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    sionismo = infamità
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    Predefinito Esercito Italiano/italiani brava gente: "insulti e provocazioni" documentati con link

    Torture in Somalia 1994/ Iraq 2004.

    E' fatidico, umano tendere ad escludere dalla mente episodi sgradevoli. In questi giorni è esploso lo scandalo delle umiliazioni/torture inflitte dai militari americani e inglesi a dei prigionieri in Iraq. Foto raccapriccianti che non hanno bisogno di commenti. Contemporaneamente una vedova dei carabinieri periti a Nassyria ha concesso un intervista al TG3 (e successiva rettifica) con le succesive polemiche politiche di governo e opposizione. Alla luce di tutti questi avvenimenti, il nostro sito ha il piacere di riportare la relazione conclusiva della Commissione Difesa del precedente scandalo (vero) avvenuto in Somalia, appunto perché ha dei passaggi analitici che potrebbero far riflettere. Vorrei sottolineare in rosso i punti salienti di questi passaggi ciò per stimolare un paragone sulle vicende attuali. Ovviamente, i contesti e le accuse sono diverse, e il contingente italiano in Iraq non è accusato di nulla, però il giudizio finale della Commissione è la sintesi di tutta la vicenda attuale: non hanno saputo prevenire o reprimere, non hanno visto, hanno taciuto.


    RELAZIONE CONCLUSIVASULL'INDAGINE CONOSCITIVA CIRCA IL COMPORTAMENTO DEL CONTINGENTE MILITARE ITALIANO IN SOMALIA NELL'AMBITO DELLA MISSIONE ONU «RESTORE HOPE»
    Roma, 2 giugno 1999

    PREMESSA

    Già all'indomani della chiusura delle missioni Ibis 1 e 2 alcune interrogazioni parlamentari posero il problema, ripreso nella primavera del 1997 dal settimanale Panorama, che pubblicò foto e testimonianze su sevizie che sarebbero state compiute da militari italiani, e specificamente da paracadutisti della Brigata «Folgore» a danni di civili somali.
    La pubblicazione destò grave turbamento nell'opinione pubblica e portò a valutare con occhio critico le stesse risultanze della missione che era stata compiuta in Somalia. Il Governo decise così di istituire una Commissione governativa d'inchiesta al fine di indagare a fondo sui fatti riportati e per rispondere alle esigenze di chiarezza davanti al terribile sospetto di violenze perpetrate da nostri soldati. A far parte della Commissione venivano chiamate personalità di chiara fama e di sicura dirittura morale: il professore Ettore Gallo in qualità di Presidente, l'onorevole Tina Anselmi, la professoressa Tullia Zevi, il generale di corpo d'armata dell'Esercito Antonino Tambuzzo ed il generale di corpo d'armata in ausiliaria dei Carabinieri Cesare Vitali.
    La Commissione governativa d'inchiesta per i fatti in Somalia svolgeva le sue indagini e presentava le sue conclusioni nell'agosto 1997. Nel frattempo, però, ulteriori dubbi sul comportamento dei militari italiani in Somalia vennero sollevati dalla apparizione di un diario tenuto da un sottufficiale che aveva partecipato alla missione italiana, il maresciallo Aloi. Veniva così deciso di riaprire l'inchiesta, pur avanzando legittimi dubbi sui nuovi elementi che venivano forniti numerosi anni dopo il termine della missione e diversi mesi dopo l'avvio delle indagini.
    Il 17 dicembre 1997 la Commissione Difesa del Senato era autorizzata dal Presidente del Senato ad avviare un'Indagine conoscitiva che si è affiancata ai lavori della Commissione governativa e si è articolata in audizioni del procuratore capo presso il Tribunale militare di Roma, consigliere Antonino Intelisano, della Commissione governativa d'inchiesta, nelle persone del professore Ettore Gallo in qualità di Presidente, dell'onorevole Tina Anselmi, del generale Antonino Tambuzzo e del generale Cesare Vitale, e del Ministro della Difesa pro-tempore on. Beniamino Andreatta, come pure del tenente generale Francesco Vannucchi, ufficiale inquirente incaricato di svolgere l'inchiesta sommaria per i fatti di Somalia su mandato del Capo di Stato maggiore dell'Esercito. Sono stati inoltre ascoltati, su loro richiesta, i genitori della giornalista Ilaria Alpi, pur se il grave episodio esula dagli obiettivi dell'Indagine.
    Già nel suo primo rapporto la Commissione governativa d'inchiesta aveva messo in luce la veridicità di alcuni episodi denunciati dai
    media nonché oggettive carenze nell'attività di controllo della disciplina. Le stesse valutazioni venivano indicate anche nel secondo rapporto.
    La Commissione Difesa del Senato ha ritenuto di non dover sovrapporre la propria attività né a quella della magistratura né a quella della Commissione governativa, né alle autorità militari, soggetti tutti deputati, nell'ambito delle rispettive competenze, ad individuare reati commessi da nostri militari e ad irrogare le conseguenti sanzioni, penali od amministrative. La Commissione ha invece ritenuto di dover verificare le condizioni in cui si è venuto a trovare il nostro contingente e che possono aver costituito il terreno fertile per il maturare di azioni fuorvianti rispetto alle finalità della missioni ed all'etica militare.

    L'INDAGINE
    L'indagine conoscitiva ha consentito di mettere a fuoco sia la situazione generale che regnava in Somalia durante lo svolgimento della missione «Restore Hope» sia l'evoluzione dei rapporti fra i militari italiani e la popolazione somala. Si tratta di un fattore essenziale per la piena comprensione dei fatti oggetto dell'indagine. Si è infatti constatato un diretto legame fra l'aggravamento delle condizioni di sicurezza in cui si sono venuti a trovare i nostri reparti, in un contesto territoriale di notevole ampiezza, e l'allentamento nel sistema dei controlli disciplinari.
    Il contributo del Ministro della Difesa ha permesso di cogliere l'evoluzione del contesto operativo tra UNOSOM I e UNOSOM II. Il passaggio da una missione nata per salvare la Somalia da una carestia, e quindi fortemente caratterizzata da motivi umanitari, ad una con più spiccata valenza politica, ha inevitabilmente coinvolto le forze internazionali, e quelle italiane fra queste, nelle complesse vicende somale. La stagione di UNOSOM II vedeva così una recrudescenza di quella violenza fondata su contrapposizioni etniche e tribali che è alle origini della dissoluzione dello Stato somalo.
    Ad iniziali rapporti amichevoli è seguita una caduta di fiducia da parte delle popolazioni somale, con conseguente aumento di imboscate e aggressioni, ed una crescente insofferenza ai controlli ed ai sequestri di armi e droga operati dai nostri soldati. Il quadro era aggravato dall'indiscriminato coinvolgimento di civili in veri e propri atti di guerra secondo una consuetudine di mandare avanti donne e bambini per coprire, con sassaiole ed altri atti ostili, il fuoco dei cecchini.
    Le nuove condizioni hanno così comportato una riduzione dei movimenti notturni per evitare di esporre uomini e mezzi al rischio di imboscate. Ciò ha avuto inevitabili ripercussioni sul morale del personale militare, in difficoltà nel comprendere gli atteggiamenti di ostilità di una popolazione alla quale si portava aiuto, con risvolti certamente non positivi sull'attenzione operativa ed un calo del tono disciplinare del personale stesso.
    Le audizioni effettuate consentono di avallare le affermazioni della Commissione governativa ad alcune carenze di controlli effettuati da ufficiali e sottufficiali in questo nuovo contesto operativo. A fronte di richiami e disposizioni dall'alto, inoltrate per via gerarchica fino ai molti presidi distaccati, è mancata in qualche caso una globale ed incisiva azione dei Comandanti per essere sempre aggiornati sullo «spirito» del personale. Il controllo della disciplina e del morale degli uomini è rimasto talvolta affidato agli organi di comando minore con conseguente sottovalutazione dei possibili effetti dell'aumentato
    stress a cui venivano sottoposti i reparti. È allora stato possibile il rischio di perdere il controllo totale di quanto veniva fatto dentro e fuori i campi, fino a giungere ad ignorare o addirittura a tollerare atti illeciti o devianti a danno di cittadini somali.
    La Commissione Difesa del Senato ha poi preso atto della concordanza nelle analisi svolte relativamente ai comportamenti dei gradi medio bassi, da un lato dalla Commissione governativa d'inchiesta, dall'altro da quella nominata dallo Stato Maggiore dell'Esercito e presieduta dal generale Vannucchi, per l'accertamento di responsabilità disciplinari. La commissione presieduta dal generale Vannucchi ha rilevato delle responsabilità ed ha irrogato provvedimenti disciplinari riferiti a personale coinvolto in quegli episodi che più hanno turbato l'opinione pubblica: lo stupro della ragazza somala con la bomba illuminante, i maltrattamenti nei confronti di un anziano cittadino somalo, la tortura con cavi elettrici ad un prigioniero somalo.
    La Commissione Difesa ha preso atto delle difficoltà incontrate nello svolgimento delle indagini, sia quelle giudiziarie sia quelle della Commissione governativa. La guerra civile in Somalia ha comportato la distruzione di ogni autorità statuale, compreso ogni embrione di organizzazione assimilabile ad un Ministero di Grazia e Giustizia. Tutto ciò ha reso impossibile il ricorso alla procedura della rogatoria internazionale e l'acquisizione
    in loco di elementi conoscitivi necessari per un'indagine penale. Notevoli, a tal proposito, sono stati gli sforzi per individuare possibili testimoni ed interrogarli, in Italia o - come è stato fatto - a Nairobi, in Kenya con il lodevole impegno del nostro rappresentante diplomatico in Somalia.
    L'inesistenza di una anagrafe e di validi sistemi di riconoscimento delle persone ha ulteriormente complicato le indagini, aggravando le difficoltà di discernere fra testimonianze vere od interessate.
    Emblematica è l'impossibilità di identificare la donna somala oggetto dello stupro col razzo illuminate. Ed appaiono incredibili alcune accuse formulate senza fondamenti oggettivi, come nel caso del somalo che asserisce di essere l'unico sopravvissuto fra venti connazionali legati e gettati in mare dagli italiani.
    La Commissione Difesa è consapevole che la ricerca e l'individuazione di testimoni, la possibilità di interrogarli, la garanzia dell'affidabilità delle dichiarazioni hanno costituito difficoltà per tanti versi insormontabili. I testimoni somali venuti in Italia non sono stati oggetto di un provvedimento formale, impensabile vista l'assoluta inesistenza di ogni autorità statuale in Somalia. La drammatica situazione di quel Paese africano può poi spingere a comportamenti apparentemente incomprensibili, spesso dettati o dal desiderio di restare in Italia e di assicurarsi condizioni minime di sopravvivenza, o dal tentativo di ottenere risarcimenti per violenze, vere o presunte, subite ad opera degli italiani.
    Pur a fronte di difficoltà di tale portata la Commissione Difesa ha potuto apprezzare il lavoro svolto dalla magistratura ordinaria e militare, dalla Commissione governativa d'Inchiesta e dal Commissario inquirente dell'Esercito.
    Sono in corso procedimenti penali presso la Procura della Repubblica di Milano, per il presunto stupro ed omicidio di un minore somalo per cui è indagato un tenente colonnello; presso la Procura della Repubblica di Livorno per lo stupro della giovane somala con la bomba illuminante, per le torture con elettrodi e per gli episodi relativi alle denunce del Maresciallo Aloi; presso la Procura della Repubblica di Torino, per le sevizie nei confronti di tre cittadini somali ricoverati presso l'ospedale degli Emirati Arabi Uniti e per alcune falsificazioni di documenti.
    La Commissione Difesa auspica che le indagini possano concludersi rapidamente.
    I lavori della Commissione governativa hanno tuttavia messo in luce i riscontri oggettivi di almeno tre episodi: lo stupro della ragazza somala, l'uso degli elettrodi come strumento di tortura o di inaccettabile pressione psicologica, i maltrattamenti a danno dei tre somali poi accompagnati nell'ospedale degli Emirati Arabi. Si tratta, nell'ultimo caso, di un episodio che addolora per la violenza che lo ha caratterizzato ma soprattutto per le successive menzogne e falsificazioni con le quali si è tentato di coprirlo, anche se privo di risvolti penali.
    Nell'attesa di emettere eventuali sanzioni disciplinari, che dovranno seguire eventuali condanne penali, l'Amministrazione poteva procedere nei confronti di episodi non oggetto delle indagini della magistratura. Ed infatti la Commissione Vannucchi ha già esaminato gli episodi sotto l'aspetto disciplinare, valutando mancanze autonome, connesse o concorrenti ai fatti oggetto delle indagini giudiziarie.
    La Commissione Difesa ha apprezzato l'operato della Commissione Vannucchi che ha irrogato o proposto provvedimenti disciplinari nei confronti di dodici fra ufficiali e sottufficiali di cui cinque per episodi analizzati anche dalla Commissione governativa e sette per episodi connessi a quanto documentato nel filmato «
    good morning Somalia». Sono così stati sanzionati dalle stesse Forze armate comportamenti ed omissioni che, pur se non esaminati dalla Commissione governativa, si collocano in quel grave contesto di mancanze e leggerezze che la Commissione stessa ha rilevato soprattutto nei livelli più bassi della catena di comando.
    La Commissione concorda con la relazione conclusiva della Commissione governativa d'inchiesta relativamente all'inquadramento delle responsabilità nell'ambito del principio di personalità della responsabilità penale. Il comandante ha compiti diversi di quelle di un ufficiale subalterno o di un sottufficiale, a diretto contatto con gli uomini. Risponde però del risultato complessivo degli ordini impartiti e della attuazione dei controlli dispiegati.
    La Commissione Difesa apprezza l'operato della Commissione governativa d'inchiesta nello sforzo di individuare ogni possibile ragione che abbia condotto alla morte di Ilaria Alpi e del suo collaboratore. L'ampio ventaglio di testimonianze, documenti e riscontri non fa emergere collegamenti fra l'uccisione di questa coraggiosa giornalista ed azioni o comportamenti violenti o devianti attribuibili ai nostri soldati. Né sono emersi fondamenti oggettivi per pensare ad un voluto ritardo nei soccorsi portati dai nostri militari nel delicatissimo momento dell'imbarco definitivo del contingente, purtroppo coinciso con l'omicidio di Ilaria Alpi e del signor Hrovatin.
    CONSIDERAZIONI FINALIIn conclusione, la Commissione ritiene che l'operato complessivo dei militari in Somalia sia stato fondamentalmente all'altezza delle nostre tradizioni e delle finalità di pace e soccorso umanitario della missione «Restore hope». Ciò non esclude l'avvenuta ed acclarata concomitanza di atti censurabili sotto l'aspetto disciplinare e morale, su alcuni dei quali sono in corso indagini penali. Il combinato esame, consentito dall'indagine conoscitiva, dei lavori della magistratura, della Commissione governativa d'inchiesta, della Commissione Vannucchi hanno dato fondamento oggettivo a molti originari sospetti, pur scagionando il nostro contingente da altre numerose e gravi accuse mostratesi prive di fondamento, di credibilità e di logica.
    La Commissione Difesa ritiene che il doveroso apprezzamento per quanto fatto dai nostri soldati nel difficilissimo contesto di quella missione, di fronte ad atti ostili della popolazione, causati anche dalla confusione delle direttive impartite dai responsabili politici e militari della missione, e tenuto conto della debita riconsiderazione anche sotto l'aspetto quantitativo di quanto emerso, non possa escludere la presa in considerazione e la conseguente censura di colpe, omissioni, superficialità.
    In Somalia si è avuta una vera e propria
    escalation di irregolarità comportamentali che, per quanto episodiche, hanno enfatizzato carenze di controllo sulla disciplina e sul morale. È imputabile ai comandanti superiori la non conoscenza sulle condizioni di spirito del personale, la mancanza del controllo sul morale degli uomini impegnati a operare in una difficile situazione psicologica e, quindi, la sotto-valutazione dei possibili effetti dell'aumentato stress.
    La Commissione Difesa ritiene che la mancanza di adeguate forze di polizia militare, riconducibili a reparti di Carabinieri operanti capillarmente nei vari presidi, sia stata una delle cause di questa carenza di controlli. I reparti Carabinieri non possono svolgere pienamente le funzioni di polizia militare quando sono contestualmente coinvolti in compiti operativi senza una precisa programmazione delle prioritarie attività di polizia militare. Si auspica la costituzione di appostiti reparti carabinieri da dedicare esclusivamente alle attività di polizia militare e polizia giudiziaria militare, svincolati da compiti operativi.
    La Commissione Difesa evidenzia che le missioni di pace pongono problematiche del tutto particolari relativamente alla disciplina interna ed ai rapporti con le popolazioni locali. La disciplina, la correttezza, il rispetto delle regole d'ingaggio divengono, allora, fattori di successo della missione e richiedono un sistema di controllo interno non sempre omologabile a quello normalmente caratterizzante le forze addestrate al combattimento. La Commissione Difesa perciò individua nella presenza di una forza sistemica di polizia militare, composta da Carabinieri, un'esigenza assolutamente indispensabile per qualunque contingente all'estero con il vincolo che tale forza possa espletare appieno le proprie funzioni di polizia e di polizia giudiziaria prioritariamente a quelli di reparto combattente.
    La Commissione Difesa conclude rilevando che la constatazione di evidenti ed oggettive carenze e responsabilità, debba comunque trovare collocazione nelle dimensioni quantitative della missione. In Somalia si sono avvicendati, globalmente, circa dodici mila uomini; ne risultano perseguiti cinquecento dal lato disciplinare e, fra questi, venti per comportamenti scorretti nei confronti della popolazione somala. In tutto sono ventinove quelli denunciati per vari reati.
    Si tratta di semplici numeri che certo non sminuiscono la gravità dei fatti, sia di quelli già documentati con certezza sia di quelli oggetto di inchieste da parte della magistratura. Il giudizio finale non può che essere di grave censura verso i responsabili diretti degli atti illeciti e verso tutti coloro che, immediati superiori o commilitoni, non hanno saputo prevenire o reprimere, non hanno visto, hanno taciuto. Questo ha finito con il segnare una missione per altri versi indirizzata a sollevare la popolazione somala, grazie all'aiuto della comunità internazionale, da una gravissima situazione di ordine pubblico e di fabbisogno alimentare.
    La Commissione Difesa non ha dubbi nell'affermare che l'Italia possa valutare molto positivamente quanto fatto nel 1993 e nel 1994 nel Corno d'Africa. Sono assai più le luci che le ombre per il nostro contingente. Ma è doveroso ricavare una lezione anche dalle pagine più buie della missione al fine di non trovarsi impreparati di fronte a nuove sfide future. L'impiego di uomini con professionalità adatte alle specifiche tipologie delle missioni di pace ed il concomitante coinvolgimento di reparti di polizia militare, con forze e compiti adeguati, si configurano come due irrinunciabili linee-guida per il futuro, da tenere presenti in ogni occasione anche per dare pieno significato alla serietà, alla professionalità, al sacrificio di migliaia di ufficiali, sottufficiali e soldati che, talvolta anche a prezzo della vita, sostengono fuori dei nostri confini le ragioni di pace e civiltà dell'Italia.La Commissione sollecita l'introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano e chiede conseguentemente che si riformuli anche il codice militare. È indispensabile che il razzismo, l'offesa alle popolazioni durante le missioni di pace sia sanzionato, nei codici e nei regolamenti militari come fatto in sé, come violazione di diritti fondamentali.
    La Commissione, pertanto, conclude nel senso di testimoniare la sua profonda stima per le Forze armate ed in particolare per i reparti che sono stati impiegati e che sono attualmente impiegati in missioni all'estero.



    http://www.italosomali.org/Somalia-Iraq.htm

  2. #2
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    Caso Alpi e Giuliani; Coincidenze Inquietanti
    Nel sito www.misteriditalia.it troviamo un articolo (a firma “Franti”) che evidenzia alcuni punti in comune tra la morte di Ilaria Alpi e quella di Carlo Giuliani, intitolato “abbozzo di un curriculum vitae e alcune curiose coincidenze che legano il caso di Carlo Giuliani a quello di Ilaria Alpi (e ad altri “misteri” insoluti)”.
    L’articolo inizia con la trascrizione di parte dell’audizione del dottor Adriano Lauro (vicequestore aggiunto presso la questura di Roma) e del dottor Maurizio Fiorillo (vicequestore aggiunto presso la questura di Napoli), svoltasi il 5 settembre 2001 presso la commissione di indagine conoscitiva del parlamento sui fatti di Genova.
    In questa audizione vengono ricostruiti i fatti, dal punto di vista dei funzionari in questione, che portano alla morte di Carlo Giuliani.
    Lauro dichiara che “alle16.30 stavamo facendo ritorno ai mezzi lasciati in prossimità della Fiera; avevamo riunito il gruppo dei carabinieri: era giunto sul posto un tenente colonnello che, preposto al loro comando, coordinava le varie squadre”; il tenente colonnello, che poi risulterà essere Giovanni Truglio, “era sulla macchina quando se ne è andato. Il capitano stava con me, era il responsabile diretto di quel gruppo, mentre il tenente colonnello coordinava, immagino, più gruppi e quindi andava a verificare. (…) Successivamente, quando abbiamo avvistato il gruppo di manifestanti e c’è stato lo scontro, loro probabilmente sono arretrati. La sera ho visto delle immagini, delle due camionette che arretravano velocemente e si posizionavano dietro di noi. A quel punto, il tenente colonnello Truglio mi ha detto di essere sceso a piedi, lasciando le due camionette, e di essersi avvicinato al gruppo con i carabinieri. Quando c'è stato l’arretramento credo che lui non vi fosse più (almeno così il tenente colonnello mi ha riferito)”.
    Nell’articolo si ricostruisce un po’ la carriera di Truglio: nell’aprile del 1994 era maggiore (“fresco di nomina, pare”) e si trovava in Palestina; nel 1998 dirigeva il GOC (Gruppo Operativo Carabinieri) in Calabria.
    Ma prima di andare come maggiore in Palestina, il capitano Truglio si trovava in Somalia, stando ad altre testimonianze, tra le quali il memoriale del maresciallo Aloi, pubblicato su l’Unità, che indicava i nomi di dieci ufficiali che potevano essere considerati “autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala”.
    Ricordiamo che “il contingente italiano che operò in Somalia si macchiò di crimini contro la popolazione civile che furono ampiamente documentati. Panorama in particolare pubblicò alcune foto sconvolgenti”, ma fu soprattutto Famiglia Cristiana che approfondì la questione. È infatti in un articolo pubblicato su questo giornale che troviamo “due dei protagonisti di piazza Alimonda: il ten. col. Truglio (all’epoca capitano che comandava il distaccamento dei CC in Somalia) e il cap. Cappello (all’epoca tenente che comandava il plotone dei CC al porto), i cui nomi risultano anche nell’elenco degli ufficiali indicati da Aloi. Secondo Aloi era al capitano Truglio “che, più che ad altri si sarebbe rivolto per indicare fatti e nomi” degli abusi commessi, denunce che - secondo Aloi - rimasero “lettera morta”. Mentre di Cappello (che “comandava il plotone CC del porto”) e di un altro tenente, Aloi scrive che avevano “saputo degli abusi” e di averne anche loro “commessi alcuni”.
    Questo risulta dall’articolo:
    “Alcune donne, forse non fidandosi del comandante dei Carabinieri del Porto Vecchio (il ten. Cappello, ndr), nell’immediata vicinanza del quale si vocifera avvengano parte delle violenze, si presentano all’ex ambasciata chiedendo della polizia militare. Il carabiniere di servizio alla porta, ignaro, le accompagna nel mio ufficio dove queste, terrorizzate e munite a volte di referto medico, manifestano a volte la volontà di denunciare stupri e abusi nei confronti loro e di minori da parte di militari italiani. Io informo del fatto il comandante del distaccamento dei carabinieri preposto all’MP che si identifica nel capitano (il giornale omette il nome, ma Franti indica qui Truglio), il quale manda puntualmente il tenente (anche qui il giornale omette il nome ma Franti annota che si tratterebbe del ten. Cappello) che, presa la denunciante per i capelli, dopo averla trascinata fuori, la malmena”.

    “Trasmettevo per competenza le denunce di violenza sessuale (io ero addetto ad altre mansioni), ma dei miei rapporti non c’è traccia”, afferma Aloi. “Ad alcuni episodi di violenza ho assistito. Non si trattava di prostitute, erano per lo più donne che lavoravano al campo e che subivano il ricatto di accondiscendere o essere cacciate. In ogni campo degli italiani c’era l’angolo dello stupro, un luogo dove avvenivano le violenze. Ilaria Alpi sapeva: una sera mi ha portato a vedere un episodio di stupro. Lei ha scattato anche delle foto con una piccola macchina fotografica che avevamo comprato insieme (una piccola macchina fotografica risulta fra gli oggetti scomparsi dal bagaglio della giornalista, ndr)”. Quanto alla vicenda del checkpoint Pasta: “Il giorno precedente la battaglia fu violentata e uccisa una donna del clan di Aidid. Molti lo sapevano. Avevamo paura. Ma i nostri comandanti non potevano spiegare le ragioni per cui era inopportuno quel giorno compiere il rastrellamento”.
    Continuiamo a leggere nel sito: “Ilaria Alpi e il maresciallo Aloi si conoscevano, circolava tra le varie ipotesi sulla morte di Ilaria anche quella che fosse stato un tentativo di bloccare una possibile denuncia pubblica dell’operato dei nostri militari”.
    Queste le dichiarazioni dei genitori di Ilaria “Subito c’è stato da parte nostra un rifiuto. Ci terrorizzava l’idea che Ilaria e Miran avessero pagato per le colpe dei nostri connazionali. Era una terza ipotesi, incredibile, dopo le prime due: la mala cooperazione e il traffico di armi su cui Ilaria stava facendo un’inchiesta, e un agguato degli

    integralisti islamici. Ma questa terza ipotesi-bomba, che Ilaria sia stata uccisa perché si apprestava a rivelare atti di violenza compiuti dai soldati italiani su uomini e donne somali, ci è apparsa meno incredibile quando abbiamo avuto due riscontri. Ilaria è stata a Mogadiscio sette volte, abbiamo controllato le date, e per 40 giorni la sua presenza ha coinciso con quella del maresciallo Aloi. Quindi l’ha conosciuto, perché lei conosceva tutti quelli del contingente. Il secondo riscontro sta in due foto che riprendono Ilaria mentre scatta fotografie con la sua piccola automatica, scomparsa anche quella, come tanti altri oggetti e carte che le appartenevano. Ti vengono i cattivi pensieri, forse ha fotografato cose che non doveva vedere e che coinvolgevano soldati italiani. Le rivelazioni di Aloi ci hanno messo in testa un tarlo: se fossero vere spiegherebbero molti comportamenti. Adesso fanno di tutto per denigrare Aloi, eppure è un maresciallo dei Carabinieri, figlio di un maresciallo dei Carabinieri e con altri due fratelli arruolati nell’Arma”.

    Le coincidenze tra le vicende di Ilaria Alpi e quella di Carlo Giuliani non finiscono qui.
    La seconda e la terza perizia balistica (25/6/96 e 8/11/97) stabilirono che il colpo contro Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa distanza, quindi “per i periti si trattò di un’esecuzione”, come scrive Franti.
    Ma il 14/7/99, secondo le nuove perizie “condotte da Pietro Benedetti e Carlo Torre e presentate al processo contro il somalo Omar Hashi Hassan, la giornalista italiana Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994, non sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola sparato a bruciapelo”, bensì sarebbe stata colpita da distanza “non breve”.
    Quindi le nuove perizie smentirebbero l’ipotesi dell’“esecuzione” compiuta con un colpo alla testa. Carlo Torre è il perito che si era già occupato di altre clamorose vicende di cronaca giudiziaria: dopo il caso Alpi, quello di Marta Russo, ed anche della “strana” morte della contessa Agusta. Ed è quello che ha fatto gli studi sull’uccisione di Carlo Giuliani, che (citiamo ancora Franti) “scopre che l’estintore ha deviato il colpo di Placanica, anzi no, è stata una pietra. Anzi a guardare bene sulla chiesa di fronte c’è un buco. Anzi ora prende il passamontagna, lo agita, e voilà ecco che cade un frammento di proiettile”. Ma Carlo Torre “nel caso della contessa Agusta (e del tesoro di Craxi, quindi, almeno quello che ne resta) si trova a stretto contatto di gomito sapete con chi? Con Marcello Canale, il direttore dell’istituto di medicina penale di Genova, quello che fa l’autopsia a Carlo e afferma che il giovane era morto un nanosecondo dopo che un proiettile da 9 mm aveva prodotto un foro da 8mm in entrata e addirittura più piccolo in uscita. Ma dov’è il proiettile in questione? Sparito”, leggiamo sempre nel sito.

    L’autore dell’articolo sulle “coincidenze” tra il caso Alpi ed il caso Giuliani chiude “dicendo che il povero Aloi ne passa di tutti i colori”; ma anche che per il caso di Ilaria Alpi “il Capo del SISDE non svelerà i nomi dei mandanti. La fonte, considerata attendibile dal Servizio segreto civile, ha indicato con nomi e cognomi i mandanti dell'omicidio della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e dell’operatore Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Ma ieri, nel nuovo processo davanti alla Corte d'Assise di Roma, il direttore del SISDE, Mario Mori, ha detto di non poterne rivelare l’identità per motivi di sicurezza”.
    Tante segretezze, troppi misteri. In una recente trasmissione televisiva (Report, di Milena Gabannelli), dedicata proprio ai misteri sulla morte di Ilaria Alpi, è andata in onda anche un’intervista con uno dei vari PM cui erano state affidate le indagini sulla vicenda. Giuseppe Pititto (che successivamente è stato trasferito ad Ancona dal CSM) ha detto alla giornalista che egli conosce il motivo per cui gli fu revocato l’incarico di indagare sul caso Alpi, ma che preferirebbe dirlo ai magistrati del CSM. A domanda dell’intervistatrice, se parlerebbe davanti agli inquirenti, Pititto ha affermato che sì, davanti agli inquirenti avrebbe parlato, se avessero voluto sentirlo.
    Ma perché questa reticenza? Se il dottor Pititto ritiene (e se ha le prove) che ci sia stato un abuso nel togliergli l’indagine, perché non lo dice a chiare lettere? Se, inoltre, teme qualcosa, la soluzione migliore in casi come questo è di rendere pubblici i fatti, e non di celarsi dietro il “potrei parlare ma per ora non lo faccio”.

    http://www.nuovaalabarda.org/leggi-a...nquietanti.php

 

 

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