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giovedì 28 dicembre 2006
Politica e religione ai funerali di Welby
(La Repubblica, 27/12/2006, Lettere a Corrado Augias)
Caro Augias, ho appreso con dolore, sconcerto e scandalo, la decisione del vicariato di non concedere il funerale religioso a Welby. Rammento quando il Vaticano celebrò la cerimonia per la guardia svizzera che s’era suicidata dopo aver ucciso il comandante e la moglie. Uno dei ricordi più ‘religiosi’ è il gesto di pace che si scambiarono, durante la messa, la sorella dell’uccisore e la sorella dell’ucciso. Ruini dovrebbe illuminarci sulla ragione di tanta severità nei confronti di un uomo in ogni caso tanto meno colpevole, che ha scelto di accettare quello che Dio, nei suoi imperscrutabili disegni, aveva deciso, cioè che non potesse sopravvivere con i soli mezzi naturali. Davvero la nostra colpa è quella di essere cattolici adulti, che vogliono decidere secondo scienza e coscienza? Davvero la chiesa italiana vuole rinunciare a metà dei cattolici (e in questo caso anche di più)?
Gentile Augias, il vicariato ha negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, colpevole di aver dichiarato la sua intenzione di togliersi la vita. Sono sconvolta dalla mancanza di quella che si definisce carità cristiana. Vorrei tanto che qualcuno mi spiegasse se le “colpe” di Welby sono maggiori di quelle di Renatino de Pedis, membro della banda della magliana, sepolto nella chiesa di S. Apollinare. Pensavo fosse finito il tempo della vendita delle indulgenze.
Risponde Augias:
“Le motivazioni per il rifiuto alle esequie religiose erano ipocrite. C’era in ballo una questione di potere: aprire le porte di quella chiesa poteva essere interpretato, metaforicamente, come un’apertura della chiesa per quella morte. L’implacabile regola del potere si applica ogni volta che un’ideologia o una fede diventano politica. I principi del socialismo per il riscatto degli esseri umani sono diventati l’incubo dell’Urss. La lungimiranza del sionismo è diventata la politica spesso sbagliata dei governi di Israele. La misericordia di Gesù è diventata calcolo astuto di convenienze e opportunità. Quando si fa politica contano potere e denaro. Il gangster De Pedis è sepolto in chiesa per le ragioni che ben sappiamo; la guardia svizzera venne ospitata in chiesa per soffocare lo scandalo di un torbido fatto di sangue sul quale mai sapremo la verità. Il sanguinario Pinochet è stato benedetto perché uomo di potere. Quanta distanza da Gesù che impedisce la lapidazione dell’adultera e le sussurra: “Và, io ti ho già perdonato”. Chissà se Ruini, che incarna una concezione politica del cristianesimo, s’è reso conto di aver riacceso in Italia una guerra di religione – che Iddio lo perdoni. Per la morte di Welby alcune anime smarrite o atterrite hanno invocato le manette, gridato al ‘nazismo’. Mi chiedo chi possa essere così crudele da ignorare il grido disperato di un uomo che non voleva languire immobile per anni con una macchina che gli pompava aria nei polmoni. Il caso si sarebbe potuto risolvere di nascosto, come si fa normalmente nelle case e negli ospedali. Invece, eroe civile, Welby ha voluto che la sua lenta agonia diventasse motivo di riflessione per tutti. Sola speranza è che l’inevitabile discussione ora non si degradi, che resti all’altezza del suo gesto. Requiescat.”
P.s.
Chi era Enrico De Pedis, sepolto nella cripta della basilica di Sant’Apollinare a Roma? Cosa ci fa un criminale come De Pedis sepolto accanto a cardinali e martiri cristiani?
Sconosciuto tra i santi, era un uomo assai noto nella questura romana con il soprannome di “Renatino”. De Pedis era infatti un boss della famigerata Banda della Magliana, la “holding criminale” capeggiata da Pippo Calò, il cassiere della mafia approdato a Roma negli anni Settanta. Dopo una lunga serie di gravi reati (dall’associazione per delinquere al traffico di stupefacenti, dalla detenzione di armi alla corruzione, dalle rapine a mano armata agli omicidi), alla fine del 1983 De Pedis – capo della malavita dei quartieri Testaccio-Trastevere – era finito in manette. Malgrado la gravità dei reati di cui era accusato, dopo alcuni anni Renatino era tornato in libertà e aveva ricominciato a delinquere, finché il 2 febbraio 1990, nella romana via del Pellegrino, era stato ucciso da bande rivali. Ai suoi funerali, officiati nella basilica di San Lorenzo in Lucina da monsignor Piero Vergari, erano presenti i familiari e quegli amici che nulla avevano da temere dalla presenza di poliziotti. La bara del boss defunto era poi stata tumulata nel cimitero del Verano. Il 9 luglio 1997 un’interrogazione parlamentare del deputato leghista Mario Borghezio invitava il ministro degli Interni ad accertare i motivi per i quali il “noto gangster Enrico De Pedis riposi nella basilica di Sant’Apollinare”. “E’ stato il cardinale vicario Ugo Poletti”, spiega Angelo Zama, dell’ufficio-stampa del vicariato, “a concedere il nulla-osta per la sepoltura di De Pedis, richiesto da monsignor Piero Vergari, all’epoca rettore della basilica”: cioè lo stesso prelato che ai funerali aveva impartito l’estrema benedizione al boss di Testaccio-Trastevere morto ammazzato. Ma per quale ragione la salma di De Pedis è stata trasferita dal Verano nella cripta della famosa basilica – un privilegio che, secondo il diritto canonico, spetta soltanto al romano pontefice, ai cardinali e ai vescovi diocesani? Se lo chiede anche don Marco Porta, il rettore che ha sostituito monsignor Vergari, trasferito altrove dalle autorità ecclesiastiche. “Non conosco i motivi per cui quel personaggio è sepolto qui”, si limita a dichiarare don Porta. “Se fosse accertato ciò che si dice di De Pedis, sarebbe imbarazzante...”. E l’arcivescovo di Ravenna Ersilio Tonini: “Immagino che questa persona avrà dato segni di pentimento seri. Non è pensabile che sia stato fatto per raccomandazione o simpatia, sapendo quanto fosse attento il cardinal Poletti...”. Peccato che il boss De Pedis si sia impegnato fino all’ultimo suo giorno di vita in fatti delittuosi, né che abbia avuto il tempo materiale per pentirsi in punto di morte.
Bibliografia:
Mario Guarino, I mercanti del Vaticano, Kaos, Milano, 1998.




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