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CICCANNINU. Misteriosa parola a indicare il tocco del mezzogiorno e della mezzanotte. Forse, per l’alternato tono dei tocchi, si voleva scherzosamente dire di un Ciccu e di un Ninu (Francesco e Antonino) che si rispondono. O era il nome e cognome (Ciccu Annino) di un antico campanaro. O è corruzione di una parola composta, nella prima parte divenuta oscurissima e nella seconda significando – secondo il vocabolario dello Scobar (1519-20) – bello, soave, dolce: “hanino”. E questo significato è da attribuire alla parola “acanino” nella novella decima dell’ottava giornata del Decameron: “tu mi hai miso lo foco all’arma, toscano acanino”. Toscano dolce, non – come qualche chiosatore ha inteso – crudele.
Detto del mezzogiorno e della mezzanotte, “anninu” conferisce dolcezza: per il ristoro del cibo al mezzogiorno, del riposo alla mezzanotte. Peraltro – parole cadute in disuso – “anninnari” era il prolungato girare della trottola (“s’addrummiscì, si è addormentata, dicevano i bambini di una trottola che girasse a lungo e silenziosamente) e “anninnuliari” il cullare neniando i bambini.
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CICIRI MUODDRI. Ceci molli, scotti. Si dice delle cerimoniosità, dei complimenti.
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CIVITA. Città. Civitas. Ma si dice di un luogo in cui gli alberi di ulivo sono numerosi e fitti. La voce, ignorata da tutti i dizionari del dialetto siciliano e, per quel che sappiamo, con questo significato viva soltanto tra i contadini di Racalmuto, viene certamente dal fatto che così, Civita, è chiamata dagli agrigentini la contrada dove sorgeva l’antica città. Pirandello, Il turno: “Dopo San Nicola lo stradone, più ripido, li agevolò nella corsa allegra, sotto la minaccia della pioggia. E in breve furono al cospetto del magnifico tempio della Concordia, integro ancora, aereo sul ciglione del bosco e aperto col maestoso peristilio di qua alla vista del bosco di mandorli e d’ulivi, detto in memoria dell’antica città che sorgeva pur lì, bosco della Civita; di là alla vista del gran piano di San Leone…” Di mandorli e d’ulivi: ma il contadino racalmutese, l’occhio abituato a una campagna ricca di mandorli e povera d’ulivi, restava impressionato dall’insieme degli ulivi, alberi amati ma raramente piantati per la lentezza della crescita e il tardo dar frutto; alberi non a misura di vita umana, e che avevano, e che avevano perciò a che fare con la fede, con la religione. Da ciò il proverbio “ci voli fidi puru a chiantari un pedi d’auliva” (ci vuole fede anche a piantare un ulivo).
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COMU DISSI CHIDDRU. Come disse quello. Precede sempre la citazione di una battuta ironica e sferzante, o scettica, o di rassegnazione. Una battuta d’autore, anche se l’autore resta innominato. Ed ha di solito dietro un aneddoto, un mimo. E’ stata pronunciata, insomma, a suggello di un caso preciso: e chi la ripete è di solito in grado di raccontarlo. Ancora individualizzata e particolare, è come sul punto di passare al patrimonio di saggezza della collettività, di diventare modo proverbiale o proverbio, di perdere l’attribuzione a “quello” e di diventare dell’ “antico” e di tutti. Poiché l’antico, l’uomo antico, ci ha lasciato detti di ben più fondata e sperimentata saggezza. E sono i proverbi. “Lu dittu di l’anticu nun fallisci”, il detto dell’antico non fallisce. Di infallibile verità. Anche se quel che un proverbio afferma si può immediatamente negare con un altro proverbio.
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CU E’ SUTTA AGGRUPPA LI FILA. Chi è sotto annoda i fili. Ricordo della tessitura di tappeti che una volta si faceva e in cui il lavoro di annodare i fili, stando sotto il telaio, lo facevano dei bambini. Terribile lavoro: ed è diventato metafora del subire angherie, soprusi. Sta sotto il povero, il debole: ad annodare i fili di un disegno che non vede.
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CULURI DI CANI CA CURRI. Colore di cane che corre. Per dire di un colore indefinibile, strano e comunque non in tono, non elegante. Lo si dice quasi sempre per colori inconsueti o confusamente frammischiati di vestiti e, oggi, per certe tinte di chiome femminili: quando l’intenzione di farle nere o bionde è tradita dai risultati.
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CU TUTTU CA SUGNU UORBU, LA VIU NIURA. Sebbene sono orbo, la vedo nera. Cioè: vedo che andrà a finire male. Frase pronunciata il 10 giugno 1940 da un cieco, da tutti chiamato “mastru Pietru” (maestro pietro), alla fontana pubblica di via Regina Margherita, dove le donne, che stavano in turno ad attingere acqua, a “mastru Pietru” domandarono cosa pensasse della guerra che quel giorno Mussolini aveva dichiarato alla Francia e all’Inghilterra. Con quel giudizio, “mastru Pietru” rischiava di finire in carcere: ma anche se subito si diffuse per tutto il paese, non arrivò mai all’orecchio delle autorità fasciste. Rimasta proverbiale, la frase viene oggi detta ad esprimere il più radicale pessimismo. Sicché della situazione italiana di oggi si dice:cu tuttu ca sugnu uorbu, la viu niura.
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DICICA. Dice che. Non “si dice che”, ma uno solo, innominato, “dice che”. E’ l’incipit di ogni aneddotica malignità, di ogni racconto sulle disgrazie altrui. Il “dicica” alleggerisce la responsabilità del narratore, come nel “si dice” italiano, ma al tempo stesso rende più segreta, più esclusiva, più preziosa e godibile la notizia. Non la sanno tutti. Era uno solo a saperla. E ora siamo in tre.
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E UNNI AGGHIORNA AGGHIORNA. E dove sarà giorno sarà giorno. Ma è un “dove” che vale anche “quando” e con una sfumatura di “se”. Se, quando e dove sarà giorno, sarà giorno. Si dice nel prendere una decisione che comporta rischi: come di un cammino intrapreso nel buio della notte, con l’insicurezza di raggiungere una meta; e si vedrà al sorgere del giorno dove saremo arrivati, quale luogo e sorte ci sono stati assegnati. Frase che da almeno un secolo suggella – fingendo noncuranza, scherzosamente: ma con intimo strazio – le decisioni, a migliaia numerose, di emigrare. E si consideri che nella sola Hamilton, in Canada, si trovano circa cinquemila racalmutesi, emigrati dopo la seconda guerra mondiale.
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FAVARISI. Favaresi. Di Favara, grosso paese a circa venti chilometri da Racalmuto. Si dice: “Favarisi, tutti ‘mpisi” (bavaresi, tutti da impiccare). E meno si allude alla mafia, che vi è endemica e prospera, e più alle faide tra famiglie, continue ed atroci fino a pochi anni addietro.