Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 13
  1. #1
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito Raccolta articoli sulla questione Kosovo

    Sull'indipendenza unilaterale del Kosovo e Methoija :::: 15 Febbraio 2008 :::: 138 T.U. :::: Documenti :::: Coordinamento Progetto Eurasia Avvertenza:
    Pubblichiamo, nella sezione "Documenti", un comunicato stampa pervenutoci dal Coordinamento progetto Eurasia sull'indipendeza unilaterale del Kosovo.
    Il documento, pur nella sua intrinseca sinteticità, contiene una interessante analisi geopolitica e geostrategica della regione.


    In relazione all'annunciata proclamazione d'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, che dovrebbe essere ufficializzata domenica 17 febbraio 2008, il Coordinamento Progetto Eurasia manifesta in maniera netta il suo NO per diversi motivi:

    1) Questa dichiarazione non darà seguito ad una vera indipendenza del Kosovo ma trasformerà la provincia serba in uno Stato fantoccio occupato dalla NATO ed appaltato alla mafia albanese dell'ex UCK;
    2) L' "indipendenza" del Kosovo e Metohija mutilerà la Serbia della regione più importante per la sua storia nazionale e la sua cultura spirituale;
    3) Verrà ancora una volta violato il diritto internazionale e in particolare la Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, che attribuiva alla Serbia la sovranità sul Kosovo;
    4) L' "indipendenza" del Kosovo provocherà un'ulteriore destabilizzazione dei Balcani, attizzando il nazionalismo albanese in Macedonia, Grecia, Sangiaccato, Montenegro e Serbia meridionale e il nazionalismo serbo nel nord del Kosovo (Kosovska Mitrovica) e in Bosnia Erzegovina (Republika Srpska);
    5) L' "indipendenza" del Kosovo creerà un precedente che potrà essere utilizzato dalle varie regioni secessioniste europee, Transnistria, Abkhazia, Ossezia del Sud, Cipro nord, Nagorno Karabakh ... allargando il fossato tra Russia ed Unione Europea, a tutto vantaggio della strategia talassocratica di Washington;
    6) L' "indipendenza" del Kosovo rischia di ricreare un artificiale "scontro di civiltà", contrapponendo cristiano-ortodossi serbi e musulmani albanesi, quando in realtà vittime della pulizia etnica perpetrata dai narcotrafficanti dell'ex UCK durante l'occupazione atlantista del Kosmet furono sia la minoranza cristiano-ortodossa sia quella slavo-musulmana (gorani) e rom;
    7) L' "indipendenza" del Kosovo favorisce soltanto i disegni geostrategici degli Stati Uniti, volti ad espandere la NATO ad Est (per assediare la Russia) e a mantenere il controllo di una zona fondamentale per il passaggio degli oleodotti che trasportano il petrolio dal Mar Caspio;
    8) L'unica soluzione per la questione del Kosovo e Metohija risiede in uno statuto speciale che garantisca alla provincia serba una forte autonomia e a tutta la regione balcanica l'integrazione in Europa.

    Il Coordinamento Progetto Eurasia stigmatizza inoltre quei Paesi europei che si apprestano a riconoscere questo fasullo processo d'indipendenza, sotto la spinta delle varie multinazionali interessate alle ricchezze minerarie del Kosovo e investitrici nel progetto atlantista dell'oleodotto "Nabucco" (corridoio n. 8).

    Coordinamento Progetto Eurasia - www.cpeurasia.org


  2. #2
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    Una storia vigliacca :::: 18 Febbraio 2008 :::: 7:41 T.U. :::: Analisi :::: Carlo Bertani Una storia vigliacca
    di Carlo Bertani

    “Abbiamo imparato a portare le giarrettiere, a scrivere intelligenti articoli progressisti, a fare il caffé e la cioccolata Milka. Ma quando si tratta di affrontare seriamente il problema della convivenza di poche tribù in una fertile penisola dell’Europa, non sappiamo escogitare altro metodo che il reciproco sterminio su scala di massa.”
    Lev Trotsky, corrispondente per la Kievskaja Mysl nel Kosovo, durante le guerre balcaniche del 1912-13.


    E così siamo giunti all’epilogo: il Kosovo è diventato Kosova. Questi sono i “grandi temi” ai quali si applica la politica internazionale, gli obiettivi, i principi. Da oggi in poi, signori miei, ciascuno di noi potrà proclamare l’indipendenza di ciò che gli pare: non sarà più necessario concordare nulla, né avere l’assenso dell’unica organizzazione che (eventualmente) potrebbe sancirla, ovvero l’ONU. Ah, dimenticavo: procuratevi prima l’assenso del Segretario di Stato USA e della NATO. Quello europeo non serve, basterà – eventualmente – un’autocertificazione convalidata dal vostro segretario comunale (in procinto di diventare, probabilmente, Ministro dell’Interno).
    All’occorrenza, potrete scaricare dal Web un fac-simile di quelli “milleusi”, nel quale dovrete sostituire le parole “residente nel comune di Pippolandia, Repubblica Italiana”, con “Repubblica di Pippolandia”. Siete a posto: fatto. Perché, sotto l’aspetto del diritto internazionale, questa è stata l’indipendenza del Kosovo.
    Fra i tanti commenti che sono apparsi, nessuno ha citato il fatto che l’UE non è stata in grado di formulare un giudizio e d’avere una posizione univoca: avanti uniti, in ordine sparso. L’Italia – per non venir meno alla tradizionale “decantazione” prima di prendere decisioni importanti (si pensi alle due guerre mondiali…) – attende, per bocca del suo Ministro degli Esteri, che i partner europei “si pronuncino”.

    “L'Italia è quindi pronta a riconoscere l'indipendenza del Kosovo, ma intende farlo assieme a Francia, Germania e Gran Bretagna e "senza strappi" con gli altri Paesi dell'UE.” Afferma una non dichiarata “fonte diplomatica” all’ANSA il 17 Febbraio, “perché Cipro, Spagna, Grecia, Bulgaria, Romania e Slovacchia sono fortemente critici sul nuovo status di Pristina.”

    Notiamo che, a parte la Spagna – che in politica estera non è proprio il due di coppe – degli stati balcanici aderenti all’UE l’unica a pronunciarsi favorevolmente è stata la Slovenia. Che si trova a mille chilometri da Pristina.
    Perché l’ostracismo delle repubbliche balcaniche?

    L’ANSA brilla spesso per essere così “neutra” da diventare la semplice cassa di risonanza del Governo al potere, ma stavolta non s’è accorta di contraddirsi platealmente.
    Massimo D’Alema definisce “ineluttabile” l’indipendenza del Kosovo – dimenticando che fu proprio lui uno degli artefici di questa “ineluttabilità”, quando inviò i cacciabombardieri italiani AMX a bombardare la Serbia – e incassa la solidarietà di Fini, il quale dichiara:

    “In una politica che divide, su questa questione quello che ha fatto D'Alema è sostanzialmente anche da me condiviso. Proprio perché D'Alema si è mosso sulla scia di una precedente posizione assunta dal governo di centrodestra."

    E, questo, la dice lunga sulle grandi “novità” dell’orizzonte politico italiano.
    Purtroppo per lor signori, c’è una voce fuori del coro ed è quella del generale Fabio Mini, che comandò la forza NATO in Kosovo nel 2002 e nel 2003, il quale esprime ben altro giudizio.
    Attenzione: qui non parla uno dei tanti sproloquiatori a vanvera del teatrino politico italiano, qui parla una persona che ben conosce la situazione.
    Al Corriere della Sera, il generale Mini dichiara (e riporta l’ANSA):

    “Il Kosovo indipendente serve solo ai clan che lo potranno utilizzare per le loro spregiudicate operazioni finanziarie, un "porto franco" che consentirà di farne la base di nuove banche per il denaro dell'Est perché "Montecarlo, Cipro, Madeira non sono più affidabili.”

    In sostanza, mentre Montecarlo, Cipro, Madeira ed altre realtà sono espressamente dedicate al traffico internazionale occulto d’alto bordo, serve un luogo dove far crescere e prosperare la “piccola e media impresa” criminale, un posto dove anche chi può permettersi poco – magari solo la vendita di qualche carico d’armi in Africa, o un po’ di eroina dal nuovo Afghanistan “purificato” da USA e UE dai Talebani (che avevano fortemente represso la coltivazione dell’oppio) – potrà trovare banche accoglienti, finanziamenti discreti, amene località a basso costo per “fare impresa”.
    Per preparare un simile “terreno di coltura”, però, è necessario tanto duro lavoro e gente volenterosa: si sa, fare l’imprenditore è un mestiere rischioso.
    Per prima cosa era necessario togliere di mezzo i serbi – che hanno le loro responsabilità in quei luoghi, come tutti ne hanno nei Balcani – ed a questo pensarono le 19 aviazioni riunite del IV Reich, nel 1999.
    Poi, c’erano dei fastidiosi strascichi da regolare…piccoli particolari, inezie…

    Una era la presenza dei ROM, che vivevano – stanziali – da secoli in quelle terre. Quelli che lamentano la presenza dei ROM in Europa – penosa e criminale l’affermazione di Berlusconi, che ha promesso “tolleranza zero” per i ROM, soprattutto se riflettiamo che l’uomo si candida a governare uno dei più importanti stati del pianeta – dovrebbero conoscere un po’ meglio la storia di quel popolo, prima d’abbandonarsi alla voce delle viscere.
    Per prima cosa, i ROM dovrebbero godere della stessa attenzione ampiamente riconosciuta agli ebrei per la Shoà: purtroppo, i ROM non hanno banche che finanziano Yad Yashem per fare ricerche sull’Olocausto. Così, a Tel Aviv, si è pensato che era meglio fare di tutta l’erba un fascio: chi è morto nella Shoà? Gli ebrei.
    Non sappiamo quanti ROM finirono “su per il camino”, ma tanti sopravvissuti (di molte etnie e nazioni) raccontano quella che fu la loro triste odissea: razziati dagli italo-tedeschi (sì, anche dagli italiani, più i fascisti croati) finirono nei vagoni piombati per la Germania, magari dopo una “sosta” alla Risiera di Trieste.
    E’ difficile fornire cifre attendibili al riguardo, poiché anche l’ultimo censimento statale jugoslavo ne contava approssimativamente 2 milioni, definendoli “jugoslavi”, perché non si sapeva quale nazionalità (serbi, croati, ecc.) attribuire loro.
    Al termine della Seconda Guerra Mondiale, nessuno si prese la briga di risarcire in nessun modo un popolo che aveva subito la brutalità nazista al pari degli ebrei. I soliti due pesi e due misure.
    Finirono per essere un “problema interno” jugoslavo, e moltissimi ROM divennero stanziali proprio in Kosovo, principalmente a Pristina, Kosovo Polje, Tavnik, Podujevo, Djakova…

    Per raccontare la storia dei ROM in quella terribile estate del 1999 – quando, terminate le ostilità, in Italia si discuteva delle elezioni europee, oppure s’andava semplicemente al mare – è importantissimo un documento pubblicato sul Web da Roberto Giammanco e da Theo Fründt, dal titolo “Storia di Reska”, che troverete qui.
    Roberto Giammanco è fine giornalista, uno dei tanti che scrivono benissimo (ve ne accorgerete da soli, se leggerete quelle pagine) e che non trovano – ovviamente – “grande accoglienza” nell’editoria di regime.
    Ancora più sconvolgente la vicenda di Theo Fründt, che è un esperto d’aiuti umanitari ed era stato inviato dal suo governo per soccorrere i profughi albanesi.
    Quando Fründt s’accorse che i più perseguitati erano invece i ROM, ne informò Berlino, la quale rispose che “il loro dramma non era politicamente interessante”.

    Solo per ricordare brevemente il dramma dei ROM, bisogna sapere che – all’arrivo dei guerriglieri dell’UCK a Kosovska Mitrovica, a Graçanica, etc. – i comandanti albanesi avevano già le cartine delle città, dove erano indicate con precisione le varie etnie, casa per casa.
    Semplicemente, diedero poche ore di tempo alla popolazione ROM per lasciare le case, altrimenti li avrebbero bruciati insieme ad esse. Sorte che toccò, a Mitrovica, ad Aziz Azemi – vecchio e zoppo imam della tekké (santuario) locale – che bruciò vivo nell’incendio delle 1.600 case non albanesi della città. Questa fu la pulizia etnica che avvenne in quella malsana estate, mentre D’Alema guidava il governo italiano e si scoprivano i mille rivoli di corruzione e di malaffare, compresi i traffici con la malavita albanese, che avevano intriso di veleno la “Missione Arcobaleno”.
    Questa premessa era necessaria per comprendere le affermazioni del gen. Mini che, altrimenti, potrebbero essere travisate come uno sfogo personale per chissà quali motivi. Che sono, invece, ben fondate storicamente.

    Per ottenere quella base per traffici d’ogni tipo, la vecchia dirigenza albanese di Ibrahim Rugova era troppo inaffidabile: era gente che desiderava sì l’indipendenza del Kosovo, ma in un quadro di condivisione con i serbi.
    Ecco allora che sale al cielo la “stella” di Hashim Thaci, il comandante militare che diventa referente politico per gli USA e per alcuni paesi dell’UE (Italia compresa).
    A dire il vero, si trattò di un’ascesa prevedibile e scontata, giacché lo stesso Thaci era stato il referente presso i clan albanesi di William Burns – inviato di Clinton in Albania per rassicurare i clan skipetari, per assicurare loro l’invio di armi e denaro, cosa che avvenne anche grazie all’invio diretto dall’Italia (in un carico della Caritas che, probabilmente, era all’oscuro di tutto, furono scoperti cannoni anticarro smontati) – e tanto lavoro “diplomatico” è stato oggi premiato.
    Ascoltiamo cosa racconta il gen. Mini sulla nuova “dirigenza” albanese del “Kosova”:

    “E’ il mandante di almeno 28 assassinati del partito di Rugova. Uno che, come molti capi dell'UCK, non ha mai spiegato la fine di un migliaio di rom, serbi e albanesi accusati di collaborazionismo, desaparecidos negli anni del primo dopoguerra".

    Mini non cita apertamente Thaci (almeno, così parrebbe all’ANSA), ma un “presidente” è responsabile comunque dell’operato dei suoi Gauleiter.
    La contrarietà di Mini è a tutto campo:

    “Questi processi non si risolvono in pochi anni, e non si affidano a chi ha partecipato allo sfascio. Ci si rende conto che all'Aja non testimonierà più nessuno contro gente che comanda uno Stato?”

    Certo, questa è la precisa volontà italo-britannica-franco-tedesco-statunitense, ovvero i soliti due pesi e due misure: Karadzic e Mladic devono essere processati all’Aja, Thaci, diventa invece presidente.

    Il gen. Mini mostra poi ampie doti di giurista e diplomatico:

    “Questa proclamazione fa saltare il diritto internazionale fondato sulla sovranità degli Stati. Uno scempio voluto dagli USA, che in questo diritto non credono e l'hanno dimostrato in Iraq. Sotto quest'aspetto, il Kosovo è l'altra faccia dell'Iraq.”

    Riflettiamo che queste dichiarazioni non giungono da un Hugo Chavez oppure dall’Iran: sono l’espressione di un generale del nostro Esercito – finalmente qualcuno che ne ravviva l’onore con il coraggio, non solo con la triste conta dei morti – di una alto ufficiale italiano che ha comandato la forza NATO per due anni in Kosovo!
    Pronto? Berlusconi, Fini, Veltroni, D’Alema, Casini, Diliberto? Come? Non vedo non sento e non parlo?

    Ecco la contrarietà degli stati balcanici: signori, perché venite ad aprire il supermercato del crimine internazionale proprio sulla nostra porta di casa?

    Fa parte del gioco, adesso, affermare che Serbia e Russia s’opporranno drasticamente. Sarà molto difficile farlo, perché non esiste nessun documento sul quale votare all’ONU! L’indipendenza del Kosovo sarà sancita da una semplice presa d’atto, proprio come un’autocertificazione.
    Suggerirei ai sardi, corsi, nord-irlandesi, baschi, altoatesini, bretoni…ed a tutti coloro che voglio rendersi indipendenti, di firmare finalmente la benedetta autocertificazione – come ha fatto Pristina – e risolvere così i loro problemi.

    Fuori della satira, i veri rischi che si corrono nei Balcani non sono oggi in Kosovo, bensì in Bosnia. Chi conosce la Jugoslavia, so già che assentirà, pensoso.
    Di tutte le repubbliche ex-jugoslave, l’unica che non ha mai superato lo choc della guerra è la Bosnia. Rimangono sì altri problemi, strascichi…basti pensare che la Croazia, tuttora, rivendica l’aeroporto di Portroz (Portorose), che è in territorio sloveno, al confine.
    Niente, però, che s’avvicini alla tragica inconsistenza politica bosniaca: il Ministero degli Esteri italiano – in una scala da 1 a 7 – assegna alla Bosnia un “7” per quanto riguarda l’affidabilità degli investimenti stranieri. Una nazione nella quale la moneta è rimasta il marco, “Marka convertible”, come al tempo della guerra.
    E’ “convertible” perché la puoi convertire sul posto con quel che cazzo ti pare: corone croate, dinari di Belgrado, euro, dollari, una stecca di sigarette, una tanica di benzina.
    La Bosnia è la vera polveriera della Jugoslavia, perché dalla separazione dall’Impero Ottomano – nel 1878, poi divenuta formale nel 1908 – non ha mai trovato equilibrio.
    Grande “ventre” della Jugoslavia (basta osservare una cartina per rendersene conto) sopravvive politicamente con presidenze “a rotazione”: un ortodosso, un cristiano, un musulmano.
    Viaggiando per la Bosnia musulmana, ci si rende conto che il tempo si è fermato con la fine della guerra, forse ancora prima, con la morte di Tito.
    Nessuno sa come risolvere l’enigma, perché sullo stesso territorio convivono due repubbliche serbe (al nord ed al sud), mentre su una parte dell’Erzegovina ci sono tuttora rivendicazioni croate.
    Niente di più facile, da parte di chi vorrà approfittare dell’indipendenza “on demand” del Kosovo, per accendere nuove micce: magari sacrosante, oppure truffaldine, in una terra dove il tanto vituperato l’Illuminismo non ha mai attecchito, dove ci si riconosce principalmente su base religiosa ed etnica.
    Qualcosa Tito aveva cercato di fare per superare le mille divisioni interne: fu forse troppo poco? Sarebbe lungo affrontare un simile argomento, e ci vorrebbero ben altri spazi (e la pazienza dei lettori).

    Tentai, però, nel 2000, di raccontare davvero cos’era successo fra le montagne del Kosovo, d’andare oltre le mille bugie raccontate mostrando sempre e soltanto il posto di frontiera di Morini. Ne nacque un libro, che intitolai “Kosovo e dintorni: la verità addomesticata”, che presentai a numerose case editrici. In quelle pagine, c’erano già i prodromi per raccontare l’oggi, questo oggi da operetta tragicomica.
    Nessuno volle pubblicarlo: un altro punto d’onore per l’editoria italiana. Avanti coi carri, ed ogni carro ci porterà sempre la solita carrata di bugie.

  3. #3
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    Kosovo: una cortina per il Vecchio e Nuovo mondo in conflitto :::: 18 Febbraio 2008 :::: 8:44 T.U. :::: Analisi :::: Leonid Ivashov di Leonid Ivashov

    La situazione nei Balcani è ancora una volta estremamente tesa. Gli Albanesi ed i Serbi del Kosovo sono ancora una volta l’epicentro del conflitto. Ma sono veramente loro i principali attori nello scenario kosovaro? In realtà la superpotenza americana, la Turchia, altre nazioni islamiche, un considerevole numero di nazioni Europee, la Nato, l’Osce etc, si sono a lungo nascosti alle spalle della piuttosto piccola popolazione Albanese di quell’enclave.

    Pensare che gli agenti della potenza statunitense che controllano la politica globale siano pieni di amore per gli Albanesi del Kosovo, i cui diritti sono stati apertamente violati dai Serbi, sarebbe quanto meno ingenuo. Che prezzo ha quindi la benevolenza americana?

    Pensando all’impegno degli americani nel pianificare la strategia politica, più di una volta li ho invidiati. Gli Anglosassoni hanno sviluppato per circa cento anni una sola dottrina geopolitica. Essenzialmente basata sui concetti di H.Mackinder, A.Mahen, N.Spikeman, aggiornata poi da Z.Brzezinski, H.Kissinger ed altri, questa dottrina non è null’altro, che un piano in larga scala per ottenere il dominio globale. Passo dopo passo è stata implementata attraverso la pianificazione di politiche, strategie economiche e militari, dalle odierne attività dell’amministrazione statunitense, del Congresso, di altri istituti di stato e dalle ONG.



    Il destino della ex-Jugoslavia è un chiaro esempio di un tale impegno. Ciò che Bill Clinton iniziò è stato poi continuato da Gorge W. Bush e sarà completato da Hillary Clinton o John MacCain.

    Lo scenario statunitense del Kosovo è basato sulla presupposto che l’Europa, che è stata a lungo un alleato degli Stati Uniti, si stia trasformando in un suo competitore. A seguito della seconda guerra mondiale l’America ha ottenuto il controllo della devastata Europa occidentale e si è resa più forte utilizzando il potenziale europeo e spingendo gli europei in un confronto con l’Unione Sovietica, prendendola per mano per forzare il loro più grande nemico fuori dall’arena della storia. Poteva sembrare che presto un mondo unipolare sarebbe stato stabilito. Il dominio della oligarchia globale finanziaria, principalmente rappresentata dagli Stati Uniti, sembrava essere dietro l’angolo. Un altro passo avanti e questo dominio sarebbe stato assicurato.



    Tuttavia l’Europa dei Mitterand, Chirac e Schroder cominciò a “contrattaccare”, predicando l’indipendenza Europea, migliorando le relazioni con la Russia e continuando a rendere l’Unione Europea più forte. Con la sensazione che l’Europa tendesse a diventare il centro di un mondo unipolare indipendente dagli Stati Uniti, Whashington decise di applicare una correzione nella strategia di collegamento tra il Vecchio Mondo e il potere dell’altro lato dell’Oceano Atlantico.

    Nel passato l’Unione Sovietica era lo spirito maligno dell’Europa e ogni volta che le relazioni tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti si facevano tese, gli Europei erano forzati ad abbracciare l’America e obbedientemente adempiere ai suoi ordini. Adesso che non esiste più una minaccia è possibile per il vecchio mondo liberarsi del protettorato dello Zio Sam. A parte questo, non tutto va per il verso giusto agli Stati Uniti stessi e nel sistema finanziario globale costruito intorno al dollaro.

    E per prevenire un’altra “violenza sull’Europa” un piano strategico chiamato “Kosovo” è stato elaborato e viene implementato adesso con un occhio all’indebolimento dell’Europa che così tornerebbe sotto il controllo statunitense. L’idea sottesa a questo progetto è di far invigorire artificialmente l’Islam radicale in Europa al fine di rallentarne lo sviluppo, distruggendo al sua stabilità e di legarla nuovamente agli Stati Uniti. Gli obiettivi concomitanti sono i seguenti:

    - Prevenire una più stretta collaborazione con la Russia e il nascere di sistema di sicurezza collettivo Russo-Europeo. Gli strumenti per risolvere questi problemi sono il Kosovo, lo scudo antimissile americano da installare in Europa e l’allargamento della Nato;

    - Stabilire in Europa una serie di governi filo statunitensi (Sarkozy, Merkel, Kacinski, Adamkus e altri);

    - Inondare l’Europa con droghe, armi illegali e farvi stabilire diverse organizzazioni estremiste.



    Fra le tendenze evidenti in Europa c’è la crescita del nazionalismo, dell’antiamericanismo, dell’antisemitismo e dell’antiislamismo. L’antiamericanismo è predominante in alcune nazioni, e gli Stati Uniti sono visti come il male dei tempi moderni; In altre nazioni emerge l’antiislamismo con i suoi adepti che sostengono che una possibile invasione islamica potrebbe essere il pericolo maggiore.



    Il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo creerebbe una situazione in cui:



    - L’Europa avrebbe i suoi “Talebani” e il suo nocciolo duro, “Euro-Al Qaeda”;

    - La tendenza di creare terre islamiche sarebbe ravvivata nei Balcani e formazioni islamiche, spirituali ed ideologiche, seguirebbero la tendenza (Albania, Bosnia Herzegovina, le comunità islamiche in Serbia, Macedonia, Grecia e Bulgaria, così come in Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, etc);

    - La Turchia che attualmente si sta allontanando dalla casa Europea passerebbe attraverso la porta di ingresso albanese verso i Balcani per espandersi in Europa;

    - Utilizzando la stessa porta d’ingresso dozzine di tonnellate di “narco oro” (1 chilo di oppio costa quasi quanto tre chili d’oro) invaderebbero l’Europa. La situazione sarebbe simile a quella vissuta dalla Cina nel 1838, quando i britannici portarono 2400 tonnellate di oppio indiano nel paese, stroncando così la nascita dello sviluppo economico cinese.

    Washington garantirebbe da vicino il rispetto dei diritti umani delle minoranze musulmane, supportando la loro penetrazione nelle istituzioni e nei governi europei, mantenendo, allo stesso tempo, la sua presenza militare. E dopo circa 40, 50 anni il rapporto tra nativi europei e musulmani sarebbe drammaticamente inclinato a causa della “democratizzazione” dei fattori demografici, delle maggiori nascite e dal tasso di immigrazione. E durante questi 40-50 anni l’Europa vivrebbe con lo sforzo di opporsi a “milioni di musulmani eccitati” (frasi di Z. Brezinsky)

    I serbi sono l’unica forza capace di chiudere la porta d’ingresso Albanese all’Europa. Ma loro sono stati traditi e divenuti il piccolo oggetto di scambio degli interessi finanziari americani. Sia Bruxelles che il Vaticano, in maniera sconsiderata o obbedendo a qualcuno, si troveranno ad aver scavato un grosso buco nel quale cadranno. E questa non sarà la prima volta per il Vecchio Mondo. Basta dare un’occhiata a quello che accadde nel dodicesimo e nel tredicesimo secolo. Nessun’altro, se non i Cattolici e i Protestanti europei dopo aver ottenuto una vittoria sull’Ortodossia di Bisanzio, privandola del suo storico centro spirituale, Costantinopoli, ha lasciato libero il campo ai “musulmani eccitati”. E l’Impero Ottomano ottenne i Balcani principalmente grazie ai dissensi e alle guerre interne al mondo Cristiano.

    Oggi i Serbi stanno per essere privati del centro della cultura slava Ortodossa. Schiacciando i Serbi i loro avversari superano ogni barriera nel cammino dell’estremismo, creando la situazione dello scontro di civiltà. Si, è esattamente così: quello che potrebbe apparire come un conflitto locale tra Serbi ed Albanesi è una cortina per nascondere lo scontro di civiltà.

    Messi alle strette dalla forza irrefrenabile, ai Serbi non è stata data scelta. La perdita del Kosovo e Metohia è una ferita molto grave. D’altro canto, mantenere la provincia nel suo stato attuale come parte della Serbia “con larga autonomia” non è meglio, se non addirittura peggio. Il regime bandito che si oppone a Belgrado sarebbe una minaccia permanente di conflitto armato per l’intera nazione e per la sua popolazione, con il suo portare armi e droga in Europa. La “civilizzata” comunità europea si lamenterebbe con Belgrado, definendo ogni azione di neutralizzazione come estremismo, facente parte del “genocidio della popolazione albanese del Kosovo”, con tutte le conseguenze del caso, inclusi embarghi, strangolamento economico, se non il rinnovarsi dei bombardamenti.

    Tutto ciò che rimane ai Serbi è combattere. Combattere inesorabilmente per mesi ed anni nella maniera in cui S. Milosevic e i suoi compagni d’armi combatterono, nella maniera in cui V. Sesel, T. Nicolic, e tutti gli onesti Serbi patrioti combattono adesso.

    Possano i Sebri non perdere mai il cuore, l’amore per la loro madre terra e la speranza. La Russia sta lentamente portandosi dalla loro parte, la Belorussia è inamovibile nella sua posizione di difesa del mondo slavo Ortodosso, e i Bulgari stanno riottenendo il loro spazio.

    L’avversario sta diventando sempre più debole. Sembra che l’America come “unica potenza globale” stia arrivando alla sua fine.

    (traduzione a cura di Massimo Janigro)

    Fonte:Strategic Culture Foundation

  4. #4
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    Come Sarajevo nel 1914 ? :::: 18 Febbraio 2008 :::: 9:08 T.U. :::: Analisi :::: Jürgen Elsässer Come Sarajevo nel 1914 ?

    L’indipendenza del Kosovo è la miccia di un barile di polvere

    di Jürgen Elsässer*



    Il prossimo 17 febbraio, gli Stati Uniti hanno messo a punto un processo di dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, seguito dal suo riconoscimento da parte di un centinaio di Stati. In questo modo, non solo essi ammettono che l’operazione della NATO del 1999 era una guerra di conquista, ma aprono la porta a tutte le rivendicazioni separatiste nel mondo. E questo è proprio l’obiettivo, poiché per loro si tratta di provocare, per ripercussione, la disintegrazione della Federazione di Russia. Un gioco pericoloso, denuncia Jürgen Elsässer, tale da destabilizzare tutta l’Europa.

    --------------------------------------------------------------------------------







    9 febbraio 2008





    In una celebre foto del dell’ottobre 1999, cinque personalità giurano di condurre il Kosovo all’indipendenza. Esse sono: Hachim Tachi (allora capo del gruppo terroristico UCK e oggi Primo ministro del govereno regionale del Kosovo), poi Bernard Kuchner (allora amministratore dell’ONU nel Kosovo, oggi ministro degli Esteri francese), Sir Mike Jackson (ex comandante delle truppe britanniche in occasione del massacro del Bloody Sunday in Irlanda, in qel momento comandante delle forze d’occupazione della NATO, oggi consulente di un’impresa di mercenariato), Agim Ceku (capo militare dell’UCK, accusato di crimini di guerra dall’esercito canadese) e il generale Wesley Clarck (allora comandante supremo della NATO, oggi consigliere militare di Hillary Clinton).



    Il deputato al Bundestag Willy Wimmer (CDU) ha scritto di recente : « Quando, nel 1918, il mondo di ieri fu ridotto in cenere e con grande perfidia si preparavano le basi del successivo grande conflitto, non si volle perdere troppo tempo a ricercare le cause della guerra. Si dichiarò che era stato il colpo di pistola di Sarajevo, costato la vita alla coppia di eredi al trono d’Austria. Tutti ricordavano l’avenimento e non ci fu bisogno di porsi domande sui suoi annessi e connessi, molto più determinanti dell’attentato di Sarajevo. Finora, durante i negoziati sul futuro del Kosovo non abbiamo avuto sparatorie, ma alcune firme su certi documenti potrebbero avere lo stesso effetto dei colpi di pistola. Le micce stanno lì e vanno dall’Iralanda del Nord al Tibet e a Taiwan, passando per i Paesi basch, Gibilterra ed il Caucaso. »



    La situazione attuale nei Balcani richiama in maniera inquietante quella che condusse alla Prima guerra mondiale. Dopo anni di disordini, la Germania e le altri grandi potenze avevano trovano, con la Conferenza di Berlino del 1878, un compromesso sul nuovo ordine dell’Europa del Sud-Est. La provincia ottomana di Bosnia doveva restare turca de jure ma essere amministrata de facto dall’Austria. Nel 1908, Vienna ruppe il trattato annettendosi, anche de jure, la provincia. Dove, nel 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando venne ucciso, a Sarajevo.



    Circa un secolo dopo, le potenze della NATO avevano tentato un compromesso del genere : dopo la loro guerra di aggressione contro la Jugoslavia nel 1999, avevano imposto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la Risoluzione 1244 che manteneva de jure il Kosovo nella Serbie, ma lo ponevano de facto sotto l’aministrazione delle Nazioni Unite. Successivamente, le potenze occidentali si sono mostrate favorevoli alla secessione totale della provincia e alla sua consegna, controllata dall’UE, alla maggioranza albanese : tale è il progetto del negoziatore dell’ONU Martti Ahtisaari. Dal punto di vista del diritto internazionale, questo sarebbe possibile se Begrado fosse d’accordo o se, almeno, il Consiglio di sicurezza approvasse questa soluzione. In assenza di queste condizioni, il Kosovo non può dichiarare la sua indipendenza che unilateralmente, con un atto arbitrario illegale. Ed è precisamente quello che accadrà le prossime settimane.



    Come già un secolo fa, gli interessi degli Stati dell’Europa centrale, della Russia e del mondo musulmano si scontrano ancora nei Balcani. Ogni cambiamento violento in questo fragile equilibrio può avere delle conseguenze per tutto il continente.



    Abbiamo sfiorato la guerra mondiale.



    Nei giorni successivi al 10 giugno 1999, abbiamo potuto vedere come l’Europa del Sud-Est possa essere all’origine di un importante conflitto mondiale. Dopo 78 giorni di bombardamenti, della NATO, l’esercito jugoslavo era già pronto a ritirarsi dal Kosovo ; su questo, era già stato firmato l’accordo militare tra Belgrado e l’Alleanza atlantico ed era stata adottata la Risoluzione 1244. Tuttavia, mentre le truppe del presidente Milosevic si ritiravano, alcune unità russe di stanza in Bosnia avanzarono, in maniera del tutto inattesa, verso Pristina. Sui loro carri, i soldati avevano trasformato l’iscrizione SFOR — che indicava la loro appartenenza alla truppa di stabilizzazione nello Stato vicino, sotto mandato dell’ONU — in KFOR, sigla della forza d’occupazione del Kosovo appena decisa. Il presidente russo Boris Eltsine aveva dato il suo consenso perché essa fosse costituita sotto l’alto comando della NATO, ma i suoi generali volevano che la Russia ottenesse almeno una testa di ponte strategica.



    Il ministro tedesco degli Esteri di allora, Joschka Fischer ricorda nelle sue memorie come la situazione fosse drammatica : « I pochi paracadutisti russi non potevano sfidare veramente la NATO dopo il suo ingresso nel Kosovo, perché erano troppo poco numerosi e il loro armamento troppo leggero. L’occupazione dell’aeroporto non poteva significare che una cosa : essi aspettavano rinforzi aerei. Questo poteva portare ben presto ad un pericoloso confronto diretto con gli Stati Uniti e la NATO. [...] La situazione divenne ancora più pericolosa quando fu confermata la notizia secondo la quale il governo russo aveva chiesto ai governi ungherese, romeno e bulgatro un’autorizzazione al sorvolo per i suoi aerei Antonov da trasporto di truppe. Aveva l’intenzione di trasportare 10 000 soldati per via aerea, parte verso il Kosovo e parte verso la Bosnia per poi avviarli verso il Kosovo via terra. L’Ucraina aveva già accordato il permesso, ma gli altri paesi mantennereo inamovibile il loro no. Ma dove si sarebbe arrivati se gli aerei russi fossero passati sopra il divieto ? Gli USA e la NATO avrebbero loro impedito di atterrare o di sbarcare il loro carico una volta a terra o sarebbero arrivati ad abbattere gli aerei in volo ? Si profilava l’eventualità di una tragedia dalle conseguenze imprevedibili. » Parallelamente alla guerra dei nervi circa gli aerei russi, la crisi si inasprì all’aeroporto di Pristina. Le truppe del contingente britannico della KFOR erano arrivate rapidamente ed avevano puntato I loro cannoni sugli indomiti occupanti dell’aeroporto. L’alto comandante della NATO, Wesley Clark, ordinò di dare l’assalto ma Michael Jackson, alto comandante britannico della KFOR, mantenne il suo sangue freddo e rifiutò di ubbidire. Chiamò Wesley Clark al telefono e urlò : « Non rischierò di scatenare la Terza guerra mondiale per lei ! »



    Si ignora come l’Occidente abbia indotto il presidente russo a fermare gli Antonov. In ogni caso, il combattimento all’aeroporto di Pristina fu impedito solo perché Jackson rimase fermo. Clark accettò quell’atto di disobbedienza. A dire il vero, avrebbe dovuto far arrestare Jackson dalla polizia militare. Un generale tedesco, ha successivamente criticato questo atteggiamento. « L’arretramento dei Britannici e degli Americani è stata una pessima risposta in una situazione che non avrebbe mai portato ad un serio conflitto tra la NATO e la Russia », ha scritto Klaus Naumann, allora presidente del Comitato militare della NATO e, di conseguenza, ufficiale più alto in grado dell’Alleanza.



    Missili su Bondsteel



    Nelle prossime settimane può riprodursi una situazione così pericolosa ? Già nel 2006, la Fondazione Scienza e Politica (Stiftung Wissenschaft und Politik, SWP), una delle più importanti commissioni di esperti tedesche, si inquietava circa una soluzione alla questione del Kosovo imposta dall’esterno : « Queste missioni richiederanno un impegno diplomatico duraturo ed esigeranno risorse politiche, militari e finanziarie dall’UE. » Con « risorse militari », gli autori intendono la KFOR, che attualmente comprende 17 000 soldati di cui circa 2500 Tedeschi.



    Un intervento potrebbe prendere di mira non solo il Kosovo ma anchela Serbia propriamente detta. La Fondazione prevede una situazione « che ricorda la crisi del 1999», ossia i bombardamenti. Dei disordini nel Kosovo potrebbero estendersi alle province serbe di Vojvodina e di Sandzak e anche nella valle di Presevo. Si può leggere più in là : « Manifestazioni di massa con scontri tra le forze moderate e le forze radicali o con la polizia potrebbero portare alla dissoluzione delle strutture statuali ». Se esplodono le strutture statuali della Serbia, l’UE, conformemente alla sua concezione politica, potrebbe addossarsi il ruolo di stabilizzatore ed apportare una « fraterna assistenza ». I « battle groups » non servono ad altro.



    Esaminiamo gli avvenimenti prevedibili della primavera 2008. Tanto la NATO che gli Albanesi del Kosovo hanno escluso categoricamente nuovi negoziati, come invece chiedevano Belgrado e Mosca. Il 24 gennaio, Hashim Thachi, già capo dell’organizzazione terroristica UCK e, poco dopo, Primo ministro della provincia del Kosovo, ha annunciato che la dichiarazione formale di indipendenza avverrebbe « entro 4-5 settimane ». Il giorno dopo, si poteva leggere sull’International Herald Tribune — che si basava su fonti diplomatiche — che « la Germania e gli USA [si erano] messi d’accordo per riconoscere l’independenza del Kosovo » e questo « dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali serbe del 3 febbraio ». E’ ciò su cui Angela Merkel e George W. Bush erano convenuti. Si può supporre che il Cancelliere CDU abbia chiesto consiglio al suo collega di partito Willy Wimmer, per lunghi anni Segretario di Stato al ministero della Difesa sotto Helmut Kohl.



    Dopo la proclamazione ufficiale della « Repubblica kosova », I comuni serbi situati a nord dell’Ibar affermeranno senza dubbio la loro fedeltà alla Serbia, dunque la loro non appartenenza al nuovo Stato. Si può immaginare che allora delle truppe armate di Albanesi del Kosovo penetrino nelle enclavi della minoranza, in particolare nel suo basione Nordmitrovica e reprimano brutalmente la resistenza. A metà del marzo 2004,in occasione di un simile inizio di pulizia etnica, i terroristi riuscirono a mobilitare una folla di 50 000 persone. La violenza di quell’attacco poté essere frenata solo perché i soldati della KFOR si opposero, almeno parzialmente, agli estremisti. Essi ne uccisero otto. Nell’attuale situazione, bisogna invece aspettarsi che la KFOR si comporti nel suo insieme come a suo tempo il contingente tedesco in seno alla KFOR : che chiuda gli occhi e lasci fare ai terroristi. Nel 2004, nel settore tedesco d’occupazione attorno a Prizren, tutte le chiese e tutti i conventi serbi furono incendiati. Certo, da allora, il Serbi del Kosovo hanno costituito delle formazioni di autodifesa di cui la più chiassosa è la Guardia Zar-Lazar che deve il suo nome ad un eroe della storica battaglia di Amselfeld del 1389. Questi paramilitari hanno annunciato che lanceranno dei missili sulla base militare statunitense di Camp Bondsteel in caso di dichiarazione di indipendenza del Kosovo. È difficile sapere se qui si tratti di una fanfaronata o di un progetto serio. Secondo alcuni conoscitori della regione, è possibile che dietro l’etichetta di Zar Lazar si nasconda una banda di provocatori dei servizi segreti occidentali.



    Nell’interesse dei paesi membri della NATO, la secessione della provincia deve, in ogni caso, avere meno ripercussioni possibili ed effettuarsi senza conflitti militari. Ci si accontenta delle proteste diplomatiche della Russia e anche di piccoli paesi dell’UE come la Slovacchia, la Romania e Cipro. La Fondazione Bertelsmann, vicina al governo, ha menzionato, in uno studio del dicembre 2007, l’esempio di Taiwan : Si sa che questa repubblica insulare non è stata riconosciuta che da un piccolo numero di Stati e che non ha seggi alle Nazioni Unite, ma che ha goduto da 60 anni di una certa stabilità e anche di una certa prosperità. L’auspicio degli Stati membri della NATO è probabilmente che gli Albanesi del Kosovo, dopo la proclamazione di indipendenza, rinuncino alla violenza nei confronti della minoranza serba e non tocchino, in un primo tempo, le loro strutture di auto-amministrazione nel Nord. Se la NATO bloccasse simultaneamente tutti I legami con la Serbia, i Serbi di Mitrovica non avrebbero, alla lunga, altra scelta che accettare i nuovi poteri attorno a Hashim Thachi.



    Questa strategia di vittoria soft dei secessionisti potrebbe tuttavia essere ostacolata abbastanza facilmente. A fine gennaio 2007, la Frankfurter Allgemeine (FAZ) ha espresso i suoi timori : « I Serbi potrebbero chiudere il lago artificiale di Gazivodsko Jezero, situato nella parte del Kosovo controllata dai Serbi e privare così dell’acqua numerose regioni del Kosovo. Ciò avrebbe delle conseguenze per le forniture elettriche, già insufficienti, del Kosovo perché l’acqua di quel lago serve a raffreddare le installazioni della centrale a carbone non lontana da Pristina. » La NATO reagirebbe rapidamente con la forza contro tale operazione relativamente facile da condurre : basterebbe una truppa paramilitare ad occupare la diga. « Già si sogna, precisa la FAZ, di far intervenire la KFOR per impedire questo, ma allora verrebbe raggiunto il livello di confronto militare che l’Occidente vuole giustamente evitare ».



    La Serbia può replicare



    Come reagirebbe il governo di Belgrado se gli Albanesi e dei soldati della NATO sparassero su dei Serbi ? Continuerebbe la sua attuale politica di non intervenire militarmente ? Si tratta innanzi turtto della tendenza del più forte partito di governo, quello dei Democratici (DS) attorno al presidente Boris Tadic e al ministro della Difesa Dragan Sutanovac. Il piccolo partito della coalizione, il Partito démocratico di Serbie (DSS) del Primo ministro Vojislav Kostunica è un po’ più audace. Il suo consigliere Aleksandar Simic ha dichiarato espressamente che ogni Stato ha il diritto di ricorrere alla forza delle armi per proteggere la sua integrità territoriale. Ma, in caso di crisi, sono il Consiglio della Difesa ed il Presidente ad avere l’ultima parola sull’Esercito, cioè, in concreto, Tadic. Di conseguenza, l’Occidente non avrebbe di che preoccuparsi... se non ci fossero state le elezioni presidenziali. Il candidato del Partito radicale (RS) Tomislav Nikolic aveva serrie possibilità di essere eletto. Già nel 2004, aveva messo Tadic in ballottaggio ed era stato battuto di poco. Stavolta, indignata per l’imminente dissidenza del Kosovo, unea maggioranza di cittadini avrebbe potuto eleggerlo. L’Esercito sarebbe stato allora posto sotto l’alto comando di un uomo politico che patrocina l’installazione di una base militare russa nel paese e il cui partito possedeva la propria milizia al momento delle guerre degli anni 1990.



    Tale prospettiva ha stravolto il calendario dei secessionisti. Il Consiglio europeo voleva infatti decidere il 28 gennaio dell’invio in Kosovo di una truppa di circa 2000 poliziotti, contro la volontà di Belgrado e, dunque contro il diritto internazionale, ma necessaria per rendere sicura la secessione. Ma dal momento che il 28 gennaio precedeva di poco il secondo turno della decisiva elezione presidenziale del 3 febbraio, questo avrebbe costituito una provocazione favorevole a Nikolic. La questione è stata dunque differita. Bruxelles ha, lo stesso giorno, offerto un accordo di associazione all’ex Stato canaglia e ha rinunciato con benevolenza alla condizione posta finora, ossia l’estradizione dei «criminali di guerra» Radovan Karadzic e Ratko Mladic. L’UE sperava così di apportare a Tadic i voti di cui aveva bisogno. Alla fine è stato eletto di misura.



    Belgrado ha attualmente il sostegno di Madrid.



    Secondo il quotidiano serbo Express dell’11 gennaio, il Primo ministro José Zapatero avrebbe ottenuto l’assicurazione di altri governi dell’UE che il Kosovo non proclamerà la sua indipendenza prima del 10 marzo — dunque quattro settimane dopo la data annunciata da Thaci — perché il nuovo parlamento spagnolo deve essere eletto in quella data. Il governo socialista vuole così impedire ai movimenti separatisti spagnoli di utilizzare il precedente balcanico come argomento nella campagna elettorale, avendo i Baschi già cominciato a farlo. In reazione, la maggioranza degli Spagnoli potrebbe allora essere tentata di sanzionare i socialisti, accusati dall’opposizione conservatrice di essere troppo indulgenti nei confronti delle regioni desiderose di secedere. Questi ritardi di calendario mettono tuttavia a dura prova la pazienza degli Albanesi del Kosovo. Si può temere che essi tentino di dare una piccola spinta alla decisione diplomatica effettuando alcune clamorose azioni violente. Ci si domanda come reagirebbero in questo caso le potenze membri della NATO ... e i Russi. Anche questi ultimi eleggono un nuovo presidente in primavera ed ogni candidato che abbandonasse il fratello slavo dovrebbe aspettarsi di perdere voti.



    * Journaliste allemand. Dernier ouvrage publié Comment le Djihad est arrivé en Europe, préface de Jean-Pierre Chevènement. Xenia, 2005.







    Traduzione italiana dalla versione francese curata da Horizons et débats




    Voltaire, édition internationale

  5. #5
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    La criminalizzazione dello stato: il "Kosovo indipendente" :::: 19 Febbraio 2008 :::: 7:43 T.U. :::: Analisi :::: Michel Chossudovsky La criminalizzazione dello stato: il "Kosovo indipendente", un territorio sotto il governo militare degli Stati Uniti e della NATO
    di Michel Chossudovsky


    Benché l'Unione Europea e gli Stati Uniti abbiano riconosciuto la propria "opposizione" a una dichiarazione "unilaterale" di indipendenza del Kosovo, la secessione del Kosovo dalla Serbia è di fatto avvenuta. Fa parte dei piani degli Stati Uniti e della NATO. È il culmine dell'invasione del 1999 guidata dalla NATO. Corrisponde agli obiettivi strategici USA-NATO.

    Inoltre il "compromesso" raggiunto con il Piano Ahtisaari patrocinato dall'ex primo ministro finlandese per creare uno Stato kosovaro "multi-etnico" ha poco a che vedere con la "sovranità nazionale" o l'"indipendenza". Non è altro che un copia e incolla delle strutture imposte alla Bosnia-Herzegovina in base agli accordi di Dayton del 1995. Sostiene essenzialmente l'autorità dell'occupazione militare. Secondo questo schema, tutte le decisioni importanti relative alla spesa pubblica, ai programmi sociali, agli accordi monetari e commerciali resterebbero nelle mani dell'amministrazione d'occupazione NATO-Nazioni Unite.

    La rielezione di un presidente "filo-occidentale", Boris Tadić, nelle elezioni serbe probabilmente "legittimerà" la secessione di fatto del Kosovo. Il Partito Democratico di Boris Tadić prende ordini da Washington. Nel 2000 ha partecipato attivamente alla cacciata di Slobodan Milošević dalla presidenza serba. Inoltre Boris Tadić, in quanto presidente della Serbia, è anche comandante in capo delle forze armate. È improbabile che agisca senza consultare Washington e Bruxelles del caso in cui vi sia una dichiarazione unilaterale di indipendenza.

    Fin dall'invasione NATO del 1999 il Kosovo è diventato un territorio sottoposto a governo militare straniero. Il Kosovo resta sotto l'amministrazione delle Nazioni Unite. In pratica, però, si trova sotto la giurisdizione militare della NATO. La secessione dalla Serbia rafforzerebbe il controllo dell'autorità d'occupazione NATO-ONU.

    Il governo civile della provincia è guidato dal primo ministro Hashim Thaci, ex leader dell'Esercito di liberazione del Kosovo, l'UCK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës). Noto per i molti legami con la criminalità albanese ed europea, l'UCK fin dalla sua creazione alla metà degli anni Novanta ha goduto del sostegno della CIA e dei servizi segreti tedeschi, il Bundes Nachrichten Dienst (BND). Durante la guerra del 1999 l'UCK era direttamente appoggiato dalla NATO.

    Il primo ministro del Kosovo Hashim Thaci, ora alla guida del Partito Democratico del Kosovo, negli anni Novanta era noto per i suoi legami con la criminalità albanese, dedita al traffico internazionale di stupefacenti e di prostitute. Durante l'amministrazione Clinton godeva della protezione di Madeleine Albright. Negli anni Novanta Thaci fondò il cosiddetto "Gruppo di Drenica", un cartello criminale con base in Kosovo e collegamenti con la mafia albanese, macedone e italiana. Questi legami con la criminalità sono stati riconosciuti sia dall'Interpol che dal Congresso statunitense.

    Nel 1997 l'UCK fu riconosciuto dagli Stati Uniti come un'organizzazione terroristica legata al traffico di stupefacenti. L'inviato speciale del presidente Clinton nei Balcani, Robert Gelbard, descrisse l'UCK come "senza alcun dubbio, un gruppo terroristico".

    Il Partito Democratico del Kosovo è composto da ex membri di un'organizzazione terroristica. Ha mantenuto i suoi legami con il crimine organizzato. Anzi, gran parte dello spettro politico kossovaro è dominato da ex membri dell'UCK. Il precedente primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj, capo dell'Alleanza per il Futuro del Kosovo, eletto nel 2004, è un ex comandante dell'UCK. Oltre ai suoi legami con il crimine organizzato, Haradinaj nel 2005 è stato accusato di crimini di guerra dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia.

    L'occupazione NATO del Kosovo corrisponde a obiettivi strategici della politica estera statunitense. Garantisce una zona di influenza statunitense altamente militarizzata nell'Europa Meridionale. Garantisce la militarizzazione delle rotte degli oleodotti e dei corridoi di trasporto che collegano l'Europa Occidentale al Mar Nero. Protegge inoltre il multimiliardario traffico di eroina, che usa il Kosovo e l'Albania come zone di transito dell'eroina afghana verso l'Europa Occidentale.

    Camp Bondsteel
    Il Kosovo è sede di una delle più grandi basi militari americane, Camp Bondsteel.
    La costruzione di Camp Bondsteel fu appaltata dal Pentagono alla Halliburton, attraverso la compagnia controllata Kellogg, Brown and Root (KBR). Camp Bondsteel è considerato "la più vasta e costosa base militare dai tempi del Vietnam" e conta più di 6000 soldati.

    "Camp Bondsteel, la più grande base militare degli Stati Uniti costruita all'estero 'partendo da zero' dai tempi della Guerra del Vietnam (...) Si trova nelle vicinanze di oleodotti e corridoi energetici di importanza vitale attualmente in costruzione, come l'odeodotto Transbalcanico voluto dagli Stati Uniti. Così i contractor, in particolare la Halliburton Oil subsidiary Brown & Root Services, stanno guadagnando una fortuna.
    Nel giugno del 1999, subito dopo il bombardamento della Jugoslavia, le forze statunitensi confiscarono 1000 acri (circa 400 ettari) di terreno agricolo nel sud-est del Kosovo a Urosevac, vicino al confine con la Macedonia, e cominciarono a costruirvi un campo.
    Camp Bondsteel è noto come la "gran dama" in una rete di basi statunitensi sui due lati del confine tra il Kosovo e la Macedonia. In meno di tre anni è stato trasformato da un accampamento di tende in una base autosufficiente e altamente tecnologica che ospita quasi 7000 uomini: tre quarti di tutte le truppe USA che stazionano in Kosovo.
    A Camp Bondsteel ci sono 25 chilometri di strade e più di 300 edifici, circondati da 14 chilometri di barriere di terra e cemento, 84 chilometri di filo spinato e 11 torri di guardia. È così grande da avere un distretto commerciale e quartieri residenziali, negozi al dettaglio, palestre aperte giorno e notte, una cappella, una biblioteca e l'ospedale meglio attrezzato d'Europa. Al momento vi sono 55 elicotteri Black Hawk e Apache, e sebbene non vi sia una pista d'atterraggio il luogo è stato scelto proprio per le possibilità di espansione. Vi sono indizi infatti che suggeriscono che Bondsteel possa sostituire in futuro la base di Aviano, in Italia
    ".
    (Paul Stuart, Camp Bondsteel and America’s plans to control Caspian oil, WSWS.org, April 2002)

    Camp Bondsteel non è il risultato di una "Guerra Giusta" o umanitaria a favore degli albanesi kosovari. La costruzione di Camp Bondsteel era stata prevista molto prima dei bombardamenti e dell'invasione del Kosovo nel 1999.

    Il progetto di costruzione di Camp Bondsteel, con un appalto multimiliardario concesso dal dipartimento della difesa alla sussidiaria texana dell'Halliburton, fu concepito quando Dick Cheney era amministratore delegato della Halliburton.

    La costruzione di Camp Bondsteel fu avviata subito dopo l'invasione del 1999, durante l'amministrazione Clinton, e fu completata durante l'amministrazione Bush, quando Cheney aveva lasciato la sua carica alla Halliburton:

    "Gli Stati Uniti e la NATO avevano progettato di bombardare la Jugoslavia già prima del 1999, e molti governanti europei ora pensano che gli Stati Uniti abbiano deliberatamente usato il bombardamento della Jugoslavia per costruire Camp Bondsteel nel Kosovo... Secondo il colonnello Robert L. McCure, 'La pianificazione delle operazioni in Kosovo cominciò mesi prima che fosse sganciata la prima bomba".
    (Lenora Foerstel, Global Research, January 2008)

    Uno degli obiettivi di Camp Bondsteel era quello di proteggere il progetto di oleodotto albanese-macedone-bulgaro (AMBO), che doveva portare il petrolio del Mar Caspio dal porto bulgaro sul Mar Nero di Burgas fino all'Adriatico.

    Casualmente, due anni prima dell'invasione, nel 1997, un alto dirigente della Brown and Root Energy, controllata dalla Halliburton, Edward L. (Ted) Ferguson, era stato nominato capo del progetto AMBO, e anche i piani di fattibilità dell'oleodotto sono stati eseguiti dalla società di ingegneria della Halliburton (la Kellog, Brown and Root).
    Il contratto per l'oleodotto lungo 917 chilometri da Burgas a Valona, in Albania, è stato siglato nel 2004.

    La criminalizzazione dello stato
    L'UCK è stato creato come gruppo paramilitare alla metà degli anni Novanta, con la sponsorizzazione della NATO e degli Stati Uniti. L'obiettivo era quello di destabilizzare e infine disintegrare la Jugoslavia. L'UCK aveva estesi legami con Al Qaeda, che aveva anche un ruolo nell'addestramento militare. Nell'UCK, coinvolto in attività terroristiche e in omicidi politici, entrarono mercenari mujaheddin provenienti da vari paesi.

    In questo contesto quali sono le implicazioni del "Piano Ahtisaari" che prevede la formazione di uno Stato kosovaro multietnico separato?
    La configurazione politica kosovara proposta dal Piano è integrata da componenti criminali. I politici occidentali sono ben consapevoli del progetto politico kosovaro che hanno architettato.

    Non abbiamo tuttavia a che fare con i soliti legami con la criminalità di singoli politici occidentali. Il rapporto è ben più complesso. Sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti stanno usando organizzazioni criminali e partiti politici corrotti kosovari per raggiungere i propri obiettivi militari e strategici. Questi a loro volta fanno gli interessi delle compagnie petrolifere e dei contractor nel settore della difesa, per non parlare del traffico multimiliardario di eroina dall'Afghanistan.

    A livello istituzionale, l'amministrazione degli Stati Uniti, l'Unione Europea, la NATO e le Nazioni Unite stanno di fatto promuovendo la criminalizzazione dello Stato kosovaro, che essi tengono sotto controllo. In senso più ampio abbiamo anche a che fare con la criminalizzazione della politica estera statunitense. Questi partiti e organizzazioni criminali sono stati creati per servire gli interessi statunitensi nell'Europa Meridionale.

    L'indipendenza del Kosovo trasformerebbe formalmente il Kosovo in uno stato-mafia autonomo controllato dall'alleanza militare occidentale. Il territorio del Kosovo resterebbe sotto la giurisdizione militare della NATO

    L'invasione del 1999 del Kosovo
    Nel 1999 molti settori della Sinistra sia in Nord America che in Europa Occidentale erano tacitamente a favore dell'invasione guidata dalla NATO. Molte organizzazioni progressiste appoggiarono quella che percepivano come una "guerra umanitaria" a favore degli albanesi del Kosovo.

    La propaganda e la disinformazione mediatiche continuarono a distorcere le cause e le conseguenze reali delle guerre dirette contro la Federazione Jugoslava.

    Il movimento contro la guerra era nello scompiglio. Al culmine dei bombardamenti della NATO vari scrittori "progressisti" descrissero l'UCK come un autentico esercito di liberazione nazionale impegnato a difendere i diritti civili degli albanesi kosovari.

    L'UCK, come confermato dalla missione degli osservatori OSCE alla fine del 1998, aveva compiuto innumerevoli atti terroristici e atrocità contro civili serbi e albanesi e minoranze kosovare.

    Senza fornirne le prove, il governo jugoslavo del presidente Slobodan Milošević venne presentato come il responsabile della crisi umanitaria in Kosovo. La presunta violazione dei diritti umani dei cittadini di etnia albanese fu usata come pretesto per l'esteso bombardamento della Jugoslavia. Per una crudele ironia, i bombardamenti più intensi furono quelli sul Kosovo, le cui vittime furono per la maggioranza albanesi del Kosovo.

    L'invasione e la successiva occupazione militare furono presentate come azioni umanitarie volte a prevenire un pulizia etnica diretta contro gli albanesi del Kosovo. La guerra contro la Jugoslavia fu definita una "Guerra Giusta". Il Professor Falk, un eminente intellettuale "progressista" giustificò il bombardamento della Jugoslavia su basi morali ed etiche:

    "La Guerra del Kosovo fu una guerra giusta perché venne intrapresa per evitare un probabile caso di 'pulizia etnica' da parte dei serbi dell'ex Jugoslavia, e riuscì a dare alla popolazione del Kosovo l'occasione di un futuro pacifico e democratico. Fu una guerra giusta anche se intrapresa illegalmente senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, e nonostante sia stata condotta in un modo che ingiustamente provocò vittime tra i civili serbi e kosovari nell'intento di minimizzare il rischi sul fronte NATO".
    (http://www.wagingpeace.org/articles/..._interview.htm)


    Vari media progressisti condannarono il "regime Milošević" esprimendo una certa simpatia per l'UCK:

    "Attualmente la sola forza armata in grado di difendere i villaggi albanesi del Kosovo è l'Esercito di liberazione del Kosovo. Nonostante le carenze politiche generate dallo stato di illegalità in cui il 90% della maggioranza albanese vive negli ultimi 10 anni, cioè da quando Milošević ha abolito l'autonomia del Kosovo, lo scorso anno l'UCK è riuscito a organizzare un esercito di circa 40.000 soldati".

    Gran parte del dibattito a sinistra si incentrò sulle sue potenzialità e sul suo programma politico, nonché sulla desiderabilità della lotta armata in generale. Per esempio Stephen Shalom, in un articolo su ZNet (i cui collaboratori comprendevano Noam Chomsky e Edward Said) che riassume bene l'atteggiamento contro sia la NATO sia Milošević, afferma: "Sono sensibile alle argomentazioni che affermano che se un popolo vuole combattere per i propri diritti, e non chiede ad altri di farlo per lui, allora bisognerebbe fornirli le armi per aiutarlo nella sua impresa. Una tale argomentazione mi è sembrata adeguata al caso della Bosnia".

    ....

    "Michel Chossudovsky, professore di economia all'Università di Ottawa, ha montato meticolosamente delle false accuse in un articolo intitolato 'Freedom Fighters Financed by Organised Crime' ('Combattenti per la libertà finanziati dal crimine organizzato'), che è stato ampiamente fatto circolare su internet. Pieno di mezze verità e insinuazioni sul presunto uso da parte dell'UCK di denaro proveniente dal traffico di stupefacenti, l'articolo di Chossudovsky cerca di screditare l'UCK come autentico movimento di liberazione che rappresenta le aspirazioni della maggioranza albanese oppressa".
    (Michael Karadjis, Chossudovskys frame-up of the KLA, Green Left Review )

    Nove anni e due guerre dopo, la questione del Kosovo è riemersa. È parte integrante di un più ampio piano d'azione militare, ed è strettamente connesso con le guerre condotte dagli Stati Uniti in Asia Centrale e Medio Oriente dopo l'11 settembre.

    I Balcani costituiscono la porta d'accesso all'Eurasia. L'invasione del 1999 stabilisce la presenza militare permanente degli Stati Uniti nel Sud dell'Europa, utile ai loro piani strategici più ampi. La Jugoslavia, l'Afghanistan e l'Iraq: queste tre guerre di teatro sono state condotte su presunte basi umanitarie. Senza eccezioni, in tutti e tre i paesi sono state installate basi militari statunitensi.


    Articolo originale pubblicato il 4 febbraio 2008

    Traduzione di Manuel Zanarini.
    Revisione di Manuela Vittorelli.

  6. #6
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    Il Kosovo: un’esecuzione pianificata :::: 19 Febbraio 2008 :::: 95 T.U. :::: Analisi :::: Claude Herdhuin di Claude Herdhuin

    18 febbraio 2008

    Mondialisation.ca


    Ecco fatto, il Kosovo è 193esimo stato indipendente al mondo. Si è autoproclamato indipendente sotto il pretesto che era venuto il momento. Nove anni di guerra giustificano tale decisione? Se si osserva più da vicino, una constatazione salta agli occhi: il cerchio è chiuso.
    Nove anni fa, i bombardamenti della NATO contro la Serbia aprivano il ballo. Ieri, domenica 17 febbraio 2008, l'Unione Europea ha raccolto i frutti dei suoi sforzi, accogliendo con soddisfazione l'autoproclamazione del Kosovo "come uno Stato indipendente, sovrano e democratico".

    È bastato il voto, per alzata di mano, dei 109 deputati presenti al Parlamento del Kosovo. Centonove deputati senza il pugno di deputati serbi che non si erano presentati. Gli assenti hanno torto, diranno, ma che fare dinanzi a tanta arroganza e leggerezza?

    Certamente, il nuovo Stato indipendente dal Kosovo promette di rispettare i Serbi, ma a quali condizioni?
    Che i Serbi restino nelle loro zone franche del Sud e del Nord del Kosovo, senza causare disordini.
    È in nome della legge del più forte che l'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno incoraggiato (si legga: aiutato e sostenuto) il Kosovo a proclamare la sua indipendenza, in violazione del diritto internazionale ed in particolare della carta delle Nazioni Unite. Del resto di quale diritto internazionale parliamo, quando, da tempo, le Nazioni Unite non hanno più la loro da dire.
    Ricordiamo che gli Stati Uniti se ne ridono di quest'istituzione, la cui sede è sul loro territorio.
    Le Nazioni Unite non hanno mai potuto impedire la guerra di Iraq, e non potranno impedire la guerra fratricida che si prepara e che è stata scientemente orchestrata dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea.
    I Serbi, presi alla gola, restano i cattivi che si oppongono al gioco dei più forti.
    I Serbi sono responsabili di Srebenica, hanno stuprato le donne ed hanno ucciso i bambini musulmani. È questo il lavaggio del cervello che ci hanno servito i mass media da almeno due decenni. Certamente i Serbi non sono dei santi, non più di me o di voi. Sono soltanto esseri umani, ma non hanno la fortuna di occupare un posto invidiabile sulla scacchiera politica.
    Descritti come barbari, sono diventati barbari nell’immaginario popolare.
    Tra non molto sarà passato un anno, da quando, il 28 marzo del 2007, il dott. Patrick Barriot, nel corso di una conferenza a Parigi, parlava della messa a morte del Kosovo. Descriveva l'iniezione letale somministrata al condannato a morte e la trasponeva alla sorte riservata al Kosovo. Oggi dobbiamo per forza dargli ragione. I Serbi hanno ucciso a Srebenica, ma vi sono anche morti. Il Tribunale Penale Internazionale per la ex-Jugoslavia (TPIY), nella sua mania di grandezza ha parlato del genocidio di Srebenica, mentre si trattava di una lotta tra combattenti frustrati ed arrabbiati.

    Ma ritorniamo al 17 febbraio 2008. Da ventiquattro ore, consultando i giornali, ho visto le immagini di kosovari albanesi che celebrano la nascita di questo 193esimo stato. Ho letto della loro volontà di lavorare per l'Unione Europea e di compiere tutti i loro sforzi per rispettare i Serbi. Poi ho letto che i Serbi delle zone franche del Sud e del Nord del Kosovo si ribellavano. Ho anche appreso che il primo ministro serbo Voljislav Kostunica dichiarava a Belgrado che "finché il popolo serbo esisterà, il Kosovo resterà serbo".
    Ma ho anche scoperto che era tutto programmato da tempo, e che l'Unione Europea, nella notte tra venerdì e sabato, a mezzanotte (cioè prima della proclamazione unilaterale dell'indipendenza del Kosovo) "ha approvato la spedizione di una missione di poliziotti e di giuristi nell Kosovo, infrangendo la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, secondo la quale solo l'ONU può decidere la spedizione di forze in questa provincia serba".

    Quest'ultimi due giorni mi lasciano un'impressione di qualcosa di già conosciuto: la creazione di Israele del 30 novembre 1947 da parte delle Nazioni Unite.
    Oggi, le Nazioni Unite sono messe di parte, ma il passo resta lo stesso. Il 14 maggio 1948, il mandato britannico cessava sulla Palestina e lasciava faccia a faccia Arabi ed Ebrei.

    Sappiamo ciò che ne è seguito. Garantiamo che l'Unione Europea e gli Stati Uniti, in nome di una democrazia falsa, e dopo avere appiccato il fuoco nella regione, avranno la faccia di ritirarsi per lasciare Albanese e Serbi regolare tra loro i conti.
    In seguito, dopo alcuni bagni di sangue, ritorneranno dicendo che il loro intervento è indispensabile per mantenere la pace... Potranno allora installarsi nella regione, in cui li attendono il campo di Bondsteel ed il petrolio del Mar Caspio.

    Rimane da vedere ciò che farà la Russia, chi sostiene i Serbi.

    Fonte originale: Modialisation.ca-18 febbraio 2008

  7. #7
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    La Turchia e il Kosovo: un passo falso di Ankara :::: 19 Febbraio 2008 :::: 155 T.U. :::: Analisi :::: Aldo Braccio di Aldo Braccio *

    Con una nota concisa ma quanto mai “tempestiva” (inviata a Pristina già il 18 febbraio) “la Repubblica di Turchia ha salutato contenuto ed elementi della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, e ha deciso di riconoscere l’indipendenza della Repubblica del Kosovo”.

    Il giorno successivo il ministro degli Esteri Babacan, prima di partire per una visita ufficiale di due giorni per Mosca, ha riconosciuto la Russia come “paese vicino strategicamente importante e grande potenza mondiale”: nella capitale russa egli incontrerà il capo della diplomazia Sergei Lavrov e il ministro dell’Industria e dell’Energia Victor Khristenko.

    Belle espressioni che fanno seguito al positivo riavvicinamento delle due nazioni, ma quali saranno le reazioni di Mosca alla luce della presa di posizione turca sulla questione kossovara?

    Purtroppo si deve parlare di passo falso – e di non poco conto – compiuto da Ankara sulla strada delle fondamentali relazioni turco – russe; relazioni che sono alla base di una politica eurasiatica che reagisca alle imposizioni atlantiche manifestatesi – nel caso dei Balcani – con una guerra scatenata nel cuore dell’Europa a colpi di bombardamenti all’uranio impoverito e di tribunali internazionali a senso unico.

    Imposizioni che calpestano, tanto per cambiare, gli stessi pronunciamenti dell’ONU e il diritto internazionale.

    Ma torniamo alla Turchia: è evidente che l’esecutivo Erdoğan non deve cadere nella trappola – così abilmente tesa da statunitensi e “occidentali” al seguito – dello scontro di civiltà, predisposta in particolare in funzione antirussa ma efficace anche, come di consueto, contro il mondo islamico nel suo complesso.

    Occorre anche considerare con prudenza e con attenzione ogni prospettiva panturchista, laddove suscettibile di trascendere il piano culturale e di provocare uno sbilanciamento in senso miopemente nazionalistico.

    Nel breve – medio periodo, oltre tutto, la dichiarazione di riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo (Stato fantoccio di cui si ignorano perfino elementi essenziali) avrà possibili ricadute anche in ambito locale: gli indipendentisti curdi, da domenica scorsa, hanno qualche freccia in più al loro arco, e qualche precedente da invocare.


    * Aldo Braccio, redattore di Eurasia. Rivista di studi geopolitici, è esperto di questioni turche.

  8. #8
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    L’indipendenza del Kosovo e la spaccatura dell’Europa :::: 19 Febbraio 2008 :::: 153 T.U. :::: Interviste :::: Giovanna Canzano intervista Stefano Vernole Giovanna Canzano intervista Stefano Vernole

    Non è un mistero che una guerra generalizzata nei Balcani sarebbe gradita a Washington, perchè destabilizzerebbe il rivale economico europeo e metterebbe in crisi il progetto alternativo all’oleodotto “Nabucco”, quello russo del “South Stream”. Inoltre, le relazioni UE-Russia stanno scendendo al minimo (boicottaggio osservatori OCSE alle presidenziali russe) e viste le intenzioni indipendentiste di Transnistria, Abkhazia ed Ossezia del Sud, sono destinate a peggiorare”… (Stefano Vernole)

    CANZANO - Gli Stati Uniti, secondo una dichiarazione della Rice, riconoscono formalmente l’indipendenza del Kosovo, D’Alema ha dichiarato che riferirà alla camera mercoledì, e che l’Italia è pronta a riconoscere l’indipendenza, invece la Presidenza UE ha dichiarato che ogni stato è libero di decidere autonomamente, quali sono invece le conseguenze di tali decisioni?

    VERNOLE - Questa è giustamente la prima domanda, infatti la conseguenza più importante dell’indipendenza del Kosovo è proprio la spaccatura dell’Europa.
    Per ora sono soltanto tre, Spagna, Romania e Cipro, gli Stati che hanno escluso di poter riconoscere l’entità kosovara, ma sono numerosi quelli che stanno attendendo gli sviluppi della situazione e tra di essi anche paesi molto importanti come l’Olanda, la Grecia e il Portogallo. Non escludo che se la prossima settimana la situazione dovesse precipitare, pure nazioni come l’Italia potrebbero fare un precipitoso dietro-front; in questo momento i Serbi stanno scendendo in piazza ovunque, dalla borghese Belgrado fino alla Vojvodina, dalla Bosnia alle enclavi del Kosovo. Per ora gli incidenti sono di poco rilievo ma la situazione potrebbe precipitare da un momento all’altro e allora l’Europa potrebbe sprofondare nel dramma di un nuovo conflitto. Non a caso, sono stati segnalati forti movimenti di mezzi corazzati serbi vicino alla valle di Presevo, da dove potrebbe partire un’ulteriore fiammata dei separatisti albanesi e lo scatenamento del tanto temuto “effetto domino” (Kosovska Mitrovica, Serbia meridionale, Bosnia, Macedonia, Ciamuria, Sangiaccato, Vojvodina). Il progetto della “Grande Albania”, secondo un recentissimo sondaggio, è condiviso dal 90% del popolo schipetaro e il fatto che durante le feste per la proclamazione dell’indipendenza tutti abbiano manifestato con la tradizionale bandiera albanese e non con quella del neonato Stato del Kosovo, la dice lunga sulle loro intenzioni. L’altra bandiera maggiormente sventolata dai manifestanti è stata quella degli Stati Uniti e l’area vicino a Presevo si trova proprio di fianco al settore occupato dalle truppe inglesi e americane, principali sponsor dell’ex UCK. Non è un mistero che una guerra generalizzata nei Balcani sarebbe gradita a Washington, perchè destabilizzerebbe il rivale economico europeo e metterebbe in crisi il progetto alternativo all’oleodotto “Nabucco”, quello russo del “South Stream”. Inoltre, le relazioni UE-Russia stanno scendendo al minimo (boicottaggio osservatori OCSE alle presidenziali russe) e viste le intenzioni indipendentiste di Transnistria, Abkhazia ed Ossezia del Sud, sono destinate a peggiorare. Il disegno statunitense è volto a favorire una sorta di spartizione delle zone d’influenza, consentendo al Kosovo, alla Moldavia e alla Georgia (e possibilmente anche all’Ucraina previa divisione del Paese) di entrare nella NATO, mentre la Serbia e le regioni separatiste del Caucaso e dell’Europa Orientale (Transnistria) finirebbero nell’orbita militare russa. Il progetto atlantista inasprirebbe ulteriormente i rapporti Mosca-Bruxelles, a tutto vantaggio di Washington e per questo motivo ancora il Cremlino non ha concesso il riconoscimento diplomatico a queste regioni, tuttavia bisogna sottolineare come l’Unione Europea abbia pedissequamente seguito negli ultimi anni la strategia della NATO (dove gli Stati Uniti contano per il 90% e tutti i Paesi europei messi insieme il 10% …), perciò non vedo realisticamente cos’altro potrebbe succedere.

    CANZANO - Con l’indipendenza del Kosovo non verrà violato il diritto internazione e in particolare la Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite?

    VERNOLE - Sicuramente. La Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite garantiva la sovranità serba sul Kosovo e Metohija, al punto che fino ad oggi il governo di Belgrado ha continuato a pagare il debito estero della Provincia. In ogni caso, in questi anni tale Risoluzione era già stata violata, ovviamente sempre a danno della Serbia; ad esempio era stato impedito che un limitato contingente di truppe serbe potesse rientrare in Kosovo per proteggere la propria minoranza, anche dopo le numerose violenze alle quali essa era stata sottoposta. Il diritto internazionale ha subito una violazione irreparabile proprio a partire dall’aggressione militare della NAT0 alla Federazione Jugoslava nel 1999, quando ci si prese gioco sia dell’ONU che dello stesso statuto dell’Alleanza Atlantica. Oggi la situazione è ancora più compromessa, al punto che l’Unione Europea non ha avuto nemmeno il coraggio di adottare una posizione comune sul riconoscimento del Kosovo e ha lasciato, in maniera ridicola, libertà di scelta ad ogni singolo Stato membro. Come possa adesso rivendicare una “politica comune” nei Balcani e lanciare una missione delicatissima in Kosovo appare un mistero. Senonchè, anche questa missione denominata “Eulex” e capitanata dall’olandese Pieter Feith, nasce senza l’avallo del diritto internazionale, perchè scavalca concretamente la Risoluzione 1244. Le conseguenze sono un freno del processo di adesione della Serbia all’Unione Europea e un ulteriore indebolimento della legittimità dell’ONU, dove oltre alla Russia, grandi Stati come Cina, Indonesia e Sudafrica sono contrari all’indipendenza del Kosovo.

    CANZANO - Questa dichiarazione darà veramente l’indipendenza al Kosovo o, dietro c’è un disegno già stabilito da altre nazioni che trasformerà la provincia serba in uno Stato fantoccio?

    VERNOLE - Sono estremamente significative al proposito le dichiarazioni del capo del governo serbo, Vojislav Kostunica, che ha definito questa “indipendenza” la creazione di uno “Stato fantoccio, amministrato dalla NATO e funzionale agli interessi militari degli Stati Uniti”. Queste parole sono molto importanti, perchè invece di rifarsi alla solita retorica storico-culturale del nazionalismo serbo, Kostunica individua i reali interessi geostrategici che stanno alla base dell’ “indipendenza del Kosovo”. Sicuramente gli studiosi dell’esoterismo e dei movimenti tradizionalisti potrebbero ravvisare in quanto sta succedendo un segno di quell’ “inversione dei valori” tanto magistralmente preannunciata da Nietzsche: nella “Terra sacra” dei 1.200 Monasteri cristiano ortodossi, simboli ancori vivi della spiritualità medioevale-europea, viene affidato il potere formale al riconosciuto capo di una banda di narcotrafficanti, sostenuto dalla sinarchia mondialista. Rimane comunque necessario concentrarsi sugli aspetti geopolitici della crisi: sorveglianza dei percorsi degli oleodotti petroliferi, destabilizzazione dell’Europa, importanza geografica del Kosovo e Metohija quale snodo delle vie di comunicazione strategiche verso il Mediterraneo, il Caucaso e il Mar Nero, centralità della regione per lo smercio dell’eroina proveniente dall’Afghanistan, nuovo paradiso fiscale per il riciclaggio del denaro “sporco”.

    CANZANO
    - L’”indipendenza” del Kosovo rischia di ricreare un artificiale “scontro di civiltà“, contrapponendo cristiano-ortodossi serbi e musulmani albanesi?

    VERNOLE - Il rischio oggettivamente c’è, perchè al di là del fatto che il nazionalismo albanese si caratterizzi più per l’aspetto tribale che religioso (vedi espulsione dei Gorani, gli slavi musulmani e dei Rom, ad opera dell’UCK), le spinte esterne in questo senso sono molteplici. I finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita alla costruzione di nuove moschee in Kosovo e Metohija, potrebbero presto congiungersi alle spinte dei gruppi wahabiti provenienti dalla Bosnia e che trovano nel Sangiaccato serbo uno sbocco naturale. Il fatto che la Turchia abbia riconosciuto l’ indipendenza di Pristina subito dopo gli Stati Uniti e praticamente insieme all’Albania, lascia presupporre che gli strateghi dello “scontro di civiltà” vogliano riproporre questo scenario anche in Kosovo, dividendo ulteriormente le varie fazioni. Washington, che in passato aveva già fatto balenare il progetto della “dorsale islamica”, potrebbe ora rispolverare questa carta per mascherare il suo ruolo fondamentale. Quella parte della Chiesa Serbo-Ortodossa, che con il mito delle infiltrazioni “qaediste” e “bin-ladeniane” in Kosovo aveva creduto di potersi attirare le simpatie dell’Occidente, deve assumersi una pesante responsabilità‘ e additare i reali colpevoli dello scippo avvenuto. In questo scenario, si spera che sia il Partito del premier Kostunica che quello del Radicale Nikolic, continuino nella loro visione, che si opppone allo scontro religioso. Tuttavia, è necessario che anche dall’altra parte, i Musulmani in buona fede inizino a prendere atto della manipolazione subita durante le guerre jugoslave e si rivolgano verso il comune nemico dei popoli europei. Tanto per essere chiari, coloro che continuano a sventolare bandiere americane, dovrebbero rendersi conto che nel 1999 i bombardamenti statunitensi sul Kosovo e Metohija furono molto più intensi sulla zona popolata da Albanesi. Uno dei primi effetti dell’uranio impoverito è infatti la sterilità e obiettivo della NATO era frenare la forte prolificità dell’etnia albanese, allo scopo di controllare meglio il Kosovo … Altro che indipendenza!

    CANZANO - Quanto sono motivati gli Stati Uniti in questo disegno per poter espandere la NATO ad Est?

    VERNOLE - Il protettorato sul Kosovo, il nuovo ruolo della NATO quale strumento di polizia del Nuovo Ordine Mondiale e il dispiegamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, sono tutti funzionali al disegno strategico statunitense: impedire il riemergere di un forte rivale nella regione eurasiatica. Il Kosovo rappresenta un importante retrovia logistico per le azioni nordamericane in Medio Oriente e non a caso vicino ad Urosevac gli Stati Uniti hanno costruito con Camp Bondstell la loro più grande base militare europea. L’umiliazione della Serbia costituisce naturalmente un avvertimento alla Russia e alla sua politica multipolare di amicizia con Cina ed India. L’allargamento della NATO sempre più verso Est serve sia ad ostacolare la commercializzazione del petrolio russo in Europa che a frapporre un ostacolo insormontabile ai rapporti di buon vicinato tra Mosca e Bruxelles. Non è un caso che gli Stati Uniti si siano sempre dichiarati indisponibili a far entrare Mosca nell’Alleanza Atlantica, un ingresso della Russia manderebbe in frantumi la loro egemonia nella NATO e ne stravolgerebbe i fini. Il progetto dello scudo antimissile è stato concepito senza neanche consultare Mosca in seno al Consiglio congiunto NATO-Russia, le spese militari degli Stati Uniti continuano con stanziamenti di bilancio senza paragone in nessun’ altra nazione. In questo senso, essi sono certamente motivati a continuare la politica di espansione atlantica, a patto di mantenerne il controllo.

    CANZANO
    - Può uno statuto speciale garantire alla provincia serba una forte autonomia e l’integrazionein Europa?

    VERNOLE - Sicuramente accogliere le proposte di Belgrado volte a conferire il massimo di autonomia alla provincia del Kosovo e Metohija avrebbe potuto risolvere la questione, che ora al contrario rischia di scoperchiare “il vaso di Pandora”. Ovviamente non si è cercato minimamente di andare in questa direzione, perchè tutti i principali protagonisti di questa vicenda hanno giocato verso il precipitare della crisi. Con uno statuto speciale, il Kosovo e Metohija sarebbe potuto andare insieme alla Serbia verso l’integrazione europea, mentre adesso entrambi rischiano una caduta verso l’abisso. Se Belgrado giocherà la carta delle sanzioni energetiche, l’economia kosovara andrà incontro ad una recessione terribile, mentre già la disoccupazione sfiora l’80%. Le miniere di Trepca, che si trovano nella zona serba, sono ferme da anni, la sola fonte d’introito è quella derivante dai traffici della criminalità organizzata e dagli aiuti della “Comunità internazionale”, che però dopo 8 anni di amministrazione si è caratterizzata molto di più per i suoi scandali e le sue ruberie che per le sue capacità di rilancio dell’economia. Le privatizzazioni hanno dato vita ad una gara accanita tra i vari gruppi multinazionali, che si appoggiano sui clan mafiosi locali per il controllo delle risorse. Al popolo non rimarranno che le briciole e un forte risentimento che cercherà di essere sfruttato dai boss in senso nazionalista. La spartizione effettiva del Kosovo e Metohija, che si sarebbe potuta realizzare in maniera pacifica, porterà invece a nuove tensioni, come successo negli anni Novanta. Ma quest’Europa, sorda e cieca, non vuole né sentire né vedere e giustamente pagherà cara la propria supponenza.



    BIOBIBLIOGRAFIA Stefano Vernole, giornalista pubblicista, redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” e specialista di questioni balcaniche, è coautore di “La lotta per il Kosovo”, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 2007.
    Laureato in Storia contemporanea con una tesi sulla questione palestinese, sta per conseguire una seconda Laurea in “Analisi dei conflitti, delle ideologie e della politica nel mondo contemporaneo” con una tesi sul Kosovo e Metohija.

  9. #9
    Forumista esperto
    Data Registrazione
    26 Jul 2004
    Località
    Roma
    Messaggi
    21,394
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    8 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Kosovo (in)dipendente? Ne facciamo volentieri a meno

    Il parlamento del Kosovo ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, calpestando la risoluzione 1244 dell’ONU e rendendo ancora più instabile un’area come quella dei Balcani, già dissestata dalle ingerenze e dalle guerre interetniche foraggiate dall'imperialismo euro-americano nel passato.
    Il primo ministro Hashim Thaci – ex capo del KLA (UCK) – dopo aver goduto dei sovvenzionamenti targati USA e NATO per promuovere l’indipendenza dell’etnìa albanese, rispetto al resto delle nazionalità presenti sul territorio, festeggia oggi la sua vittoria avvolto nella bandiera a stelle e strisce.
    Questa finta indipendenza – in realtà il Kosovo diventa ufficialmente un avamposto statunitense nell’area – ha già avuto ed avrà ulteriormente, conseguenze devastanti per le terre martoriate dei Balcani, anche perché ha legittimato l’UE a dispiegare forze di polizia nella provincia kosovara.
    Nello stesso modo con cui i sionisti riuscirono a far proclamare unilateralmente l’indipendenza dello Stato di Israele, a scapito della popolazione palestinese, oggi assistiamo all’esasperazione del nazionalismo di stampo etnico da parte degli ex militanti dell’UCK, ripuliti dalle amministrazioni statunitensi e sostenuti da quelle inglesi. Nel Kosovo, grazie all’UCK, è avvenuta una pulizia etnica sotto gli occhi di tutta l’Europa; solo con la forza si è creato uno Stato-etnico.
    La Serbia è e dovrebbe rimanere uno Stato multietnico, come la maggioranza delle nazioni del mondo, senza subìre l’onta della frantumazione nazionalistica su base etnica stabilita senza alcun processo o trattativa con la maggior parte del popolo serbo dell'intero Stato.
    Si trasforma un territorio in uno Stato per la volontà unilaterale degli Stati Uniti con la compiacenza passiva, cinica e vergognosa dei Paesi europei complici (Germania in primis, ma senza grandi eccezioni, Italia compresa) del massacro jugoslavo. Il problema del rapporto fra nazionalità presente entro lo stato serbo è e deve restare di esclusiva competenza dei popoli che lo compongono senza ingerenze straniere di terzi interessati al dominio dell'area.
    Il 17 febbraio è nato un Kosovo colonia statunitense, un porto franco in mezzo ad un’Europa terra di razzìa, priva di sovranità, governata da classi politiche ciniche e sottomesse al progetto tecnocratico neo-liberistico delle istituzioni europee. In questo contesto gli Stati nazionali, ultimo appiglio, per lo meno formale, di una rappresentanza politica possibile, luoghi in cui si è svolta una vita politica reale e condivisa per secoli, divengono giocattoli ad uso e consumo degli interessi nord-americani, con le classi dirigenti europee impegnate da vent'anni ad organizzare politiche economiche di tipo deflattivo, a favorire recessione, disoccupazione, abbassamento dei salari, miseria, precarietà e disunità continentale.

    Le classi dirigenti europee, inchinandosi ai padroni statunitensi, oltre ad aver umiliato lo Stato serbo nella sua multiculturalità manifesta e nella sua sovranità, nonché la stessa nazionalità albanese manipolata per giochi esterni ed oppressa dai criminali terroristi dell’UCK, hanno aperto un precedente gravissimo che segue la disgregazione della Jugoslavia degli anni ‘90.
    I fatti del Kosovo dimostrano che l'imperialismo dominante può far leva, all'occorrenza, sulla separazione e la divisione per sganciare assegni milionari al primo gruppo dissidente ( magari nella distrazione di un'opinione drogata dalla propaganda politicamente corretta del popolo oppresso) per destabilizzare qualunque nazione politica esistente.

    Il precedente del Kosovo è una spina nel fianco, dopo la morte della Jugoslavia, nel continente europeo che ci invita a prestare attenzione al futuro, sapendo che se un solo Paese europeo oserà negare il proprio appoggio servile al padrone su una qualunque questione, potrebbe ritrovarsi frantumato in poco tempo o minacciato da movimenti di dissidenza etero-diretta nascenti come funghi.
    Siamo sempre stati a favore dell'autodeterminazione dei popoli, ritenendo questo un principio guida, ma la questione kosovara dà luogo a dinamiche che vanno analizzate in modo adeguato, per non ricadere nell’errore dell’indipendentismo tout court, senza distinguo, come mera approssimazione ideologica al problema complesso e spinoso delle questioni nazionali.
    Anzitutto bisogna capire la profonda diversità tra popoli colonizzati e oppressi rispetto a quelli che non subiscono queste vessazioni. Il parametro è oggettivo: il popolo è colonizzato quando è economicamente posto in collettiva situazione di sfruttamento collettivo, attraverso, ad esempio, l'utilizzo di manodopera a basso costo, oppure più in generale è oppresso quando vive in uno stato di soggezione anche culturale e politica, in cui, ad esempio, viene interdetto l'uso della lingua, la diffusione della cultura locale e l'autodecisione territoriale. Per quanto riguarda i popoli colonizzati e oppressi, noi sosteniamo la loro lotta per l’indipendenza, ritenendola non solo sacrosanta, ma spesso, anche l'unica soluzione per mantenere viva la propria identità.

    Per ciò che concerne i popoli non oppressi o colonizzati, ma semplicemente coesistenti, riteniamo naturalmente legittimo il sollevamento della questione nazionale, non ritenendo sacri i confini politici di un'epoca. Ma tale legittimità deve rimanere interna alla logica dialogica, della non violenza, e deve fondarsi su di un approccio culturale e politico che resti interno alle nazioni in questione. Questo, ovviamente, non è e non è stato il caso del Kosovo. In linea di principio, quindi, l’autodeterminazione è un diritto inalienabile di tutti i popoli, ma poiché mette al centro interessi generali e riguarda la sfera geografica e politica dei rapporti tra Stati, bisogna capire bene cosa spinge una nazionalità a proclamarsi Stato indipendente. Come si diceva, nessun principio democratico, per quanto legittimo in linea generale, può essere sostenuto in maniera ideologica, come un dogma. astrattamente, come fosse un sacro comandamento religioso. Esercitare il diritto alla autodeterminazione è di per sé legittimo e lecito solo se la sua attuazione da parte di un popolo non pregiudica il diritto di altri, come sta avvenendo nel Kosovo, dove la minoranza serba interna al nuovo stato kosovaro non ha alcuna garanzia di tutela, e si ritroverò a dover vivere entro uno stato fondato sull'esclusivismo etnico-culturale.
    Più in generale inoltre riteniamo che la coesistenza pacifica nel pieno riconoscimento reciproco delle nazionalità non sia un fattore di debolezza delle nazioni politiche, ma di forza entro l'alveo della diversità. Posto questo, non sta a noi giudicare il sentimento del popolo kosovaro concernente la propria questione nazionale. Tuttavia possiamo certamente affermare che tale sentimento è stato oggetto di pura manipolazione esterna, di esercizio indiscriminato di xenofobia e terrore e di volontà di annichilimento finale di una nazione politica, la Serbia multinazionale e multietnica, che non voleva piegarsi alla volontà dell'occidente e non voleva entrare nella Nato. Per tale ragione i serbi hanno dovuto pagare a suon di bombe e di umiliazioni la loro volontà di sovranità, ed i fatti recenti di dichiarazione unilaterale del Kosovo di indipendenza sono la ciliegina sulla torta di un processo violento che dura dal nefasto anno 1999, quando su ciò che restava dell'antica repubblica federale jugoslava, cadde una pioggia di bombe mortifere, lanciate dai sicari dell'imperialismo euro-americano dietro la menzogna del genocidio albanese ( mai esistito ) e i sorrisi umanitari dei pacifinti delle democrazie liberali, propagandati da tutti i media del mondo.
    I kosovari hanno il pieno diritto di invocare la questione nazionale interna allo stato serbo, ma le modalità violente, l'unilateralismo, e l'ingerenza esterna, non possono che farci prendere una posizione netta sulla cerimonia farsa del 17 febbraio 2008, di assoluta contrarietà a questo processo eterodiretto.
    Solo la presenza della NATO, braccio armato di nazioni imperialiste che opprimono gran parte dell’umanità, dà la possibilità al Kosovo di separarsi in maniera unilaterale dalla Serbia, disegnando un quadro geografico e politico del tutto favorevole agli USA ed agli altri Stati della NATO, con il chiaro intento di disintegrare un territorio vicino in termini geopolitici alla Russia, che naturalmente avverte con chiarezza il senso ultimo di questa ennesima provocazione.
    Affinché l'indipendentismo non diventi arma di controllo esterno e di disintegrazione di nazioni politiche, esso deve restare questione meramente interna agli stati- nazione interessati. Non possiamo in alcun modo appoggiare cause gestite dai comitati d'affari delle elite militari-finanziarie occidentali.
    Noi riteniamo che l’unica alternativa possibile nel caso del destino serbo sia una federazione democratica e solidale all’interno di un solo Stato multinazionale che respinga l'ingerenza della Nato e dell'imperialismo europeo ed americano lottando per una terra sovrana e socialista.

    Le questioni nazionali non possono avere tutte una soluzione unica di stampo ideologico, poiché ciascuna presenta le sue peculiarità. Posto che sposiamo in linea di principio la soluzione della coesistenza statuale di nazionalità diverse in contesti federativi inter-comunitari, nell'alveo dell'anticapitalismo e dell'unità dei popoli, ritenendo l'identità nazionale un principio comunitario di aggregazione e forza nella diversità, non abbiamo una ricetta univoca valida per ogni singolo caso.
    Ma nella fattispecie del Kosovo, l’unica possibilità per resistere a questa spinta secessionista voluta dagli USA e dai sicari europei, è richiamare il popolo serbo e albanese all'unità, ponendo fine al tragico destino di divisioni etniche e settarie di cui sono vittima i popoli balcanici da quasi venti anni.

    Comunità Proletarie Resistenti
    http://cpr.splinder.com
    comunitaresistenti@libero.it


    link

  10. #10
    email non funzionante
    Data Registrazione
    01 Aug 2002
    Località
    Chieti
    Messaggi
    6,461
     Likes dati
    13
     Like avuti
    36
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Ma davvero volentieri!!!

    Miles Insulae

 

 
Pagina 1 di 2 12 UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Articoli sulla questione Aldo Moro
    Di Combat nel forum Eurasiatisti
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 27-08-10, 00:39
  2. Raccolta articoli Kosovo
    Di Combat nel forum Politica Estera
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 20-02-08, 12:04
  3. Raccolta articoli questione Kosovo
    Di Combat nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 19-02-08, 22:10
  4. Raccolta articoli di Gennaro Carotenuto
    Di Outis nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 9
    Ultimo Messaggio: 12-06-07, 12:26
  5. Foto e articoli sulla questione immigratoria verso gli USA
    Di Arthur I nel forum Politica Estera
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 30-03-06, 17:31

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito