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  1. #1
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    Predefinito Sulla festa della donna

    Nel medioevo c'era la festa dello scudiero, nell'antichità addirittura la festa dello schiavo. Che esista la festa della donna è avvilente proprio per le donne. Le quali, non diversamente dagli uomini, vivono male una società profondamente asessuata nelle sue valenze sottili; una società che è maschilista solo in quanto è matriarcale poiché il gallismo altro non è che una forma di esibizionismo tipicamente filiale. Il maschilismo non è maschilità e men che meno è virilità.
    La società dei «tengo famiglia» è una società impostata sul modello arcaico della Grande Madre ed è società tipicamente anti-eroica, raggomitolata in un'aura di continuità fetale. Parliamo della società in cui gli Achille si vestono da donna e scoprono di essere uomini solo se Ulisse fa loro scoprire la spada.

    Badate: la grande madre, o più propriamente la matrigna, non è la femmina, è solo un'espressione del femminile, che del resto calza a pennello su milioni di maschi. Questo costringe la femmina, non meno del maschio, in condizioni di disagio esistenziale e la mette in difficoltà per l'affermazione di se stessa. Finché non sia a sua volta madre è considerata dalle comari, e quindi dai galletti, o ancella o prostituta oppure discepola nella strada verso il matriarcato.

    Che le donne, non si sa quanto consapevoli, si ribellino a questa cappa culturale è cosa buona e giusta. Lo stesso femminismo ha non pochi elementi positivi nelle sue pulsioni, ma il suo dramma sta nel fatto che subito tradisce le stesse origini del suo nome. Non cerca infatti di liberare la femmina (il che, d'altra parte, è impensabile senza l'operato anche solo immaginifico del vir) ma di riaffermare l'eguaglianza rispetto all'uomo. Poiché quest'ultimo, oggi, uomo lo è raramente, questo desiderio affonda due volte; innanzitutto perché cercare di mascolinizzarsi non è assolutamente liberatorio per la femmina e poi perché i modelli maschili perseguiti sono finti, inautentici.

    Questo non deve in nessun caso tramutarsi in una resa, nell'accettazione della cultura matriarcale come qualcosa di tradizionale a cui uniformarsi, perché è esattamente dell'opposto che si tratta.

    Di certo la strada per tornare all'autentico, ovvero a culture impostate sul normale, laddove, come in Etruria, a Roma, nel mondo celtico, in Germania, la donna era libera davvero ed era al contempo femmina, è davvero difficile.

    Ma che le donne si consolino: nel labirinto del non senso esistenziale sono in buona compagnia, esso oggi imprigiona più o meno tutti.



    Gabriele Adinolfi
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  2. #2
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    sta mattina ho fatto qualche telefonata per fare gli auguri (provocatoriamente) ad alcune amiche...ho ricevuto più di un vaffanculo...o anche rimarcavano l' Marzo una giornata di lutto.
    secondo me questa festa ha gli anni contati

  3. #3
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    L'8 marzo non è festa. non lo è mai stata.
    Noi siamo i padroni.
    Noi siamo gli schiavi.
    Siamo ovunque
    e da nessuna parte.
    Regniamo sui fiumi di porpora.

  4. #4
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    mai sentito parlare di feste degli schiavi e degli scudieri......

    cmq io l'8 marzo lo toglierei come fetsa

  5. #5
    mormilla
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    La Forza del Falso in Bilancio


  6. #6
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    è solo la serata delle "casalinghe-mogli-represse" e di quelle femminuncole da 4 soldi che vanno a sfogarsi in giro per locali..

  7. #7
    ...filtra la verità!
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    Lo scorso 24 novembre - altra data che le femministe hanno eretto a simbolo della loro rivendicazione per non so quali motivi storici - sul nostro blog pubblicai questo articolo che calza a pennello con la data di oggi:

    Sul femminismo ed il rapporto tra sessi

    Premettiamo questo articolo col comunicarvi che chi scrive è un uomo. Sgomberiamo dunque il campo da equivoci dovuti al pericolo della “autoesaltazione sessuale”, che non può far altro che alimentare quelle sterili diatribe tra maschio e femmina che a tutto servono tranne che a permettere ai due sessi di riconoscersi e di rispettarsi per le specifiche inclinazioni che dovrebbero contraddistinguerli. Proseguiamo delineando una sagoma di donna ideale che ogni uomo vorrebbe avere al suo fianco; non ogni uomo qualunque, è chiaro, ma ogni uomo legato a quei principi tradizionali di cui proviamo a farci portavoce ridestandoli dall’alba dei tempi, trascendendo i concetti di spazio e di tempo. La donna che amiamo è agli antipodi dai modelli che le TV e le copertine delle riviste tanto colorate quanto vuote di contenuti ci propongono; nulla è meno femminile dell’esibizionismo volgare del proprio corpo di donna, esibizionismo che lo relega ad essere un oggetto alla stregua di un bene di consumo, concetto che ha evidenti similitudini con la prostituzione, al di là delle ipocrisie che pubblicamente accompagnano le disquisizioni in merito a questo fenomeno. La donna con la D maiuscola ha invece un rapporto molto intimo, sobrio, delicato col proprio corpo; reputa un dissacro la pur minima concessione all’indiscreto occhio maschile e questo negarsi non fa altro che accrescere la curiosità dell’altro sesso; rende più complicata, dunque più interessante, l’alchimia dell’approccio tra i due sessi. Il rischio dell’esibizionismo è rendere al contrario tutto scontato, tutto già visto, un circolo vizioso che può creare intossicazione e perversione. E’ chiaro dunque che esibizionismo femminile e volgarità siano un’equazione che ha il solo misero fine di provocare lo sguardo del maschio e magari pure il pensiero ardito (ma con determinate donne, ardito fino ad un certo punto…). La donna che realmente sa distinguersi da questo piattume materialista è quella che cattura l’interesse maschile attraverso un’elegante e moderato rapporto tra corpo e mente, che riesce a rendere i suoi occhi specchio della sua anima e che, per mezzo di questo meccanismo, riesce ad essere molto più espressiva di chi si pavoneggia in abiti degni di una pornodiva da esposizione. Di eccessive ostentazioni ne abbiamo già testimonianza da parte dei tanti maschietti che si ergono a simboli della virilità “made in USA”, quella tutto muscoli e gel da capelli, quella di coloro che nascondono i propri sentimenti per dimostrarsi forti ma che forse si vergognano della scarsa intensità del proprio cuore che li fa essere amorfi ed omologati consumatori. La donna figlia delle sovversioni sessantottine ha finito per essere un emulo scarso del sesso opposto, senza riuscire a vincere la sua sfida più importante: riaffermare se stessa. Se quindi la società ci impone il modello dell’uomo sciupa-femmine, svilito e svuotato da impegni professionali iper-intensivi che impediscono una visione comunitaria della vita, dunque lo privano di ogni ambizione famigliare, la società della tanto decantata parità tra i sessi vuole imporci la figura della donna mangia-uomini che è tanto accecata dalla chimera della carriera professionale da perdere la sua stessa dimensione: essere una donna vera e sviluppare a fianco ad un uomo il suo desiderio più ancestrale e mistico, generare nuove vite e preoccuparsi di impartir loro una sana educazione. E’ da ricercare non nella precarietà del lavoro o meglio, non solo in certi fattori esterni, la scarsa propensione tutta moderna a metter su famiglia e, nel caso specifico delle donne, ad affermare orgogliosamente se stesse ed il proprio fondamentale ruolo di madri che da sempre dovrebbero svolgere nella società sana, bensì nella totale assenza di cultura. Una cultura non intesa come mero nozionismo ma come dedizione alla conoscenza di noi stessi prima che degli altri, alla volontà di identificare il nostro ruolo e svilupparlo, sia come sesso che come singoli individui. La donna che può definirsi realmente tale ripugna il modello che dal ’68 in poi compie passi da gigante che schiacciano la sua specificità e cooperano con una serie di altri abili strumenti atti a creare una società di individui soli, asessuati e privi di responsabilità famigliari che li rende egoisti che mirano al vizio ed all’effimero. Una società sana non può prescindere da una donna che sappia assumersi con vivace dedizione la responsabilità del suo ruolo, dare un senso di continuità e tracciare quella linea di sangue che ci rende figli della nostra storia. E’ quindi la femminilità che vogliamo esaltare e nel quale si riconosce ogni donna della Tradizione, non quel cancro individualista chiamato femminismo, che sta distruggendo la società e che rischia di portare all’estinzione, innanzitutto della società occidentale, quella più colpita dal mortale virus, in seguito del mondo intero. http://assculturalezenit.spaces.live.com/


  8. #8
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    Finzione, pagliacciate e ipocrisia.

    Come "San Valentino" ed il materialismo "Natalizio" ( che si sia Cristiani o meno la materializzazione di Feste una volta ''spirituali'' deve far schifo).

  9. #9
    Boh..
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    Metapolis, ci riflettevo proprio oggi.
    Concordo!

  10. #10
    TORINO E' GRANATA
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    BOUGIA NEN autentico, cioè come per l'Esercito Piemontese, io NON ARRETRO MAI !!
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    le DONNE VERE oggi non festeggiano...

 

 
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