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    Μάρκος Βαφειάδης
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    Predefinito Cosa Significa Un Partito Comunista Nell’italia Di Oggi ?

    COSA SIGNIFICA UN PARTITO COMUNISTA NELL’ITALIA DI OGGI ?

    di Leonardo Masella
    su L'ERNESTO del 19/03/2008

    Necessità di una discussione e di una elaborazione teorico-politica.
    La discussione sul simbolo con il quale le quattro forze di sinistra si presentano alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile non è stata solo una discussione simbolica o nominalistica. La volontà a tutti i costi di Bertinotti e Mussi di non mettere nel simbolo comune nessun riferimento al simbolo comunista non aveva alcuna motivazione elettorale. Anzi, come è facile capire, un riferimento alla falce e martello avrebbe aiutato a guadagnare voti alla coalizione dei quattro partiti di sinistra, in una situazione, peraltro, di grande difficoltà per la sinistra dopo la deludente partecipazione al governo Prodi. La maggioranza della segreteria del Prc e la Sd di Mussi hanno deciso di evitare di presentare i quattro simboli uniti, anche rischiando di perdere voti, solo per un motivo politico ed ideologico: fare dell’appuntamento elettorale il primo passaggio per la costruzione di un nuovo partito della sinistra non più comunista. Poiché la storia non si ripete mai nelle stesse modalità, siamo dunque di fronte ad una seconda Bolognina con modalità diverse, dopo quella fallita di Achille Occhetto.
    Dopo le elezioni, anche sulla base della verifica del risultato elettorale, sarà necessario innanzitutto costruire il più ampio schieramento unitario nel Prc di tutte le aree che si oppongono alla liquidazione del partito e del comunismo, per salvare la parte più rilevante possibile del grande patrimonio di militanza, di esperienze, di lotte, di culture politiche alternative, del Prc, al fine di avviare successivamente – senza forzature, fughe in avanti e accelerazioni elitarie – un processo di ricostruzione, assieme a tutte le forze politiche e sociali disponibili anche all’esterno del Prc, di una forza comunista con basi di massa in Italia, che era l’obbiettivo strategico per il quale è sorto il Movimento della Rifondazione Comunista contro la Bolognina di Occhetto. In tal senso l’area dell’Ernesto, l’area di Essere Comunisti e le altre aree critiche che sono sorte anche all’interno della maggioranza del congresso di Venezia e che potranno ancora sorgere dopo le elezioni, devono unirsi, pur nel rispetto delle differenze culturali e politiche che possono essere una ricchezza, per accrescere i consensi nella base del partito per respingere il superamento del Prc e per rilanciare il partito e la sua natura comunista, di classe e anticapitalista. Diversamente da un confronto fra 5 o 6 mozioni, che allontanerebbero ulteriormente gli iscritti e i militanti dal dibattito congressuale, bisognerebbe lavorare a due mozioni congressuali alternative, una che propone apertamente il superamento del Prc all’interno di un nuovo partito della Sinistra Arcobaleno, e l’altra la difesa del Prc e della sua piena autonomia, il rilancio del suo carattere comunista, di classe ed anticapitalista, e una diversa unità delle sinistre. Questo è il modo migliore per suscitare un po’ di partecipazione e di entusiasmo per gli iscritti demoralizzati e scoraggiati.
    Tuttavia se siamo di fronte, dopo 17 anni, ad una seconda Bolognina, ciò significa che siamo obbiettivamente di fronte ad nuova sconfitta dei comunisti nel nostro Paese. Perché è accaduto ? Quali sono i motivi di fondo che sono stati alla base della vittoria delle forze riformiste di sinista nel Prc ? Su questo, tutte le forze che vogliono contribuire a ricostruire un partito comunista con basi di massa, di nome e di fatto, dovrebbero avviare una riflessione collettiva per evitare di ripetere gli errori che ci hanno portato nuovamente alla sconfitta.
    In particolare, per chi non mette in discussione “se” costruire un partito comunista con basi di massa, si pone la necessità di una discussione e di una elaborazione strategica su “come” deve essere un partito comunista qui ed oggi, nell’Italia del 2008, per evitare che “partito comunista” sia solo un nome ed un simbolo elettorale, e che poi diventi – lo dico con tutto il rispetto e senza alcun riferimento specifico ad esperienze concrete – un gruppetto testimoniale e residuale (cioè un altro tipo di liquidazione), e per rendere invece quel nome e quel simbolo attrattivi per una parte non marginale della società italiana, e in particolare delle giovani generazioni, perché ciò significa avere non solo un passato ma anche un futuro.
    Quando penso ad una elaborazione strategica all’altezza dei tempi penso pertanto alla capacità di affrontare, teoricamente e politicamente, alcune tematiche dei nostri tempi e della nostra società, perché è qui ed è su queste tematiche che noi comunisti siamo stati sconfitti dai riformisti di sinistra. Abbiamo tenuto alcuni aspetti simbolici, storici e internazionali dell’identità comunista, ma abbiamo lasciato al bertinottismo, cioè al riformismo socialista di sinistra, la lotta anticapitalistica qui ed ora, la lotta contro il capitalismo nelle contraddizioni che il capitalismo genera in una società come la nostra in tutti i campi, lotta che è e dovrebbe essere la causa fondante dell’esistenza di un partito comunista. Questa è, secondo me, la causa principale della nostra seconda sconfitta dopo quella sancita simbolicamente dalla Bolognina. Se abbiamo forti radici nessuno ci può cancellare. Tuttavia noi abbiamo forti radici nella storia, ma debolissime radici nella società italiana. Per questo siamo di nuovo a rischio di cancellazione.
    Non c’è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, diceva Lenin giustamente. Ma qual è la teoria rivoluzionaria di cui abbiamo bisogno per costruire il movimento rivoluzionario nei nostri paesi del capitalismo industrializzato e imperialistico ? E bisogna ricordare che Lenin affermava anche la necessità di fare sempre una analisi concreta di ogni situazione concreta. Sono sicuro che nessun comunista rivoluzionario si scandalizzi se affermo, nel ricordare il 90° della Rivoluzione d’Ottobre, che la cosa più difficile è applicare quei principi generali alle diverse realtà concrete (cosa che è forse alla base del mai ben discusso crollo dell’Urss), dopo i profondissimi cambiamenti che vi sono stati nel mondo e nelle singole società in un secolo di storia, e che la realtà di un paese come il nostro, oggi, non è nemmeno lontanamente paragonabile alla Russia degli zar del ’17.
    Ci sarebbe bisogno dunque di un grande e impegnativo lavoro di analisi teorica di aggiornamento delle concezioni generali del marxismo alle condizioni del mondo di oggi e in particolare di un paese come il nostro. Sento l’esigenza, in particolare, di approfondire l’analisi sui seguenti 11 punti, anche per formare alla lotta di classe ed anticapitalistica i nuovi quadri dirigenti e militanti comunisti nella situazione concreta italiana e per ripiantare forti radici nella nostra società, al fine di far fallire per sempre (o almeno per il periodo più lungo possibile) ogni ulteriore tentativo di liquidare un pensiero ed una prasi comunista.
    1) Una analisi marxista del capitalismo italiano (nel contesto di una analisi della crisi del capitalismo mondiale, della nuova recessione, crisi finanziaria americana, contraddizioni economiche fra il capitalismo Usa e quello europeo); com’è cambiato il capitalismo italiano, quanta parte è produzione, quant’è speculazione finanziaria, quant’è terziario, quanto è capitale italiano, quanto è capitale straniero, quali sono i gruppi dominanti. E’ ancora valida la teoria marxiana del valore ? La finalità strategica dei comunisti non è l’abolizione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, su cui si fonda il sistema capitalista ?
    2) Una analisi marxista del mondo del lavoro italiano; com’è cambiato il lavoro e la composizione di classe, e quali tendenze in atto, quanti e quali lavoratori dell’industria, quanti nel terziario, nel grande commercio, quanta precarietà, quanta e dove manodopora immigrata ?
    3) Una analisi marxista della mercificazione di tutti gli aspetti della vita umana, caratteristica che ha assunto oggi il capitalismo liberista in Europa e in Italia dopo le controrivoluzioni “di velluto” nell’Est europeo dell’89.
    4) Una analisi marxista del fenomeno dell’immigrazione e delle sue conseguenze, sociali, politiche e culturali, in termini di effetto concreto, qui ed ora, dell’imperialismo, di sfruttamento del lavoro, di analisi dei cambiamenti della società e della cultura italiana (multiculturalismo, razzismo, xenofobia, tendenze securitarie e autoritarie, ecc.). L’immigrazione dal sud e dall’est del mondo è l’anello di congiunzione fra imperialismo e capitalismo, l’imperialismo che produce povertà e immigrazione e il capitalismo che sfrutta l’immigrazione, parte del nuovo proletariato occidentale.
    5) Il punto di vista marxista e comunista sulla neo-invasività religiosa (cattolica se parliamo dell’Italia) nella mentalità e cultura del nostro popolo, ben evidente nella invadenza nei diritti civili e culturalmente nei rigurgiti dei fenomeni di maschilismo; i legami della lotta di liberazione dal capitalismo e quella dal patriarcato.
    6) Una analisi marxista delle connessioni fra i fenomeni di devastazione dell’ambiente e della natura e il modo di produzione capitalistico, quali alternative ?
    7) Una analisi marxista della “democrazia” italiana oggi, quali involuzioni/evoluzioni del quadro istituzionale, verso il bipolarismo maggioritario o il neocentrismo neo-proporzionale ? La Costituzione, partecipazione, vera libertà, democrazia economica e sociale.
    8) Il punto di vista marxista e comunista sull’Unione europea, in particolare delle sue tendenze economico-sociali, anche per favorire le forme di coordinamento delle lotte di classe ed anticapitalistiche contro le politiche liberiste della Ue.
    9) Una riflessione approfondita su quale organizzazione comunista è necessaria e possibile ricostruire oggi in Italia (partito di massa, partito di quadri, partito di militanti, altro ?); un partito dei circoli territoriali e/o un partito organizzato nei luoghi del conflitto sociale (che non sono più solo i classici luoghi di lavoro) ? quale partito rivoluzionario in una situazione non rivoluzionaria ? quale democrazia interna ? correnti, frazioni o centralismo democratico ?
    10) Una riflessione ed una discussione sulla questione sindacale nella situazione politica e sociale di oggi, per favorire un processo di unità della sinistra sindacale.
    11) Una analisi marxista del mondo di oggi, imperialismo ed antimperialismo, lotta contro la guerra permanente e per il disarmo, armi nucleari e di distruzione di massa; Asia, Africa, America Latina. E’ possibile una rifondazione di un movimento comunista e rivoluzionario mondiale ?

    Vi sono molte variabili ancora in campo. Ci sarà da vedere come andranno le elezioni, ci sarà da vedere come di conseguenza andrà il congresso di Rifondazione Comunista, cosa faranno e proporranno gli altri comunisti all’interno del Prc, cosa faranno e proporranno i comunisti fuori da Rifondazione, tuttavia qualunque auspicabile processo unitario delle forze comuniste potrà avere più o meno successo se faremo tutti insieme dei passi in avanti nella elaborazione teorico-politica sulle problematiche suddette, perché significa ricostruire ciò di cui più siamo carenti, cioè le radici sociali che ci consentono l’esistenza, una esistenza non minoritaria-marginale o folcloristico-residuale. Pertanto credo che sia utile, a prescindere, e dovunque i comunisti e i rivoluzionari oggi militano, avviare da subito il dibattito e l’approfondimento.
    http://www.lernesto.it/index.aspx?m=...Articolo=17028

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  2. #2
    Μάρκος Βαφειάδης
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    I comunisti tra passato e futuro

    Un contributo al dibattito per i prossimi mesi
    Facciamo circolare un articolo che sarà pubblicato sul numero della rivista “Essere Comunisti” in uscita in questi giorni.
    Nelle ultime settimane abbiamo colto, dentro e fuori i partiti che compongono la cosiddetta “Sinistra Arcobaleno” una discussione, a tratti vivace, sul futuro possibile di una opzione comunista nel nostro paese.
    Molti compagni stanno vivendo queste settimane con viva angoscia e senso di scoramento. Tanti militanti non riescono ad “ingoiare questo altro rospo” ma, nel contempo, non si evince, ancora, una tendenza politica organizzata che contrasti questo ulteriore passaggio del lungo processo di decomunistizzazione in atto, in Italia, per molti aspetti da ben prima della Bolognina .
    La stessa querelle attorno ai simboli della falce e martello rischia di diventare uno stanco ed inutile rituale se non è parte di una battaglia teorica, politica e culturale – a tutto campo – tesa alla riqualificazione dell’ipotesi comunista dentro la complessità e le difficoltà del conflitto sociale in paese ben integrato nel polo imperialista europeo.
    Un pari rischio, però, può palesarsi in alcune precipitazioni organizzative (ed elettoralistiche) che sottendono le scelte di molti compagni, le quali possono condurre, nel breve periodo, anche inconsapevolmente, ad esiti negativi il cui riverbero rischia di implementare l’ulteriore dispersione e depotenziamento di energie e forze militanti.
    A fronte dell’oggettiva velocizzazione delle dinamiche politiche e sociali che stanno investendo l’Italia, e non solo, abbiamo, nei mesi scorsi, come compagni della Rete dei Comunisti, approntato una Lettera Aperta (pubblicata in Contropiano 1/2008 e scaricabile dal sito): con cui sollecitavamo una discussione tra militanti, organizzazioni, riviste e quanti ritengono non abdicare dalla necessità concreta di una radicale trasformazione/superamento della società capitalistica.

    Nell’editoriale dell’ultimo di Contropiano annunciavamo la proposta di un meeting a maggio – dopo quindi i risultati elettorali – in cui tutti coloro che non intendono rinunciare alla partita comincino a discutere nel merito delle prospettive politiche e del nesso inscindibile tra comunisti e blocco sociale antagonista che oggi viene completamente rimosso dal dibattito. Un incontro che cerchi di avviare una sorta di “rivoluzione culturale” rispetto alla logica politica che ha portato all’attuale i comunisti in Italia
    L’ articolo che segue, è parte di un contributo che come Rete dei Comunisti, unitamente al complesso delle nostra attività politica, portiamo all’attenzione e alla critiche dei compagni e gli attivisti tutti.


    C’è lo spazio per una opzione comunista nel XXI° Secolo?
    Sergio Cararo*
    La risposta alla domanda su cosa significhi essere comunisti oggi, non può che partire dal contesto e dalla fase che abbiamo attraversato e da quella – sensibilmente diversa – nel quale siamo entrati.
    Per almeno venti anni, a livello mondiale, ha agito concretamente un monopolio dell’opzione liberista del capitalismo e del pensiero liberale su ogni manifestazione della vita economica e sociale e un violento tentativo di liquidazione storica che ha portato alla capitolazione di Stati, di interi partiti, di intellettuali e di movimenti che si richiamavano al socialismo come esperienza storica e al comunismo come prospettiva per l’umanità.
    Una delle tesi centrali dell’ analisi sull’imperialismo che abbiamo sviluppato in questi anni, è che siamo passati dalla fase della globalizzazione (o meglio mondializzazione) a quella della competizione globale, ossia che il capitalismo una volta raggiunto il livello più alto del suo sviluppo non può che entrare in competizione con se stesso e con le frazioni su cui si è articolato a livello mondiale. Quindi siamo ormai ben dentro una fase di crescente competizione intercapitalista piuttosto che nella fase di concertazione su cui si è retto il dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta.
    La storia si è rimessa in moto rivelando le contraddizioni del dominio del modello capitalista sul piano economico, ambientale, sociale fino a riproporre tale contraddizione nei confronti delle prospettive stesse dell’umanità. Quindici anni di guerre (Golfo, Jugoslavia, ex URSS, Afghanistan, Medio Oriente), secessioni sanguinose, l’infarto ecologico del pianeta, il riemergere di sanguinose ambizioni coloniali, arretramenti sociali pesanti sia nei paesi capitalisti sviluppati che in quelli emergenti nella periferia, la regressione della stessa democrazia a fronte di un crescente e pesante autoritarismo, si sono incaricati di mostrare concretamente le conseguenze di questo dominio.
    Il capitalismo ha visto così nuovamente offuscarsi la sua pretesa di essere l’unico movimento progressivo della storia e l’unico orizzonte possibile per l’umanità. Ma le contraddizioni, da sole, non portano automaticamente a cambiamenti di segno progressista. Al contrario – se non vengono spiegata e non trovano opzioni alternative in campo – rischiano di precipitare di nuovo in scenari reazionari e guerrafondai ancora peggiori.
    L’alternativa a questa regressione (e alle sue inevitabili brutalità) non può essere il riformismo che vede venire meno le basi sociali del compromesso del Novecento e che appare in rotta in molte realtà. Oggi l’unica soluzione torna ad essere una alternativa strategica di parametri e di società.
    Per questo non abbiamo ritenuto di dover venire meno alla rivendicazione della nostra identità, progettualità e soggettività di comunisti.
    In questi anni abbiamo agito come Rete dei Comunisti in una funzione di intellettuale collettivo al “servizio” dell’azione politica e sindacale e della ricostruzione di un punto di vista comunista della realtà. Ma al tempo stesso la Rete dei Comunisti non intende essere un “cenacolo”. Al contrario riteniamo doverosa l’internità ai movimenti reali che si esprimono sul piano della lotta contro la guerra, per la solidarietà internazionalista, per il sindacato di classe, né ci sottraiamo al dibattito sulla rappresentanza politica che oggi riguarda materialmente pezzi significativi del blocco sociale antagonista e della sinistra di classe. Sta qui la dialettica tra progetto strategico e capacità di stare nelle lotte e nei movimenti sociali senza rinunciare alla battaglia delle idee e all’analisi critica della nostra storia passata e presente.
    Il progetto “Il bambino e l’acqua sporca” che abbiamo messo in campo negli ultimi due anni, non ha affatto una funzione residuale o consolatoria ma una funzione dinamica e rivitalizzante del dibattito e dell’analisi con cui i comunisti possono tornare a giocare un ruolo da protagonisti della storia e del conflitto di classe anche nel nostro paese e nel cuore di uno dei poli imperialisti come l’Europa.

    Chi ha paura dei comunisti nel XXI° Secolo?
    Gli ambiti liberali e riformisti, utilizzano come una clava la tesi strategica secondo cui il modello liberale è l’unico che possa assumere in sè sia le aspirazioni alla libertà che quelle all’uguaglianza sociale. La gran parte di quella che fino ad oggi è la rappresentazione politica della sinistra italiana si è sostanzialmente accomodata negli interstizi di questa conclusione, affidando l’aspirazione all’uguaglianza alla sola capacità del capitalismo di auto- riformare se stesso di fronte alle esagerazioni dei suoi spiriti animali. Gettate alle ortiche le intuizioni e le elaborazioni di Marx, Lenin e di altri protagonisti dell’assalto al cielo del XX° Secolo, ci si è ritirati nell’angolo di una prospettiva nella migliore dell’ipotesi keynesiana e riformista. Ogni velleità e ogni ambizione ad un cambiamento politico e sociale profondo della società e delle relazioni internazionali, ogni ipotesi di tenere aperta e riaprire con forza la prospettiva del socialismo e del comunismo, è stata rimossa o addirittura espulsa con arroganza e supponenza da quella che viene oggi definita “comunità politica”. Non si vuole solo liquidare la storia del movimento operaio, ma si vuole annegare il bambino nell’acqua sporca eliminando ogni riferimento e ogni riflessione critica utile per tenere aperta la prospettiva del socialismo.
    In alcuni paesi - e la tentazione si sta facendo fortissima anche in Italia e nell’insieme dell’Unione Europea- l’opzione comunista è stata posta fuorilegge o perseguita culturalmente come ideologia totalitaria paragonabile al nazismo (fino ad arrivare in Italia alla criminalizzazione della Resistenza).
    Ma una domanda sorge spontanea: se l’ipotesi comunista è stata sconfitta dalla storia, come mai tanto accanimento e acrimonia verso idee, libri, persone, organizzazioni che non ritengono liquidata tale ipotesi? Perché mai perdere tempo con apposite commissioni, con leggi, dibattiti,libri convegni, campagne mediatiche, riscrittura dei testi scolastici, riunioni dei consigli di facoltà degli atenei, per esorcizzare e neutralizzare un nemico che si ritiene sconfitto? Esiste dunque il tentativo di impedire con ogni mezzo necessario che il socialismo – nella sua dimensione rivoluzionaria e non riformista – possa esser una opzione politica presente nello scenario politico. Perché sembra di nuovo diffondersi in Europa e nei paesi capitalisti la “grande paura” verso i comunisti?
    E’ accaduto che nel XXI° Secolo la storia – piuttosto che finire come auspicato da Fukujama e dai liberali - si sia rimessa in moto indipendentemente dai detrattori e dai liquidatori dell’opzione comunista. Lo dimostra la riapertura del dibattito sulle caratteristiche del Socialismo del XXI° Secolo in America Latina, dove la resistenza di Cuba e l’affermarsi del Venezuela bolivariano, della Bolivia democratica, india e costituente ma anche in Nepal o nel continente indiano.
    In questi anni di “movimenti altermondialisti”, molti hanno sottovalutato il fatto che nelle assemblee mondiali dei movimenti sociali che concludevano i forum sociali di Porto Alegre o di Mumbay, comparisse uno striscione significativo “Un altro mondo è possibile…solo con il socialismo”. Il dibattito sul socialismo del XXI° Secolo non è stato riaperto dunque in un cenacolo ma dentro la dialettica concreta dei movimenti sociali che hanno cambiato e stanno cercando di cambiare i rapporti reali in un intero continente – l’America Latina - e ne influenzano altri – come l’Asia – dove vive la maggioranza dell’umanità.
    Sarebbe tra l’altro interessante – anche per l’esperienza italiana non certo entusiasmante – una analisi ed un approfondimento sulle esperienze dei Partiti Comunisti in tre paesi emergenti di grande rilevanza come Brasile, Sudafrica e India. Nei primi due paesi i comunisti partecipano attivamente al governo, nel secondo lo appoggiano e governano - in proprio - stati importanti dell’India. Si tratta di esperienze non certo prive di contestazioni da parte di altre forze della sinistra di classe presenti negli stessi paesi, di cui quella nel West Bengala addirittura conflittuale sul piano militare con i partiti comunisti maoisti che sostengono la guerriglia naxalita e le lotte dei contadini contro l’esproprio di terre a fini industriali (l’impianto della Tata). Su queste esperienze vi è l’impegno ad elaborare un saggio più approfondito nei prossimi mesi.

    Le possibilità e le residualità dell’anomalia italiana
    In Europa e qui in Italia, il dibattito e la nuova “spinta propulsiva” che viene dai paesi emergenti del sud del mondo, si innestano su una situazione sostanzialmente arretrata e appiattita sull’opzione riformista. Lo scenario non è però omogeneo. In alcuni paesi europei agiscono ancora dei presìdi consistenti sul piano politico e culturale (Grecia, Belgio, Portogallo, Repubblica Ceca) ma che ancora stentano a coordinarsi per riavviare una controtendenza. Non solo. Il prevalere di una concezione identitaria, spesso alimenta una conflittualità politica ed ideologica tra le varie correnti della storia del movimento operaio che non riesce ancora a rimodularsi come una dialettica leale che consenta un bilancio storico e una riflessione critica sulle esperienze della storia. Le differenze e le divergenze ci sono e molto spesso agiscono concretamente anche sul piano dell’azione politica nella realtà di ogni singolo paese dentro i movimenti sociali, dentro i sindacati, dentro le scelte sul piano politico o parlamentare.
    Ciò avviene spesso a discapito di una possibilità e necessità di riaprire a tutto campo una battaglia politica e culturale che inchiodi l’avversario sulle sue contraddizioni e che trasferisca questa capacità dal livello della testimonianza a quello dell’egemonia. In sostanza esiste il rischio della liquidazione dell’opzione comunista e la sua riduzione alla mera prospettiva riformista ma esiste anche il rischio della residualità e del folklore “comunista” come fattore fisiologico ma sostanzialmente innocuo dello scenario politico.

    In Italia abbiamo alle spalle una storia importante per il movimento operaio che ha visto convivere e confliggere tra loro il più grande partito comunista europeo e la sinistra rivoluzionaria più forte di tutta l’Europa. L’onda lunga di questa esperienza agisce ancora concretamente ma dentro una disgregazione fortissima ed a fronte di un tentativo esplicito di liquidazione politica, culturale e – se necessario – giudiziaria. L’accanimento contro la storia del PCI e quello contro i movimenti degli anni Settanta, sono diventati – loro malgrado e in modo impensabile fino a qualche anno fa – del tutto paralleli e speculari. Ma l’incontro tra queste due esperienze, avvenuto ad esempio con la nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista e poi nel PRC (nati come resistenza identitaria alla liquidazione del PCI con la svolta della Bolognina), ha reso possibile che soggetti che si erano duramente affrontati nei decenni precedenti, si ritrovassero a condividere – da strade molto diverse tra loro – l’esigenza di tenere aperta una ipotesi politica, teorica, pratica fondata sulla difesa della propria storia e sulla prospettiva del comunismo.
    Questa esperienza ha attraversato e coinvolto in Italia decine di migliaia di compagne e compagni, ma solo pochi di essi hanno mantenuto una dimensione di militanza attiva. Per un verso su questo patrimonio umano e politico ha agito la delusione e la disgregazione dovuti alle svolte e alle scissioni che hanno caratterizzato la storia di questi quindici anni, dovute alla mutazione genetica del PRC e del PDCI - oggi strutturati sostanzialmente sulla centralità dei gruppi parlamentari e su apparati di funzionari, consiglieri etc. che hanno liquidato l’attivismo e la militanza - ma dovute anche agli effetti di una destrutturazione sociale concreta di un paese ormai integrato nel cuore del capitalismo sviluppato e dove le possibilità di mediazione, cooptazione, depotenziamento del conflitto di classe, sono superiori rispetto ad altre situazioni (America Latina, Asia, Medio Oriente).

    Qual è il ruolo dei comunisti nel nostro paese?
    Da questo punto di vista, sta crescendo ovunque l’esigenza di un momento di confronto tempestivo e pubblico tra le realtà della sinistra di classe e alternativa – inclusi i comunisti - nel nostro paese
    E’ ormai evidente come in Italia si vada chiudendo una fase storica e se ne apra un’altra. Tutto ciò non è privo di conseguenze sul piano politico, sociale, sindacale, culturale.
    Il tentativo di adeguare in questi quindici anni il progetto della Seconda Repubblica alle esigenze della accresciuta competizione globale e dei poteri forti europei, non è riuscito secondo le aspettative e le necessità a cui aspiravano i grandi gruppi capitalistici e le classi dominanti del nostro paese. Per questo motivo si è avviata una impressionante escalation a tutto campo tesa alla normalizzazione della società ed a rendere la governabilità bipartizan un apparato irreversibile di comando, di governo e di amministrazione. A questo - ed a rafforzare il carattere oligarchico dello Stato, della politica e dei poteri decisionali - servono la nuova legge elettorale e le riforme istituzionali in cantiere alle quali verrà messo mano subito dopo le prossime elezioni.
    Gli obiettivi di questa operazione sono la liquidazione con ogni mezzo di quella “anomalia italiana”
    che ha visto convivere e confliggere un capitalismo arretrato e finanziato dallo Stato con la presenza e l’azione di una identità comunista radicata nella società e nelle istanze del conflitto. L’apparato ideologico e politico che sovrintende a questa normalizzazione punta esplicitamente ad espellere il conflitto sociale come strumento di emancipazione e di relazione tra le classi e i segmenti della società. Un passaggio decisivo di questa restaurazione autoritaria è la cooptazione dei sindacati concertativi dentro uno schema neocorporativo che ne snaturi ruolo e funzione e al tempo stesso imbrigli e depotenzi il conflitto e l’insieme delle dinamiche sociali. Ritenere che padroni e lavoratori abbiano gli stessi interessi e siano la stessa cosa (come ha affermato recentemente Veltroni e come pensano i leader di Cgil Cisl Uil) è indicativo di tale impianto ideologico e politico.
    Ignorare, subordinare o depotenziare gli interessi dei lavoratori, dei settori popolari, di quello che storicamente e attualmente è il blocco sociale antagonista, sta producendo inevitabilmente un deficit democratico e di rappresentanza politica evidente a tutti, soprattutto a coloro che sono attivi nei movimenti sociali o impegnati in vertenze significative.

    Le reazioni della sinistra “storica” a tale scenario sono del tutto inadeguate e per certi aspetti devastanti che producono l’effetto di un generale disorientamento tra i ceti popolari e nei movimenti sociali. Da un lato le forze che hanno dato vita alla Sinistra Arcobaleno portano nei fatti a conclusione il processo avviatosi nel 1990 alla Bolognina facendo scomparire dallo scenario politico l’opzione comunista e di classe. Questa deriva non attiene solo alla scomparsa di una identità e presenza comunista ma travolge anche i principali punti di iniziativa nell’agenda politica (missioni e basi militari, emergenza salariale e protocollo del 23 luglio, resistenza all’offensiva oscurantista del Vaticano, decreto sulla sicurezza) rivelando una subalternità riformista e neo-keynesiana che ipoteca pesantemente il futuro. Dall’altro la reazione a questa deriva si manifesta più come disorientamento, disagio, disillusione, ricerca di identità che come tentativo organizzato e coerente di avviare una controtendenza. E’ in tale contesto che prendono corpo – anche inconsapevolmente - scorciatoie organizzative o precipitazioni elettoralistiche che sottovalutano passaggi decisivi e rischiano il ripetersi di esperienze già vissute con esiti fallimentari nella nostra storia recente
    Riteniamo, diversamente, che occorra invece avviare un processo di confronto unitario tra tutte le soggettività della sinistra di classe “resistenti” o coerenti ma che non sottovalutino più o diano per scontato il rapporto con il blocco sociale antagonista.
    Nessuno di noi oggi può ancora sottovalutare come la partecipazione di due partiti comunisti al governo più impopolare degli ultimi venti anni pone serissimi problemi di credibilità dell’opzione comunista a livello sociale e popolare. E’ da questa consapevolezza e da un arco di contenuti e pratiche virtuose e concrete sul terreno dei salari e del reddito, della democrazia e dell’antimilitarismo, che si può determinare l’autorevolezza teorica e la credibilità sociale dell’opzione comunista e di classe nel XXI° Secolo, anche tenendo conto di una dimensione internazionale dei problemi che condiziona pesantemente lo scenario nel nostro paese.
    Su questa riflessione e sulle sue possibili e necessarie ricadute concrete, invitiamo tutti coloro che ricevono e condividono – in tutto o in parte – l’esigenza di non liquidare né di far liquidare una opzione comunista nel nostro paese ad una discussione pubblica franca e serrata per costruire un comune percorso possibile, ma per far questo occorre molto più coraggio politico che un infinito e paralizzante tatticismo. L’accumulazione delle forze non può essere un orizzonte senza passaggi temporali che chiamino in campo anche la soggettività attiva dei comunisti. Il Socialismo del XXI° Secolo non è solo storia, è anche la riapertura di una prospettiva concreta per l’intera umanità.
    * direttore di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti

    http://www.contropiano.org/Documenti...satoFuturo.htm

 

 

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