Israele manda a quel paese il D'Alema filo Hamas. La Bonino tace. Acconsente? E con chi?
A Massimo D’Alema è riuscito il capolavoro di fare deflagrare una crisi diplomatica tra Italia e Israele quale mai si era verificata. Giovedì, infatti, l’ambasciatore israeliano a Roma Gideon Meir ha stigmatizzato con parole di fuoco, benn poco diplomatiche, la reiterata richiesta di D’Alema a Israele perché apra trattative dirette con Hamas. Richieste che il titolare della Farnesina aveva avuto il pessimo gusto di avanzare anche pochi minuti dopo avere appreso la notizia della strage nella scuola rabbinica di Gerusalemme e dopo che Hamas aveva detto di “considerare un onore” attribuirsi un eccidio le cui vittime erano otto adolescenti intenti a studiare la Bibbia.
”Chi ci invita a negoziare con Hamas ci invita semplicemente a negoziare sulla misura della bara e sul numero dei fiori da mettere sulla corona: Hamas vuole soltanto la distruzione di Israele”: Con queste parole –al limite dell’offesa personale- Gideon Meir ha sancito l’esistenza di un fossato tra Roma e Gerusalemme che D’Alema ha scavato con pervicacia negli ultimi due anni. Né regge la spiegazione subito avanzata dai giornali e dalle agenzie che fiancheggiano il governo Prodi, che sostengono che il comunicato è un’iniziativa personale di Meir che non avrebbe ricevuto nessun input o autorizzazione da Gerusalemme.
Solo pochi giorni fa, durante un incontro a Lisbona tra le due delegazioni, Tipzi Livni ha interrotto bruscamente D’Alema che si avventurava nelle sue solite, arditissime, analisi geopolitiche, ha scoperto il polso, ha indicato l’orologio e con voce gelida gli ha detto: “Ho solo 15 minuti per lei, ne tenga conto”. Lo stesso Piero Fassino si è reso conto dell’abnormità della posizione di D’Alema e se ne è subito differenziato –pur fingendo di difendere D’Alema- ricordando che ogni trattativa con Hamas deve essere preceduta da quel riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele che Hamas continua pervicacemente a negare.
Tace invece, inspiegabilmente, Emma Bonino, che evidentemente considera la prova provata del fatto che il governo di cui ha fatto parte e che ancora oggi appoggia con la sua candidatura nelle liste del Pd, è il più antisraeliano dei governi repubblicani.
E’ dunque evidente che quel ruolo centrale, strategico, che D’Alema si vantava di avere fatto assumere all’Italia con la sua spinta per la creazione della missione Unifil in Libano nell’estate del 2006, è durato lo spazio di un mattino. In una prima fase Israele, e la stessa Livni, avevano valutato che effettivamente D’Alema intendesse comunque garantire uno scudo di sicurezza a Israele –su tutti i campi- pur diminuendo l’intensa vicinanza alle posizioni israeliane manifestate dai governi Berlusconi, sia pure usando ampiamente del prestigio che la sinistra italiana ha tradizionalmente nei paesi arabi. Illusione rapidamente tramontata che ora lascia il posto ad una fiera indignazione che si basa sulla piena comprensione delle ragioni che spingono D’Alema a continuare a chiedere buoni rapporti con Hamas, Hezbollah e l’Iran di Ahmadinejad. Ragioni che nulla hanno a che fare con la politica mediorientale ma che tutto hanno a che fare con la “voglia di poltrone” del nostro ministro degli Esteri. La Livni e Meir sanno benissimo che D’Alema è perfettamente al corrente delle trattative tra Israele e Hamas che Hosni Mubarak sta conducendo in questi giorni. Sanno anche benissimo che questa reiterata richiesta –ripetuta ormai ogni giorno- è diretta ad altri e a tutt’altro scopo: accreditare D’Alema presso i paesi più antisraeliani e filopalestinesi dell’Ue in vista dell’ottenimento del loro voto per una importante carica europea. Si tratta di paesi marginali, di Cipro, Malta, Lettonia, Grecia, Finlandia, una costellazione di paesi minori che però hanno ognuno un voto da spendere al momento buono. Un Asse del tutto marginale, fondamentale però per spostare le maggioranze numeriche in votazioni determinanti. Ancora una volta, dunque, D’Alema piega a una logica di manovre di palazzo, di piccolo, piccolissimo cabotaggio, temi strategici di politica.
Solo che questa volta lo scenario di questi suoi intrichi non è la stemperata scena romana, ma l’insanguinato Medio Oriente e D’Alema ha dovuto imparare a sue spese –purtroppo anche a quelle dell’intero paese- che avere a che fare con il governo di Gerusalemme è altra cosa rispetto alle sue abituali “cene con le acciughe” per sganciare Bossi da Berlusconi nel 1995 o alle sue trame per conquistarsi i voti del transfuga Mastella –poi brutalmente scaricato- per mettere in piedi una maggioranza per il suo governo nel 1998.
Carlo Panella
http://www.carlopanella.it
P.S. Non dimenticate MAI: c'è ancora il governo Prodi, e D'Alema è il suo ministro e il signorotto più accreditato nel Pd.




Rispondi Citando
....TU non devi pensare a chi può sostituire DALEMA.....kasomai chi diventerà il nuovo ministro degli ESTERI
......."morto un papa se ne fa un'altro".....et kapi?................punto e basta.

