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    Predefinito Analisi del voto alle regionali

    Che dire del voto? Cominciamo dal comunicato della Rete dei Comunisti.




    Elezioni. Non si può che ripartire dalla realtà sociale del nostro paese


    L´esito delle elezioni regionali vede il prevalere dell´egemonia delle forze del centro-destra e l'inconsistenza politica del PD e delle sue alleanze.

    La conquista di nuovi governatori per il centro-destra in diverse regioni strategiche come Piemonte, Lazio, Campania non può essere certo mitigata dalla tenuta del centro-sinistra delle regioni storiche dell´Italia centrale o dal risultato pugliese. Non solo. Il risultato della Lega conferma sia la centralità dell´insediamento sociale come fattore decisivo della rappresentanza politica sia le incognite sulla tenuta complessiva del paese che abbiamo conosciuto fino ad ora di fronte all´accelerazione del progetto federalista che rischia di accentuare la disgregazione del paese stesso.
    L´altro elemento che trova conferma nei risultati delle urne è che l´antiberlusconismo non paga. Non paga in termini elettorali ma neanche in termini di progetto politico alternativo alle classi dominanti esistenti nel nostro paese. Finisce così anche la litania/ricatto del voto utile che ormai non funziona palesemente più sull'elettorato di sinistra e popolare.


    La scommessa di una frazione dei poteri forti, quelli che fanno riferimento a Luca Cordero di Montezemolo - che stavolta avevano scelto di cavalcare l´opzione dell´astensionismo come elemento di indebolimento del blocco sociale berlusconiano - si è alla fine rivelata un boomerang più per il PD e le forze della sinistra che per il centro-destra.
    Il blocco politico-sociale berlusconiano - condizionato ma rafforzato dall´alleanza con la Lega - conferma la sua capacità di individuare ed esprimere interessi sociali ben definiti dandogli identità e rappresentanza politica. Il PD, al contrario, continua a galleggiare tra la priorità degli interessi dei poteri forti e la sua pretesa di farli coincidere con quelli dei settori popolari.
    L´assenza della questione sociale sia dalle priorità sia nelle iniziative antiberlusconiane - inclusi gli eventi animati dal popolo viola o dai guru del giornalismo "legalitario" - rende profondamente inadeguate le istanze messe in campo da sedici anni a questa parte e che hanno ruotato sistematicamente intorno alla demonizzazione "ad personam" di Berlusconi, omettendo, trascurando o rendendo subalterne le istanze di carattere sociale che - come insegna la storia - sono le uniche che possono fare la differenza sul piano del cambiamento politico e culturale di una società.
    Da questo punto di vista la sinistra - sia nell´opzione della Federazione che di Sinistra e Libertà - conferma di non avere più né voti ne "anima". Tant´è che l´unico posto dove ha tentato di rappresentare la seconda sganciandosi volontariamente dal PD - le Marche - ha ottenuto anche i primi. "Se è difficile e rischioso presentarsi da soli alle elezioni, certamente non è più produttivo farsi travolgere da una probabile sconfitta del PD che avrà come ulteriore effetto l´annegamento di ogni identità alternativa ed il sommarsi di ulteriori difficoltà a quelle già presenti oltre che, naturalmente, alla irrilevanza o all´assenza di risultati concreti" sottolineavamo ad ottobre nella conferenza dedicata proprio alla questione della rappresentanza politica e al confronto con le altre forze della sinistra.
    In questi anni, ed anche in questi mesi, abbiamo ripetutamente sostenuto come la struttura sociale del paese, il carattere arretrato delle sue classi dominanti, la ricomposizione di un blocco sociale antagonista definito nei suoi interessi e nella sua identità, fossero gli snodi decisivi a cui mettere mano rinunciando alla celebrazione dei riti del politicismo e del meno peggio.


    Rete dei Comunisti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    Considerazioni di G.P. riprese dal pezzo Elezioni e finanza apparso oggi sul blog di Conflitti e Strategie:



    ELEZIONI E FINANZA

    di G.P.
    .

    1. Farò solo qualche battuta sulle ultime elezioni regionali (per poi parlar d’altro) che sembrano aver rafforzato il governo di Centro-Destra, sebbene con l’ingombro della Lega divenuta un soggetto politico sempre più pesante all’interno della coalizione guidata da Berlusconi.
    L’ultima tornata elettorale può essere ben definita quella del “pisello”, a sinistra come a destra. A sinistra, viene in evidenza quello floscio e un po’ sibilante (inteso come difetto di pronuncia) di Vendola che si riconferma governatore della Puglia nonostante la tempesta giudiziaria abbattutasi sulla sanità della regione adriatica e in barba al tiro “mancino” giocatogli da D’Alema, il quale avrebbe preferito vedere Nichi a capo dell’arcigay ma non del suo feudo. A destra prevale il pisello inturgidito e agitato come un bastone nell’aria padana (e ora anche oltre) della Lega che conquista le grandi regioni del Nord dove, ha già detto, metterà in pratica quel federalismo economico e sociale i cui strumenti di attuazione sono stati ampiamente forniti dal Governo.
    Certo, controllando il Veneto e il Piemonte, facendo valere tutta la sua forza in Lombardia, il partito di Bossi alzerà la voce, e di molto, in Conferenza Stato-Regioni dando maggiore concretezza a quella parte del suo programma orientata alla devoluzione territoriale che da Roma hanno sempre mal digerito e, a volte, ostacolato.
    Quanto alla valutazione sui singoli partiti, il PDL perde qualche consenso pagando così le brutte figure di Roma e le liti interne tra Berlusconi e Fini; il PD sembra reggere nonostante il suo anonimo segretario “intortellinato” dai capibastone delle varie correnti che lo tengono in pugno; purtroppo si conferma e si rafforza l’IDV del torbido spione Di Pietro; il Grillo parlante col suo movimento di esaltati a 5 stelle ottiene una insperata affermazione e ci fa il favore di togliere il Piemonte al Centro-Sinistra; per finire, facciamo le ennesime esequie della sinistra estrema divenuta ormai lo spettro di sé stessa (non quello del comunismo che faceva rabbrividire l’Europa) senza le lacrime di nessuno, nemmeno le nostre.
    Per chiudere, il dato sull’astensione che cresce ma mai abbastanza per screditare definitivamente una classe politica che da nord a sud, da sinistra a destra, da un estremo all’altro sta portando il Paese alla rovina per incompetenza e assenza di una prospettiva storica degna di tale nome. Questa, in una epitome certamente non esaustiva, la situazione italiana dopo la chiusura delle urne.

  3. #3
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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    Rivoluzione democratica dal sito del Campo antimperialista:


    L’astensione, il successo dei “grillini” e la tenuta di Berlusconi

    TERZO FRONTE - Italia
    Scritto da Rivoluzione Democratica
    Martedì 30 Marzo 2010 099


    Commentando a caldo il dato sull’astensione ieri scrivevamo:
    «L’astensionismo di massa è dunque il dato più eclatante, il fatto topico di questa tornata. Certo, a partire da questa sera assisteremo al solito spettacolo per cui i predoni, i ladri del voto, gli abusivi delle istituzioni, si azzufferanno su come spartirsi il bottino. Ma sarà uno spettacolo surreale come non mai, poiché è vero che i seggi della rapina elettorale saranno sempre pari a cento, ma il loro valore reale è come quello di una valuta dopo un default, dimezzato».


    Mai pronostico fu più azzeccato. Lo spettacolo surreale è in corso: si sta cercando di rimuovere e di cancellare “il dato più eclatante”. Il teatrino delle scimmie politiche è in piena attività, si discute su chi abbia vinto qui e chi abbia perso là.

    Di contro alla pantomima della casta politica, noi riconfermiamo la conclusione del discorso:
    «La disobbedienza civile, la Resistenza, l’esodo dalle istituzioni, l’Aventino popolare, costituiscono un fiume in piena, che non può essere arrestato o deviato da nessuno. La disobbedienza anticipa la rivolta, è questa la tendenza su cui occorre concentrarsi, per quanto spuria o “sporca” potrà essere. Chiunque faccia spallucce o si attardi a disperdere forze sul terreno elettorale, rischierà di essere travolto, assieme alla casta, dalla corrente».

    Solo su un punto dobbiamo fare autocritica rispetto all’articolo di ieri: il non aver previsto il successo delle liste “cinque stelle” dei “Grillini”. Anzitutto complimenti a loro! Un risultato che non solo ci rallegra, ma che a noi pare confermi l’asse della nostra analisi. Se i “Grillini” hanno avuto successo è perché essi hanno raccolto il vento della protesta e del disprezzo verso la Casta, vento che le loro vele hanno saputo intercettare non solo per la radicalità del messaggio, ma per essersi presentati apertamente contro la Casta, ovvero contro la partitocrazia e fuori dal recinto bipolare. Significativo il dato del Piemonte, dove i “Grillini” hanno punito l’arroganza del centro-sinistra, confindustriale e sviluppista, rappresentando con coraggio la lotta più importante avvenuta in Piemonte nell’ultimo decennio, quella del “popolo No-Tav”.

    Non pensiamo che quest’affermazione smentisca l’asse del nostro ragionamento, per cui «…occorre smettere di considerare quello elettorale il terreno su cui può crescere e transitare la spinta all’alternativa». Anzitutto perché l’astensionismo è stato alto anche dove c’erano le liste “Cinque stelle”, ma in secondo luogo i fenomeni dell’astensionismo e del “Grillismo”, se non omologhi, sono certamente analoghi. Può questo successo dei “Grillini” invertire la tendenza di fondo dell’Aventino popolare e del distacco dalle elezioni e dalle istituzioni? Noi pensiamo di no. Perché questo accada dovremmo assistere nei prossimi anni alla trasformazione del “grillismo” in un vero e proprio movimento politico elettorale di massa, tale da invertire la tendenza astensionista. Dovrebbero sfasciarsi la “seconda repubblica” e il sistema bipolare perché questo accada, ovvero occorrerebbe un profondo cambio di fase e il ritorno ad un sistema proporzionale e più democratico.

    Nella sconfitta globale della Casta, dei blocchi bipolari e dei due principali “partiti”, emerge la tenuta del blocco sociale berlusconian-leghista.

    Pochi giorni fa scrivevamo:
    «Non va confuso il Pdl col blocco sociale che esso rappresenta. Il Pdl è infatti solo la rappresentazione momentanea, o se si preferisce la maschera, che quel blocco sociale ha indossato dopo la scomparsa della prima repubblica, nella limacciosa e interminabile fase di passaggio della seconda e dalla quale siamo destinati ad uscire presto, in un modo o nell'altro. (…) Ma non è questo il vero punto di forza del berlusconismo. La sua forza è che ha saputo mettere assieme il diavolo con l'acqua santa, coalizzare, com'era riuscito a suo tempo solo a Mussolini (vi ricordate l'accozzaglia che di nome faceva "Blocco nazionale anti-bolscevico"?) padroni e servi, capitalisti e operai, furbetti del quartierino e morti di fame, ex-comunisti ed ex-fascisti, beghine e fanatici del progresso all'americana, sanfedisti e pagani. Il tutto nella più classica e schmittiana logica "amico-nemico", sapendo indicare a questa paccottiglia sociale vittimista irrancidita da un crisi che viene da molto lontano, il bersaglio, il nemico, i colpevoli delle loro disgrazie. Gli oligarchi del capitalismo, la casta dei burocrati politici, i magistrati, i sindacati, i comunisti, gli immigrati. Proponendo una visione sociale che è un instabile combinato composto di corporativismo e egoismo sociale americanista, di liberismo e assistenzialismo, di apparente meritocrazia col più becero pietismo per "i meno fortunati".
    Si illude chi ritiene che fatto fuori il berlusconismo questo blocco sociale evapori. In un contesto di crisi sistemica che annuncia un periodo durissimo di austerità, e che quindi sarà segnato da aspri conflitti sociali per decidere chi debba accollarsi il grosso dei costi della crisi medesima e come verrà ripartita la calante ricchezza sociale disponibile, questo blocco sociale è destinato a radicalizzare le sue posizioni e cercherà una nuova forma politica.
    Al periodo post-berlusconiano in cui stiamo entrando, che sarà segnato dall'inasprimento dei contrasti ad ogni livello, corrisponderà un post-berlusconismo come movimento politico-sociale, che sarà più radicale, populista e aggressivo di quello che l'ha tenuto in grembo in questi anni».

    Concludevamo infine:

    «L'animale ferito ha insomma fatto intendere che vuole giocarsi il tutto per tutto. Tanto peggio tanto meglio. Mors tua vita mea. Non è quindi difficile prevedere che i prossimi mesi e anni saranno segnati da uno scontro furibondo tra le diverse cosche politiche e tra gli apparati istituzionali. La guerra strisciante in atto da un ventennio tra le diverse fazioni che compongono l'oligarchia dominante va precipitando nella battaglia finale e decisiva».

    Dove, in questa battaglia finale, dev’essere chiaro quale sia il disegno di cui il PD è l’asse portante: «cacciare Berlusconi per far posto ad un governo super-capitalista di unità nazionale o di emergenza istituzionale, destinato a fare due cose fondamentali: rimettere ordine nella sfera politico-istituzionale e in quella economico-sociale. Cosa questo significhi è presto detto: un sistema istituzionale che consolidi, sul solco tracciato dalla seconda Repubblica, il suo carattere oligarchico, partitocratico e autoritario (un presidenzialismo senza Berlusconi), e un programma di misure sociali d'urgenza e draconiane per salvare il capitalismo italico dal rischio di bancarotta e i cui costi saranno le masse popolari a pagare».

    L’opposizione è chiamata ad una grande sfida. Saldare la questione sociale e quella democratica, in un nuovo movimento politico di massa che sia ostile ad entrambi i blocchi. Esso non potrà crescere se non saprà fuoriuscire dal recinto e dal terreno in cui i due blocchi oligarchici si stanno battendo e si batteranno. L’astensionismo di massa ha indicato che la nuova opposizione dovrà condurre la sua battaglia contro il populismo e le smanie autoritarie di Berlusconi, scegliendo un terreno suo proprio, quello che abbiamo chiamato dell’Aventino popolare.

    da RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

  4. #4
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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    Pd/Bersani: Serve presenza su territorio, non solo quando si vota

    Roma, 30 mar. (Apcom) - Il Pd deve saper stare "sul territorio" sempre e non solo in "campagna elettorale". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani lo ha detto questa sera aprendo i lavori del coordinamento del partito. Bersani ha spiegato che il partito deve "caratterizzare questa presenza qualificandola su questioni sociali" ed ha aggiunto che bisogna "lavorare su una piattaforma essenziale per interloquire con altre forze politiche presenti in Parlamento e fuori dal Parlamento e della società civile". Infine, il segretario democratico ha invitato a "lavorare per un Pd partito della Costituzione e dell'Unità della nazione".

  5. #5
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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    CONCORRENTI E NON ALTERNATIVI


    Delle elezioni appena concluse bisognerebbe analizzare a fondo tre questioni: la colonizzazione del Nord ad opera della Lega che straripa verso le regioni centrali del Paese; l'astensionismo, il ruolo del PD.
    La lega colonizza il Nord usando come arma il suo sostegno a Berlusconi per ottenere cessioni sempre più sostanziose di potere. Astuto partito di lotta e di governo. Di lotta, nel territorio, contro gli immigrati e la sinistra demonizzata sopratutto per le tasse. Quello che resta del PdL nel Nord è oramai sotto l'influenza dei leghisti. Bossi annunzia la sua candidatura a Sindaco di Milano come coronamento di un progetto. I leghisti hanno fatto una lunga marcia nella politica italiana. Il loro percorso è stato segnato da alcune pietre miliari che hanno cambiato la civiltà giuridica di questo paese: le leggi sulla sicurezza e l'introduzione della discriminazione etnica, le ronde, la riforma della scuola con il contingentamento dei bambini degli immigrati. Dalla condanna dei leghisti che piantano la bandiera della Repubblica Veneta sul Campanile di San Marco e dalle elucubrazioni filosofiche di Miglio è stata fatta tanta, tantissima strada. Oggi il Paese in cui vince la lega è diverso, profondamente cambiato, incattivito, sfasciato. La Rivoluzione Leghista è quasi compiuta. Credo che si accontenteranno del federalismo fiscale soltanto se riterranno conveniente continuare a drenare risorse da Roma "ladrona". Se le cose andassero male per l'Italia erigeranno subito una linea Gotica.
    Come tutti coloro che hanno fatto una rivoluzione di destra, i leghisti sono una massa fanatizzata dall'odio verso i diversi e per i comunisti ed hanno un fortissimo spirito di clan. Non esitano ad eleggere il figlio di Bossi senza farsi turbare da scrupoli morali. Accettano di eleggere l'igienista dentale di Berlusconi nel listino di Formigoni. Governeranno con spirito discriminatorio. Soltanto i loro fedeli saranno ammessi a godere dei diritti finora riconosciuti a tutti. La pubblica amministrazione sarà la fortezza presidiata dalle loro guardie verdi.
    L'astensionismo nasce dalla crescente somiglianza tra "destra" e "sinistra", termini impropri per indicare la coalizione di Berlusconi e quella del PD. Perchè votare Penati al posto di Formigoni? Che cosa hanno di diverso? Penati e grande parte degli amministratori pd sono stati durissimi con gli immigrati al pari e più della Lega e del PDL. Il Sindaco di Padova è giunto al punto di segare le panchine dei parchi per sottrarle all'uso dei poveri. Da Cofferati a Veltroni è stata una gara di ruspe per spazzare via le povere baraccopoli dei Rom. Senza alcuna pietà! Senza alcun rispetto per i diritti garantiti dalla Costituzione e da tante Convenzioni internazionali.!
    Il Pd non è forza alternativa al PDL ma concorrente. Concorre per la rappresentanza dello stesso blocco sociale, dello stesso "mercato" di voti. Bersani ha fatto una levataccia per andare a parlare con gli operai Fiat di Torino ma il suo partito collabora intensamente alla distruzione dei diritti dei lavoratori. La legge 1167 che abbatte l'art.18 e rende difficilissimo l'accesso alla giustizia ai lavoratori è stato varata con una finta opposizione del PD. La destra ha fatto a pezzi il diritto del lavoro, ha precarizzato il lavoro, abbassato i salari con la sostanziale compiacenza del PD che ha eletto autentici squali della Confindustria nei suoi gruppi parlamentari. Quando Bersani parla di centralità del lavoro forse si riferisce alle imprese. Il lavoro tutelato dalla Costituzione è stato quasi cancellato dal PD che si accinge a dare una mano all'ultima spallata di Sacconi per sconfiggere definitivamente il movimento operaio: l'abolizione dello intero Statuto dei Diritti dei lavoratori. Naturalmente in nome della "modernità".
    Il centro-sinistra non esiste più da quando Prodi ha ammutolito la sinistra presente nel suo governo obbligandola ad accettare gli accordi-capestro stipulati con i sindacati del luglio 2007. La sinistra, colpevolizzata di creare difficoltà al governo, veniva annientata nella sua identità politica e sociale ed il suo elettorato disperso.
    Veltroni ha stipulato una conventio ad escludendum con Berlusconi modificando la legge elettorale
    e nello stesso tempo ha scomunicato la sinistra dichiarando la sua "autosufficienza". La sinistra è stata cacciata via dal Parlamento umiliata dalle cocenti delusioni del suo elettorato e dalla vulgata del "voto utile".
    Il centro-sinistra è morto pur essendo una pallida prosecuzione dell'ulivo che era comunque una civilissima e democratica alternativa politica alla destra.
    Il ruolo del PD è di concorrenza con il PDL. Ha ragione il Cardinale Tosi quando dice che la politica è lo scontro di Oligarchi che si contendono il potere. Oligarchi che sottraggono con i loro stipendi favolosi e i tanti privilegi risorse alla collettività. La politica in Italia costa più dell'intero servizio sanitario: oltre cento miliardi di euro l'anno!! Il professionismo politico è il più redditizio ed i politici sono accomunati dai palazzi del potere, dagli agi, dagli stessi consumi. Quando i programmi sono eguali e privilegiano la stessa borghesia parassitaria che ha scoperto da tempo il business della pubblica amministrazione per quale motivo il cassintegrato, il precario, l'insegnante espulso dalla riforma, il pensionato al minimo, l'utente tartassato dalle bollette dovrebbero andare a votare?
    Il successo di Vendola è l'unica nota positiva perchè si realizza su un programma alternativo e non concorrente. Sbaglierebbe Vendola se accogliesse l'invito di Veltroni ad una collaborazione basata sempre su paletti da fissare a sinistra e su fumosi programmi nella sostanza simili a quelli della destra.
    Mi auguro che Vendola abbia la capacità di pensare ad una sinistra che non abbia dentro di sè personaggi come Veltroni e D'Alema e che sia un movimento distante e diverso dal PD.
    La sinistra può ripartire dal suo 6% conquistato in queste elezioni per aprirsi una strada verso il Parlamento. Questo se non cede ad esigenze di gruppi locali ansiosi di stare comunque nelle stanze dei bottoni.

    Pietro Ancona

    medioevo sociale
    Muntzer il Sopravvissuto

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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    ...sono sempre del parere che agli Italiani bisogna raddrizzare la schiena,...invio qui un'articolo di qualche "annetto fà"....


    Il capo del governo
    di Elsa Morante *
    "Il capo del Governo si è macchiato ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo.
    Perché il popolo ha tollerato e addirittura applaudito questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.
    Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
    Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei.

    Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico.
    In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
    Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un
    pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole
    rappresentare."

    * scritto nel 1945 .....o nel 2010?


    CONTROPIANO

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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    Revelli Marco: "Avanza la politica dell'inciviltà, colpa anche della sinistra punita dal voto"

    di Cristiano Sanna

    "D'ora in poi nessuno si permetta di farci, dall'alto di qualche luogo istituzionale o da qualche organo di stampa, la predica sul bene comune, sull'impegno civile e della buona cittadinanza. Perché ogni legittimazione è finita". E' uno dei passi più dolenti di Controcanto, libro in cui Marco Revelli, storico e sociologo italiano, docente di Scienza dell'amministrazione ad Alessandria, seziona con occhio impietoso la liquefazione della società civile italiana e l'avanzata di quel "disagio dell'inciviltà" che opprime il nostro Paese. Non fa sconti, Revelli: se da una parte è allarmato dalla perdita del senso di indignazione popolare e del sentimento di solidarietà verso gli esclusi incoraggiata dalla maggioranza al governo, dall'altra frusta a più riprese l'inettitudine di una sinistra chiusa in vecchi slogan e perenni pratiche salottiere che la allontanano dalla gente comune, gli elettori.

    Revelli, le elezioni regionali hanno visto il Piemonte passare sotto la guida della Lega. Da roccaforte della sinistra a nuovo pezzo di Padania il cambio di scenario non è da poco. Lei come lo valuta?

    "Il risultato del Piemonte ha un enorme rilievo nazionale. Il Norditalia è nelle mani della Lega, cambiano i rapporti non solo fra centrodestra e centrosinistra ma anche all'interno del Pdl. Non dimentichiamoci il continuo esortare alla secessione e le capacità ricattatorie degli uomini di Bossi che hanno nelle loro mani la fetta più ricca del Paese. Non credo a chi disegna rese di conti tra il senatùr e Berlusconi, che sono uomini pragmatici e sapranno trovare accordi vantaggiosi per entrambi. La lettura più lucida della recente tornata elettorale è che si è trattato della vittoria di Berlusconi, non del Pdl, che resta un non partito. Assieme al Cavaliere c'è stata l'affermazione del suo alleato più fedele, il leader del Carroccio. A lui Berlusconi dovrà fare ricche elargizioni, in termini finanziari e di strategia politica (vedi le riforme a partire dal federalismo fiscale) e con lui dovrà vedersela nella spartizione delle poltrone per l'amministrazione locale. Ma l'aspetto più preoccupante è un altro".

    Quale, a suo avviso?

    "Già prima di queste elezioni eravamo entrati in una fase di liquefazione delle nostre istituzioni che ha subito un'accelerazione dal 2007. Aggravata dalla decisione del Pd di forzare il processo di fusione fredda tra Margherita e Ds mentre nasceva il Pdl. Due partiti costruiti in modo artificiale in tempi molto rapidi che avrebbero dovuto cambiare in senso bipolarista l'architettura della politica italiana. Operazione fallita, non c'è stata la rifondazione delle istituzioni e meno che mai una modernizzazione della Costituzione. Il risultato è il conftlitto tra i poteri dello Stato che non risparmia striscioni volgari e pericolosi come quelli visti durante il corteo del Pdl a Roma. Mi riferisco allo slogan Con Silvio Berlusconi contro i magistrati e a Paolo Borsellino trasformato in "tarocco".
    Che Italia è immaginabile da qui alla fine del mandato di Berlusconi?
    "Una democrazia degradata che riceverà sfide ancora più pesanti, come quella del presidenzialismo che in un Paese in cui si personalizzano i conflitti è benzina sul fuoco. Da eventi come questi nascono le guerre civili".

    E' anche vero che il centrosinistra ha perso la credibilità come difensore delle istituzioni. E' d'accordo?

    "Ahimé, sì. Questa è l'altra faccia della medaglia. I leader della sinistra che, come Bersani, parlano ad un elettorato piegato dalla delusione e minimizzano la sconfitta elettorale appena subita, si contrappongono allo stato d'animo del loro popolo, che ha capito la portata gravissima di ciò che è successo. Questo abisso si era già intravisto in campagna elettorale e spiega anche perché la Bresso, che partiva favorita, ha perso in Piemonte. La giunta è rimasta chiusa nel palazzo perché non aveva dietro un vero partito a sostenerla, e ha finito per allontanarsi dalla gente che alle urne l'ha punita".
    Non è dunque un caso che la Lega si stia prendendo i voti degli operai che avrebbero dato il sangue per il vecchio Pci.
    "Il Carroccio riproduce la presenza territoriale, la vicinanza alla gente e l'attitudine alla militanza del vecchio partito comunista. Ma lo fa in un contesto molto più meschino, stretto fra le bandiere del localismo e l'ombra della secessione".

    Nel suo libro lei parla di "disagio dell'inciviltà" che attraversa l'Italia di oggi anche come forma di tradimento dei valori cristiani. Vuole spiegare meglio?

    "Sì, ne parlo come di una forma di scristianizzazione, ma in senso ampio. Si potrebbe anche dire che è il senso dell'umanesimo, della comprensione dell'altro, in un Paese a forte flusso immigratorio come il nostro, a perdersi. La compassione è stata distrutta politicamente, oggi regna quella che chiamo la retorica del disumano. Dalle leggi contro i vagabondi agli sgomberi dei campi rom, dai provvedimenti (firmati dal centrosinistra) contro i lavavetri a Firenze fino alle torture a Bolzaneto, anche dalle nostre parti viene manipolato politicamente il sentimento di paura che genera nuove forme di razzismo. Questi elementi, ostentati dalla Lega, in realtà attraversano tutto il nostro scenario politico".

    Insomma, è un'Italia impoverita e vulnerabile che si fa inquietante.

    "Io presiedo la Commissione di indagine sullo stato sociale del Paese, i dati ci dicono che 18 milioni di italiani sono a rischio di impoverimento. A questo dato si aggiunge una zona d'ombra che va ampliandosi: quella di chi magari si sta pagando la casa ma è in arretrato con le bollette, non arriva a fine mese e per cui una spesa imprevista da 500 euro diventa un dramma. Questo genere di vulnerabilità si scarica sempre su chi sta più in basso: immigrati in primis".

    Da dove si riparte, professore? O bisogna aspettare, ammesso che l'Italia ne sia capace, la guerra civile?

    "Si ricomincia da un grande risveglio della coscienza collettiva. Chi ha ancora un briciolo di senso di dignità si mobiliti, dia traccia della sua insoddisfazione. Lo faccia magari partendo dal dibattito sul Web, una delle poche note positive in questo scenario desolante, in cui la mancanza più pesante è quella di intellettuali che sappiano schierarsi, provocare, indicare nuove direzioni. Altrimenti rimane solo lo spaventoso servilismo che permette a Berlusconi di continuare a governare".


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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    Dopo le elezioni regionali

    di Redazione

    su L'ERNESTO del 30/03/2010


    E' come sempre alla lucidità politica e di classe degli intellettuali organici della borghesia che occorre in prima battuta affidarsi (filtrandola) per cogliere gli elementi meno congiunturali di situazioni nuove e complesse come quelle che ci consegna il risultato delle elezioni regionali del 28-29 marzo. Tanto più in assenza di un partito comunista solido, rigoroso e credibile nel contesto italiano, di cui si avverte sempre più la mancanza; e a fronte di una serie di situazioni di impasse e logoramenti a sinistra che, in mancanza di un chiarimento e di uno scatto di reni, rischiano di portarci ad un punto di non ritorno.

    ASTENSIONISMO RECORD. Non siamo in Francia, perchè da noi si continua a votare di più, oltre dieci punti percentuali in più. Ma identica è la proporzione del crollo: meno sette punti. Ed anche per l'Italia è un record storico (63,6%, contro il 71,4% delle regionali del 2005 e l'80,5% delle politiche del 2008; meno persino delle poco sentite elezioni europee del 2009, col 66,5%). Ma mentre in Francia l'astensionismo punisce soprattutto la maggioranza di governo (anche se nei quartieri operai e popolari della periferia parigina supera in molti casi l'80%...), in Italia si distribuisce più “equamente” sui due versanti. E in molti casi si configura più come un voto di protesta attiva che di generica indifferenza: “un segnale alla cattiva politica”, anche a sinistra. Un segno di insofferenza per un dibattito politico sempre più slegato dai problemi economici ed esistenziali che le persone “normali”, e soprattutto i ceti popolari, vivono quotidianamente. “La stessa riluttanza del sindacato ad offrire uno sbocco conflittuale meno incerto ed episodico al profondo disagio del mondo del lavoro ha finito per rafforzare in tanta gente la convinzione che gli uni e gli altri pari sono e, soprattutto, che le soluzioni o si cercano individualmente o non sono” (Dino Greco).

    VITTORIA DEL CENTRODESTRA. “Dopo due anni di legislatura e con una crisi economica molto seria tra le mani, nessuno si sarebbe meravigliato se Berlusconi avesse perso le elezioni. Altrove in Europa accade così. Ne sa qualcosa il francese Sarkozy che in un passaggio elettorale analogo, pochi giorni fa, è rimasto schiacciato sotto l'astensionismo e si è visto scivolare a sinistra l'intera nazione”, sia pure verso una sinistra in massima parte socialdemocratica. Viceversa, il premier italiano “si è destreggiato con la consueta spregiudicatezza in una campagna elettorale pessima nei toni e nei contenuti. Ed è riuscito persino ad evitare le trappole di un'astensione che ha raggiunto livelli senza precedenti per la tradizione italiana. Alla resa dei conti, il PdL esce dalle urne con un'affermazione evidente.
    Sei regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Calabria), tutte di notevole rilievo politico ed economico, contro sette del centro-sinistra (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Puglia, Basilicata), configurano “una mappa geopolitica del paese in cui la forza del centrodestra si conferma e si ramifica, sia pure con varie contraddizioni. Alla luce di questi dati, se si votasse domani per il Parlamento, la maggioranza sarebbe nel complesso confermata. Nonostante la stagnazione, la disoccupazione, la sfiducia diffusa, le risse, la disaffezione verso la politica”, lo scontro duro con Fini, le diffuse ingiustizie sociali e il peggioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione “e altro ancora, Berlusconi - sedici anni dopo – sa ancora come raccogliere il consenso” (Stefano Folli).

    SFONDAMENTO DELLA LEGA. “La concorrenza messa in atto dal Carroccio nel Nord verso il partito berlusconiano ha dato i suoi frutti. Bossi non è mai stato così forte in un arco alpino che va dal Veneto al Piemonte...e la Lega deborda oltre le sue aree di antico insediamento, ottiene risultati a due cifre in Emilia Romagna (13,7%), avanza in Liguria, Toscana e Umbria...incalza la sinistra nei suoi territori storici” (Folli). Ma c'è di più e di peggio: la Lega, dopo una campagna segnata da un messaggio xenofobo e razzista, sfonda soprattutto nelle regioni “a più alta industrializzazione e composizione sociale operaia” (Greco).
    “Il suo messaggio a Berlusconi è molto chiaro. La Lega sostiene con lealtà il premier, ma diventa il motore della maggioranza di governo” e oggi può chiedere quello che vuole, o quasi. “In un certo senso Bossi assume la veste di presidente del Consiglio “ombra”...E proprio in virtù della sua grande forza potrebbe essere il mediatore di un nuovo patto politico-istituzionale offerto all'opposizione, a cominciare dal Partito Democratico”, con cui una interlocuzione più o meno carsica non è mai venuta meno. Il che porrebbe “il tema delle riforme al centro di una legislatura davvero costituente. Ma avrebbe riflessi su tutti gli assetti consolidati, prima di tutto all'interno del PdL. Si vedrà. Quel che è certo, la maggioranza ha un po' cambiato la sua natura. Berlusconi ne è il leader e ha appena confermato la sua capacità rabdomantica di orientarsi tra le virtù e i vizi del paese. Ma Bossi, che all'indomani del voto ha detto significativamente che “federalismo e presidenzialismo non si escludono”, ora è più di un partner: è il detentore delle chiavi del Nord più di quanto non sia mai stato in passato. Tutti dovranno fare i conti con lui. Primo fra tutti, Berlusconi”.
    E' tragico dover riconoscere che la Lega si impone come l'unico partito italiano che sembra non avere smarrito la lezione del radicamento sociale e territoriale del miglior PCI (certo, con ben altre finalità...), che non a caso si consolida come il primo partito tra gli operai del Nord Italia. Sembra aver raccolto la tradizione del PCI emiliano fatto di radicamento, capacità di governo nei centri urbani e contemporaneamente capace di amalgamare quel consenso dentro un progetto culturale più generale. Che ovviamente in questo caso, e a differenza del PCI, è un blocco di consenso che si avvale di una sub-cultura reazionaria di massa (largamente promossa e incentivata), terreno fertile della propaganda e dell'attivismo popolare della Lega, che le permette di entrare rapidamente in sintonia con il “sentire” di una parte del popolo (un micidiale sentire). Tema questo che richiede da parte dei comunisti un ulteriore sforzo di analisi e di comprensione.


    IL PD AL PALO. Il centro-sinistra nel suo insieme perde anche questa volta la prova elettorale, sia sul terreno del governo di buona parte delle principali regioni, sia sul piano politico generale. E si può convenire con Folli quando scrive che “Bersani, nel momento in cui il PD evita il tracollo e conferma la sua solidità, deve prendere atto del successo dell'Italia dei Valori, ma anche delle liste grilline”, in cui si manifestano nuove forme di radicalismo e di qualunquismo “di sinistra” (ovvero capace di ingannare ed attrarre un elettorato di sinistra deluso e confuso). Nel caso delle liste grilline, esso giunge a favorire la vittoria della Lega in Piemonte e si afferma con un inquietante 6% in una regione come l'Emilia Romagna.

    UNO SPAZIO PER CASINI. “Il bipolarismo in Italia non è mai stato così in crisi - scrive Il Manifesto – ma l'Udc di Casini per ora non ne coglie i frutti” e si limita a mantenere il suo spazio elettorale attorno al 5/6%. Per ora. Ma, dice Casini, “per noi questa è una tappa”. E lo conforta il sostegno strategico di cui gode in importanti ambienti moderati vaticani (sempre più insofferenti verso Berlusconi e diffidenti verso la Lega e verso Fini); e l'incoraggiamento dell'editorialista del Sole 24 Ore, quando scrive che “ora per Casini comincia un lungo itinerario da compiere senza errori verso le scelte del 2013, sapendo che i suoi voti restano importanti, talvolta decisivi”, ed importante ago della bilancia anche in relazione al futuro del centrosinistra e del PD. Lo spazio politico al centro è enorme nell'Italia di oggi (anche in quella di ieri...). Lì sta una delle basi del successo di Berlusconi. E Casini si prepara ad occuparne credibilmente una bella porzione nella fase del post-berlusconismo, che forse non è dietro l'angolo, ma nemmeno così lontana.

    VERSO NUOVI ASSETTI? Forse è ancora presto per parlare di una crisi imminente della leadership di Berlusconi sul centrodestra (l'appuntamento decisivo delle prossime elezioni politiche costringe - con questa legge elettorale - Berlusconi, Bossi e Fini a convivere...). Ma essa è ormai insidiata e/o condizionata, oltre che dall'anagrafe e dalla magistratura, da un numero crescente di fattori (il dissenso di Fini, la forza crescente di Bossi, l'ostilità o la diffidenza di poteri forti che da tempo operano per costruire una alternativa al premier che dia maggiore stabilità e credibilità al sistema: dall'amministrazione USA, ad ambienti vaticani, confindustriali o interni all'establishment dell'Unione europea...). Ma non c'è alcun dubbio che il problema è posto e che i comunisti e le forze di sinistra non possono estraniarsi da una riflessione di questa natura, e dalle diverse scelte tattiche che possono conseguirne, anche in materia di leggi elettorali ed assetti istituzionali: pena una loro marginalità politica anche propositiva. E' del tutto evidente ad esempio che una riforma della legge elettorale in senso proporzionalista (senza sbarramenti assassini né sovvertimenti istituzionali di natura presidenzialistico-autoritaria) potrebbe rendersi necessaria e auspicabile anche per forze moderate interne al sistema, a fronte di un bipolarismo sempre meno bipartitico e in crisi, in cui i due maggiori partiti dei due poli dell'alternanza (PdL e PD) sono oggi più deboli nelle rispettive coalizioni, rispetto alle loro componenti interne più destabilizzanti (Lega da una parte, Italia dei Valori e “grillismo” dall'altra); e che ciò potrebbe convenire ed offrire spazi politici e istituzionali anche ai comunisti e alle sinistre anticapitalistiche, senza rifarsi in modo acritico ad un modello tedesco, il cui sbarramento al 5 (o anche al 4%) potrebbe essere, nel contesto italiano, oltre che ingiusto e costituzionalmente discutibile, anche assai pericoloso.

    COMUNISTI E SINISTRA. I risultati delle due liste a sinistra del PD sono senza dubbio modesti, considerati nazionalmente. Mentre esistono risultati regionali di tutto rispetto, pur di significato politico diverso tra loro, ma comunque degni di nota (e di approfondimento), quanto meno sul piano delle dinamiche elettorali: come la tenuta al 5,3% della FdS in Toscana o al 6,5% in Umbria, l’exploit di Vendola in Puglia, il risultato significativo della lista FdS + Vendola nelle Marche (6,5%), presentatasi fuori dalla coalizione di centro-sinistra imperniata sull’asse PD-Casini.
    Le liste Vendola, che ancor più di quelle del PdL sono segnate da un personalismo esasperato (senza la figura del popolare governatore pugliese non esisterebbero), ottengono complessivamente il 2,9%, in calo rispetto al 3,2% delle europee del giugno 2009. Ma bisogna considerare, con oggettività, che tale risultato numericamente modesto viene conseguito nonostante un impressionante sostegno mediatico, giunto fino al punto in cui il quotidiano della FIAT, La Stampa, gli ha dedicato – a pochi giorni dalle elezioni – una intera pagina in cui veniva enfatizzata persino nel titolo la dichiarazione di voto di Ingrao (sic) a favore di Vendola... E nonostante il fatto che sulla percentuale nazionale incida un successo – per quanto importante - di politica “locale”, diversamente da quanto accade con le liste della Federazione della Sinistra (FdS).
    Quando si ragiona sui risultati dei comunisti e della sinistra in altri paesi europei, è bene non dimenticare che, anche lì come in Italia, pur di penalizzare il voto e le liste comuniste, i grandi media della borghesia dedicano una parte importante delle loro energie a dirottare il voto di sinistra critica che si distacca dalle politiche moderate dei partiti socialdemocratici verso le cosiddette “terze forze” di sinistra radicale, non comuniste, per lo più ostili ai partiti comunisti dei loro paesi, collocate a metà strada tra i PC e le socialdemocrazie: e ciò pur di impedire che questo voto vada a rafforzare le forze comuniste dei rispettivi paesi.
    Anche il 2,7% ottenuto dalla FdS è modesto (3,4 alle europee del 2009), e ancor più lo è l'1,6% ottenuto in Campania dalla lista capeggiata dal segretario nazionale del PRC, nonché portavoce della FdS. Esso viene certamente ottenuto in condizioni di totale oscuramento mediatico (vogliono farci chiudere bottega...) e in un contesto generale di enormi difficoltà oggettive ed eredità negative che avrebbero potuto determinare un crollo definitivo; per cui è giusto dire che quel 2,7% striminzito rivela comunque una residua capacità di resistenza che non va disprezzata, ma reinvestita su basi più solide.
    Ma il risultato rivela anche una difficoltà espansiva e di attrazione elettorale della FdS, ed anche una crisi ed una impasse più strategica di tale progetto, che è rivelata anche dalla accentuata competitività interna per la conquista di preferenze a questo o quel candidato, di questo o quel partito o tendenza. Una dinamica tragicamente dispersiva di energie positive, ma anche fatale in assenza di un progetto davvero unificante, che tenga insieme – senza farli confliggere – l'esigenza di ricostruzione unitaria di un partito comunista che motivi quelli che ancora ci credono, e l'assoluta necessità tattica di presentarsi alle competizioni elettorali con liste e coalizioni di sinistra, su programmi avanzati e il più possibile attrattive ed espansive. Liste cioè capaci di fronteggiare le peculiari difficoltà che gli appuntamenti elettorali oggi comportano: con le attuali leggi e dinamiche elettorali, con l’attuale contesto mediatico e in presenza di una crisi così profonda, che viene da lontano, del movimento comunista del nostro paese e della sinistra. Non bisogna mai confondere le questioni strategiche (su cui ci vuole il massimo di fermezza e di chiarezza) con quelle di tattica elettorale, su cui ci vuole viceversa il massimo di flessibilità e realismo.
    Questa crisi ha tante facce, sulle quali da tempo e più volte ci siamo soffermati (e per l'analisi delle quali rimandiamo all'articolo di Fosco Giannini, pubblicato su questo stesso sito, che conserva intatta la sua pertinenza all'indomani delle elezioni). Siamo ad un punto vitale di questa crisi e se non riusciamo insieme a venirne fuori, saranno guai seri per l’avvenire dei comunisti e della sinistra del nostro paese. Valutiamo insieme se servono subito (o meno) scadenze formali di tipo congressuale. Ma sicuramente serve una discussione che abbia fin da oggi quella portata.

    Viva la Comune

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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Dibattito su Marxiana


    Direi che noi non possiamo risolvere la incancrenita situazione italiana. Però ci spettano diverse cose da fare di non secondario interesse:

    a) analizzare il blocco sociale su cui si basa il durevole successo del centrodestra in Italia, anche per evitare errori marchiani come quello di ipotizzare un "autunno di Berlusconi", messo in crisi (non si sa da cosa: forse dal caso Noemi?) e dunque in procinto di dare la spallata finale alla democrazia, da leader autoritario che vede franare il suo potere...invece, le elezioni hanno detto altro: una redistribuzione dei consensi all'interno del centrodestra ed una capacità di quest'ultimo e del suo blocco sociale di produrre egemonia culturale;

    b) tornare a discutere il nodo della organizzazione, però non in termini di ripetizione di esperienze passate, del resto legate ad altri contesti storici. In un recente convegno della Rete dei Comunisti, correttamente, si è posto il problema a partire dalla attuale situazione economico-produttiva italiana (peraltro, messa a dura prova dalla crisi economica mondiale) e dalla composizione sociale conseguente. Molti dei convenuti (tipo, l'ex Pdci Rizzo) si sono rivelati incapaci di affrontare il problema, divagando con le solite considerazioni moralistiche sulla crisi della sinistra. La leadership della sinistra alternativa pensa a questi nodi solo in termini di sopravvivenza dei suoi apparati ed i risultati si vedono;

    c) Contribuire al dibattito sul rapporto tra le lotte sindacali e le altre dispiegate sul territorio metropolitano, a partire dagli immigrati (peraltro: chi sono da noi gli immigrati, che fanno, ci sono differenze nel loro impiego a livello regionale?). C'è chi ipotizza il sindacato metropolitano come luogo in cui far convergere le diverse lotte per i bisogni e quelle del precariato diffuso, che del resto sono inevitabilmente sparpagliate nel territorio, dati i caratteri frammentati della attività produttiva, la sempre maggiore mancanza di grandi centri di produzione. Io ho qualche perplessità, ma è la unica proposta sul tappeto e dunque va discussa;

    d) riprendere in mano la questione ambientale, in una ottica marxiana. Tale nodo è stato espulso dal dibattito italiano, ma è centrale e può rimandare al recupero di "parolacce" come pianificazione e socializzazione (le stesse comunità locali in lotta, per quanto inevitabilmente "interclassiste", pongono anche il nodo del cosa, come, quanto produrre);

    e) riprendere la lotta contro il clericalismo e per i diritti civili nel modo più separato possibile dai laicisti d'antan, liberal-liberisti e filosoficamente positivisti (in fondo, questi contrappongono alla religione di ratzinger, quella del libero mercato: vedi i radicali). Solo senza cattive compagnie si potrà porre un argine alla offensiva a tutto campo della chiesa cattolica;

    f) affrontare seriamente il nodo dei media qui da noi, ma non nei termini lamentosi dei girotondini (che condannano Berlusconi e magari accreditano come campione di libertà il suo alter ego De Benedetti). Creare propri media, appropriarsi di questi strumenti e delle loro peculiarità, analizzarli. Se il giornale, nel vecchio movimento operaio, era un organizzatore collettivo, lo stesso ruolo - con una capacità di fare da collante ancora maggiore - può essere esercitato da nuovi strumenti, peraltro meno dispendiosi di quanto si pensi.

    E chi più ne ha più ne metta...

    Stefano Macera



    "Il durevole successo del centrodestra" dipende dalla eterna e definitiva scomparsa di una sinistra che si è trasformata da diecine di anni in un partito della borghesia internazionale. Proprio nelle regioni a più forte base operaia i partiti di sinistra sono stati praticamente cancellati o raccolgono voti di privilegiati, dipendenti statali o garantiti. Perchè mai gli italiani dovrebbero votare un PD, quando la sinistra greca su ordine della finanza internazionale ha tolto la tredicesima e ridotto alla fame la classe operaia?? Bersani è un ascaro di Confindustria, un pericolo pubblico forse peggio di Berlusconi!
    L'agitazione e lo sventolio delle falci e dei martelli non servono, anzi sono controproducenti! Smettiamola! I contenuti anticapitalisti sono essenziali, ma devono essere somministrati con intelligenza e praticità! Il confronto deve avvenire sull'economia, sulla vita concreta di tutti i giorni, ivi compreso il problema della disoccupazione e dei bassi salari alimentati da una artificiale offerta di manodopera importata! Il territorio non può essere lasciato nelle mani della Lega! Smettiamola con i falsi problemi alimentati dai massmedia capitalisti per distrarre dai veri obiettivi! Bisogna unire e non dividere: basta con l'anticlericalismo borghese! Bisogna chiamare tutti alla lotta senza divisioni di religione o culturali! Il graduato dei servizi Di Pietro detta falsi obiettivi per canalizzare la protesta su binari morti in una logica tutta interna al sistema capitalista in un conflitto interborghese tra bande di ladri! Che c'entriamo noi! La Chiesa non è compatta, è piena di infiltrati ma anche di persone degne: bisogna facilitare una ripresa della teologia della liberazione, perchè anche a sinistra bisogna recuperare una dimensione etica oramai perduta!

    Lorenzo Dellacorte
    Ultima modifica di Muntzer; 01-04-10 alle 13:41
    Muntzer il Sopravvissuto

  10. #10
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    Predefinito Rif: Analisi del voto alle regionali

    "Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

    Dibattito su Marxiana



    "vincono perché perdono economicamente", scrissi giusto due anni fa su Proteo a proposito di Lega e blocco reazionario di massa. E se è vero che in questo blocco ci sta parecchio voto operaio, la prima cosa da fare è abbandonarli definitivamente. Nessuna speranza da costoro, come nessuna speranza dal proletariato americano, sciovinisti entrambi. Piuttosto decifrare l'astensionismo e capire chi ne fa parte. E' li che sta il vero proletariato metropolitano. Non si può decifrare il degrado politico se non si ragiona sul degrado economico messo in piedi dopo l'autunno caldo con il decentramento produttivo. L'Italia sta pagando cara questa scelta padronale di 40 anni fa. Ora esso mostra la corda. Il riassetto contro le leggi del capitale messo in piedi con il decentramento produttivo fu una scelta politica, così come è politca la volontà di perpetuarlo. Ma le dinamiche del capitale sono più forti di loro: i committenti tedeschi, dopo decenni, stanno sfanculando i subofornitori e questi vanno a Monaco di Baviera a protestare. Dopo il sanfedismo economico e politico, entriamo nell'era del feudalesimo finanziario: sono già pronti a spolparsi le fondazioni bancarie e, tramite queste. gli oligopoli bancari italiani. Apriranno i rubinetti a migliaia di imprese decotte facendo esplodere le sofferenze bancarie e gli incagli entro 4 5 anni. Questa operazione ha come asse portante cacciare chi vigila su di loro, Draghi. Non credo che tutta l'aristocrazia finanzairia accetterà di buon grado tutto ciò: nel 2005 scrissi che la vera lotta di classe in Italia era tra essa e il fronte reazionario di massa. Rimango di questa idea. Questa lotta ci fu anche sotto il fascismo: vinse l'aristocrazia finanziaria. Ma allora c'era uno straccio di borghesia dominante, ora è solo feudale

    Pasquale Cicalese


    Se ci fossero ancora dubbi, ecco una dimostrazione.


    ITALIA ILSOLE24ORE.COM

    La Lega vola tra le Pmi venete

    di Marco Alfieri

    Veneto laborioso ma anomalo. Se s'incrociano voto & industria ai tempi della crisi, regionali dell'altro giorno e grandi provincie distrettual/manifatturiere, dove il valore aggiunto dell'industria sul Pil vale oltre il 40%, ecco uscire fuori alcuni dati interessanti.
    Dalle Europee 2009 ad oggi il consenso leghista nel trevigiano è schizzato dal 34,3 al 48,5%; nel vicentino dal 33,1 al 38,1; nel veronese dal 33,8 al 36,1; nel bellunese dal 26,9 al 32,8 e nel padovano dal 23,7 al 31,4. Anche nelle provincie più ostili al mantra leghista (e meno industriali) c'è stata un esplosione di consensi: dal 20,3 al 26,1% nel veneziano e dal 18,8 al 22,7 nel rodigino. Uguale e contrario il tracollo degli alleati rivali del Pdl: dal 26,9 al 15,5% a Treviso; dal 28,8 al 25,2 a Vicenza; dal 28,7 al 27,6 a Verona; dal 31,7 al 25,6 a Padova; dal 29,7 al 26,2 a Venezia. Il partito del premier tiene le posizioni 2009 solo a Belluno e Rovigo. Per un cumulativo regionale 2009 che vedeva il Pdl al 29,3% e la Lega 28,4, rovesciatosi nel famoso sorpasso di lunedì pomeriggio: Lega 35,1%, Pdl 24,7.
    Insomma nel Veneto dei 13 suicidi in pochi mesi e della subfornitura a rischio moria, della dura vertenza Glaxo e dei 47mila posti di lavoro persi (-2,2% vs una media nazionale dell'1,6), dei 106mila addetti in cerca di lavoro (erano 79mila nel 2008) e dell'esplosione delle ore di cassa (cresciute da 15 a 21 milioni nel primo bimestre 2010 sul 2008), la crisi non ha smosso né eroso voti. Di solito chi governa va sotto con la recessione. Succede in tutta Europa, non da queste parti. Qui l'unica botta di eversione è stato il travaso di consensi pidiellini sulla Lega, ma sempre ben saldi tra le mura della coalizione egemone. Di più. La crisi ha fatto da ulteriore innesco al proselitismo leghista, azzerando l'astensionismo che ha colpito tutti in Italia, Lega compresa (-147mila voti sul 2009 di cui 104mila in Lombardia), ma incredibilmente non in Veneto, dove il Carroccio si fa un baffo dello tsunami economico e addirittura guadagna votanti assoluti (+21mila).
    «Il 2009 è stato l'anno della cassa integrazione, il 2010 quello dei licenziamenti», registra il sociologo Gianmario Villalta. Nella subfornitura metalmeccanica si rischia un taglio di occupati del 20 per cento. Nel vicentino le 1.500 aziende del gioiello pre-crisi dimagriranno presto a 3-400. Nella trevigiana "Zaialand", dove tra moderno, classico e in stile si produce quasi il 50% del legno-arredo italiano, un cittadino su due ha votato il Carroccio con punte del 70% in alcuni centri minori. Eppure i mercati esteri non decollano ancora dopo 12 mesi di calma piatta: dalla Russia, che per alcuni anni ha assorbito il 70-75% dell'export locale, ai tradizionali mercati occidentali (Usa, Germania, Francia, Austria e Inghilterra). Meno 30-40% negli ordinativi è ancora il profondo rosso più comune lungo lo stradone ingolfato che corre dal quartiere del Piave a Motta di Livenza fino a Pordenone, zeppo di capannoni costruiti solo pochi anni fa coi soldi del vecchio scudo fiscale e oggi abbandonati per la crisi, con la gramigna e le sterpaglie sulle inferriate.
    Nella Padova degli imprenditori ciellini ex galaniani che hanno sdoganato il neo governatore verde, dove la metà delle palazzine in vetrocemento di via Savelli sono semideserte per la recessione, dove l'alta provincia vive l'esplosione della cassa in deroga per le pmi e dove un sondaggio pre-elettorale metteva in cima alle preoccupazioni della gente, al 59%, occupazione e lavoro, la Lega ha toccato il suo record storico.
    Nel vicentino laborioso dove l'industria vale il 44% del Pil complessivo e la filiera meccanica può contare su oltre 6mila aziende, 70mila dipendenti e 17 miliardi di fatturato di cui il 35% esportato, la produzione industriale in flessione del 3,2% e i 7500 licenziamenti dall'inizio della crisi, non hanno minimamente scalfito la crescita ulteriore del partito di Bossi. Persino nel veronese dei servizi finanziari e del terziario avanzato, ma anche del comparto edilizio piantatosi, figlio di una dispersione abitativa che negli ultimi anni ha dopato il mercato costruendo più case che abitanti, il Carroccio non subisce oscillazioni da crisi. Anzi più picchia la stagnazione, più il Veneto raffina la sua scelta di campo premiando chi già governa molte province e comuni. Senza titubanze. L'opposizione del Pd, non pervenuta.
    Perché? Il paradosso "manifatturiero" che ci squaderna l'ultimo trionfo "padano" lo spiega bene Luca Romano, direttore del social area network di Padova: «Anche a differenza degli alleati del Pdl, incapaci nel quindicennio galaniano di costruire una struttura radicata di partito, in questo biennio orribile il Carroccio ha saputo offrire alla gente una serie di interpretazioni alla crisi», ragiona Romano. «I troppi stranieri che diventano concorrenti sgraditi per un certo mondo operaio e salariato nelle piccole imprese; la finanza apolide che droga e poi contamina l'economia reale, e il localismo come ammortizzatore sociale contro l'invasione cinese e il cancro della contraffazione».
    Ultima modifica di Muntzer; 01-04-10 alle 13:47
    Muntzer il Sopravvissuto

 

 
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  5. Regionali, breve analisi del voto...
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