La forza di Walter
Antonio Padellaro
Credo di conoscere bene Paolo Bonaiuti, giornalista e portavoce di Berlusconi, e garantisco che è molto meglio di come appare nei tg di tutte le reti e a tutte le ore quando recita la dichiarazione del giorno modulando la voce a agitando le mani. Cito Bonaiuti perché è l'emblema della campagna elettorale del Pdl dove i candidati sono pezzi di una catena di montaggio. Con ciascuno che deve combaciare con l'altro e tutti contribuire all'apoteosi del capo. Come sempre nei giornali e nelle tv della destra opera una rigida divisione del lavoro. Dai reparti mistici di Libero che innalzano archi di trionfo al sommo leader solo perché non dà del tu a Veltroni. All'artiglieria pesante del Giornale che spara perfino se il Pd sospira e fomenta campagne di pubblica indignazione con titoli degni del Male («Prodi butta soldi per i Giochi gay»). Propaganda invasata di fronte alla quale perfino Veltroni ha perso la pazienza denunciando, l'altro giorno, a Massa quei giornali che «grondano odio e da cui esce veleno». Perfino Veltroni che si vede ogni giorno ricacciare addosso dalla destra a suon di cattiverie l'offerta di un confronto leale e civile. Veltroni che purtuttavia resta convinto che ci sia una profonda differenza tra la vita reale dei cittadini e la rappresentazione mediatica del paese.
Questa è la sfida lanciata dal leader del Pd con il suo faticoso viaggio in pullman nelle 110 province italiane (32 già visitate). Parlare alle persone, che anche nelle cronache più neutrali riempiono di applausi piazze e teatri e il modo più autentico per spiegare cosa si è (e cosa no) e cosa si vuole. Perché se conti balle, se non sei sincero, se manchi di chiarezza chi ti sta di fronte se ne accorge. Le novità del Pd da raccontare sono tante: dal perché si va da soli senza la sinistra radicale al patto necessario tra impresa e lavoro. Ed è probabile che i sondaggi, già in netto progresso rispetto a un mese fa, non possano ancora registrare le conseguenze di questa minuziosa azione di convincimento. Sarebbe veramente straordinario se la sera del 14 aprile i risultati elettorali, oltre al compimento della difficilissima rimonta sulla destra registrassero l'affermarsi di un'opinione non omogeneizzata dal grande fratello televisivo ma restituita alla parola, al dialogo diretto dell'uomo politico con la gente.
Qui è la vera forza di Veltroni, quella che lo induce a sbilanciarsi sul possibile successo finale alla Camera, che è cosa diversa dal pareggio che gli analisti prefigurano nella lotteria-Senato. Dove, secondo gli analisti, tutto decidendosi in un paio di regioni (Liguria e Marche) è possibile che l'una o l'altra coalizione prevalgano per un pugno di voti, sanzionando di nuovo l'ingovernabilità del Parlamento. Insomma, a un mese dal voto la partita può considerarsi riaperta. Perché se anche il distacco tra centrodestra e centrosinistra fosse oggi i dieci punti proclamati dal cavaliere, per colmarlo il Pd dovrebbe recuperare qualcosa più cinque punti. Vale a dire circa due milioni di voti. Impresa non impossibile calcolando il numero ancora elevato di elettori che i sondaggi calcolano nella casella indecisi (tra il 20 e il 30 per cento del totale)
Tra pochi giorni il gioco comincerà a farsi duro. Sarà allora che evaporate alcune inevitabili polemiche sulle liste e recuperate, ci auguriamo, con un ultimo sforzo di pazienza alcune candidature di qualità (dopo Lumia, Nando Dalla Chiesa e Khaled Fouad Allam) tutto il Pd dovrà mobilitarsi per una battaglia all'ultimo voto. Che non può essere lasciata solo sulle spalle di Walter Veltroni o di Massimo D'Alema o di Pero Fassino. Vogliamo vedere ciò che ancora non vediamo abbastanza. Tutti i candidati del Pd, più o meno eccellenti sparsi per le strade italiane in un porta a porta capillare e appassionato.
Qualche numero fa su Internazionale il direttore Giovanni De Mauro ricordava che in un bellissimo film, «Ricomincio da capo», Bill Murray era un giornalista televisivo intrappolato in un incubo senza fine. Il tempo si era bloccato e ogni giorno si ripeteva uguale a quello precedente senza che il protagonista riuscisse a impedirlo. Con Berlusconi rischiamo di ricominciare da capo per la terza volta. Sarebbe imperdonabile se mancando al Pd solo un pugno di voti fossimo costretti a ripiombare in un incubo collettivo.




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