Kosovo (in)dipendente? Ne facciamo volentieri a meno
Il parlamento del Kosovo ha dichiarato unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia, calpestando la risoluzione 1244 dell’ONU e rendendo ancora più instabile un’area come quella dei Balcani, già dissestata dalle ingerenze e dalle guerre interetniche foraggiate dall'imperialismo euro-americano nel passato.
Il primo ministro Hashim Thaci – ex capo del KLA (UCK) – dopo aver goduto dei sovvenzionamenti targati USA e NATO per promuovere l’indipendenza dell’etnìa albanese, rispetto al resto delle nazionalità presenti sul territorio, festeggia oggi la sua vittoria avvolto nella bandiera a stelle e strisce.
Questa finta indipendenza – in realtà il Kosovo diventa ufficialmente un avamposto statunitense nell’area – ha già avuto ed avrà ulteriormente, conseguenze devastanti per le terre martoriate dei Balcani, anche perché ha legittimato l’UE a dispiegare forze di polizia nella provincia kosovara.
Nello stesso modo con cui i sionisti riuscirono a far proclamare unilateralmente l’indipendenza dello Stato di Israele, a scapito della popolazione palestinese, oggi assistiamo all’esasperazione del nazionalismo di stampo etnico da parte degli ex militanti dell’UCK, ripuliti dalle amministrazioni statunitensi e sostenuti da quelle inglesi. Nel Kosovo, grazie all’UCK, è avvenuta una pulizia etnica sotto gli occhi di tutta l’Europa; solo con la forza si è creato uno Stato-etnico.
La Serbia è e dovrebbe rimanere uno Stato multietnico, come la maggioranza delle nazioni del mondo, senza subìre l’onta della frantumazione nazionalistica su base etnica stabilita senza alcun processo o trattativa con la maggior parte del popolo serbo dell'intero Stato.
Si trasforma un territorio in uno Stato per la volontà unilaterale degli Stati Uniti con la compiacenza passiva, cinica e vergognosa dei Paesi europei complici (Germania in primis, ma senza grandi eccezioni, Italia compresa) del massacro jugoslavo. Il problema del rapporto fra nazionalità presente entro lo stato serbo è e deve restare di esclusiva competenza dei popoli che lo compongono senza ingerenze straniere di terzi interessati al dominio dell'area.
Il 17 febbraio è nato un Kosovo colonia statunitense, un porto franco in mezzo ad un’Europa terra di razzìa, priva di sovranità, governata da classi politiche ciniche e sottomesse al progetto tecnocratico neo-liberistico delle istituzioni europee. In questo contesto gli Stati nazionali, ultimo appiglio, per lo meno formale, di una rappresentanza politica possibile, luoghi in cui si è svolta una vita politica reale e condivisa per secoli, divengono giocattoli ad uso e consumo degli interessi nord-americani, con le classi dirigenti europee impegnate da vent'anni ad organizzare politiche economiche di tipo deflattivo, a favorire recessione, disoccupazione, abbassamento dei salari, miseria, precarietà e disunità continentale.
Le classi dirigenti europee, inchinandosi ai padroni statunitensi, oltre ad aver umiliato lo Stato serbo nella sua multiculturalità manifesta e nella sua sovranità, nonché la stessa nazionalità albanese manipolata per giochi esterni ed oppressa dai criminali terroristi dell’UCK, hanno aperto un precedente gravissimo che segue la disgregazione della Jugoslavia degli anni ‘90.
I fatti del Kosovo dimostrano che l'imperialismo dominante può far leva, all'occorrenza, sulla separazione e la divisione per sganciare assegni milionari al primo gruppo dissidente ( magari nella distrazione di un'opinione drogata dalla propaganda politicamente corretta del popolo oppresso) per destabilizzare qualunque nazione politica esistente.
Il precedente del Kosovo è una spina nel fianco, dopo la morte della Jugoslavia, nel continente europeo che ci invita a prestare attenzione al futuro, sapendo che se un solo Paese europeo oserà negare il proprio appoggio servile al padrone su una qualunque questione, potrebbe ritrovarsi frantumato in poco tempo o minacciato da movimenti di dissidenza etero-diretta nascenti come funghi.
Siamo sempre stati a favore dell'autodeterminazione dei popoli, ritenendo questo un principio guida, ma la questione kosovara dà luogo a dinamiche che vanno analizzate in modo adeguato, per non ricadere nell’errore dell’indipendentismo tout court, senza distinguo, come mera approssimazione ideologica al problema complesso e spinoso delle questioni nazionali.
Anzitutto bisogna capire la profonda diversità tra popoli colonizzati e oppressi rispetto a quelli che non subiscono queste vessazioni. Il parametro è oggettivo: il popolo è colonizzato quando è economicamente posto in collettiva situazione di sfruttamento collettivo, attraverso, ad esempio, l'utilizzo di manodopera a basso costo, oppure più in generale è oppresso quando vive in uno stato di soggezione anche culturale e politica, in cui, ad esempio, viene interdetto l'uso della lingua, la diffusione della cultura locale e l'autodecisione territoriale. Per quanto riguarda i popoli colonizzati e oppressi, noi sosteniamo la loro lotta per l’indipendenza, ritenendola non solo sacrosanta, ma spesso, anche l'unica soluzione per mantenere viva la propria identità.
Per ciò che concerne i popoli non oppressi o colonizzati, ma semplicemente coesistenti, riteniamo naturalmente legittimo il sollevamento della questione nazionale, non ritenendo sacri i confini politici di un'epoca. Ma tale legittimità deve rimanere interna alla logica dialogica, della non violenza, e deve fondarsi su di un approccio culturale e politico che resti interno alle nazioni in questione. Questo, ovviamente, non è e non è stato il caso del Kosovo. In linea di principio, quindi, l’autodeterminazione è un diritto inalienabile di tutti i popoli, ma poiché mette al centro interessi generali e riguarda la sfera geografica e politica dei rapporti tra Stati, bisogna capire bene cosa spinge una nazionalità a proclamarsi Stato indipendente. Come si diceva, nessun principio democratico, per quanto legittimo in linea generale, può essere sostenuto in maniera ideologica, come un dogma. astrattamente, come fosse un sacro comandamento religioso. Esercitare il diritto alla autodeterminazione è di per sé legittimo e lecito solo se la sua attuazione da parte di un popolo non pregiudica il diritto di altri, come sta avvenendo nel Kosovo, dove la minoranza serba interna al nuovo stato kosovaro non ha alcuna garanzia di tutela, e si ritroverò a dover vivere entro uno stato fondato sull'esclusivismo etnico-culturale.
Più in generale inoltre riteniamo che la coesistenza pacifica nel pieno riconoscimento reciproco delle nazionalità non sia un fattore di debolezza delle nazioni politiche, ma di forza entro l'alveo della diversità. Posto questo, non sta a noi giudicare il sentimento del popolo kosovaro concernente la propria questione nazionale. Tuttavia possiamo certamente affermare che tale sentimento è stato oggetto di pura manipolazione esterna, di esercizio indiscriminato di xenofobia e terrore e di volontà di annichilimento finale di una nazione politica, la Serbia multinazionale e multietnica, che non voleva piegarsi alla volontà dell'occidente e non voleva entrare nella Nato. Per tale ragione i serbi hanno dovuto pagare a suon di bombe e di umiliazioni la loro volontà di sovranità, ed i fatti recenti di dichiarazione unilaterale del Kosovo di indipendenza sono la ciliegina sulla torta di un processo violento che dura dal nefasto anno 1999, quando su ciò che restava dell'antica repubblica federale jugoslava, cadde una pioggia di bombe mortifere, lanciate dai sicari dell'imperialismo euro-americano dietro la menzogna del genocidio albanese ( mai esistito ) e i sorrisi umanitari dei pacifinti delle democrazie liberali, propagandati da tutti i media del mondo.
I kosovari hanno il pieno diritto di invocare la questione nazionale interna allo stato serbo, ma le modalità violente, l'unilateralismo, e l'ingerenza esterna, non possono che farci prendere una posizione netta sulla cerimonia farsa del 17 febbraio 2008, di assoluta contrarietà a questo processo eterodiretto.
Solo la presenza della NATO, braccio armato di nazioni imperialiste che opprimono gran parte dell’umanità, dà la possibilità al Kosovo di separarsi in maniera unilaterale dalla Serbia, disegnando un quadro geografico e politico del tutto favorevole agli USA ed agli altri Stati della NATO, con il chiaro intento di disintegrare un territorio vicino in termini geopolitici alla Russia, che naturalmente avverte con chiarezza il senso ultimo di questa ennesima provocazione.
Affinché l'indipendentismo non diventi arma di controllo esterno e di disintegrazione di nazioni politiche, esso deve restare questione meramente interna agli stati- nazione interessati. Non possiamo in alcun modo appoggiare cause gestite dai comitati d'affari delle elite militari-finanziarie occidentali.
Noi riteniamo che l’unica alternativa possibile nel caso del destino serbo sia una federazione democratica e solidale all’interno di un solo Stato multinazionale che respinga l'ingerenza della Nato e dell'imperialismo europeo ed americano lottando per una terra sovrana e socialista.
Le questioni nazionali non possono avere tutte una soluzione unica di stampo ideologico, poiché ciascuna presenta le sue peculiarità. Posto che sposiamo in linea di principio la soluzione della coesistenza statuale di nazionalità diverse in contesti federativi inter-comunitari, nell'alveo dell'anticapitalismo e dell'unità dei popoli, ritenendo l'identità nazionale un principio comunitario di aggregazione e forza nella diversità, non abbiamo una ricetta univoca valida per ogni singolo caso.
Ma nella fattispecie del Kosovo, l’unica possibilità per resistere a questa spinta secessionista voluta dagli USA e dai sicari europei, è richiamare il popolo serbo e albanese all'unità, ponendo fine al tragico destino di divisioni etniche e settarie di cui sono vittima i popoli balcanici da quasi venti anni.
Comunità Proletarie Resistenti
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