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  1. #1
    Dasanudas Das
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    Predefinito La tentazione dell'Occidente

    * La tentazione dell'Occidente * di Pankaj Mishra (Ed. Guanda, trad. di Federica Oddera, pp. 416, Euro 18,00). Le stelle di Bollywood e le vette dell'Himalaya, il laicismo di Nehru e il nazionalismo indù, la jihad pachistana e l'Afghanistan dei talebani: quello di Pankaj Mishra è il diario di un viaggio nello spazio e nel tempo attraverso le contraddizioni del subcontinente indiano, un'analisi lucida che spazza via i cliché più scontati sull'Oriente e il suo fascino e accompagna il lettore alla scoperta di un mondo in drammatico fermento. Un resoconto coraggioso e appassionato, in cui la grande Storia si mescola alle parole di decine di persone comuni per raccontare la complessità sconcertante di Paesi radicalmente diversi tra loro, ma posti tutti di fronte allo stesso dilemma: come può un popolo dalle tradizioni plurisecolari approdare alla modernità?

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    ma e domande che mi sorgono sono:
    1) è necessario diventare moderni? chiariamoci, per difendersi, sono contentissimo che l'India acquisti aerei, navi e missili dalla russia e si faccia aiutare dagli yankee nel costruire armi nucleari, però appunto un conto sono le armi, un conto è trasformarsi interiormente e divenire moderni, cioè razionalisti, mezzi atei, centrati nella testa e non nel cuore, buttare al macero insegnamenti delle scienze sacre (fra cui l'ayuerveda) per approdare alle atee e sostanzialmente dannose scienze occidentali, mettere il profitto in cima a ogni cosa... a che pro?
    comunque le eventuali risposte e questo stesso messaggio, fra qwualche giorno li sposto in un punto più adatto...

  3. #3
    Dasanudas Das
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    Una sola cosa mi viene in mente: Perché buttare il bimbo con tutta l'acqua sporca?
    Io credo che un minimo di lungimiranza, nata dallo studio delle arti tradizionali e dalla filosofia tradizionale abbinata alle moderne tecnologie possa essere utile se non altro per uscire da questo empassè in cui si trova il mondo.
    Chiaro che se per diventare moderni significa buttare le tradizioni, o viceversa per rimanere tradizionalisti allora si preferisce la penna e il calamaio... credo che siano due facce della stessa medaglia: ottusità.
    Un piccolo esempio siamo noi, nei vari forum no? Sfruttiamo al meglio la tecnologia della rete per scagionare e riabilitare il tradizionalismo e integrarlo nella società moderna che senza conoscenza è povera e piatta!

  4. #4
    Vittima del kali yuga
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    si concordo: sacrificare l'inessenziale e il contingente e difendere l'indispensabile e l'essenziale (sembra uno slogan e in effetti in parte lo è)

  5. #5
    against the modern world
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    Personalmente ho un approccio del tutto 'luddista' alla tecnologia, che considero un male in sè (intendo per 'tecnologia' l'industrializzazione). La tecnolgia industriale non è mai 'neutra': di per sè modifica radicalmente il rapporto dell'uomo con il proprio ambiente e con la societa'. In questo sito (in inglese) ci sono molte riflessioni interessanti a riguardo. Discorso diverso, è quello di utilizzare la tecnologia a proprio vantaggio se le condizioni lo richiedono (d'altronde sto scrivendo su internet, mica su una tavoletta di cera...). Questo pero' non toglie che le conseguenze dell'industrializzazione siano secondo me eminentemente negative.

    Volevo segnalare un libro bellissimo, che penso possa essere di grande interesse per tutti qui: Futuro arcaico. Lezioni dal Ladakh di M. Norberg-Hodge (Arianna Editrice, 2000). E' un libro duro e toccante, che esplora come la modernita' (globalizzazione, lavoro mercificato, materialismo etc.) abbia influenzato la societa' nel piccolo paese del Ladakh, una regione a nord dell'India permeata dalla cultura buddista. In un certo senso la tragedia che sta colpendo questa regione è quella che ha colpito il Nepal, il Tibet e che sta colpendo in un certo senso tutte le altre societa' tradizionali. Insomma: un libro che fa molto pensare.

    Lo aggiungero' alla lista bibliografica assieme a quello segnalato dall'amico Madhur.



  6. #6
    Vittima del kali yuga
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    luddista, eh?! pensa, che mi innamorai dei distruttori di macchine, quando li studiai alle scuole medie la prrof diceva: questi qui cercavano di fermare il progresso! (con atria sprezzante), e io: hanno fatto male a non far saltare per aria tutte le fabbriche! (inutile dire che in una classe di iperconsumisti, buonisti, progressisti, io ero ritenuto l'anticristo o giù di li )

    tornando in tema, beh, si ora sono più moderato, dopo vari sbandamenti ideologici, e diciamo che credo che, per quanto il mondo antico sia stato migliore, anche dal punto di vista fisico (perchè come dici tu la tecnologia non è neutra, ma influenza negativamente parecchie cose, per esempio infiacchendoci, anche se in alcuni limitati casi, può essere positiva[internet]), difficilmente potremo tornare all'arco e alla spada, per intenderci. Questo perchè, ovviamente, se una nazione non sta al passo con i tempi, viene democratizzata a forza. Quindi ripeto, bisognerebbe sacrificarsi alla modernità, mantenendo però un grano d'oro (così la buttiamo sull'ermetismo), un nucleo inviolabile di Tradizione, da preservare. Anzi, proprio per preservare (nel caso dell'europa, ricreare quasi) tale nucleo, bisognerebbe sacrificare il rimanente.
    I problemi sono 2:

    1)cosa è essenziale e cosa non lo è?

    2)in che modo preservare l'interiore sacrificando l'esteriore?

    esempio concreti, ispiratemi da un articolo di Vaj su Orion: le biotecnologie.
    Sostanzialmente l'autore dice che bisognerebbe usarle per plasmare l'uomo nuovo, insomma cavalcare la tigre delle biotecnologie per usare a fini spirituali. Ora, questo mi sembra parecchio esagerato, poichè dal materiale non può nascere lo spirituale, però il problema resta aperto: come porsi di fronte al continuo ruzzolarci addosso del nuovo?

  7. #7
    against the modern world
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    Gia', Stuart: è un discorso molto complicato quello dell'uso delle tecnologie, anche perchè qua scendiamo nel campo politico. Quindi la risposta non puo' che essere 'politica', cioè dipendere dalle nostre posizioni politiche. Chiaro ad esempio che auspicare un'opposizione 'geopolitica' all'imperialismo USA non puo' prescindere da una promozione della tecnologia militare.

    Io vorrei solo sottolineare una cosa: per come la vedo, la societa' industriale è un'anomalia destinata a scomparire. In altre parole, se penso al futuro, non penso a una societa' iper-tecnologizzata, ma a una che è tornata, per cause di forza maggiore, a tecnologie piu' blande. Questo perchè 1) mi pare che lo sviluppo tecnologico/industriale per come si sta sviluppando è ecologicamente insostenibile; 2) non penso che forme di iper-tecnologia 'soft' siano realizzabili. Non credo nell'idillio un po' New Age di un futuro sereno dove super-computer e villaggi convivono, magari in una nuova societa' permeata da valori tradizionali.

    Questo dibattito è stato intavolato in modo molto interessante una ventina di anni fa tra Ted Kaczynski (aka 'Unabomber') ed esponenti del movimento Earth First! da una parte, e il teorico dell'ecologia sociale Murray Bookchin dall'altra. Bookchin critico' il 'neoluddismo' di Earth First! in un pamphlet intitolato 'Which way for the ecology movement?'. Critiche all'ecologia sociale (che auspica appunto l'uso di tecnologie sofisticate, che quindi non è 'luddista') sono state mosse anche da un altro validissimo pensatore (secondo me): John Zerzan.

    Insomma, l'equilibrio necessario per mantenere forme di tecnologia così complicate è delicato: una crisi politica (per non dire ecologica) globale basterebbe per riportarci all'eta' del ferro. Il problema è che quando questo succedera', noi occidentali dovremo imparare tutto da capo! Non per fare la parte del pazzo 'survivalista' all'amatriciana, ma lo scenario che si prefigura è parecchio inquietante...

    Oltretutto, è chiaro che una societa' industriale richiede compiti lavorativi alienanti perchè ultra-specializzati e noiosi, e molto, molto lavoro (anche se qualcuno continua ad immaginarsi che piu' tecnologia = meno lavoro...)

    Quindi cavalcare la tigre dell'industrializzazione? Forse (non spetta a me decidere, anche perchè preferisco non entrare troppo nel discorso politico...). Pero' una volta che la tigre si è stancata si scende (anche se ho paura che stiamo per essere disarcionati... e probabilmente divorati...)

    P.S. un ultimo appunto è che questo discorso sulla tecnologia coinvolge la societa', i popoli. Come individui, il nostro progresso spirituale prescinde da tutto questo - anche se la nostra vita chiaramente è influenzata dalle condizioni materiali in cui viviamo. e a livello psicologico, la comoda vita in una societa' industriale è causa di non pochi traumi (non sempre comodita' = benessere... basti pensare a quanti depressi/suicidi ci sono nel nostro ipertecnologico Occidente...)

  8. #8
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    luddista, eh?! pensa, che mi innamorai dei distruttori di macchine, quando li studiai alle scuole medie la prrof diceva: questi qui cercavano di fermare il progresso! (con atria sprezzante), e io: hanno fatto male a non far saltare per aria tutte le fabbriche! (inutile dire che in una classe di iperconsumisti, buonisti, progressisti, io ero ritenuto l'anticristo o giù di li )

    tornando in tema, beh, si ora sono più moderato, dopo vari sbandamenti ideologici, e diciamo che credo che, per quanto il mondo antico sia stato migliore, anche dal punto di vista fisico (perchè come dici tu la tecnologia non è neutra, ma influenza negativamente parecchie cose, per esempio infiacchendoci, anche se in alcuni limitati casi, può essere positiva[internet]), difficilmente potremo tornare all'arco e alla spada, per intenderci. Questo perchè, ovviamente, se una nazione non sta al passo con i tempi, viene democratizzata a forza. Quindi ripeto, bisognerebbe sacrificarsi alla modernità, mantenendo però un grano d'oro (così la buttiamo sull'ermetismo), un nucleo inviolabile di Tradizione, da preservare. Anzi, proprio per preservare (nel caso dell'europa, ricreare quasi) tale nucleo, bisognerebbe sacrificare il rimanente.
    I problemi sono 2:

    1)cosa è essenziale e cosa non lo è?

    2)in che modo preservare l'interiore sacrificando l'esteriore?

    esempio concreti, ispiratemi da un articolo di Vaj su Orion: le biotecnologie.
    Sostanzialmente l'autore dice che bisognerebbe usarle per plasmare l'uomo nuovo, insomma cavalcare la tigre delle biotecnologie per usare a fini spirituali. Ora, questo mi sembra parecchio esagerato, poichè dal materiale non può nascere lo spirituale, però il problema resta aperto: come porsi di fronte al continuo ruzzolarci addosso del nuovo?
    Concordo. (Tra l'altro Vaj ha scritto un libro sulle biotecnologie dal titolo "La rivoluzione biopolitica" disponibile on-line su www.uomo-libero.com)

    La questione penso che non sia se bisogna accettare le nuove tecnologie o rifiutarle, ma nell'atteggiamento che si deve avere verso di esse, ovvero la tecnologia è di fatto lo strumento con cui l'uomo modifica l'ambiente circostante adattandolo alle proprie esigenze, nel passato questo veniva fatto in maniera organica con l'ambiente stesso in quanto l'uomo si sentiva parte integrante di questo ambiente e vi aveva il proprio radicamento.
    Oggi invece il rapporto è di mero utilizzo quantitativo e sradicato (come già denunciò Evola in "cavalcare la tigre"), in questa situazione le cose non sarebbero diverse se tornasse alla tecnologia di 500 anni fa, ma con l'atteggiamento odierno.

    Io penso che bisogna recuperare un approccio integrato e "tradizionale" verso la tecnologia come già indicò Junger in "l'Operaio": vedere nella tecnica moderna una possibilità di rivitalizzare forze e principi arcaici.

  9. #9
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    ottimi interventi, anche se letti velocemente. Appena potrò risponderò adeguatamente.
    Chaos, dovremmo inserire il link al libro di Vaj sia in bibliografia, sia in sitografia: te ne potresti occupare?

  10. #10
    against the modern world
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    Chaos, dovremmo inserire il link al libro di Vaj sia in bibliografia, sia in sitografia: te ne potresti occupare?
    Fatto.

 

 
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