sapere perchè la Sua copertura è la tua protezione? La tua copertura è il destino, riempila con le fragranze delle tue virtù di castità, pietà e giustizia. Quindi come la Fenice usa fragranze di erbe aromatiche, così l'uomo deve usare le fragranze delle sue virtù per resuscitare. Il punto dell'esempio è che tutti dovrebbero credere nella verità della venuta della resurrezione.
    Notate come la natura degli uccelli offre alle persone la prova della Resurrezione come proclamano le Scritture e il lavoro della natura conferma.


    Testo tratto da un autentico Bestiario medievale


    Koninklijke Bibliotheek (Olanda) - Medieval Illuminated Manuscripts



  5. #5
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    IL BASILISCO

    Il basilisco è l’essere favoloso del mondo dei rettili. E’ rappresentato come un serpente alato, con testa e zampe di gallo e occhi dallo sguardo che uccide. Il suo nome deriva dal greco antico e, secondo Plinio, ha probabilmente a che fare con il nome attribuito al velenoso serpente coronato, detto basiliskos, o anche regulus ( piccolo re ), a causa della macchia bianca sulla testa a forma di diadema. Il basilisco nasce dall’uovo di un vecchio gallo nero deposto sul letame e covato da un rospo o da un serpente. Nel 1474 il Consiglio di Basilea condannò a morte un gallo di undici anni che, a quanto si diceva, aveva deposto un uovo. La bestia fu decapitata il 4 agosto, il suo corpo fu bruciato e anche il suo presunto uovo fu dato alle fiamme.
    Il basilisco dimora in grotte, sotterranei e pozzi, dove si dice custodisca tesori, ma anche nel deserto. O meglio, egli crea il deserto: ai suoi piedi cadono morti uccelli e imputridiscono i frutti.


    Scrive Plinio… ” E’ un drago che ha sulla testa una corona d’oro, grandi ali spinose, una coda di serpente, che termina con la testa di un gallo. Il suo fiato avvizzisce la frutta. Il suo sputo brucia e corrode. Il suo sguardo spacca le pietre.. Il suo sibilo fa fuggire i serpenti. Non striscia sinuosamente come gli altri rettili, ma avanza, col corpo eretto a metà. E' credenza popolare che se un cavaliere lo infilzasse con la lancia, il veleno del Basilisco risalirebbe l'arma fino a raggiungere l'uomo uccidendolo, e anche il cavallo non sopravviverebbe."
    Dunque il suo soffio è velenoso e il suo sguardo mortale, ma lo si può sconfiggere mettendogli davanti uno specchio e facendolo così morire del suo stesso sguardo: è l’idea del maligno che lo morde. Il malefico basilisco da chiaro specchio sfugge, per propria rovina il veleno dei suoi occhi, chi è incline a fare del male al prossimo, è giusto venga colto egli stesso dal proprio impeto assassino (Honberg, 1675).

    Ma il basilisco può anche essere ucciso dalle donnole. Alcuni re, desiderando vedere morto questo rettile, ne hanno fatto la prova: si butta una donnola nella tana del basilisco ed essa lo uccide col suo odore, ma anch’essa perisce. "Ciò nonostante la bestia è bella, di un bel colore chiazzato di bianco. Ciò avviene per molte cose che sono belle, ma anche malvage...": per Pietro il Piccardo, che scrisse nel medioevo, il basilisco non poteva essere altri che il diavolo, e così la pensava la maggior parte degli scrittori del suo tempo.

    Nella Bibbia il basilisco compare come un serpente velenoso, mentre Isidoro di Siviglia lo definisce regulus volans e Ugo di San Vittore, nel suo libro dei Salmi, lo chiama rex serpentium. In Occidente è Santa Ildegarda di Bingen ( 1098-1179 ) che, nel suo Physica, descrive per la prima volta il basilisco come un essere che nasce dall’ uovo di gallo covato da un rospo. Anche Pierre de Beauvais sostiene che il basilisco nasce dall’uovo di un gallo, ma va oltre e sostiene che, per difendersi da lui, basta mettersi sotto una campana di cristallo che non lasci passare il suo soffio avvelenato. Questa immagine è rappresentata su un capitello della chiesa di Vézelay.

    Il basilisco è carico di significati simbolici. In molte cattedrali romaniche e gotiche sta a simboleggiare alternativamente il diavolo e il peccato. Nei secoli XIV e XV rappresenta il tradimento degli ebrei e nel XVI secolo viene associato alla collera e alla forza. Tra i peccati capitali, rappresenta la lussuria e viene combattuto da Cristo insieme al leone e al drago.
    La sifilide che si diffuse nel secolo XV fu denominata "morbo del basilisco". In alchimia è simbolo del fuoco devastatore che prelude alla trasformazione dei metalli.
    E’ anche l’immagine della morte che abbatte con feroce velocità: la falce è fulminea come lo sguardo, se non ci si pensa in tempo preparandosi con lucidità.

    Questo serpente è una immagine dell’inconscio, terribile e mostruoso per chi lo ignora e non lo riconosce, fino al punto di disintegrare la personalità.

    Materiale scovato qua e là in rete, nonché sul Manuale di zoologia fantastica di J. L. Borges



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    LA CHIMERA

    Suo padre era Tifone, il cui corpo gigantesco culminava in cento teste di drago e che si dice giaccia relegato sotto una delle isole vulcaniche della nostra terra, Ischia o la Sicilia… Sua madre era Echidna, per metà donna bellissima e per metà orribile serpente maculato, che viveva in un antro delle terre di Lidia, cibandosi della carne degli sventurati viaggiatori.
    Chimera è solo uno degli esseri mostruosi generati da Tifone ed Echidna. Suoi fratelli furono Cerbero, cane infernale dalle tre teste, la famosa Idra uccisa da Eracle e Ortro, feroce cane a due teste guardiano delle mandrie del gigante Gerione.
    Chimera è la personificazione della Tempesta, la sua voce è il tuono.
    Molte e diverse sono le rappresentazioni iconografiche del mostro leggendario. Probabilmente ad Esiodo (Teogonia) si ispirò l'artista che la raffigurò a Cerveteri con tre teste, le due laterali di leone e di drago e la centrale di capra. All'Iliade invece sembra ispirato l'artefice della Chimera di Arezzo: leone davanti, capra sul dorso e serpente dietro.

    "...Era il mostro di origine divina,
    lïon la testa, il petto capra, e drago
    la coda; e dalla bocca orrende vampe
    vomitava di foco..."

    (Iliade, VI, 222-226, traduzione di V. Monti)

    La Chimera prende il nome dalla caratteristica che la diversifica dai genitori: la testa di capra, infatti, non trova riscontro né in Tifone né in Echidna e ne diviene così tratto peculiare. Chimera, in greco Khimaira, significa infatti capra. La Chimera racchiude in sè tre significati: il leone è la forza e il calore ; il serpente è la terra, l'oscurità e la vecchiaia; la capra è il passaggio, la transizione...

    Chimera fu allevata dal re Amissodore, e per lunghi anni terrorizzò le coste dell' attuale Turchia, seminando distruzione e pestilenze. Fu Bellerofonte, eroe da molti ritenuto figlio del dio Poseidone, a fermare le scorribande del mitico mostro. Con l'aiuto di Pegaso, Bellerofonte riusci a sconfiggere Chimera con le sue stesse, terribili, armi: immerse la punta del giavellotto nelle fauci della belva, il fuoco che ne usciva sciolse il piombo che uccise l'animale. Come già aveva fatto Perseo con Medusa, Bellerofonte seppe abilmente sconfiggere la creatura facendo sì che la sua forza si ritorcesse contro di lei.

    Ma il mito di Chimera va ben oltre l'immagine mostruosa che la leggenda ci riporta. E' il simbolismo che questa creatura rappresenta a renderla davvero immortale. Chimera è l' Inafferrabile, l'Irraggiungibile, il Sogno che ogni uomo insegue per una vita intera senza mai raggiungere. Chimera è l'orizzonte e ciò che dietro l'orizzonte si nasconde. E' lo spirito che vuole trascendere dal corpo in cui è costretto per librarsi verso mete sconosciute, nonostante la paura, il pericolo, il terrore che può riservare l'Ignoto, perché proprio da tutto questo esso assorbe la sua forza vitale.
    L'immagine di Chimera, già metafora di per sé, può evocarne un'altra anche più esplicita nel suo simbolismo: è quella di un uomo sul ciglio di una scogliera. Sotto di lui l'abisso, di fronte l'oceano, sopra il cielo infinito. Ma ciò che in questa visione colpisce è lo sguardo dell'uomo: attraverso quegli occhi è possibile leggere la sua profonda tensione. Il suo cuore, la sua anima, tutte le sue energie sono concentrate in quello sguardo che cerca di protendersi, di scrutare oltre quell'orizzonte, oltre la linea di demarcazione tra la terra ed il cielo, tra la carne e l'anima, tra la materia e lo spirito. E' questo il Sogno. E’ l'immaginario, che ci incita a proseguire verso mete più ardite ed ambiziose.



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    LA CHIMERA
    di Franco Cardini

    Poiché sembra che di questi tempi vada molto di moda la sociologia della canzone, un discorso sulla chimera potrebbe proprio cominciare dalle parole di una di esse, molto celebre, degli Anni Trenta : "Illusione, dolce chimera sei tu …." : con l' avvertenza che, a livello puramente esegetico, il senso di dare a questa frase potrebbe venir benissimo rovesciato. L' illusione, certo, è una chimera : ma un' espressione del genere ha senso solo nella misura in cui si è certi che la chimera sia a sua volta un' illusione : nella misura in cui, vogliamo dire, la nostra cultura considera la chimera come il simbolo stesso dell' impossibile. Per questo senso appunto chimere e sirene erano oggetto abituale della condanna dei mistici medievali : esse appartenevano a quel tipo di difformitates raffigurate sui portali e sui capitelli dei chiostri romanici con le quali se la prendevano i cistercensi : a che cosa servono queste stranezze, questi mostri, se non a turbare il monaco, a eccitarlo, ad allontanarlo dalla meditazione e dalla preghiera? Ma la chimera resistette agli attacchi degli asceti. Ancora in pieno Rinascimento, forte del rinnovato interesse che grazie alla rivisitazione dell' arte greca e romana si era andando concentrando su di lei, la vediamo trionfare nelle composizioni allegoriche e negli emblemi. La simbologia cristiana continua a guardarla con sospetto in quanto animale mostruoso frutto dell' incrocio fra tre animali sovente presi - specie gli ultimi due - a simbolo demoniaco, cioè il leone, la capra, il serpente. Il suo nome tuttavia si estende a tutte le fiere immaginarie prodotte dall' accostamento di parti di animali diversi, mentre l' emblematica umanista, reinterpretata del Rinascimento e dal barocco, ne fa segno delle facoltà oratoria in quanto in essa il leone sarebbe l' aspetto giudiziario che incute paura ai colpevoli, la capra quello dimostrativo in quanto il discorso che serve a dimostrare qualcosa deve vagare libero dove voglia al fine di accedere alle dimostrazioni che gli interessano, il serpente l' aspetto deliberativo in quanto giunge alla conclusione attraverso le spire degli accorgimenti retorici messi in atto per convincere. La chimera figura, naturalmente, tra gli animali elencati nel Liber monstrorum de diversis generibus, che così la presenta : "I Greci scrivono della chimera che essa era una belva terribile e mostruosamente ripugnante per il suo triplice corpo, in quanto dicono fosse armata di fiamme che vomitava dalle sue tre teste". Sarà quindi bene tener presente fin d' ora, partendo proprio da questo capitale testo dell' età carolingia, che lo statuto iconologico "classico" della chimera - un leone dalla testa caprina che gli sporge sul dorso, e munito di coda anguimorfa - non è troppo familiare al medioevo, che preferisce immaginarla come un essere dalle tre teste corrispondenti ai tre animali in questione. L' autore del Liber monstrorum ha semplicemente accostato due diversi passi dell' Eneide virgiliana, dove la chimera è descritta - nel secondo caso si tratta del cimiero di Turno - come trimorfa e naturalmente ignovoma ( che vomita fuoco ). Ma forse la prima menzione della chimera risale al VI libro dell' Iliade, e l' iconografia "classica" registra parecchie incertezze nel darne la forma; talora leone con la testa di capra, talaltra al contrario capra con la testa di leone; la coda è comunque sempre serpentina, e il nome chimaira rimanda, evidentemente, alla capra. Il fatto che quest' ultimo animale, carico di valori simbolici, non sia peraltro una belva e sia anzi qualcosa di molto familiare all' uomo anche se enigmatico per alcuni versi, ci pone già sull' avviso. Siamo, in effetti, dinanzi a un mostro il cui ruolo di antagonista rispetto all' eroe deve per forza complicarsi con qualche altro valore. Cercheremo di vedere quale: non prima però di avere richiamato, a proposito, le osservazioni di un colto e intelligente editore del Liber monstrorum, Corrado Bologna : "Avete notato che questa difformità, divenuta da allora il segno e il blasone del fantasticare, contiene in sé, nel graffito del proprio corpo, le tre qualità di esseri difformi in cui si articola il Liber? Perché dunque, in una vostra rilettura o ri-traduzione private, non lo intitolate Libro delle belle chimere? Ripercorrete prima, però, la famosa poesia di Dino Campana". Vi lasciamo certo il piacere che certo vi deriverà dal seguire le indicazione del Bologna, e da parte nostra ci limitiamo a chiarire la sua allusione alla struttura del Liber: esso infatti si compone di una prima parte dedicata ai mostri, una seconda alle belve e una terza ai serpenti. Quindi, in un certo senso, la chimera potrebbe proporsi come il compendio medesimo delle "mirabili difformità", il mostro per eccellenza : accogliendo l' espressione “mostro” nell' eccezione appunto di "mirabile difformità" che Bologna presenta. Ma la questione è ancor più problematica di quanto fin qui non possa esser sembrato. La chimera, in realtà, sembra scomparire o almeno ridurre la sua presenza nell' orizzonte dei bestiari medievali : il loro capostipite, il Phisiologus, non ne parla, e analogo silenzio è mantenuto da parecchi tra i principali testi di quel tipo. Il duecentesco bestiario della abbazia di Westminster, tuttavia, sostiene : "Si dice che la chimera sia una bestia dalla testa di leone, il corpo di capra, la coda di serpente ", ma aggiunge che secondo altri essa "non è un animale, ma un monte della Licia infestato da leoni, capri e serpenti, che Bellerofonte disinfestò rendendolo abitabile. E' per questo che si dice che egli abbia ucciso la chimera ". L' immagine che accompagna tale testo è eloquente : un animale dalla testa leonina ma antropomorfa ( il che farebbe pensare alla belva dalla testa umana, la manticora, se l' antropomorfizzazione dei tratti del muso del leone non fosse una tradizione iconografica antica ), busto di capra con le sole zampe anteriori, coda di serpente con testa finale. Un tetramorfo bizzarro, che in parte potrebbe addirittura ricordare il dantesco Gerione ma che, nel rapporto fra il corpo di capra e le volute della coda anguiforme, rievoca insistentemente una figura astrale, il capricorno. Una delle poche immagini medievali della chimera, tuttavia, è nel mosaico pavimentale del coro della cattedrale di Aosta ed è stata studiata da Ave Appiano Caprettini. Il mosaico, risalente al XII secolo, è scandito in tre scomparti, quello centrale, largo circa quanto i due laterali insieme, presenta un disegno risultante da una serie di cerchi e di quadrati concentrici, e variamente disposti rispetto a questo motivo geometrico vi sono otto animali : il pesce, l' ippocampo, l' uccello, il drago, l' unicorno, il grifone, la iena, l' orso. Nei due scomparti laterali figurano : la chimera accompagnata dal fiume Tigri in quello a sinistra dell' osservatore, l' elefante accompagnato dall' Eufrate in quello di destra. Tigri ed Eufrate sono due dei quattro fiumi che secondo la geografia immaginaria medievale scaturiscono dal Paradiso Terrestre; ma, d' altronde, essi delimitano il territorio della Mesopotamia, corrispondente a quel regno di Babilonia che nella Bibbia è sinonimo di peccato e di esilio. Elefante e chimera, in questo contesto, possono essere simboli di peccato; o si tratta solo di un' indicazione geografica, che ai due fiumi dell' Asia vuole accompagnare la menzione di due animali, appunto, originari di tal parte del mondo? La tradizione medievale sembra insomma avere accolto debolmente il messaggio inviato dal simbolo della chimera, forse non chiaramente identificabile e traducibile in termini esegeti cristiani. E' forse prudente tornare alla mitologia greca, e cercare lì una qualche ulteriore spiegazione del mistero celato dietro a questo mostro. Un lignaggio di mostri attraversa, ora affascinante ora minaccioso, la mitologia greca. Da Nereo, l' antico dio marino che possiede il potere di metamorforizzarsi, sono nate le dolci nereidi, che fanno parte del seguito della dea Teti; ma loro parenti sono le Forcidi, figlie dello spirito marino Forci, cha abitano la Libia. Esse sono Ladone, Echidna e le tre Gorgoni Steno, Eurialo e Medusa ( quest' ultima un tempo bellissima, fu trasformata in orribile mostro da Atena la quale così si vendicò del fatto che essa avesse profanato uno dei suoi templi per unirsi sessualmente con Poseidone ); imparentate con esse, ancora, sono le tre Graie e le tre Esperidi. Si noti l' insistere sul numero tre per Gorgoni, Graie ed Esperidi : esse si ricollegano tutte probabilmente al culto arcaico della "Triplice Dea", signora della luna, delle acque e degli stati mutevoli dell' essere. Echidna da parte sua era un mostro per metà splendida donna, per metà serpente ( si pensi alla Melusina medievale ) : abitava una profonda caverna e si cibava di carne umana; unitasi con Tifone ( che la successiva sincresi greco-egizia avrebbe identificato con Seth ), essa aveva dato vita a una prole mostruosa prima di venire uccisa da Argo, il custode dai cento occhi caro a Hera. Il mostro Tifone era figlio della Madre Terra e del Tartaro, ed era stato da lei generato per vendetta dopo lo sterminio dei giganti; aveva orribile testa asinina, corpo umano e le sue mani finivano in teste di serpente; era inoltre serpente dalle cosce in giù. Tifone è protagonista d' una lunga e drammatica lotta con Zeus, che si svolge prima in Siria e quindi in Tracia, infine in Sicilia. Da notare il carattere profondamente ctonio-marino e sotterraneo del dio Tifone, il suo rapporto profondo con il Mediterraneo e l' Oriente, la sua connessione con il gigante di pietra Ullikummis della leggenda Ittita. Ma è ora tempo di illustrare la discendenza diretta di Tifone e Echidna, questa mostruose divinità vinte da dei uranici ( Zeus ) o dagli esseri divini a questi subordinati ( Argo ). Non senza notare che la lotta fra divinità uraniche e divinità ctonie, e quindi la separazione del "cielo" e della "terra" e la nascita dell' ordine nuovo basato sulla vittoria solare-uranica al di sopra delle forze del caos, potrebbe essere la sia pure schematica ed elementare chiave interpretativa di tutto questo universo di mostri e di battaglie : un caratteristico universo cosmologico comune a popoli indoeuropei e a genti semitiche. Echidna aveva avuto terribile stirpe : il tricefalo cane infernale Cerbero; l' Idra, serpente policefalo abitante la palude di Lerna, la Chimera, capra leontocefala dalla coda serpentina e dalle fauci lancianti fiamme; infine Ortro, il cane bicefalo di Gerione, il quale si unì con la madre per generare la Sfinge e il Leone nemeo. Notare che si tratta di una prole tutta destinata a essere in un modo o nell' altra sconfitta da eroi : Eracle, Perseo, Edipo, Bellerofonte. Questa intricata genealogia di mostri è, per la verità, ancora meno ben decifrabile di quanto non sembri. Secondo taluni mitografi, difatti, Ortro sarebbe non fratello bensì padre della Chimera, generata incestuosamente da Echidna insieme Sfinge, Idra, Leone nemeo; ma v'è anche chi sostiene che la Chimera, unitasi con Ortro, avrebbe generato la Sfinge e il Leone nemeo. In effetti, Chimera, Sfinge e Leone nemeo sono legati da un comune elemento leontomorfo; e in particolare la Chimera e la Sfinge - leone alato dalla testa di donna e dalla coda di serpente - sembrano affini. Ma che cosa hanno a che fare esse con l' Idra, il cui corpo è canino ( affinità con il loro padre Ortro, ma non con loro ), e che pure è anguiforme nelle sue teste ( affinità con la coda di entrambe esse, con le estremità di Echidna e di Tifone, ma non con Ortro che elementi serpentini sembra non presentare)? Che cosa si nasconde dietro questo gioco di leoni e di serpenti, nel quale entrano talora - incidentalmente - anche capre, ali e donne? Per diradare il dilemma, cominciamo con il notare che Ortro, a quel che pare, altri non è se non Sirio : la stella del Cane, che in Atene inaugurava l' anno e che per questo - al pari del Giano romano - aveva due teste, una che guardava l' anno nuovo e una che invece contemplava quello già passato. L' antico anno ateniese aveva però due sole stagioni : l' estate-autunno, simboleggiata dal leone, e l' inverno-primavera simboleggiata dal serpente. E si tratta appunto dei due animali che troviamo, affiancati ad altri, quali componenti del corpo sia della Chimera, sia della Sfinge. Che queste osservazioni astronomico-calendariali abbiano contribuito a porci sulla buona strada dell' interpretazione, ce lo conferma l' esegesi ormai consolidata della Sfinge stessa. Si tratterrebbe dell' antica Dea-Madre mediterranea, preindoeuropea, "pelasgica" della città di Tebe in Beozia, una dea lunare alata il cui corpo era per metà leone e per l' altra metà serpente, a loro volta, appunto, simbolo delle due stagioni nelle quali l' anno era diviso. Il celebre enigma che la Sfinge aveva imparato dalla Muse e proponeva a chiunque accettasse la sua sfida - l' animale che cammina a quattro zampe all' alba, a due al pomeriggio e a tre alla sera - sarebbe in quest' ottica la razionalizzazione di un rito che prevedeva che le tre parti della Dea-Madre ( la donna alata, il leone, il serpente ) venissero adorate ciascuna da tre personaggi diversi : un fanciullo, un uomo maturo, un anziano. Chi ama rintracciare nel mito l' eco trasfigurata dell' antica storia - un neovemerismo che, quanto a noi, non ci convince affatto - ipotizza in Edipo, il vincitore della Sfinge, nient' altro che un eroe-riformatore del calendario espressione dell' ondata indoeuropea del XIII secolo che travolse gli antichi culti a base "minoica". Questi poté comunque assoggettarsi al rito che prevedeva che chi uccidesse il vecchio re della città dovesse considerarsene ritualmente il figlio e sposarne la vedova. E in effetti l' Edipo del mito è parricida e incestuoso, razionalizzazione questa - secondo tale interpretazione - dell' antico rito di successione regale, a sua volta formalizzazione di una tradizione giuridica. Una tale interpretazione suppone, beninteso, una filiazione diritto-rito-mito :in principio erat ius del quale rito sarebbe la "sacralizazione" e il mito il "racconto sacro" che interverrebbe a razionalizzare spiegandoli, gli elementi del rito. Un' interpretazione opposta a quella alla quale personalmente noi preferiamo aderire, e secondo la quale al contrario in principio erat mythos, e quindi è sacrale la sostanza di qualunque fondazione di civiltà. Comunque, la contesa tra Edipo e la Sfinge, ancorché si presenti come un contrasto intellettuale, è sempre un' ordalia, un combattimento : e qualunque combattimento, specie quello con un mostro, è un' iniziazione. Il combattimento rituale dell' eroe ( che è di solito un eroe fondatore o rifondatore, un "nuovo re" ) contro belve - magari realizzato nella finzione di combattimento con uomini travestiti o mascherati da belve - faceva parte dei riti di incoronazione e , cosa ancora più importante, di quelli di fine-inizio anno in Siria, Babilonia, Asia Minore, Grecia stessa. L' elemento calendariale di questo rito era sottolineato dal fatto che le maschere dei sacerdoti-combattenti si riferivano ad animali a loro volta simbolo delle varie stagioni : e il discorso stagionale tornava nell' aspetto polimorfo, anzi specificatamente trimorfo, di molti dei. Già è stato detto della Dea-Madre paleotebana; ma si pensi invece a un dio "giovane", Dionisio, che nelle Baccanti di Euripide si presenta sotto le tre forme di serpente, leone e toro, in quanto tali animali rinviano a tre stagioni : l' inverno ( il serpente ) in cui Dionisio era nato , la primavera durante la quale si trasformava in leone, l' estate, periodo in cui veniva sacrificato quale toro ( o capro, o anche cervo ). O si pensi invece a Ecate, la triplice Dea originariamente signora del cielo, della terra e del sottosuolo le tre teste della quale - di cane, di cavallo, di leone - prospetterebbero a loro volta un anno stagionalmente tripartito. Più tardi, l' anno tripartito in quattro stagioni avrebbe avuto i suoi animali simbolici nel tetramorfo descritto dai Frammenti orfici ( toro, ariete, leone, serpente ), non lontano da quello della celebre visione del profeta Ezechiele ( toro, leone, aquila, serafino ch' era a sua volta, nell' antica tradizione di Israele, un serpente fiammeggiante ). Nell' anno di quattro stagioni, gli animali simbolici corrispondono naturalmente ai due solstizi e ai due equinozi con i quali appunto ciascuna stagione comincia : e si tratta di belve o di mostri composti da parti di tale belve quando troviamo i terribili antagonisti dei grandi eroi del mito ellenico. Pensiamo ad Ercole, che li incontra in talune delle sue fatiche; e ancora a Teseo ( il Minotauro ), a Edipo stesso ( la Sfinge ), a Perseo ( Medusa dai capelli serpentini è una variabile del serpente ), a Bellerofonte ( la Chimera ). A questo punto l' interpretazione storicistica del mito greco torna in campo, proponendo uno stretto rapporto tra i due racconti di Perseo e di Bellerofonte, visti entrambi come espressione mitizzata delle contese dinastiche che turbarono i re di Argo, Micene e Tirinto verso la metà del secondo millennio avanti Cristo, mentre la potenza cretese stava dal canto suo declinando, l' Egeo era egemonizzato dalla marineria di una colonia argiva impiantata in Caria. Perseo, erede di Argo, uccide Medusa con l' aiuto di sandali alati; Bellerofonte, esule da Corinto e rifugiatosi presso il re di Tirinto, si serve invece per uccidere la Chimera del cavallo alato Pegaso, nato appunto dal corpo decapitato di Medusa. Insomma, Perseo e Bellerofonte come eroi-fondatori delle nuove monarchie elleniche, usurpatrici dell' antico ordine fondato sul culto di dee-madri lunari ( simboleggiate da, o venerate sotto l' aspetto di, mostri richiamanti la struttura calendariale che i "nuovi padroni", come sempre accade nelle rivoluzioni, imposero di cambiare ). Le imprese di Perseo e di Bellerofonte si trovano significativamente affrontate nelle pitture di un vaso arcaico della Boezia nel quale è raffigurata la giumenta dalla testa di Medusa che rappresenta appunto la dea lunare. A questo punto, però, è necessario seguire le avventure di Bellerofonte, sventurato pluriomicida accolto da Preto re di Argo ma accusato dalla moglie di questi ( la storia è simile a quella di Giuseppe e della moglie di Putifarre ) di aver attentato alla di lei peraltro, bisogna dire, molta dubbia virtù. Non era vero, ma Preto se la prese : e comunque, non volendo macchiarsi le mani dell' assassinio dell' ospite, inviò Bellerofonte dal suocero, che era il re di Licia, naturalmente con l' incarico di eliminarlo. Il re di Licia affidò quindi a Bellerofonte l' incarico di uccidere la Chimera, mostro che il re di Caria, vicino e nemico di quello di Licia, teneva come animale custode : cosa che in effetti Bellerofonte fece dopo aver all' uopo domato il cavallo Pegaso, sul quale volò saettando dall' alto la Chimera. Il conflitto tra l' eroe alato e saettante, chiaramente uranico, e il mostro capro-leonino-serpentino, altrettanto chiaramente ctonio, è evidente : ma, al di là di uno schematico conflitto tra divinità "solare" e demonicità "ctonia", sembra non essere granché significante. Ma le cose cambiano se ci riferiamo a quel mondo dell' Asia minore cui ci rinviano le menzioni di Licia e di Caria : un mondo quanto mai importante per l' origine di miti e culti ellenici ( da Cibele a Dionisio ) e almeno dal XIII secolo a.C. qualificato dalla presenza ittita. Un monumento Ittita di Carchemish raffigura appunto la Chimera quale simbolo della Dea-Madre tripartita secondo la suddivisone dell' anno : serpente in inverno, leone in primavera, capra in estate. O meglio, secondo la successione calendariale : leone di primavera-estate ( la testa ), capra d' estate-autunno ( il corpo ), serpente d' autunno-inverno ( la coda ). Antiche stagioni, antichi calendari, antichi regimi : combattimenti iniziatici, riti d' incoronazione, riforme calendariali : miti e rivoluzioni. Decodificare gli antichi dei, gli antichi eroi e gli antichi mostri significa anche riconoscere, attraverso i segni della storia, quelli - ben più profondi - delle modificazioni subite dal sacro attraverso le vicende dell' uomo.


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    L'UNICORNO: SIGNORE DEL TEMPO, CREATURA DI PUREZZA


    Da un manoscritto del secolo XI


    Le miniature medievali, riportano sovente l'immagine di un Unicorno. Si tratta di un cavallo bianco, con grandi occhi azzurri, o rosa e, in mezzo alla fronte, un lungo corno affusolato. In queste rappresentazioni l'Unicorno è sempre ritratto accanto ad una fanciulla, mentre ella lo accarezza o, ancor più spesso, mentre l'animale le riposa in grembo. Ma da dove nasce questa creatura mitologica e la sua leggenda? In realtà l'Unicorno arriva da lontano, da molto prima che l'iconografia medievale lo adottasse. Un Unicorno era animale caro a Diana, dea cacciatrice, era uno dei suoi simboli e stava a rappresentare la bellezza unita alla forza, l'inafferrabilità del mistero femminile e la sua mobilità, gli istinti sensuali e la seduzione. Come tanti altri simboli di antichi culti, il cristianesimo preferì inserirlo nel proprio sistema iconografico, piuttosto che intraprendere una battaglia persa in partenza contro l'immaginario collettivo. Così il valore simbolico dell'Unicorno fu completamente ribaltato, divenne simbolo di castità e purezza e fu associato all'Immacolata Concezione. Già per gli antichi, l'Unicorno racchiudeva in sé misteri insondabili, che andavano ben oltre i riferimenti già citati. Si credeva che il mitico animale avesse il potere di spostarsi nello spazio e nel tempo e che esso fosse il contatto fra il mondo visibile e quello invisibile.

    Questi suoi poteri si traducevano, poi, nella capacità di influenzare lo spazio ed il tempo e si credeva che l'Unicorno si rendesse visibile a tutti, ma inafferrabile, solo alla vigilia di radicali cambiamenti epocali, capaci di influenzare il destino dell'Uomo.Quando gli uomini vivevano in un mondo in cui la Natura aveva ancora tanta parte nella loro esistenza, era possibile che un Unicorno apparisse a un Re o ad un cavaliere, per annunciargli, con la sua sola apparizione, un prossimo accadimento di grande importanza, ma nessuno ha mai potuto catturarlo, poiché l'Unicorno si accosta solo a fanciulle vergini e pure di pensiero e di cuore, e solo da loro si lascia ammansire, al punto di addormentarsi sul loro grembo, come raccontano le leggende e le antiche illustrazioni. Eppure, nel corso dei secoli passati, sono stati in tanti a mettersi alla ricerca dell'Unicorno, non certo con il proposito di carpirgli segreti trascendentali, ma con l'intento di ucciderlo per segargli il corno che, si credeva, potenziasse in modo miracoloso la virilità. L'avidità contro la purezza di pensiero, l'esasperazione del valore del sesso contro i valori della temperanza, l'essere civilizzato contro una creatura della Natura… la caccia all'Unicorno rappresenta assai bene il passaggio dall'epoca pagana, con i suoi strettissimi legami con il mondo naturale e le sue leggi, a quella attuale, in cui il mondo naturale è da sottomettere o distruggere, e con esso va sottomesso o distrutto tutto ciò che è libero e selvaggio. Per moltissimo tempo, quindi, si credette che l'Unicorno esistesse davvero e questa convinzione era avallata da descrizioni incredibili, come quella risalente ad un periodo fra il I ed il II secolo a. C. dove un viaggiatore, medico e storico – Ctesia - nel suo trattato "Il Fisiologo", descriveva così uno strano animale: "In India ci sono asini selvatici grossi come cavalli… hanno il corpo bianco, la testa rossa, gli occhi blu. Sulla fronte hanno un corno lungo circa un piede e mezzo…" Questa, ed altre "testimonianze" fantasiose convinsero dell'esistenza reale dell'Unicorno e, quindi, gli si diede la caccia. I mercanti, che in ogni epoca sono sempre i più realisti, si dissero che se la gente credeva che un simile animale esistesse, e proprio ne desidera tanto il mitico corno, non era impossibile accontentarla. E così, intorno al 1500, accumularono delle fortune, mettendo in commercio la polvere del corno dell'Unicorno che, in realtà, era polvere di dente di narvalo, una creatura marina simile al delfino, che, sulla sommità del muso reca, appunto, un corno tortile. Oltre all'effetto afrodisiaco, il corno del bianco animale, era considerato un potente antidoto contro i veleni, sia che venisse assunto per controbattere un veleno già inoculato, sia che venisse assunto a scopo preventivo e, quindi, praticamente tutti i potenti che vivevano nel terrore di essere avvelenati dai nemici o dai rivali, ambivano la polvere di corno del supposto Unicorno, per diventare immuni a qualsiasi veleno.


    Dal manoscritto Bodley 764 (metà del secolo XIII )



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    L'UNICORNO
    di Franco Cardini


    “Now I will believe that there are unicorns, that in Arabia there is one tree, the phoenix' throne ..." : così,, nel III atto de "La Tempesta", William Shakespeare associa gli unicorni e la fenice nel novero delle cose incredibili per l' uomo. Pure, ai tempi di Shakespeare all' unicorno credevano tutti o quasi : non c' era praticamente sovrano che non possedesse uno dei suoi lunghi corni d' avorio dell' animale nella sua Wunderkammer, e non se ne servisse per saggiare le bevande, come controveleno; la polvere d' unicorno si vendeva nelle farmacie, dove il profilo rampante della mitica e indomita belva serviva sovente anche da insegna; esso era, del resto, uno splendido simbolo araldico, che come tale serviva da supporto alle armi regali di Scozia e sul quale si intratteneva John Guillim nel suo A display of heraldry pubblicato a Londra nel 1610. I corni dell' unicorno, o liocorno, o alicorno, venivano pagati a peso d' oro .... E' vero: esso aveva anche dei nemici, come il medico Andrea Marini che nel 1556 pubblicava il libro Contra la falsa opinione dell' alicorno; ma anche dei sostenitori agguerriti, come Andrea Bacci, medico di Francesco II granduca di Toscana, autore di un dottissimo discorso intitolato L' alicorno. Chi consideri oggi la questione, da Plinio ai giorni nostri, non può certo negare che l' unicorno esista: il pliniano monoceros è, sia pure con qualche inesattezza e qualche incertezza, il rinoceronte; e la stessa moderna nomenclatura zoologica conosce il monodon monoceros, vale a dire il cetaceo chiamato narvalo, al quale appartengono in effetti i corni "di unicorno" delle molte collezioni sparse in tutto il mondo. Gli unicorni, insomma, esistono: ma non hanno il corpo di cavallo nè testa e zampe di capra; il loro corno non è dotato di certe virtù terapeutiche; non sembrano aver particolari rapporti con le vergini. E allora? L' unicorno sembra nato fra Cina e India: in queste aree, quanto meno, si radicano le prime testimonianza di esso o di qualcosa che gli somiglia; mentre in Occidente esso è soltanto un emigrante, qualcosa di importato. Per il Li-Ki, i quattro animali benevoli sono il drago, la fenice, la tartaruga e il "k'i-lin", nome che sembra riassumere il principio maschile e quello femminile e che è raffigurato come un grande cervo con coda di bue e zoccoli di cavallo, armato di un solo corno, dai peli dorsali di cinque colori e da quelli del ventre gialli o bruni; non calpesta erba viva nè uccide animali viventi; compare quando appaiono sovrani perfetti, e la sua comparsa è di cattivo auspicio se viene ferito. Secondo la tradizione cinese il corno di rinoceronte possedeva caratteristiche terapeutiche e in particolare era considerato un efficace antidoto ai veleni; tuttavia, nessuna confusione nella cultura cinese era possibile tra il rinoceronte, animale ben conosciuto, e il k'i-lin, animale mitico la cui comparsa era associata a eventi straordinari. Il rapporto fra animale cornuto - interpretabile come unicorno - e guarigione da certe malattie si trovano in un inno dell' Atharvaveda, dove sembra si alluda a una specie di antilope-unicorno; nel Satapatha Brahmana, il pesce-unicorno che salva Manu dal diluvio universale è un avatar ( reincarnazione ) di Visnu ( ancora una volta l' associazione tra corno, acqua e salute ). Infine, è al Mahabharata che bisogna risalire per incontrarsi con l' episodio del rapporto fra la vergine e l' unicorno : l' eremita Rishyashringa ( "Corno di gazzella" ), figlio di Ekasringa ( "Unicorno" ), viene indotto a uscire da suo romitorio dalla figlia del re, che lo sposa ( ma, secondo una diversa versione, viene sedotto da un' etera : l' episodio è comunque da ardua datazione, poiché tutto l' immenso poema è stato composto per stratificazioni tra il IV secolo a.C. e il III d.C. ). Nella tradizione mazdaica persiana, tramandataci dal Bundahishn, si parla invece di un immenso onagrobianco unicorno, a tre zampe, che purifica l' oceano orinandovi e che ha qualche affinità con l' albero Gokard, anch' esso sorgente nell' oceano, e che è considerato rimedio contro tutti i mali. Abbiamo così individuato, sia pure in ordine sparso, tutti gli elementi del mito medioevale dell' unicorno : la sua scontrosità, il carattere mirabile del corno, il rapporto con la salute, con le acque, con la vergine, con l' albero. Ma quali veicoli ne hanno consentito la migrazione in Occidente, e la composizione di un quadro coerente anche se ricco di varianti? A livello puramente iconologico i confronti sia con l' arte delle steppe, sia con quella babilonese-persiana potrebbe già dare qualche risultato. Ma saremmo, ancora, sul piano pericoloso delle somiglianze formali. Ci viene in aiuto Chiesa di Cnido, medico, storico e viaggiatore vissuto fra il V e il VI secolo a.C., che fu uomo di fiducia del Gran Re di Persia Artaserse II : tra le sue opere, egli ne compose una, Indikà, sull' India; essa non ci è purtroppo giunta se non attraverso frammenti tramandateci, nel IX secolo, dal celebre patriarca Fozio di Gerusalemme, in un tempo nel quale l' India - conosciuta soprattutto attraverso i racconti fantastici delle gesta di Alessandro Magno - era già divenuta una specie di paradigma dell' esotico. Ebbene, ecco nella versione di Fozio il venticinquesimo frammento degli Indikà : "In India ci sono degli asini selvatici grandi come cavalli e anche di più. Hanno il corpo bianco, la testa rossa e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un corno lungo circa un piede e mezzo. La polvere di questo corno macinato si prepara in pozione ed è un antidoto contro i veleni mortali. La base del corno, circa due palmi sopra la fronte, è candida; l' altra estremità è appuntita e di color cremisi; la parte di mezzo è nera. Coloro che bevono utilizzando questi corni come coppe, non vanno soggetti, si dice, alle convulsioni o agli attacchi di epilessia. Inoltre sono anche immuni da veleni se, prima o dopo averli ingeriti, bevono vino, acqua o qualsiasi altra cosa da queste coppe. Gli altri asini, sia quelli domestici sia quelli selvatici, nonché tutti gli animali con lo zoccolo indiviso, non hanno né astragalo né fiele, ma questi hanno già sia uno che l' altro. Il loro astragalo, il più bello che io abbia mai visto, è simile a quello del bue come aspetto generale e dimensioni, ma è pesante come piombo e completamente color cinabro". Queste parole - delle quali ignoriamo che parte spetti a Ctesia o a posteriori rielaboratori e che parte invece a Fozio - hanno fatto versare i soliti fiumi d' inchiostro. I colori, anzitutto : Ctesia ha forse visto animali parati a festa e dipinti per l' occasione ( come, per l' appunto, è uso indiano ), oppure immagini di essi, magari su stoffe? O si sta adeguando a un codice simbolico ( e si ricorderà che anche il k'i-lin è colorato )? E poi, a che animale si riferisce? L' "asino selvatico", vale a dire l' onagro, doveva essergli familiare, come lo era per tutta la Persia. Evidentemente con il riferimento all' onagro egli intendeva soltanto rendere l' idea, per esempio, delle dimensioni o dell' aspetto generale dell' animale. Ha alluso al rinoceronte? Oppure - com' è stato supposto - all' Antholops Hodgsoni, l' antilope tibetana dalle grandi corna dritte che di profilo possono parere un corno solo? L' unicorno compare quindi per tempo tra le "meraviglie dell' India", quelle stesse che saranno gran parte della leggenda di Alessandro nell' antichità e nel medioevo. Ma Aristotele non si fidava nè di Ctesia, nè di niente che non potesse riscontrare di persona : e agli unicorni, nella sua Historia animalum, dedicò soltanto un cenno fugace, esprimendo tra l' altro dubbi che potessero esistere animali cornuti ma non provvisti di zampa forcuta. Attingendo ad Aristotele, ma anche a Ctesia stesso e ad altre fonti , Plinio il Vecchio parlava con sicurezza del rinoceronte, già ricordato del resto da Erodoto e noto a Roma sin dai tempi di Pompeo, che ne aveva importato alcuni esemplari indiani ( ma Plinio conosceva anche la variante africana ) per i giochi : ".... il rhinoceros con un solo corno sul naso, come si vede spesso. Questa bestia, che è il secondo nemico naturale dell' elefante, affilato il suo corno su un sasso si prepara al combattimento e nella lotta mira soprattutto a colpire il ventre dell' avversario, perchè sa che è piuttosto molle. Ha la stessa lunghezza dell' elefante, le zampe molto più corte, il colore del bosso". Poco più sotto, però, ecco altri tipi di animale, che evidentemente Plinio considerava affini, ma non identici rispetto al rinoceronte : "In India conoscono anche buoi dagli zoccoli compatti, con un solo corno ( unicornes ) .... La bestia più feroce è il monoceros, nel resto del corpo simile al cavallo, nella testa al cervo, nella zampe all' elefante, nella coda al cinghiale, dal muggito profondo, con un unico corno nero che sporge dalla metà della fronte per due cubiti. Dicono che questa bestia non può essere catturata viva". E' evidente che qui Plinio si rifà a Ctesia e a quello che Aristotele aveva chiamato l' asino indiano; e che rinoceronte e monoceronte non potevano che essere per lui due animali diversi - anche se dotati di punti di contatto e suscettibili di confusione - in quanto il primo di essi gli era, se non altro, familiare. E lo stesso si può dire per il testo di un altro naturalista romano che però scriveva in greco, Eliano, il quale nel III secolo d.C. conosceva bene il rinoceronte e sapeva che anche i suoi lettori lo conoscevano - al punto tale che riteneva inutile descriverlo - mentre parlava dell' unicorno come di un animale che viveva all' interno dell' India, ch' era grande come un cavallo, di pelo rossiccio e che gli indigeni lo chiamavano kartazonos. Il suo corno era nero e dotato di anelli ( o spirali ); era scontroso, e lottava anche con le femmine della sua specie salvo nel periodo degli amori. Per quanto resti qualche dubbio riguardo alla possibilità che Eliano alluda alla solita antilope tibetana, la descrizione pare quella del rinoceronte, non identificato dall' autore con l' animale che invece gli era pur familiare grazie ai ludi circensi. Dalle dimensioni equine all' aspetto di terribile cavallo, il passo era breve : lo avrebbe fatto - mischiando Plinio ed Eliano - il responsabile di tante creazioni teratologiche del nostro medioevo, Giulio Solino, parlando del monoceros come di un mostro dal corpo di cavallo, la testa di cervo, le zampe di elefante, la coda di maiale e un corno di meraviglioso splendore in mezzo alla fronte. Insomma, un caso banalissimo : una semplice confusione tra dati zoologici abbastanza esatti, riguardanti il rinoceronte ( ma con qualche probabile confusione con qualche altro animale, come l' antilope tibetana o l' orice ), e dati forse di origine mitica passati dalla cultura vedica e da quella mazdaica all' Occidente attraverso Ctesia prima, Megastene e il ciclo leggendario di Alessandro poi. In un certo senso l' unicorno è il primo segnale della "vocazione all' esotismo" della cultura Occidentale. Ma che cosa c'è in questo piccolo groviglio di malintesi, di tanto importante? Che cosa può aver giustificato il fatto che l' unicorno è divenuto una figura simbolica di primaria importanza nell' immaginario cristiano? Essenzialmente, la sua presenza - ancora sulla base di alcuni malintesi linguistici - nella Bibbia. Nei libri dei Numeri, del Deuteronomio, dei Salmi, di Giobbe, di Isaia, si parla spesso del re'em. Si tratta di un animale arduo da identificare, ma che è stato messo in rapporto almeno etimologico-linguistico con il "rim"arabo ( l' orice ) o con il "rimu"assiro ( il grande uro ). A una specie di grande bufalo, talora rappresentato come unicorno, ha fatto ricorso la tradizione talmudica. Il fatto è che la versione biblica in lingua greca, detta "dei Settanta" ( sec. III d.C. ) non esitò a rendere il termine re'em con la parola monokeros e che tale traduzione, che ebbe fortuna, inserì l' unicorno fra gli animali della Bibbia. E' dal Physiologus greco, dove gli animali sono riportati all' unità di misura simbolica costituita da Gesù Cristo, che i dati proposti dalla precedente tradizione classica e la figura del forte animale biblico si armonizzano in una realtà mitica nuova : e compare la leggenda della vergine che può ammansire la fiera. Così nelle sue celebri Etymologiae, Isidoro di Siviglia parlava del monoceron o unicornus : ".....E' tanto forte che è impossibile per i cacciatori catturarlo; ma, come asseriscono coloro che hanno scritto sulla natura degli animali, gli si pone dinanzi una fanciulla vergine che offre il grembo a colui che sta arrivando; ad esso, posta da campo ogni ferocia, ci pone la testa, e così viene invaso da sopore ed è catturato come se fosse indifeso". Una volta fondate così le basi della leggenda, la sua "moralizzazione", vale a dire la sua lettura etico-allegorica, procedeva rapidamente. Già Tertulliano aveva paragonato la ferocia dell' unicorno al rigore del Cristo in quanto giudice, e il suo corno alla croce; Ambrogio e Basilio avvicinano il mistero dell' unicorno a quello dell' Unigenito, e Onorio di Autun, nello Speculum de mysterus Ecclesiae, scrive : "Per mezzo di questo animale viene rappresentato il Cristo, e per mezzo del suo corno la sua indomabile forza. Colui che si posò in grembo alla Vergine, fu catturato dai cacciatori; ovvero fu scoperto in forma umana dai suoi amatori". Fra il XII e il XIII secolo, l' unicorno raggiunge il suo aspetto "classico" : è ormai - sia pure con parecchie varianti possibili - un candido cavallo dal mento barbato e dagli zoccoli bifidi ( due attributi caprini ), e reca sulla fronte un corno di narvalo. Si sottolinea il suo carattere guaritore, sia perchè il suo corno purifica le acque e allontana i veleni, sia perchè - come si vede dall' unicorno donato da Candace regina di Etiopia ad Alessandro nell' Alexanderlied, oppure nel Parzival di Wolfram von Escheabach - incastonata nella sua fronte c'è una pietra preziosa, il carbonchio, dal magico potere. Il corno, il candore, l' elemento acqua avvicinando d' altronde l' unicorno al regime femmineo del simbolo, e di esso si fa talora non solo il simbolo del Cristo, ma anche della vergine stessa. D' altronde, il simbolo è per sua natura ambivalente : e così, al pari di altri animali nobili quanto lui, anche all' unicorno spettò di rappresentare talora il Cristo, ma a volte anche il suo avversario. La sua ferocia poteva essere rappresentata come simbolo di malvagità; e san Basilio non aveva dubbi nell' intendere l' unicorno come il demonio, allo stesso modo del Libellus de natura animalium, che sentenziava : "L' alicornus indica il diavolo, in quanto così terribile e malvagio da non poter essere catturato se non dall' odore della verginità, cioè dalle buone opere e dalle virtù". In ogni caso, la moralizzazione degli animali, quale veniva presentata nei bestiari, non esauriva l' interesse che il medioevo provava per loro : specie quando -come nel caso dell' unicorno - il premio in palio era il prezioso corno taumaturgico, che poteva essere ben pagato. Quando, con il XII-XIII secolo, le frontiere dell' Asia profonda cominciarono a schiudersi di nuovo per l' Europa, si riaprì la caccia all' unicorno. Non a caso, nel documento apocrifo conosciuto come Lettera del Prete Gianni, di metà XII secolo, gli unicorni erano tra le meraviglie dell' Oriente. E l' illusione di trovarne durò a lungo, poiché il grande naturalista Gessner si aspettava che esistessero in realtà. Ma già Marco Polo, che aveva veduto degli "unicorni", cioè dei rinoceronti, avvertiva che si trattava di brutte e grosse bestiacce, e che la storia della fanciulla vergine non corrispondeva a verità. E allora perchè fino ai medici del Rinascimento, ai cacciatori del Nuovo Mondo e agli psicologi del profondo, si è continuato a cercar l' unicorno? Evidentemente, perchè Marco Polo e i bestiari parlavano due lingue diverse, e il rinoceronte visto dal primo non cancellava affatto la creatura mitico-allegorica proposta dal secondo. La forza del linguaggio dei bestiari non stava affatto nella credibilità "reale" degli animali proposti, ma nella creazione di un sistema di segni capace di ricondurre la natura al Cristo in ogni sua rappresentazione, in ogni sua parte, in ogni suo aspetto.

    Dal sito http://members.xoom.virgilio.it/bestialbhv/


    La Dama e l'Unicorno - Museo di Cluny (Parigi)


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    Ti ringrazio per questo ennesimo, interessantissimo thread.
    Sono molto interessato all'argomento dei "mostri", per cui divorerò avidamente ogni link che vorrai postare.

 

 
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