Il Vaticano, per mezzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha appena promulgato le norme per l’integrazione nelle diocesi cattolico-romane dei fedeli anglicani, pur mantenendo i loro riti in “stile anglicano” e una giurisdizione “non-geografica”. Il Cardinal Levada, già arcivescovo di San Francisco e ora a capo della Congregazione, ha annunciato questa iniziativa il 20 ottobre 2009.
Alla luce dell’assenza di consultazioni con gli stessi vescovi cattolici, incluso il nuovo arcivescovo di Westminster, del ritardo inspiegato tra l’annuncio e la pubblicazione di questa “Costituzione Apostolica”, e dell’offesa recata al leader spirituale degli anglicani, l’arcivescovo di Canterbury, ci sono certamente buone ragioni per essere preoccupati riguardo alla chiesa cattolica romana. Alla vigila della mia consacrazione come vescovo, che avvenne il 18 novembre del 2001 nella nostra parrocchia di San Paolo entro le Mura a Roma, fui fatto oggetto di un onore speciale attraverso l’invito della Santa Sede a incontrare il papa Giovanni Paolo II, il quale volle offrirmi un benvenuto ufficiale in Europa. Questo atto straordinario di ospitalità mi toccò profondamente, come anche il breve discorso del Pontefice, nel quale egli affermava che l’impegno della sua chiesa nei confronti dell’ecumenismo è irrevocabile e ha come scopo immodificabile l’unione visibile di tutti i cristiani.
Ma questa nuova Costituzione non sembra congruente con quella dichiarazione di otto anni fa, che era assolutamente in linea con i grandi decreti del Vaticano II, Lumen gentium e Unitatis redintegratio. Questo nuovo documento cita quei documenti passati, ma sembra aver dimenticato il loro spirito, dal momento che invece delle cadenza misurate e umili di quei grandi documenti, quest’ultimo, Anglicanorum coetibus, è tinto di trionfalismo.
Secondo il Cardinal Kasper, a capo dell’ecumenismo per la chiesa romana, l’oggetto del nuovo documento in particolare sarebbero quei gruppi di dissidenti che hanno fondato chiese separate a partire dagli anni ’60 e che si sono organizzati sotto il titolo di “Comunione Anglicana Tradizionalista”. Si tratta di persone che hanno abbandonato la Comunione Anglicana per diverse ragioni: la revisione del Libro della Preghiera Comune, l’ammissione delle donne agli ordini sacri in alcune chiese della Comunione, e l’inclusione delle persone gay e lesbiche. Oltre a questo piccolo gruppo di chiese, ci saranno certamente altri individui che, per ragioni di coscienza, accetteranno questa nuova offerta del Vaticano. Che questi cristiani di tradizione anglicana non debbano più rimanere ai margini dell’Anglicanesimo, ma possano unirsi a un’altra porzione della chiesa una, santa, cattolica e apostolica può essere solo un bene. Che Dio li benedica e li protegga! Comunque ci sono sempre stati travasi tra i cattolici romani e gli anglicani, come anche tra queste due Comunioni e la Comunione delle chiese ortodosse. Tutte e tre provengono dalla stessa Chiesa, divisa – ahimè - nell’XI secolo. E anche se alcune idee centrali della Riforma hanno influenzato le 38 chiese nazionali della Comunione Anglicana (dette “province”), tutte e tre le comunioni vengono dalla cattolicità ereditata dei primi secoli e continuano a preservarla.
Coscienti degli effetti maligni dei vari scismi, specialmente riguardo alla credibilità del Vangelo che siamo tutti chiamati a proclamare, la Comunione Anglicana prese l’iniziativa di lanciare il movimento ecumenico agli albori dello scorso secolo. Negli ultimi decenni abbiamo creduto che qualche progresso reale fosse avvenuto. Ma la resurrezione del linguaggio di assimilazione dell’ultimo documento è causa di profondo disappunto per coloro che cercano la riconciliazione tra tutti i cristiani di qualunque denominazione. Il Vaticano può stare sicuro che noi Anglicani non creeremo “giurisdizioni di rito romano” per cattolici romani scontenti.
Mi congratulo vivamente con Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury per il modo sereno con cui egli ha risposto alla mancanza di tatto sia dell’annuncio sia del linguaggio di questa nuova Costituzione. Invece di rompere i rapporti con dei partner il cui comportamento è così perentorio, e invece di esprimere una rabbia che sarebbe stata comunque giustificata, l’arcivescovo Williams ha deciso di non disdire un incontro con Benedetto XVI, che era stato preparato da tempo, e come segno di scuse per la mancanza di rispetto, il papa ha donato all’arcivescovo una croce pettorale d’oro.
In un discorso di grande rilievo tenuto il 19 novembre all’Università Gregoriana, il cuore delle facoltà teologiche romano-cattoliche, l’arcivescovo ha richiamato la nostra chiesa sorella. Alla luce dei progressi degli ultimi quattro decenni, e del cambiamento permanente delle modalità teologiche di esprimersi delle chiese, le quali oggi sono giunte ad affermare il loro accordo sul significato della salvezza e dell’identità/missione della Chiesa, come può una questione di ordine subordinato come l’ordinazione delle donne danneggiare l’unità acquisita su queste questioni fondamentali? Nella sua prolusione, l’arcivescovo ha detto: “La sfida al pensiero cattolico-romano recente su questo punto deve essere: in che senso la proibizione dell’ordinazione delle donne ‘favorisce la vita di comunione’ rinforzando il carattere essenziale della santità filiale e comunitaria, espresse nella Scrittura, nella tradizione e negli accordi ecumenici, che la sua rottura comprometterebbe la missione stessa della Chiesa?”
Tutti i cristiani dovrebbero sperare che questi sviluppi non segnalino un ritorno all’indietro da quell’impegno che papa Giovanni Paolo II dichiarò così solennemente nel 2001. Alla luce della goffaggine delle iniziative recenti, bisogna dire che se il Vaticano continua a insistere a pubblicare decreti polverosi che appartengono a un’epoca passata, il Vaticano stesso produrrà l’isolamento della Chiesa Romana dagli altri cristiani. Nel contesto della globalizzazione, che l’arcivescovo di Canterbury ha anche ricordato, questa sarebbe una tragedia per noi tutti.
I mezzi di comunicazione si sono interessati moltissimo a questo evento, ma hanno commesso anche numerosi errori. Dopo più di quarant’anni di discussioni, decisioni e azioni comuni tra la Comunione Anglicana e la Chiesa Cattolica Romana, è lecito aspettarsi che nessuno si permetta di ripetere le falsità propagandistiche classiche su Enrico VIII che avrebbe creato una Chiesa per se stesso per ottenere il divorzio.
Enrico VIII non creò nessuna Chiesa, e certamente non chiese mai il divorzio a nessuno, Coloro che ripetono questa bugia danneggiano la Chiesa d’Inghilterra, che nacque dagli sforzi missionari del II secolo d.C. La Riforma non ebbe alcuna influenza sul monarca al quale il papa attribuì il titolo di Difensore della Fede per il suo forte supporto del papato, un titolo che appare su tutte le monete inglesi proprio sopra il ritratto del regnante. Il papa dell’epoca, Clemente VII, avrebbe certamente concesso a Enrico l’annullamento (non il divorzio) del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, un favore concesso in precedenza a altri sovrani fedeli, se la guerra condotta da Clemente contro il nipote della moglie di Enrico non fosse fallita. Il papa, sconfitto, era prigioniero di Carlo V quando gli emissari di Enrico giunsero con le lettere del loro sovrano.
Dopo il breve regno di Edoardo, figlio di Enrico, durante il quale venne in esistenza il Libro della Preghiera Comune, la figlia di Enrico e Caterina, Maria Tudor, rinnovò gli stretti legami tra la Chiesa d’Inghilterra e il papato, solo sei anni dopo la morte del padre. Toccò a Elisabetta I indicare alla Chiesa d’Inghilterra la via di quello che chiamiamo (dal secolo XIX) Anglicanesimo. Il papa Pio V, non riuscendo a rimuoverla con altri mezzi, istigò una guerra contro Elisabetta capeggiata dalla cugina, Maria regina di Scozia, e dopo aver perso questa guerra il papa scomunicò Elisabetta nel 1570, un atto che aveva l’effetto di obbligare tutti coloro che si ritenevano fedeli al papa di tentare di detronizzarla. Trattata in tale maniera cinica e brutale, la Chiesa d’Inghilterra e le sue Chiese figlie hanno tentato da quel tempo in poi di mantenere un equilibrio tra l’eredità cattolica e la necessità permanente di riforma.
Se i regnanti della dinastia Tudor sono poveri esempi di santità, è difficile però sostenere che i papi della stessa epoca fossero persone pie. Insomma, basta propaganda!
+Pierre Whalon,
vescovo incaricato della Convocazione delle Chiese Episcopali in Europa




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