Mentre nel forum i cojones si arrampicano sugli specchi per dimostrare di avere vinte le ultime elezioni , in seno al Pd e bestie similari c'è la guerra in atto del "tutti contro tutti" , uno sbranamento in piena regola .
La guerra dei quattro tribuni al Pd
di stefano Cappellini
La guerra dei tribuni - De Magistris contro Di Pietro, Di Pietro contro Grillo, Grillo contro De Magistris, Vendola con tutti e contro tutti - non solo dimostra una volta di più che c'è sempre un puro più puro che ti epura, ma rischia persino di istruire ufficialmente la pratica per la riabilitazione dell'Unione, trascolorando di nostalgia perfino l'epoca in cui a movimentare la coalizione di centrosinistra provvedevano i Pecoraro e i Diliberto. Con loro il centrosinistra ha vinto e poi sgovernato. Coi quattro tribuni anche il rischio della vittoria sembra finalmente scongiurato.
Anche perché non è molto quale coalizione possa sortire dall'alleanza con chi teorizza che la via per la vittoria del centrosinistra passa per la distruzione di tutti i partiti. Prendiamo il caso di Beppe Grillo. Anzi, del suo avvocato difensore Marco Travaglio. Annozero è tornato in onda l'altra sera con una bella puntata sul dopo voto. Ad aprire la trasmissione, il solito monologo di Travaglio. Che l'ha speso interamente per difendere Grillo e i grillini dall'accusa di aver fatto perdere il Pd. Invece di usare l'unico argomento fondato, e cioè che il movimento del comico ha tutto il diritto di giocare la sua partita fuori e contro i due poli se ritiene che questa sia la strada giusta, ha scelto di toccare il tasto del melò. Ha rappresentato un Grillo versione piccola fiammiferaia. Povero Beppe, ha spiegato Travaglio. Voleva correre alle primarie e gliel'hanno impedito. Ha chiesto la tessera del Pd e non l'ha avuta. Ha offerto idee vincenti e programmi innovativi e gli hanno chiuso la porta in faccia. Tutti i suoi insulti al Pd? Ma lui, ha pigolato Travaglio, ce l'aveva coi dirigenti, mica con la base: le primarie non si fanno appunto per rinnovare il vertice? Insomma che doveva fare alla fine il poverino se non provarci in proprio? E danni alla sinistra non ne ha fatti comunque, perché - ha concluso e giurato un Travaglio versione Pagnoncelli - chi ha votato Grillo, non ci fosse stata la lista intestata al comico, non sarebbe andato a votare.
Volendo prendere per buono lo straziante quadretto rappresentato da Travaglio si potrebbe rispondere che il Pd ha fatto bene a non prendere in considerazione le idee dei grillini: in Piemonte hanno raccolto solo il 3 per cento, mentre Bresso ha sfiorato il 47. Ma naturalmente non ha senso metterla in questi termini, anche perché di idee valide i fan di Grillo ne hanno davvero. Bisognerebbe invece chiedere a Travaglio e soci perché il Pd - pur con tutti i suoi sesquipedali limiti e difetti - dovrebbe allearsi o sposare la causa di chi, come summa teorica degli ultimi tre anni, ha mandato in libreria un libro il cui titolo è A riveder le stelle. Come seppellire i partiti e tirar fuori l'Italia dal pantano. Grillo i partiti vuol seppellirli. Per sostituirli con cosa, non si sa. Non con un altro partito, perché ai grillini basta sentire la parola per mettere mano alla pistola. Ma intanto il Pd - per compiacere lui e i suoi fan - dovrebbe riparare sotto terra. Anzi, già che c'è, dovrebbe pure portarsi da casa la vanga e scavarsi la fossa. Come possa poi accadere che, inumati i democratici, il 3 per cento di Grillo e Travaglio si trasformi in 51 per cento sarà forse oggetto del prossimo libro del comico o monologo del giornalista.
Una volta era Arturo Parisi il capofila indiscusso degli scioglipartiti: per primo intimò ai Ds di rompere le righe. Una volta entrato nella Margherita, non passò giorno senza ricordare ai suoi colleghi che il destino della formazione guidata da Francesco Rutelli era liquefarsi in un altro soggetto. E anche la nascita del Partito democratico non sembra aver del tutto placato l'ansia ingegneristica del sociologo sassarese. Ma Parisi i partiti ha sempre voluto scioglierli per poi ricostruirne uno più grande, compiuto e definitivo. Il professore sassarese è stato ormai scavalcato dalla genìa dei tribuni, che i partiti vogliono scioglierli e basta. Si abbatte e non si ricostruisce più. Ci si gode la pars destruens e ci si risparmia quella construens.
Ecco perché Di Pietro, l'unico che il partito ce l'ha, e in buona salute, fatica a difendersi dagli assalti della concorrenza. Ma il caso più emblematico è quello di De Magistris, che contesta a Di Pietro di non voler sciogliere l'Idv per metterlo a disposizione del movimento (secondo la teoria Flores d'Arcais), ma è a sua volta contestato dai grillini per aver sottoscritto la tessera dell'Italia dei valori: in certi ambienti, ormai, presentarsi in una sezione a chiedere l'iscrizione è considerato più riprovevole che acquistare una rivista porno all'edicola della piazza.
Anche Vendola è per sdraiare tutto. I partiti? «Aree delimitate da una specie di filo spinato in cui la competizione è sfacciata, ossi di seppia, luoghi pieni di detriti, posti senz'anima. I partiti sono fuori dal popolo, oltre la gente. A volte contro di essa». La democrazia fondata sui partiti ha tanti difetti. Ma non è stata ancora inventata una forma di democrazia che funzioni senza di essi. Dove i partiti non esistono ci sono le dittature. Ma Vendola ha escogitato la soluzione: a sostituire questi lager del consenso saranno «le virtù civiche», naturalmente impersonate dal leader. Il fatto che il ruolo dei partiti sia definito anche dalla Costituzione non scoraggia Vendola, che pure appena un mese fa, in piena campagna elettorale, levava il suo grido di dolore per il destino della Carta: «L'assedio alla Costituzione non è più un intento formale ma è una questione sostanziale. Lo stravolgimento della democrazia e dei diritti sociali, come l'articolo 18, si tengono insieme. È questo l'attacco vero alla Costituzione». Il suo, invece, non è un attacco. Sarà un emendamento.
Il Riformista






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