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Discussione: Veltroni spaventoso...

  1. #1
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    Predefinito Veltroni spaventoso...

    Non sono solito analizzare il profilo personale dei personaggi chiave posti ai centri di comando. Lo ritengo nella sostanza un approccio sbagliato, di tipo psicologista, riduzionistico dunque, simile a chi per spiegare le purghe staliniane si spertica in ridicoli racconti sulle botte che Stalin prendeva da bambino dal padre ubriacone....insomma non si tratta di analizzare l'uomo Veltroni...
    piuttosto di capire come questo personaggio sopra le righe, per tutti i colori e le salse sia la perfetta incarnazione del politico post-moderno, una sorta di oltreuomo esecutore della necessità, magnate del compiacimento del popolo.
    Veltroni è il personaggio chiave della fine della politica, fine ormai definitiva, senza ritorno ( salvo sconvolgimenti o nicchie di opposizione sempre vive che tarderanno anni in manifestarsi alla luce).
    La politica diviene una volta per tutte in Italia ( dopo numerose prove generali durate circa 15 anni, dal 1993 a oggi) il modello dell'esecuzione tecnica di pratiche di efficienza, condita da sorrisi al posto giusto, ripetizione ossessiva di luoghi comuni retorici, sfoggio di apparente buon senso, di razionalità e di buona disposizione d'animo.
    Il partito democratico raccoglie l'inarrestabile ed ecumenico patto di efficienza e praticità che i cittadini, moltissimi in buona fede, sentono di poter fare in nome di un'ideale di governabilità decisionismo e praticità, immersi nel peggior concretismo alienante possibile. V. da l'impressione del politico "rivoluzionario liberale", ed in questo è molto più pericoloso di Berlusconi e del suo partitaccio di mortadellari.
    Mentre berlusconi ha fatto la sua rivoluzione ad effetto nel 1994 con l'idolo della libera impresa e della libera cultura televisiva ( tasse zero e culi al vento ), Veltroni costruisce la propria rivoluzione culturale su miti molto più pericolosi , poichè più subdoli, apparentemente più razionali e profondi e semi-colti ( il mito della necessità del mercato, ed il buon senso dell'homo practicus che ha la soluzione in mano per ogni problema, dove il problema si risolve sempre in mera questione pratica da affrontare con gli strumenti del meraviglioso e redentore liberalismo).
    Veltroni, ieri a porta a porta era in forma smagliante, risponde alle domande dei giornalisti come fosse un esperto di luoghi comuni. L'ossimoro è volutamente esplicitato. Si tratta di accozzaglia di luoghi comuni dell'ideologia dominante, ma il fatto che egli se ne faccia esegeta quasi in maniera approfondita e colta, lo rende attraente. Non è il liberista duro e puro che ripete meccanicamente i precetti del mercato; è il liberista teatrale che li ripete come in una commedia per cultori della buona forma e delle buone maniere. Ripete i dogmi del dominio e del capitale con paternalismo, con ammiccamenti, con buone maniere, sapendo usare allo stesso tempo il decisionismo del capo e la tenerezza del padre di famiglia.
    V. ha capito che il popolo orami ha bevuto l'ideologia, e che il popolo di sinistra è il più bue, perchè oltre ad aver bevuto le immonde e deleterie credenze del sistema domiannte ( altro che gli inganni di padre Pio e di San Gennaro), ha anche un'autostima intellettuale di sè che lo porta a ritenersi avanguardia intellettuale di questa putrida modernità disumana.
    Il nostro V, sa presentare il dogma il maniera cosi' dolce da renderlo rivoluzionario e appassionante. Il mito della partecipazione democratica, della società civile trionfante, della liberazione dalla burocrazia, dall'economia statalista, il trionfo del merito ( ma quale ??), la corsa al progresso e alla competizione, sono tutti conditi in salsa "di sinistra" con ripugnanti ( poichè falsi e tendenziosi) richiami alle pari opportunità, all'eguaglianza, e alla giustizia. Veltroni, dice, sta con gli ultimi e i deboli. Infatti incassa tra le sue fila un povero cristo scampato alla tragedia della Tissen, e gli mette accanto una poveretta dei call center. Come un buon imperatore romano dei tempi che furono distribuisce pane e circo, adula la plebe e corteggia i potenti. richiama l'operaio delle acciaierie a sè, mentre inserisce industriali, generali di guerre umanitarie contro i barbari delle terre aride dell'asia.
    La sua rivoluzione della passione politica rinnovata è la rivoluzione del dogma capitalistico e imperialistico umanizzato dal savoir faire intellettuale di chi conosce i suoi polli. E pertanto è ancor più disumana di quella del suo rivale mortadellare che sfila con gentaglia cosi' volgare da non rappresentare la vera elite di questo marcescente potere.

    V. è l'uomo giusto nell'epoca giusta. Ha carattere, muscoli, compiacenza, bontà, sta con gli ultimi e con i primi, è il post-moderno del mondo mono-ideologico ( altro che post-ideologico), che realizzerà il progetto di assuefazione definitiva del popolo al male supremo che ci sovrasta: il mostro della tecnocrazia economica.

  2. #2
    Forumista junior
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    analisi tanto lucida quanto inquietante. complimenti, anche se mi hai spaventato...

  3. #3
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    Bene terraeamore.

    Veltroni è un chiaro esempio della politica-marketing. La politica-marketing consiste nell'individuare i segmenti del mercato della domanda elettorale più adatti alla fruizione del proprio prodotto-politica e in questa direzione attivare tutte le energie aziendali-politiche. Naturalmente servono sondaggi ripetuti per verificare la bontà della propria azione. Tutto fa brodo, l'operaio della Tyssen e il prsidente della Ferdemeccanica, noto amico degli operai della Tyssen.

    In attesa di una pandemia palingenetica.

    Riprendo un intervento di Corrispondenze Metropolitane dell'ottobre 2006. E' già passato quasi un anno e mezzo, Veltroni non è più sindaco di Roma, è candidato per la presidenza del Consiglio, ma rimane un buon contributo alla comprensione del personaggio.



    IL CASO VELTRONI.
    Elementi per una campagna contro una Giunta “esemplare”.


    Roma, ore 9.30 del 17 ottobre. Nel momento di maggiore espressione della politica-immagine della giunta capitolina, una tragedia riporta tutti ai problemi città eterna.
    A Piazza Vittorio un treno ne tampona un altro, penetrandolo per 3 metri. Muore una giovane pendolare, 235 sono i feriti, 5 molto gravi. L’ipotesi più accreditata è che il treno procedesse, col cosiddetto rosso permissivo, ad una velocità superiore a quella consentita dalla prassi, che è di 15 km orari. Ma anche se così fosse stato, avrebbero dovuto frenarlo dispositivi automatici che non sono intervenuti. Dunque, sebbene le cause non siano ancora certe e si cerchi di mettere in evidenza soprattutto l’errore umano, ce n’è già abbastanza per porsi problemi sul funzionamento del servizio di trasporto pubblico. Lo stesso ministro dei trasporti Bianchi pur dicendo, ieri, che il caso specifico non è ancora spiegabile, ha dovuto riconoscere la situazione in cui versa la Metro di Roma, con stazioni (quella di Piazza Vittorio ma non solo) in condizioni tali da essere a malapena agibili.
    Ora, di fronte all’accaduto il primo commento che ha saputo fornire il primo cittadino è stato che si trattava di “vagoni nuovi, appena acquistati e perfettamente funzionanti”. Dobbiamo comprenderlo, è frastornato: nei giorni precedenti in troppi lo hanno incensato per la Festa del cinema e ora sarà costretto ad occuparsi di più dei trasporti. Ovvero di uno dei problemi che rendono Roma, città dalle grandi distanze e frequentata da tantissimi pendolari, difficilmente vivibile. Si pensi alle lunghissime attese degli autobus, ai continui guasti della Metro, al pessimo funzionamento della rete ferroviaria di collegamento con il resto del Lazio. Per non dire di precedenti incidenti che potevano essere mortali come quello accaduto nel gennaio del 2005 a Porta Maggiore, con lo scontro fra un tram ed un trenino della Roma Pantano.
    Dunque, a ben vedere, la domanda di rito (“come si è arrivati a questo?”), è quasi superflua. In fondo è tutto chiaro. Solo che Veltroni, sindaco pessimo sotto ogni profilo, opera indisturbato da anni e, non molti mesi fa, è arrivato trionfalmente al suo secondo mandato.
    Può essere che a garantirgli tanta popolarità sia stato il fumo negli occhi gettato con iniziative come la Notte Bianca e l’odierna Festa del Cinema? E’ difficile crederlo. Le manifestazioni in questione non sono che uno sviluppo estremo di quel culto dell’effimero che fu lanciato da Renato Nicolini, quando era assessore alla cultura. In esse, l’idea della cultura come mero oggetto di consumo trova una perfetta espressione. Un’espressione che giunge all’assurdo quando si catapulta qualche star hollywoodiana in periferia, quando si concede un po’ di Leonardo Di Caprio ai poveracci di Tor Bella Monaca, che tanto il giorno dopo torneranno alla loro vita grama.
    Se invece si andasse a vedere quello che il solerte sindaco ha concretamente fatto per le periferie ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Ad orientare l’agire della sua giunta sono stati ben altri interessi che non quelli dei settori popolari. Si pensi al piano regolatore: oggetto di una critica morbida da parte degli ambientalisti, esso si è tradotto nella cementificazione di vaste aree di campagna romana. Un grande regalo per i palazzinari ed in primo luogo per Caltagirone, che ha contraccambiato facendo del suo quotidiano romano (Il Messaggero) un megafono d’ogni iniziativa del Sindaco.
    Ora, il principale effetto della nuova espansione della città è stata la “promozione” delle periferie incluse dentro il raccordo anulare, che, senza risolvere nessuno dei loro annosi problemi, hanno visto una impennata dei prezzi delle case incredibile. A Veltroni nessun quotidiano lo ha fatto notare. Così, il nostro ha potuto pure lagnarsi con l’esecutivo di centrodestra perché, tagliando i fondi agli enti locali, diminuiva la quota di sostegno agli affitti che il Comune elargisce ai “più bisognosi”. Lamentela in sé giusta, peccato che la politica pro-palazzinari di Veltroni sia tra le principali cause del caro-casa nella capitale.
    Ma non c’è problema: Walter è riuscito a farla franca ed a presentarsi come paladino della lotta per la casa.
    Ora ci manca solo che venga identificato come il beniamino dei lavoratori precari. Certo, presentarlo come tale risulterebbe difficile anche ai media più menzogneri. Roma è la prima azienda erogatrice di lavoro precario nel Lazio, con diverse situazioni-limite. Tra queste, quella degli operatori sociali, che lavorano per quelle cooperative bianche o rosse cui il Comune appalta l’intervento nelle sempre più vaste sacche di disagio della metropoli. Coloro che sono raggiunti dal servizio, gli “utenti”, sono poco più che numeri, cui si offre una prestazione raramente calibrata sulle loro esigenze. Chi si impegna a fornire il servizio, l’operatore, lavora senza garanzie, sottopagato, spremuto come limone e mandato allo sbaraglio, senza strumenti, a lenire in solitudine situazioni che richiederebbero interventi strutturali. Le cooperative, invece, prosperano ed il Comune rivendica la capillarità dei suoi servizi sociali. Naturalmente, quotidiani e Telegiornali regionali si guardano bene dal raccogliere il dissenso di operatori ed utenti.
    D’altronde, gli stessi organi di informazione hanno dato uno spazio enorme alla inaugurazione dei nuovi treni della Metro, che fino a ieri gonfiavano d’orgoglio Veltroni. Così come prendono incredibilmente sul serio le dichiarazioni della Giunta sulla lotta contro l’inquinamento e sulla necessaria riduzione del numero di autoveicoli circolante a Roma. Quando l’incivile condizione che vive quotidianamente chi prende i mezzi pubblici rende chiaro che il Comune ha scelto di favorire il trasporto privato. Lo testimonia, d’altronde, il fatto che ad esso fanno riferimento le più incisive tra le grandi opere (ad esempio, il Passante a Nord-ovest ed il grande parcheggio del Pincio).
    Ma in questo quadro a tinte fosche c’è un altro aspetto da considerare. Il Sindaco non ha goduto solo del sostegno dei media. Alla massiccia ed efficace campagna di stampa e Tv, si è aggiunto, in questi anni, il consenso di un’ampia fetta del Movimento che dice di voler superare l’esistente. Vi sono settori di Movimento che della Giunta hanno anche fatto parte e che, pur esprimendo occasionalmente dei dissensi, nel complesso l’hanno sostenuta. Evitando, peraltro, che questioni in sé esplosive come quella della casa diventassero motivo di scontro autentico col Comune.
    Dunque, l’uomo che distribuiva figurine con l’Unità ed il suo staff si sono resi artefici di un piccolo capolavoro. Hanno amministrato la città nel modo peggiore, nel segno degli interessi dei grandi imprenditori, ma sono riusciti ad attutire il conflitto sociale. Al punto che Roma è considerata un modello di gestione da estendere a tutto il paese da cospicui settori della Confindustria. Carlo De Benedetti, proprietario di un quotidiano (La Repubblica) che gli addetti ai lavori definiscono la Pravdadi Veltroni, vede nel primo cittadino della Capitale l’uomo nuovo. Per l’ingegnere, se Prodi è un amministratore straordinario, cioè una figura transitoria, il compagno Walter può essere tra i leader di un futuro centrosinistra dal baricentro ancor più spostato verso gli interessi padronali.
    Per questi motivi, la rabbia che proviamo per la tragedia di ieri, per i rischi che corre chi semplicemente va a lavorare, deve trasformarsi in azione.
    Veltroni per troppi anni ha dormito sonni tranquilli. Deve essere impegno di chi veramente vuole superare l’esistente impedire che continui ad essere così.

    Roma, 18 ottobre 2006



    Corrispondenze Metropolitane - collettivo di controinformazione e d’inchiesta-

  4. #4
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    Ho fatto un pasticcio. Cancellare il secondo post.

  5. #5
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    Stamattina ho sentito il bisogno di partorire quella brevissima analisi dopo aver visto l'oltre-uomo Veltroni sfigurato nella mediaticità e nell'iper-rappresentatività del suo ruolo nella trasmissione porta a porta.
    D'altronde, cari amici, la politica mediatica è forte proprio perchè sa dove e come colpire, sa adattarsi ai luoghi, ai costumi, ai paesi, alle tradizioni culturali, sfruttare sentimenti, irrompere nei punti deboli, nell'ideologia che si massifica.
    Un po' come il mac-donald che si ricicla in India con ricette locali. Il mostro tecnocratico sa come agire e prende in prestito il linguaggio adatto alle diverse situazioni.
    Qui in Italia orami è stato sfondato il muro del dominio flessibile e l'anglosassone multiculturale veltroni può finalmente essere sfoderato al posto di personaggi appartenenti ad un altro mondo comunicativo ( ala Prodi) troppo poco pubblicitari per sortire i loro effetti.
    Vi sembra forse un caso che in Italia i personaggi più flessibili ed adatti alla riconversione pubblicitario-capitalistica sono ex-comunisti o ex-radicali ( Rutelli) ?
    Evidentemente in quel mondo si è annidato il germe della dominazione flessibile capace di diventare monopolio culturale pronto a riconvertirsi in nuova forma e nuovo idolo al primo passaggio storico decisivo. Ma qui entriamo in un tema molto più complesso che riveste un'analisi storica che non mi ritengo in grado di fare.

  6. #6
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    riporto su la discussione perchè merita davvero...

    La sinistra ha attaccato per anni Berlusconi perchè "era solo fumo, comunicazione e senza contenuto"

    oggi hanno capito come batterlo...diventando più berlusconi di berlusconi...parolai e chiacchiere al quadrato...
    come diceva il pazzo tedesco "occorre amare il proprio nemico, perchè si finirà per assomigliargli"..
    Veltroni è la versione perfezionata di Berlusconi.
    Veltroni è il Berlusconi.2

    Eccoci all'americanizzazione della politica italiana...la deriva è quasi finita...arriveremo tra poco al maggioritario e poi sul piano partitico per ogni antagoismo (destrorso o sinistrorso) sarà tutto finito.

  7. #7
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    Il prezzo da pagare per diventare
    il delfino del capitalismo italiano

    di Emiliano Brancaccio

    Ha caricato sul suo carrozzone Ichino e Calearo, ha messo in chiaro di voler demolire quel che resta del contratto di lavoro nazionale e ha pure ammiccato con chi propone di abolire le tutele previste dall’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati. Insomma, la comoda parodia del “ma anche” di Crozza (che in verità ci ha sempre convinti poco) ha ormai fatto il suo tempo. Walter Veltroni si sta rapidamente liberando della maschera di ambiguità che pareva averlo inizialmente caratterizzato, e ci sta facendo capire con sempre maggiore nettezza da che parte ha situato il suo Partito democratico. Sul piano della tattica politica, infatti, il leader del Pd lascia bene aperto lo spiraglio delle grandi intese con la destra. Per quanto riguarda poi la strategia dei consensi, il suo minuetto col padronato è ormai all’ordine del giorno. Dopo il Veltrusconi, è la volta adesso di Waltindustria.
    La sbandata a destra, anche solo rispetto a quel che i Ds rappresentavano appena pochi mesi fa, è enorme. Tuttavia per la grande stampa borghese l’impegno di Veltroni non è ancora ritenuto sufficiente. In un editoriale pubblicato ieri dal Corriere della Sera, Francesco Giavazzi ha chiarito senza mezzi termini quel che i principali gruppi capitalistici nostrani vorrebbero ancora dal leader del Pd: innalzare ulteriormente l’età pensionabile, privatizzare i servizi pubblici locali e varie altre cose, ma principalmente “abolire lo Statuto dei lavoratori, tutto, non solo l’articolo 18”. Blair non avrebbe esitato, aggiunge Giavazzi. Veltroni cosa aspetta?
    Per Waltindustria, dunque, gli esami non finiscono mai. Il padronato si lamenta, batte i piedi in terra, ed egli dovrà sempre più spesso accorrere, rassicurare e promettere. E’ questo in fondo il prezzo da pagare per diventare il delfino di quei centri del capitalismo italiano che poco si fidano di Berlusconi, e che tuttora puntano su un sostanziale pareggio elettorale e sulla grande coalizione per sperare di rivoltare l’Italia come un calzino. Ma perché mai i capitalisti italiani stanno così insistentemente alzando la posta? Come si spiega questa fretta, questa specie di voglia sessantottesca al contrario, che li spinge a “volere tutto”, persino magari l’impossibile? Verrebbe immediato rispondere che si sentono forti, blanditi e vezzeggiati, e che di conseguenza intendono battere il ferro della politica finché è caldo. Questa spiegazione è in parte corretta, ma coglie solo aspetti superficiali del comportamento padronale, senza indagare sulle sue determinanti profonde. E’ pur vero infatti che Confindustria si trova oggi più che mai al centro della scena politica nazionale. Ma il punto chiave è che questa centralità politica si verifica in contemporanea con una palese marginalizzazione economica del capitalismo italiano all’interno del quadro europeo e mondiale. I padroni nostrani non sono certo in braghe di tela, beninteso: molti di essi continuano a macinare ingenti profitti. Ma la distanza relativa tra i loro guadagni e quelli medi del capitale internazionale cresce a vista d’occhio. Basti guardare all’andamento dei costi per unità di prodotto all’interno dell’Unione monetaria europea. Essi vistosamente divergono tra loro, con l’Italia e gli altri paesi del Sud Europa sempre più in affanno rispetto alla Germania e alle altre economie trainanti. I nostri capitalisti vedono quindi sempre più deteriorarsi le loro quote di mercato e questo, a lungo andare, comporterà la loro uscita dal mercato o il loro assorbimento tramite acquisizioni estere. Col risultato, in questo caso, che nella catena europea del valore aggiunto ai lavoratori italiani spetterà sempre di più la parte della fatica e delle briciole. E’ bene chiarire che qualche indizio rilevante, in questo senso, ci è dato persino dall’assetto bancario, che al fondo delle cose riflette i limiti dell’industria sottostante: nonostante le poderose centralizzazioni dei capitali avvenute in Italia negli ultimi anni, il rischio di take-over esteri rimane elevato per più di un gruppo nazionale. E c’è da scommettere che Draghi non muoverà un dito per mantenere la testa pensante del capitale finanziario entro i confini nazionali.
    Questo ed altri segnali indicano in sostanza che i capitalisti italiani stanno progressivamente scivolando dal vecchio ruolo di capitani d’industria a quello molto meno edificante di modesti rentiers, possessori di quote di minoranza del capitale globale. Il che in fin dei conti non può meravigliare. Questa tendenza riflette l’arretratezza del nostro sistema produttivo, caratterizzato soprattutto da capitali piccoli, frammentati e polverizzati, contraddistinti da una bassa produttività e da un infimo potere di mercato rispetto ai giganti europei. Altro che “piccolo è bello, dunque”. La lezione di Marx è sempre valida: il capitale tende a concentrarsi e a centralizzarsi, e i proprietari minori e periferici sono destinati a farsi da parte. Ovviamente, una così poco gradevole prospettiva dipende anche dalla inadeguata risposta che si è data nel tempo a questi problemi. Per anni i capitalisti nostrani hanno preteso di tamponare le loro debolezze strutturali esigendo dalla politica mani libere al fine di ridurre al minimo le retribuzioni e di intensificare al massimo gli sforzi produttivi dei lavoratori. Ebbene, il risultato di questa greve linea di indirizzo è oggi sotto i nostri occhi. Ci ritroviamo infatti con dei salari tra i più bassi d’Europa e con un numero di vittime per unità prodotta tra i più alti del continente. Eppure, nonostante l’elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, registriamo in ogni caso una perdita sistematica di quote di mercato e una tendenza inarrestabile al deficit con l’estero. I padroni italiani insomma hanno fallito, e con essi la politica che li ha assecondati. Verrebbe a questo punto naturale attendersi un cambio di rotta, ed invece ci ritroviamo alle prese nientemeno che con Waltindustria, vale a dire con una simbiosi ancor più stringente tra capitale e politica, per lo più finalizzata a reiterare la vecchia strategia del passato. Il professor Giavazzi del resto dovrebbe saperlo: le evidenze empiriche di cui disponiamo ci dicono chiaramente che l’eventuale abolizione dell’articolo 18 - o addirittura di tutto lo Statuto dei lavoratori - non avrebbe alcun effetto di rilevo sui tassi di disoccupazione o sulla dinamica della produttività nazionale, mentre darebbe luogo a un ulteriore indebolimento della capacità contrattuale dei dipendenti e quindi a una ancor più vistosa compressione dei salari. La solita minestra di sempre, insomma.
    Nelle settimane che ci dividono dal voto, bisognerà dunque mettere in luce che la modernizzazione proposta da Veltroni ci conduce dritti verso la marginalizzazione e la colonizzazione capitalistica del paese. Se infatti si vuole credibilmente sperare in un futuro alternativo, occorre in primo luogo scommettere sul fallimento elettorale della nefanda linea dell’attuale leader del Partito democratico. In seguito, si tratterà di capire se la sinistra che ci è rimasta sia in grado di riaprire la contesa per l’egemonia. Ma di questo riparleremo a tempo debito.

    Liberazione, mercoledì 5 marzo 2008

    Emiliano Brancaccio




    dal sito riepensaremarx.it

 

 

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