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  1. #1
    Aurora86
    Ospite

    Arrow Manipolata l'intervista di Borsellino trasmessa da RAINEWS24 ?

    Adesso è ufficiale,l’intervista del magistrato Paolo Borsellino,che fu trasmessa da RAINEWS24 era stata manipolata con copia e incolla e taglia e cuci, in particolare in una parte in cui si modifica il pensiero del magistrato circa i rapporti tra Marcello Dell’Utri e Mangano.
    Lo dice la sentenza con cui il Sen. Paolo Guzzanti è stato assolto dopo aver denunciato il falso e querelato dalla Rai.
    Nella sentenza si afferma che le accuse messe in bocca a Borsellino contro Dell’Utri sono un falso, l’intervista integrale era stata pubblicata su carta dal settimanale L’Espresso, circa un anno prima che fosse mandata in onda dalla RAI, è illuminante il passaggio in cui si chiarisce che quando Mangano parlava con Dell’Utri di cavalli,si riferiva a cavalli veri, Mangano parlava anche di cavalli intesi come traffico di droga ma questo lo faceva con un mafioso della famiglia degli Inzerillo, non con Dell’Utri ,come invece fa credere l’intervista manipolata trasmessa dalla RAI.
    A questo punto però sorgono interrogativi di non secondaria importanza, e cioè:
    -E’ questo il “servizietto pubblico” per il quale tutti i cittadini pagano il canone?
    -Chi e perché aveva interesse a manipolare in tal senso l’intervista a Paolo Borsellino?
    Sulla prima lascio giudicare a voi, sull’interesse a manipolare l’intervista le risposte possono essere tante e le più svariate, a me ne viene una in particolare : “ sono forse gli stessi che per subdoli motivi politici, o giustizialisti con vantaggi editoriali avevano tutto l’interesse a far dire a Borsellino,attraverso la manipolazione dell’intervista, che era consapevole dei legami mafiosi di Berlusconi con cosa nostra attraverso Dell’Utri e Mangano”?

  2. #2
    Juncker
    Ospite

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    mangano quando parlava di cavalli lo faceva riferendosi alle partite di droga.
    E infatti Mangano e' stato condannato per traffico di droga e Dell'Utri manteneva rapporti con Mangano anche dopo la condanna, come confermato dallo stesso Dell'Utri nel processo a suo carico.
    I legami quindi sono acclarati per ammissione dello stesso Dell'Utri, che si e' persino autodefinito mafioso.
    tutto il resto e' noia.
    Inoltre lo stesso Dell'Utri e' stato condannato a MIlano per estorsione in combutta con il boss Vincenzo Virga.


  3. #3
    are(a)zione
    Ospite

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    Che strano, eppur Luttazzi fu querelato da Mediaset e Berlusconi causa la sua famosa intervista a Travaglio.

    Luttazzi venne assolto perchè ciò che si affermava non costituiva calunnia, ma basato su fatti reali.


    C'è qualcosa che non mi torna.

    Spero che un avvocato mi porti chiarezza.

  4. #4
    Aurora86
    Ospite

    Talking Beh Certo...

    Citazione Originariamente Scritto da Juncker Visualizza Messaggio
    mangano quando parlava di cavalli lo faceva riferendosi alle partite di droga.
    E infatti Mangano e' stato condannato per traffico di droga e Dell'Utri manteneva rapporti con Mangano anche dopo la condanna, come confermato dallo stesso Dell'Utri nel processo a suo carico.
    I legami quindi sono acclarati per ammissione dello stesso Dell'Utri, che si e' persino autodefinito mafioso.
    tutto il resto e' noia.
    Inoltre lo stesso Dell'Utri e' stato condannato a MIlano per estorsione in combutta con il boss Vincenzo Virga.
    Beh certo,che poi si è manipolata un intervista mettendo in bocca a Borsellino cose che non aveva mai detto, su Dell'Utri e Berlusconi,sono sciocchezze..
    PATETICI...

  5. #5
    Maestrina Lisergica
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  6. #6
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    dov'è allora il video completo...

    e banana, i contenuti cambiano?

  7. #7
    Juncker
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da Aurora86 Visualizza Messaggio
    Beh certo,che poi si è manipolata un intervista mettendo in bocca a Borsellino cose che non aveva mai detto, su Dell'Utri e Berlusconi,sono sciocchezze..
    PATETICI...
    ma in cosa consisterebbe la manipolazione?

  8. #8
    are(a)zione
    Ospite

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    Citazione Originariamente Scritto da azerty Visualizza Messaggio
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    E' inserito nel post Az, sentenza

  9. #9
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    Se l'informata ci evidenzia i punti falsi, completandoli:

    http://www.rainews24.rai.it/ran24/sp..._new/espre.htm

    Quel pomeriggio di maggio di due anni fa, Paolo Borsellino non nasconde la sua amarezza per come certi giudici e certe sentenze della Corte di Cassazione hanno trattato le dichiarazioni di pentiti come Antonio Calderone («... a Catania poi li hanno prosciolti tutti... quella della Cassazione è una sentenza dirompente che ha disconosciuto l’unitarietà dell’organizzazione criminale di Cosa Nostra...»); ma soprattutto, grazie alle sue esperienze di magistrato e come profondo conoscitore delle strategie di Cosa Nostra, l’unico al quale Falcone confidava tutto, Borsellino offre una chiave di lettura preziosa della Mangano connection che sembra coincidere con le più recenti dichiarazioni dei pentiti. Quella che segue è la trascrizione letterale (comprese tutte le ripetizioni e le eventuali incertezze lessicali tipiche del discorso diretto) di alcuni capitoli della lunga intervista filmata, quasi cinquanta minuti di registrazione.

    Tra queste centinaia di imputati ce n’è uno che ci interessa: tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?

    «Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, e precisamente negli anni fra il ‘75 e l’80. Ricordo di avere istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane e che presentavano una caratteristica particolare. Ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché - attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice - si riuscì rapidamente a individuare chi li aveva acquistati. Attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria che risultava aver acquistato questi cartoni, in giardino ci scoprimmo sepolti i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere - ora i miei ricordi si sono un po’ affievoliti - di questa famiglia, che era stata autrice dell’estorsione. Fu processato, non mi ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano. Poi l’ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra».

    Uomo d’onore di che famiglia?

    «L’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo delle famiglie palermitane».

    E questo Vittorio Mangano faceva traffico di droga a Milano?

    «Il Mangano, di droga... (Borsellino comincia a rispondere, poi si corregge, ndr), Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita d’eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavallo". Il Mangano è stato poi sottomesso al processo dibattimentale ed è stato condannato per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa - beh, sì per associazione semplice - riporta in primo grado una pena di 13 anni e 4 mesi di reclusione più ;700 milioni di multa... La sentenza di Corte d’Appello confermò questa decisione di primo grado...».

    Quando ha visto per la prima volta Mangano?

    «La prima volta che l’ho visto anche fisicamente? Fra il ‘70 e il ‘75».

    Per interrogarlo?

    «Sì, per interrogarlo».

    E dopo è stato arrestato?

    «Fu arrestato fra il ‘70 e il ‘75. Fisicamente non ricordo il momento in cui l’ho visto nel corso del maxiprocesso, non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente. Si tratta di ricordi che cominciano a essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati quasi 10 anni».

    Dove è stato arrestato, a Milano o a Palermo?

    «A Palermo la prima volta (è la risposta di Borsellino; ai giornalisti interessa capire in quale periodo il mafioso vivesse ad Arcore, ndr)».

    Quando, in che epoca?

    «Fra il ‘75 e l’80, probabilmente fra il ‘75 e l’80».

    Ma lui viveva già a Milano?

    «Sicuramente era dimorante a Milano anche se risulta che lui stesso afferma di spostarsi frequentemente tra Milano e Palermo».

    E si sa cosa faceva a Milano?

    «A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. Comunque che avesse questa passione dei cavalli risulta effettivamente la verità, perché anche nel processo, quello delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito venivano fuori i cavalli. Effettivamente dei cavalli, non "cavalli" per mascherare il traffico di stupefacenti».

    Ho capito. E a Milano non ha altre indicazioni sulla sua vita, su cosa faceva?

    «Guardi: se avessi la possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero...».

    Ma lui comunque era già uomo d’onore e negli anni Settanta?

    «... Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo antecedente gli anni Ottanta, ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di quell’estorsione nel processo dei cani con la testa mozzata... Mangano negò in un primo momento che ci fosse stata questa possibilità d’incontro... ma tutti e due erano detenuti all’Ucciardone qualche anno prima o dopo il ‘77».

    Volete dire che era prima o dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare da Berlusconi? Non abbiamo la prova...

    «Posso dire che sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore. Contorno tuttavia - dopo aver affermato, in un primo tempo, di non conoscerlo - precisò successivamente di essersi ricordato, avendo visto una fotografia di questa persona, una presentazione avvenuta in un fondo di proprietà di Stefano Bontade (uno dei capi dei corleonesi, ndr)».

    Mangano conosceva Bontade?

    «Questo ritengo che risulti anche nella dichiarazione di Antonino Calderone (Borsellino poi indica un altro pentito ora morto, Stefano Calzetta, che avrebbe parlato a lungo dei rapporti tra Mangano e una delle famiglie di corso dei Mille, gli Zanca, ndr)...».

    Un inquirente ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava a casa di Berlusconi c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però di un invitato (Luigi D’Angerio, ndr) che usciva dalla casa di Berlusconi.

    «Non sono a conoscenza di questo episodio».

    Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia?

    «Sì, le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco, erano i ponti, le "teste di ponte" dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno tra quelli individuati. Un altro personaggio che risiedeva a Milano, era uno dei Bono (altri mafiosi coinvolti nell’inchiesta di San Valentino, ndr) credo Alfredo Bono che nonnostante fosse capo della famiglia della Bolognetta, un paese vicino a Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso in realtà Mangano non appare come uno degli imputati principali, non c’è dubbio comunque che... è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone (nel ‘76 Calderone è ospite di Michele Greco quando arrivano Mangano e Rosario Riccobono per informare Greco di aver eliminato i responsabili di un sequestro di persona avvenuto, contro le regole della mafia, in Sicilia, ndr) lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa...».

    Dunque Mangano era uno che poi torturava anche?

    «Sì, secondo le dichiarazioni di Calderone».

    Dunque quando Mangano parla di "cavalli" intendeva droga?

    «Diceva "cavalli" e diceva "magliette", talvolta».
    Perché se ricordo bene c’è nella San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri, in cui si parla di cavalli (dal rapporto Criminalpol: «Mangano parla con tale dott. Dell’Utri e dopo averlo salutato cordialmente gli chiede di Tony Tarantino. L’interlocutore risponde affermativamente... il Mangano riferisce allora a Dell’Utri che ha un affare da proporgli e che ha anche "il cavallo" che fa per lui. Dell’Utri risponde che per il cavallo occorrono "piccioli" e lui non ne ha. Mangano gli dice di farseli dare dal suo amico "Silvio". Dell’Utri risponde che quello lì non "surra" [non c’entra, ndr]»).
    «Sì, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non si tratta della stessa intercettazione. Se mi consente di consultare (Borsellino guarda le sue carte, ndr). No, questa intercettazione è tra Mangano e uno della famiglia degli Inzerillo... Tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta in dibattimento, tant’è che Mangano fu condannato».

    E Dell’Utri non c’entra in questa storia?

    «Dell’Utri non è stato imputato nel maxiprocesso, per quanto io ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano».

    A Palermo?

    «Sì. Credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari».

    Dell’Utri. Marcello Dell’utri o Alberto Dell’Utri? (Marcello e Alberto sono fratelli gemelli, Alberto è stato in carcere per il fallimento della Venchi Unica, oggi tutti e due sono dirigenti Fininvest, ndr).

    «Non ne conosco i particolari. Potrei consultare avendo preso qualche appunto (Borsellino guarda le carte, ndr), cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi».

    I fratelli?

    «Sì».

    Quelli della Publitalia, insomma?

    «Sì».

    E tornando a Mangano, le connessioni tra Mangano e Dell’Utri?

    «Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla».

    Sì, ma nella conversazione con Dell’Utri poteva trattarsi di cavalli?

    «La conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in un albergo (Borsellino sorride, ndr). Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l’albergo».

    In un albergo. Dove?

    «Oddio i ricordi! Probabilmente si tratta del Plaza (l’albergo di Antonio Virgilio, ndr) di Milano».

    Ah, oltretutto.

    «Sì».

    C’è una cosa che vorrei sapere. Secondo lei come si sono conosciuti Mangano e Dell’Utri?

    «Non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri perché siccome non mi sono interessato io personalmente, so appena... dal punto di vista, diciamo, della mia professione, ne so pochissimo, conseguentemente quello che so io è quello che può risultare dai giornali, non è comunque una conoscenza professionale e sul punto non ho altri ricordi».

    Sono di Palermo tutti e due...

    «Non è una considerazione che induce alcuna conclusione... a Palermo gli uomini d’onore sfioravano le 2000 persone, secondo quanto ci racconta Calderone, quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due, non è detto che si conoscessero».
    C’è un socio di Dell’Utri tale Filippo Rapisarda (i due hanno lavorato insieme; la telefonata intercettata di Dell’Utri e Mangano partiva da un’utenza di via Chiaravalle 7, a Milano, palazzo di Rapisarda, ndr) che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade (i giornalisti si riferiscono a Gaetano Cinà che lo stesso Rapisarda ha ammesso di aver conosciuto con il boss dei corleonesi, Bontade, ndr).
    «Beh, considerando che Mangano apparteneva alla famiglia di Pippo Calò... Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano le più numerose - almeno 2000 uomini d’onore con famiglie numerosissime - la famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno 200. E si trattava comunque di famiglie appartenenti a un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera... So dell’esistenza di Rapisarda ma non me ne sono poi occupato personalmente».

    A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?

    «Credo che attualmente se ne occupi..., ci sarebbe un’inchiesta aperta anche nei suoi confronti...».

    A quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia (Francesco Paolo Alamia, presidente dell’immobiliare Inim e della Sofim, sede di Milano, ancora in via Chiaravalle 7, ndr).

    «Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto sempre, di indagini di cui non mi sono occupato personalmente».

    Si è detto che Mangano ha lavorato per Berlusconi.

    «Non le saprei dire in proposito. Anche se, dico, debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura... so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti e ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda - che la ricordi o non la ricordi -, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla».

    Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?

    «So che c’è un’inchiesta ancora aperta».

    Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?

    «Su Mangano credo proprio di sì, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche Mangano».

    Concernenti cosa?

    «Questa parte dovrebbe essere richiesta... quindi non so se sono cose che si possono dire in questo momento».

    Come uomo, non più come giudice, come giudica la fusione che abbiamo visto operarsi tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi e Dell’Utri e uomini d’onore di Cosa Nostra? Cioè Cosa Nostra s’interessa all’industria, o com’è?

    «A prescindere da ogni riferimento personale, perché ripeto dei riferimenti a questi nominativi che lei fa io non ho personalmente elementi da poter esprimere, ma considerando la faccenda nelle sue posizioni generali: allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli inizi degli anni Settanta aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili. All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso».

    Dunque lei dice che è normale che Cosa Nostra s’interessi a Berlusconi?

    «E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente questa esigenza, questa necessità per la quale l’organizzazione criminale a un certo punto della sua storia si è trovata di fronte, è stata portata a una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali e quindi non meraviglia affatto che, a un certo punto della sua storia, Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali».

    E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi mondi?

    «Ma, guardi, Mangano era una persona che già in epoca ormai diciamo databile abbondantemente da due decadi, era una persona che già operava a Milano, era inserita in qualche modo in un’attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti».

    Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto anche in sequestri di persona...

    «Ma tutti questi mafiosi che in quegli anni - siamo probabilmente alla fine degli anni ‘60 e agli inizi degli anni ‘70 - appaiono a Milano, e fra questi non dimentichiamo c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali, che poi investirono negli stupefacenti, anche con il sequestro di persona».

    A questo punto Paolo Borsellino consegna dopo qualche esitazione ai giornalisti 12 fogli, le carte che ha consultato durante l’intervista: «Alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso, ormai è conosciuto, è pubblico, alcuni non lo so...». Non sono documenti processuali segreti ma la stampa dei rapporti contenuti dalla memoria del computer del pool antimafia di Palermo, in cui compaiono i nomi delle persone citate nell’intervista: Mangano, Dell’Utri, Rapisarda, Berlusconi, Alamia.

    E questa inchiesta quando finirà?

    «Entro ottobre di quest’anno...».

    Quando è chiusa, questi atti diventano pubblici?

    «Certamente...».

    Perché ci servono per un’inchiesta che stiamo cominciando sui rapporti tra la grossa industria...

    «Passerà del tempo prima che...», sono le ultime parole di Paolo Borsellino.
    Palermo, 21 maggio, 1992.

  10. #10
    illuminista eretico
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    Citazione Originariamente Scritto da Aurora86 Visualizza Messaggio
    Beh certo,che poi si è manipolata un intervista mettendo in bocca a Borsellino cose che non aveva mai detto, su Dell'Utri e Berlusconi,sono sciocchezze..
    PATETICI...
    guarda che se leggi la sentenza si capisce che c'e' qualcosa di poco chiaro in tutta la vicenda in quanto pare che la trascrizione dell' Espresso sia leggermente diversa da quanto si dice nel video.
    Si da' per scontato che la trascizione dell'espresso fosse fedele (chissa' perche') e che ci furono dei tagli in quella intervista, ma che quei tagli non furono fatti dalla Rai (non si capisce da chi e in quali punti).
    Mi piacerebbe leggere l'intervista sull'espresso per valutare se quel passaggio e' stato effettivamente manipolato.
    Sul discorso che Mangano parlasse di cavalli con Inzerillo intendendo droga (come stabilito da maxiprocesso) e di cavalli veri parlando con Dell'Utri mi sembra piu' una possibilita' del tipo "in dubbio pro reo" che non un dato accertato realmente.
    C'e' da capire se quel passaggio e' stato manipolato o no, ovvero se i tagli siano stati fatti in quel punto o altrove.
    Questa sentenza e' appellabile?
    Chiedo per capire se l'iter legislativo e' finito.

 

 
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