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Discussione: Occhio di capra

  1. #1
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    Predefinito Occhio di capra



    Di Leonardo Sciascia


    «Forse è a questa storia minima che io debbo l’attenzione che ho sempre avuto per la grande» scriveva Sciascia a proposito di questo libro. Pubblicato nel 1984 e qui riproposto con l’aggiunta di altre voci, che Sciascia aveva accumulato negli ultimi anni, Occhio di capra è forse la più agile e acuta introduzione alla civiltà siciliana che possiamo leggere. Il fondo è il più ricco e misterioso: la lingua. E Sciascia la indaga amorosamente, riconoscendo nei più bizzarri modi di dire la concrezione di interi racconti, di oscure intuizioni metafisiche, di temi favolistici. Così è nato questo libro, che Sciascia intendeva anche come omaggio, derivante quasi da un eccesso di conoscenza («Ho detto che mi pare di conoscere il paese anche nei suoi silenzi»), a Racalmuto, a quell’«isola nell’isola» dove «si ama più tacere che parlare» e perciò «quando si parla si sa essere precisi, affilati, acuti ed arguti».


    Da www.adelphi.it

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  2. #2
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    NOTIZIA


    “La mia terra è sui fiumi stretta al mare”, dice Quasimodo. Parla della Sicilia, ma la sua memoria più viva ne è il mare di Siracusa, la foce dell’Imera, i “pianori d’Acquaviva dove il Platani rotola conchiglie”. Ma la mia terra, la mia Sicilia, non ha fiumi; e dal mare è lontana come fosse al centro di un continente. In realtà, come dice un vecchio dizionario geografico, la distanza dal mare africano è di appena sedici miglia: ma lontanissima e stupefatta, di uno stupore che attingeva alla paura, ne era la nozione, negli anni dell’infanzia: dal paese al più vicino luogo di mare – Porto Empedocle – la distanza misurata dal tempo lento dei carretti che partivano, carichi di zolfo, la sera e arrivavano al porto (chiamato semplicemente “la marina”) all’alba dell’indomani.
    Isola nell’isola, come ogni paese siciliano di mare o di montagna, di desolata pianura o di amena collina, la mia terra, la mia Sicilia, è Racalmuto, in provincia di Agrigento. E si può fare un lungo discorso su questa specie di sistema di isole nell’isola-vallo (i tre valli in cui la divisero gli arabi) dentro l’isola Sicilia, l’isola provincia dentro l’isola-vallo, l’isola-paese dentro l’isola-provincia, l’isola-famiglia dentro l’isola-paese, l’isola-individuo dentro l’isola-famiglia; un discorso già tracciato da Pirandello, e specialmente nella commemorazione di Verga. Ma fermiamoci all’isola-paese.
    A Racalmuto (Rahal-maut, villaggio morto, per gli arabi: e pare gli abbiano dato questo nome perché lo trovarono desolato da una pestilenza) sono nato sessantaquattro anni addietro; e mai me ne sono distaccato, anche se per periodi più o meno lunghi (lunghi non più di tre mesi) ne sono stato lontano. E così profondamente mi pare di conoscerlo, nelle cose e nelle persone, nel suo passato, nel suo modo di essere, nelle sue violenze e nelle sue rassegnazioni, nei suoi silenzi, da poter dire quello che Borges dice di Buenos Aires: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto di più di quel che la mia memoria ha registrato e di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso: un che di trasognato, di visionario, di cui non soltanto affiora – in sprazzi, in frammenti – quella che nel luogo fu vita vissuta per quel breve ramo genealogico della mia famiglia che mi è dato conoscere (e tutto finisce, nel risalire il tempo, a un Leonardo Sciascia, nonno di mio nonno, che nei primi dell’Ottocento venne a Racalmuto dal vicino paese di Bompensiere per esercitarvi il mestiere di conciatore di pelli), ma anche tutta la storia del paese dagli arabi in poi. Ed ecco un fatto di per sé borgesiano, del Borges di natura e di quotidiano: non riesco ad immaginare, a vedere, a sentire la vita di questo paese prima che gli arabi vi arrivassero e lo nominassero. Ed è piuttosto facile scoprirne la ragione: la mia residenza qui, quella residenza che di molto precede la nascita, è cominciata con gli arabi, dagli arabi. Del resto, c’è il mio nome: che è tra quelli che Michele Amari registra come arabi, e finiscono con l’esser tanti da contraddire la sua tesi di fondo che la Sicilia sia stata araba ma non, per dirla approssimativamente, arabizzata (e il nome, fino alla metà del secolo scorso, nelle anagrafi parrocchiali, non gratuitamente, ma per esigenza fonetica, veniva così trascritto: Xaxa).
    Ho detto che mi pare di conoscere il paese anche nei suoi silenzi. Che non sono quelli della prudenza e dell’omertà. O più esattamente: che non sono soltanto quelli. Chi scelse – tra il Sei e il Settecento, è da presumere – come stemma del Comune (che allora si diceva Università) un uomo nudo che fa il segno del silenzio di fronte a una torre ermetica, e sotto, in latino, la scritta “nel silenzio mi fortificai”, forse alludeva al silenzio che prudenza vuole si faccia di fronte al potere, ma non a un silenzio di desistenza, di quiescenza. A un silenzio di preparazione, piuttosto, a un silenzio memore e, sulla realtà effettuale, intelligente. E questa prescrizione del silenzio (facile allora a cavarsi dai breviari come quello attribuito al cardinal Mazzarino, dai ricordi, dagli avvertimenti: e vanno particolarmente segnalati gli avvertimenti cristiani del palermitano Argisto Giuffredi, che però non gli valsero a scampare il carcere e a perire, da carcerato, nell’esplosione del Castello a mare), questa prescrizione si è come introvertita, per lungo ordine d’anni, nella gente, in ciascuno; è diventata una qualità, una peculiarità, un elemento distintivo del carattere. Si ama più tacere che parlare. E quasi che i lunghi silenzi davvero servano a fortificare il raro parlare, quando si parla si sa essere precisi, affilati, acuti ed arguti. L’ironia, il paradosso, l’immagine balenante e sferzante in cui si assomma un giudizio, vi sono di casa. Si capisce che oggi il rullo compressore della televisione passa anche su questo, ad ottundere se non addirittura a schiacciare: ma non ricordo conversazione più intelligente e divertente di quella che si svolgeva nelle botteghe artigiane, nei saloni dei barbieri (che erano anche accademie di chitarre e mandolini), nei circoli: i quattro circoli in cui la popolazione maschile trascorreva le serate: degli zolfatari, dei braccianti agricoli, del “mutuo soccorso”, dei “galantuomini”.


  3. #3
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    ALFABETO

    ABBRUSCIATU VIVU COMU A CALEDDRU. Bruciato vivo come Caleddru. In senso fisico, per chi muore in un incendio. In senso figurato, per chi è oggetto di maldicenza, di diffamazione. Caleddru era il soprannome della famiglia La Mattina, ragguardevole per beni sino alla fine del secolo scorso. Il racalmutese Diego La Mattina, agostiniano riformato, eretico, uccisore dell’inquisitore spagnolo de Cisneros, bruciato vivo a Palermo dell’ auto da fé del marzo 1658, si può presumere fosse dei Caleddru. Ma si può anche presumere che il soprannome sia venuto da lui alla famiglia. Caleddru può essere infatti un Caliddru, diminutivo di Calogero, a caricatura pronunciato al modo dei milocchesi, e cioè con la e al posto della i; ma può anche essere la contrazione di “caliateddru”: detto con pietà per chi è stato “caliato” (tostato, bruciato). Per questa ipotesi vale anche il fatto che una contrada di campagna, alle porte del paese, è chiamata “Caliatu” perché, durante una pestilenza, vi si bruciavano le cataste dei morti.

  4. #4
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    A BON’E’ CA SI MORI. E meno male che si muore. Frase pronunciata da uno zolfataro dedito al vino e al gioco di carte (più o meno, tutti gli zolfatari amavano il vino e il gioco d’azzardo; e il mangiar piccante – il castrato coperto di pepe e arrostito alla brace, il pecorino pepato, il cacio-cavallo stagionato e duro di scorza: cibi, insomma, che chiamavano vino – e l’andare per serenate, l’appassionarsi alle donne più difficilmente raggiungibili, il far duello p risse per loro: tutto il contrario dei contadini) che una sera di sabato, sotto Natale, avendo perso il denaro che aveva e “indettandosi” (indebitandosi) su quello che non aveva, tristemente rincasando si sentì piovere addosso, da una finestra rapidamente aperta e richiusa, il copioso contenuto di una “commoda” (“commoda”, comoda, era un vaso cilindrico di coccio stagnato, alto quanto una sedia, gli orli robustamente slabbrati in modo da potercisi sedere – comodamente – sopra: il vaso, insomma, che la segreta conteneva). Si dice “a bon’è ca si mori” a commento conclusivo delle proprie o altrui sventure.

  5. #5
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    A CUDA DI SURCI. A coda di sorcio. Si dice che finiscono a cosa di sorcio affari, promesse e sentimenti che apparvero grandi e certi e invece lentamente si riducono fino a svanire. Specialmente lo si dice di quegli amori che ardentemente superarono ogni difficoltà, ogni divieto: ed eccoli finire, a coda di sorcio, nella noia.

  6. #6
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    ARTI DI PINNA. L’arte della penna, lo scrivere. Tra tutte le arti, quella considerata supremamente difficile. “Ci voli arti di pinna”, per dire della difficoltà a raccontare un fatto, ad esporre una situazione particolarmente disagiata e dolorosa, complicata, contraddittoria: il che, in effetti, è quel che gli scrittori siciliani si sono adoperati a fare. Per converso, si dice “e chi ci voli, arti di pinna?”, e che ci vuole, arte di penna?, per un qualche lavoro che sembra difficoltoso e si può invece, a giudizio di chi non è tenuto a farlo, facilmente fare.

  7. #7
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    ASTURA. Come “asture” nell’antico francese (Montaigne): a quest’ora. Ma la parola richiede una nota per quando viene pronunciata sola, sospensivamente ed esclamativamente. E’ allora che maliziosamente si carica, come in certe pagine di Brancati, di immagini goderecce ed erotiche. Per esempio: se un amico si è appena sposato o si sa che sta correndo un’avventura amorosa, basta che tra gli amici rimasti alle solite abitudini, ai soliti incontri al circolo, qualcuno aggiunga al suo nome l’esclamazione “astura!” perché le fantasie erotiche si scatenino fino al parossismo: quasi che l’assente altro non possa fare, ad ogni ora, ad ogni minuto, inesauribilmente, che quello che loro immaginano.

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    BEDDAMATRI. Bella madre. E’, come in ogni altro paese della Sicilia, la Madonna: ma con la particolarità che la sola parola, pronunciata esclamativamente, vale in determinate circostanze come giuramento (e interrogativamente – “Beddamatri?” – come richiesta di suggellare con giuramento la veridicità di una rivelazione o la volontà di mantenere una promessa). Ma giuramento veniale, leggero: come tutti quelli che attengono al sacro; come il “privo di Dio”, che esprime anche stupore, che qui – come nei personaggi di Pirandello – è piuttosto frequente. Giuramenti più grevi e solenni sono quelli fatti sulla salute propria e dei familiari più stretti o sulla vita dei figli, da chi ne ha (e li fanno spesso, nei commerci, coloro che non ne hanno). Particolarmente pregiato è il giuramento fatto sulla “vista degli occhi”: “privu di la vista di l’uocchi”, che sia privato della vista degli occhi.

  9. #9
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    BUONU FACISTI CA TI NNI ISTI. Bene hai fatto ad andartene. Frase di approvazione e congratulazione verso chi ha lasciato un impegno, un incarico, un posto di lavoro. Si è sempre e da tutti approvati (tranne, a volte, dai familiari più stretti) quando si esce dal fare (dal peccato del fare, diceva il principe di Lampedusa). Ma la si pronuncia, oggi, accentuando ironicamente la rima tra “facisti” e “isti”: segno forse di un mutato sentimento riguardo al fare.

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    C’E’ CORI E CURUZZU. C’è cuore e cuoricino. Espressione che accusa d’ingiusta distribuzione d’affetto – e conseguentemente di beni – nonni, zii e prozii verso i nipoti. Quasi avessero due cuori: uno grande per i preferiti, altro piccolo per i reietti. Accusa a volte gratuita, e rivolta in funzione ricattatoria; spesso vera. E dà luogo a fierissime avversioni familiari, quando di mezzo c’è la “roba” da ereditare.

 

 
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