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Discussione: Le radici europee

  1. #1
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Predefinito Le radici europee

    Che fine faremo?

    Ho sentito di sfuggita ieri sera al tiggì1 che si è tenuto un congresso o un incontro, forse a Roma, ma non ci giurerei......su quello che rimane delle nostre radici europee.....non ho seguito granchè perchè non mi pareva na cosa interessante, i soliti bla...bla..inutili... la mia attenzione invece si è risvegliata quando alla fine del servizio il giornalista diceva che in Inghilterra e in Germania, molte Chiese dismesse si stanno trasformando in Moschee

  2. #2
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da pensiero Visualizza Messaggio
    Che fine faremo?

    Ho sentito di sfuggita ieri sera al tiggì1 che si è tenuto un congresso o un incontro, forse a Roma, ma non ci giurerei......su quello che rimane delle nostre radici europee.....non ho seguito granchè perchè non mi pareva na cosa interessante, i soliti bla...bla..inutili... la mia attenzione invece si è risvegliata quando alla fine del servizio il giornalista diceva che in Inghilterra e in Germania, molte Chiese dismesse si stanno trasformando in Moschee
    leggere: Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Azeta Libri.
    .

    A fool and his money can throw one hell of a party.

  3. #3
    calzettoni abbassati
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    Citazione Originariamente Scritto da tolomeo Visualizza Messaggio
    leggere: Giulio Tremonti, La paura e la speranza, Azeta Libri.


    se le tesi esposte nel libro rispondono al vero quanto le sue previsioni sui conti pubblici ai tempi in cui era ministro, stiam freschi....

  4. #4
    a.k.a. tolomeo
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    Citazione Originariamente Scritto da Lego Visualizza Messaggio
    se le tesi esposte nel libro rispondono al vero quanto le sue previsioni sui conti pubblici ai tempi in cui era ministro, stiam freschi....
    le previsioni sui conti pubblici e sullo stato dell'economia sono opinabili, come lo sono quelli di TPS e Prodi. Puoi pensarla come credi.
    questo comunque non è un libro di economia.

    ti riporto un articolo-recensione di Luca Ricolfi.


    Luca Ricolfi: Tremonti, dalla "paura" alla "speranza"
    da La Stampa


    Da pochi giorni in libreria, il nuovo libro di Tremonti - La paura e la speranza (Mondadori) - fa già discutere di sé. Ed è logico che sia così: non solo perché Tremonti ha spesso idee interessanti, ma perché è l'estensore del programma del Popolo della libertà e sarà il prossimo ministro dell'Economia se, come probabile, le prossime elezioni le vincerà il centro-destra.

    Alcune idee del libro non sono nuove, perché già esposte in lavori precedenti come Rischi fatali (2005), Il fantasma della povertà (1995), La riforma fiscale (1995). Tremonti, come la sinistra antagonista, ha una visione decisamente pessimistica dei processi di globalizzazione, di cui sottolinea gli effetti negativi sull'ambiente (a livello planetario), sulle condizioni di lavoro (nei paesi emergenti), sull'occupazione e il reddito (in Occidente), sullo stile di vita e la morale (consumismo). Una visione molto vicina a quella di uno dei più accorati e originali libri antiglobal di questi anni, il pamphlet dello scrittore Bruno Arpaia Per una sinistra reazionaria (Luanda 2007). Con l'importante differenza che, per Tremonti, il male non è il capitalismo in sé ma sono i tempi e i modi della globalizzazione, ovvero la rinuncia della politica europea a governare un processo che ha assunto un ritmo troppo rapido e disordinato.

    L'aspetto interessante, però, è che molte cose che ora appaiono evidenti - ad esempio il rischio di impoverimento di ampi strati delle popolazioni europee - Tremonti le diceva già dieci anni fa, quando l'euforia della crescita le faceva apparire eterodosse e stravaganti. Altre idee sono invece relativamente nuove, e stranamente poco discusse nella raffica di interventi e prese di posizione che si sono susseguiti in questi giorni, per lo più dominati dalla disputa su pregi e virtù della globalizzazione. Peccato, perché l'aspetto più interessante del libro di Tremonti non è la sua analisi dei costi sociali della globalizzazione, svolta nella prima parte del libro («La paura»), ma il ragionamento politico che sorregge la pars construens del suo discorso, svolta nella seconda parte («La speranza»).
    Ridotto all'osso il ragionamento di Tremonti mi pare questo. La domanda di Welfare è destinata a crescere. L'Europa non vuole e non può rinunciare al suo Welfare, ma per salvare e rafforzare lo Stato sociale ci vogliono riforme incisive. Le riforme, a loro volta, non possono che poggiare su due pilastri. Il primo pilastro è «più politica», ossia più democrazia e più forza dei governi (innanzitutto a livello europeo). Il secondo pilastro è meno Stato e più sussidiarietà, ossia più terzo settore, più volontariato, più istituzioni sociali, più comunità. Il problema è che entrambi i pilastri richiedono un consenso ampio, che non può che fondarsi su un capovolgimento della cultura del '68, e quindi sul ripristino di alcuni valori fondamentali: l'autorità, il senso di responsabilità individuale, la cultura dei doveri, la solidarietà comunitaria. Senza di essi, o meglio senza il sostegno convinto della gente a simili valori, anche i sogni del riformismo liberal sono destinati a infrangersi contro gli egoismi individuali, contro le resistenze delle corporazioni, contro la forza degli interessi organizzati. Perché l'intensità dei problemi che l'Europa continentale deve affrontare è enormemente cresciuta, e corrispondentemente è cresciuto «il quantum di consenso politico che è necessario per governare».

    Insomma Tremonti prova a dirci che la fiducia nelle virtù del mercato non fa i conti con l'immensa inerzia che le riforme devono vincere, e che senza un deciso ribaltamento della cultura dei diritti non andremo da nessuna parte. Perché i grandi cambiamenti non si fanno dall'alto, come credono i tecnocrati illuminati, ma richiedono il sostegno e l'adesione dei popoli. Un'analisi ardita, che susciterà critiche, perplessità e discussioni. Ma che non si può liquidare con il semplice richiamo ai luoghi comuni dell'ortodossia liberista.
    .

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  5. #5
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    Quello che conta è che ci sia lasciata la libertà. Delle radici europee frega una sega, specialmente se per radici europee s'intende quelle cristiane.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Dimension7 Visualizza Messaggio
    Quello che conta è che ci sia lasciata la libertà. Delle radici europee frega una sega, specialmente se per radici europee s'intende quelle cristiane.
    Già, la libertà di essere sempre più lobotomizzati dalla 'società dei consumi'... Lassa perde...


    Radici europee:


  8. #8
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da dasein Visualizza Messaggio
    Già, la libertà di essere sempre più lobotomizzati dalla 'società dei consumi'... Lassa perde...
    No, semplicemente la libertà di scegliere cosa pensare, in cosa credere o non credere, e di dire quello che penso di chi mi governa senza dover stare attento che qualche funzionario di partito mi senta .
    Le mie "radici" non hanno assolutamente importanza, la tradizione neanche. Potrei accettare il discorso della difficoltà di convivenza con popoli dalle tradizioni diverse, e in quel caso posso essere d'accordo a non gestire la cosa a cuor leggero, ma non per difendere queste radici di cui non frega nulla.
    Se domenica prossima sentissi invece delle campane, i richiami del muezzin, non mi turberebbe affatto, purchè mi sia lasciata la possibilità di fare quello che dicevo poc'anzi.
    p.s.
    A non farmi lobotomizzare ci penso da me, grazie

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Dimension7 Visualizza Messaggio
    No, semplicemente la libertà di scegliere cosa pensare, in cosa credere o non credere, e di dire quello che penso di chi mi governa senza dover stare attento che qualche funzionario di partito mi senta .
    La 'libertà' di cui godiamo è assolutamente fittizia. Leggere Sudditi di Massimo Fini
    Le mie "radici" non hanno assolutamente importanza, la tradizione neanche. Potrei accettare il discorso della difficoltà di convivenza con popoli dalle tradizioni diverse, e in quel caso posso essere d'accordo a non gestire la cosa a cuor leggero, ma non per difendere queste radici di cui non frega nulla.
    Se domenica prossima sentissi invece delle campane, i richiami del muezzin, non mi turberebbe affatto, purchè mi sia lasciata la possibilità di fare quello che dicevo poc'anzi.
    Le 'radici' e la 'tradizione' per come sono posti oggi in generale sono uno dei tanti aspetti della visione borghese della questione. Si parla tanto di 'identità' ma in pochi hanno capito cosa significhi. Per i sedicenti 'identitari', amanti della 'tradizione', con ogni probabilità è identitario e tradizionale andare in chiesa, mangiare la polenta, fare folklore idiota... Ecco qual è il problema. Si considera la tradizione solo come una scemenza pseudoborghese. Per quanto riguarda la tradizione (che qui non voglio assolutamente intendere in senso evoliano) non è necessario 'attingere' ad essa come a un retaggio arcaico del nostro popolo... Non è necessario nemmanco 'ricordarla'. Un popolo può anche dimenticare il suo passato, ed essere sempre e comunque sé stesso, nel momento in cui si esprime. Il problema sorge quando il popolo non è più sé stesso ...
    p.s.
    A non farmi lobotomizzare ci penso da me, grazie
    No, ti devo aiutare io

 

 
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