PECHINO, LA REPRESSIONE IN TIBET E I GATTI RANDAGI
Fuoco e fiamme in Tibet. Dopo lo svolgimento della marcia annuale per l'indipendenza della regione asiatica occupata dalla Cina popolare nel 1949, si sono scatenate le manifestazioni di piazza intorno ai principali centri di culto di Lhasa. Migliaia di tibetani e di monaci buddisti sono scesi per le strade, hanno esposto le loro bandiere, hanno fatto falò di quelle cinesi e hanno rovesciato auto, tirato sassi contro i camion della polizia di Pechino che iniziava la repressione violenta dei disordini. Le fonti di informazioni non sono unanimi nel consegnarci un bilancio di questi scontri: le radio e le televisioni finanziate da Washington affermano che vi sarebbero decine e decine di morti, anche tra i monaci. Il governo cinese, invece, ammettendo l'improvviso scoppio della rivolta, minimizza sui numeri e parla di uno o due vittime.
Dal suo esilio in India, il Dalai Lama, che resta il leader spirituale della comunità tibetana e il capo della chiesa buddista (tanto da meritare l'appellativo di "Sua Santità"), invita alla calma, alla cessazione di ogni ostilità. Pronta la replica di Pechino che, di contro, accusa Tenzin Giatzo di essere lui, con la "sua cricca", il responsabile primo di quanto sta avvenendo in queste ore sulle vette dell'Himalaya.
Il 2008 è per la Cina l'anno dei Giochi Olimpici. Il governo tiene particolarmente a questo avvenimento che lo può accreditare presso aziende multinazionali, governi che ancora non hanno sufficienti relazioni diplomatiche con il gigante asiatico. E su quest'onda, proprio in questi giorni, tra le altre vittime della pulizia e del lindore delle strade della capitale sono capitati anche i gatti randagi. Vengono chiusi in microcelle di lamiera e portati in veri e propri lager dove per la maggiore muoiono di fame, maltrattamenti e malattie.
Sull'altare del mercato si può sacrificare tranquillamente anche la propria popolazione animale... Che volete che contino dei gatti negli scenari splendidi del liberismo cinese? Niente. Ed appunto vengono "deportati" e fatti crepare alla peggio. Con le dovute differenze, quello che accade in Tibet è frutto di una simile gestione dell'ordine pubblico, in qualunque ambito questa venga preso in considerazione.
La situazione tibetana non è esplosiva solo da oggi, solo in questo 2008 ricco di avvenimenti sportivi e mondani per i cinesi: si tramanda da decenni e decenni. Fatto salvo che sostituire il governo di Pechino con quello teocratico del Dalai Lama non risolverebbe i problemi di diritti umani e di benessere della popolazione di Lhasa e dintorni, occorre chiedersi per quanto tempo ancora il governo cinese intenda rimandare la questione che concerne il rispetto dell'individuo come sacro e inviolabile elemento di sviluppo sociale.
Purtroppo i nobili tentativi dei primi comunisti cinesi nella ricerca di una soluzione al millenario conflitto tra città e campagna, e all'uscita dal feudalesimo imperiale, oltre qualunque grande muraglia dei privilegi e dei pregiudizi, sono con gli ultimi decenni morti, sepolti e dichiaratamente falliti.
Oggi l'economia cinese è un colosso che giganteggia con quella americana e che, proprio dalla crisi degli Usa, intrappolati nelle guerre per il dominio delle terre del petrolio e del gas, può trarre un notevole vantaggio di lunghezze, distaccando l'ultima potenza militare ed economica del mondo di non pochi passi.
Una nazione di oltre due miliardi di persone, con un capitalismo in espansione spasmodica e con la creazione di nuovi bisogni e di nuove necessità da soddisfare, non ha il tempo e non ha la voglia di mettere mano alla residua questione dei diritti sociali, di quelli individuali, di quelli civili.
Le condizioni di lavoro in Cina sono spaventose, i ritmi di produzione sono al limite di qualunque sopportazione e i salari sono non proprio il metaforico "pugno di riso" che citiamo spesso nelle nostre discussioni da bar, ma vi arrivano molto vicino.
Tutto viene condizionato dal boom economico e dalla crescente potenza imperiale che ben presto si farà sentire e che dovrà in qualche modo trovare una collocazione tra India, Russia, Europa e Stati Uniti. I poli di concentrazione massima delle ricchezze sono questi e la Cina entra prepotentemente dentro l'alveo dei titani, nella stanza dei bottoni dove tutto si decide, dove tutto si governa.
Il Tibet e i gatti di Pechino sono delle ridicole bazzecole, degli insignificanti incidenti di percorso. Tanto più i gatti, di cui nessuno si occupa, se non qualche giornale come "Liberazione" che, davanti al parossismo del presunto "comunismo cinese", ha ancora un moto di ribellione nell'accorgersi che lo schiacciasassi della globalizzazione ormai non risparmia nessun angolo dell'antico paese degli imperatori.
Eppure il governo cinese ha paura: limita la navigazione internauta, censura certi spettacoli e film, costruisce intorno a sè stesso una morale che deve essere rispettata e che, se violata, mette in scena la triste macchina della repressione, del linciaggio legale di colui o colei o coloro che sono dichiarati come nemici della Cina, della patria. Le grandi adunate del Partito comunista sono solo delle mediocri parate di una struttura statale fatta di burocrati e di funzionari privi di un qualche minimo ricordo del grande esempio politico e sociale che fu quel comunista chiamato Mao Zedong. Di Mao i cinesi si ricordano solamente quando guardano le banconote o se passano in piazza Tien An Men sotto il suo immenso ritratto.
Ho la convinzione che non possiamo non dirci, oggi, avversari di questa Cina. Sarà anche un avversario degli Usa sul piano della contesa economica, ma non rappresenta più nulla di quello che, invece, per decenni è stata: un diverso modo di ricerca del socialismo, per una società comunista libera dal profitto e, forse, anche dal modello sovietico come preimpostazione generica di qualunque "socialismo in solo paese".
Nel sentirci lontani da Pechino e dalla Corea del Nord, tanto quanto dagli Usa e dai loro lacchè, ci sentiamo invece vicini a quell'idea di rovesciamento del capitalismo che alberga ancora a Cuba, in Venezuela e nell'America del Sud. Se vogliamo degli esempi, delle prospettive per un "mondo nuovo", non possiamo non guardare a Caracas, all'Havana dove i gatti randagi girano liberi.
MARCO SFERINI, 15 marzo 2008
http://www.lanternerosse.it/notiziario268.htm
Articolo che non condivido per nulla, per fortuna non è stato messo nel sito dell'area




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