Dopo il genere fantasy negli ultimi anni si è andato affermando, nelle librerie italiane, un genere altrettanto scollegato dalla realtà: il “pansasy”. Ovvero la ricostruzione della storia ad uso e consumo delle attuali classi dirigenti che stanno cercando di chiudere il conto, anche nel campo dell’immaginario, con quella che una volta veniva definita l’anomalia italiana. Capostipite di questa corrente letteraria, che da lui prende il nome, è proprio quel Giampaolo Pansa che, rubacchiando a man bassa le “ricerche” di qualche ex-repubblichino, ha trasformato in successo editoriale dell’immondizia altrimenti impresentabile. Per avere un’idea della serietà su cui poggia il lavoro del nostro toscanaccio d’adozione basta avere 19 euro da buttare, un buon antiemetico a disposizione e poi leggersi la sua ultima “fatica” editoriale: I gendarmi della memoria. Dopo alcune pagine di delirio paranoide in cui denuncia il presunto complotto di cui sarebbe vittima, Pansa si premura di portare alla luce un “misfatto” tenuto nascosto per oltre 60 anni, l’omicidio, ad opera dei comunisti romagnoli, del capo partigiano Libero Riccardi, al secolo Riccardo Fedel reo, a dire dello stesso scrittore, di essere un comunista non ortodosso. Alla vicenda, ritenuta evidentemente succosa, vengono dedicate ben 20 pagine (da pag 429 a 449) nelle quali Fedel viene descritto come un uomo simpatico, socievole, buono, fantasioso, ottimista e coraggioso (sic) mentre l’altro protagonista della vicenda, Ilario Tabarri, è definito un comunista di scuola staliniana, freddo, cinico e fanatico (sic). Quest’ultimo viene accusato di aver condannato a morte Riccardo Fedel per motivi personali e poi di averne infangato la memoria dipingendolo come un ladro e traditore. Di questa congiura sarebbero stati corresponsabili: i vertici del PCI, i capi comunisti della Resistenza in Romagna e perfino Arrigo Boldrini, il comandante Bulow, il presidente dell’ANPI recentemente scomparso. Ed ora usciamo dal campo della Pansasia per tornare alla storia, quella vera. Riccardo Fedel fu effettivamente condannato a morte e giustiziato, la ragione fu il tradimento con cui comunicò la posizione della brigata partigiana ai nazisti. Oltre a questo Fedel fu accusato di aver sottratto un milione dalle casse dei ribelli e di aver utilizzato la sua posizione per derubare dei civili. Le ricerche portate avanti da Davide Spagnoli, e pubblicate sulla rivista “Il calendario del popolo”, dimostrano la veridicità delle accuse di Tabarri che, contrariamente a come viene dipinto nel libro, era un antifascista della prima ora che aveva combattuto nelle Brigate Internazionali in Spagna e con i maquisard in Francia prima di contribuire alla liberazione dell’Italia. Al contrario di Fedel che già dal 1928, come dimostra il documento nella foto, era un informatore dei fascisti; ma è cosa nota che gli infami vengono spesso elevati al ruolo di eroi dai propri simili.

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