Riportato anche su Destra Sociale. Sconcertante
ROMA (Reuters) - di Antonella Cinelli e Phil Stewart
Riduzione drastica della partecipazione alla missione in Libano e ritorno di personale militare in Iraq con compiti addestrativi, ma soprattutto forte aumento di soldati in Afghanistan senza più restrizioni.
Sarebbero questi gli obiettivi dell'ex ministro della Difesa Antonio Martino se, in caso di vittoria del Pdl alle elezioni, facesse ritorno a Palazzo Baracchini.
"Se fossi ministro della Difesa, ridurrei drasticamente o cancellerei del tutto la nostra presenza in Libano, e invierei truppe in Afghanistan e in Iraq, dove sono necessarie", ha detto il deputato di Forza Italia in un'intervista rilasciata ieri a Reuters.
Alla domanda se in effetti vorrebbe tornare a Palazzo Baracchini, non ha esitazioni: "Mi piacerebbe. Mi sono innamorato del mondo militare", e ricorda di essere stato finora l'unico a ricoprire l'incarico di ministro della Difesa per cinque anni filati, durante i quali ha aperto le missioni in Iraq e Afghanistan.
ALLA NATO "DOVREMMO DIRE SI'"
In Afghanistan "la Nato probabilmente chiederà militari, meno restrizioni, miglior equipaggiamento e una diversa dislocazione delle forze. Noi dovremmo soddisfare queste richieste", dice Martino, in controtendenza rispetto al governo Prodi che in questi due anni ha sempre ribadito la volontà di non cambiare né la dislocazione - la Regione centrale e quella occidentale, che comprendono rispettivamente Kabul e Herat - né il tipo di impiego dei nostri militari, che non possono partecipare ad azioni di combattimento.
"I nostri soldati in Afghanistan hanno un caveat che impedisce loro di combattere; ... hanno l'insurrezione dei talebani, e all'inizio non sono state date loro neppure quelle che la sinistra considera armi offensive, il che significa che non potevano difendersi", spiega Martino.
I caveat, vale a dire le eventuali restrizioni relative alle caratteristiche e all'area di impiego dei militari, per il nostro contingente in Afghanistan esistevano anche all'epoca del governo Berlusconi. "Ma la situazione - spiega l'ex ministro - prima era completamente diversa".
La Nato sta facendo pressione su alcuni Stati membri perché incrementino i contingenti, mettano a disposizione più mezzi e soprattutto acconsentano a dispiegare le truppe in aree particolarmente pericolose del Paese centroasiatico, come il sud.
La settimana scorsa il capo di Stato maggiore dell'esercito, Fabrizio Castagnetti, ha prospettato la possibilità di trasferire da agosto i militari italiani che ora si trovano nell'area di Kabul - dove la responsabilità della sicurezza passerebbe agli afghani - nella Regione Ovest, da tempo più turbolenta.
"Quella è una cosa diversa anche se importante, (ma) accrescere il contingente è un'altra cosa", commenta l'ex ministro di centrodestra.
Al momento l'Italia ha circa 2.700 militari in Afghanistan.
"TORNARE IN IRAQ CON ADDESTRATORI"
Per Martino il peccato originale del governo Prodi nel settore della difesa è stato un dispiegamento sbagliato delle truppe.
"Per placare la sinistra pacifista, hanno messo fine alla presenza in Iraq... Alcuni militari avrebbero dovuto restare per la missione delle Nazioni Unite di addestramento degli iracheni alla ricostruzione del Paese... Be', (il ministro degli Esteri Massimo) D'Alema come prima cosa ha cancellato questa missione, abbandonando l'Onu".
La missione "Antica Babilonia" a Nassiriya è stata chiusa dal governo Prodi nel dicembre 2006, all'incirca nel periodo annunciato dallo stesso Martino, che però aveva progettato di lasciare nella provincia di Dhi Qar un Prt, una squadra per la cooperazione civile-militare con circa 800 militari.
Per "farsi perdonare questo tradimento", prosegue Martino, sarebbe stata decisa la partecipazione alla missione dell'Onu in Libano, che vede schierati attualmente circa 2.400 militari italiani "di cui non c'è assolutamente bisogno, e che sono anche a rischio".
Per quanto riguarda invece il Kosovo, dove al momento l'Italia ha 2.600 uomini, secondo Martino forse sarebbe necessario aumentare il contingente con una maggiore presenza di carabinieri.
Resta poi il problema del budget per la difesa - arrivato a meno dello 0,9% del Pil contro lo standard Nato del 2% - e di investimenti a lungo termine che sarebbero sbagliati.
Martino critica l'impegno preso alla fine degli anni Novanta per 122 aerei Eurofighter - "si potrebbero comprare dieci F-16 al posto di un Eurofighter" - e gli investimenti per la Marina - "sosa diavolo ce ne facciamo di una portaerei?" - quando poi si è costretti a tagliare "ricambi, carburante, munizioni, addestramento, uniformi... E questi tagli ricadono sull'esercito, che fornisce il grosso degli uomini per le missioni internazionali".
Un problema, quello dei tagli alla difesa, segnalato più volte anche dal ministro uscente Arturo Parisi, di cui Martino difende l'operato: "Capisce i bisogni dei militari".
PER PROTEGGERSI DALL'IRAN SCUDO ANTI-MISSILE
L'ex ministro insiste sulla necessità di aderire al progetto dello scudo di difesa anti-missile per proteggersi dalla minaccia di un Iran "lunatico".
"Non credo che potremmo fare in Iran quello che fu fatto contro Saddam in Iraq... La sola cosa che potremmo fare è quella scelta da molti Paesi europei, cioè avere un sistema di difesa anti-missile. Credo che sia necessario".
Del resto, spiega Martino, gli iraniani "possono acquisire la capacità nucleare in un paio d'anni, ma hanno già i missili a lungo raggio" che possono colpire non solo Gerusalemme, ma anche una città come Roma.
E a proposito del presidente Mahmoud Ahmadinejad, ammonisce che "la storia insegna a non ignorare mai le minacce dei lunatici".
Dunque l'opzione militare non è sul tavolo? "Penso di no", risponde Martino, che in generale è contrario alle sanzioni perché controproducenti ma prospetta altre possibilità: "L'America dovrebbe appoggiare chiunque (in Iran) si opponga agli ayatollah. Credo sia un lavoro da intelligence".
http://it.notizie.yahoo.com/rtrs/200...a-ca02f96.html




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