Fonte: Arianna Editrice
La parola greca /aristokratía/ non significa, come alcuni pensano, "governo
dei nobili" (in senso ereditario), bensì, semplicemente, "governo dei
migliori": deriva, infatti, dal sostantivo /áristos/, "il migliore", e dal
verbo /kratéo/, "io domino".
Per gli antichi, a cominciare da Platone, l'idea che la società dovesse
essere governata dalle persone migliori era talmente ovvia, da non meritare
neppure una particolare spiegazione. Ma poi, con la Rivoluzione francese, la
parola "aristocrazia" è diventata impronunciabile e, ancora oggi, suona poco
meno che come una parolaccia. Se vi vuole evidenziare l'atteggiamento
antipatico, pretenzioso e sforzatamente ricercato di qualcuno, gli si
affibbia l'epiteto di "aristocratico", e quello può considerarsi marchiato a
fuoco per sempre.
Eppure, se andiamo a consultare un vocabolario della lingua italiana - per
esempio, lo Zingarelli - non tardiamo ad accorgerci che esiste almeno un
significato della parola "aristocrazia", che non è né quello di designare il
governo esercitato da un particolare ceto, né, tanto meno, quello di
designare la classe dei nobili in quanto tale; ma che indica, semplicemente,
«il complesso delle persone meglio qualificate per svolgere una determinata
attività».
Altro che parolaccia: questo è puro buon senso. Eppure ci siamo allontanati
da ciò che è evidente, abbiamo smarrito il buon senso, rincorrendo
affannosamente parole d'ordine populiste e demagogiche: e il risultato è
stato una aristocrazia alla rovescia, una prevalenza dei peggiori, ossia dei
più incompetenti, fannulloni e presuntuosi.
Predicando un egualitarismo irresponsabile e cialtrone, abbiamo scatenato
gli istinti peggiori insiti nella natura umana: l'invidia verso chi è
migliore, il rancore contro chi vale di più, l'odio per ciò che emerge in
virtù dei propri giusti meriti. C'è stato, e prosegue tuttora, un linciaggio
morale delle persone di valore: linciaggio che incomincia fin dai banchi di
scuola, ove lo studente più intelligente e volonteroso è etichettato come
"sgobbone", "secchione" e via dicendo, e additato al disprezzo dei compagni.
Pervasa da un sinistro, demoniaco bisogno di irridere il bene e pascersi
dello spettacolo offerto dal male, la società moderna ha scoperto che
scandalizzare il prossimo è una bella cosa e che, per riuscirci, la strada
più sicura da battere è quella di una esaltazione sistematica delle qualità
umane peggiori e una denigrazione, altrettanto sistematica, delle migliori
(cfr. il nostro precedente articolo /Dobbiamo reimparare a indignarci
davanti ai seminatori di scandali/, sempre sul sito di Arianna Editrice).
Siamo arrivati, così, all'assurdo che non solo i peggiori occupano posti di
responsabilità, mentre i migliori, spesso, vengono misconosciuti ed
emarginati; ma, addirittura, che tale pratica distruttiva viene eretta al
valore di principio e di norma, ed è proclamata ai quattro venti come il
nuovo Vangelo della modernità.
Ciò che ha reso intollerabile, storicamente, il predominio dell'aristocrazia
come classe sociale, è stata la sua evidente inadeguatezza a svolgere il
proprio compito di classe dirigente: non a caso Foscolo, nel carme /Dei
sepolcri/, descrive i nobili del suo tempo come dei morti viventi,
preoccupati solo di soddisfare le proprie mollezze. Ma una aristocrazia
dello spirito, una aristocrazia delle responsabilità e delle competenze, è
necessaria a qualunque società voglia conservare un certo grado di ordine e
di efficienza e, soprattutto, di tensione spirituale e di rispetto per se
stessa. Una società come la nostra, dove anche di fronte ai fallimenti più
clamorosi non si trova mai qualcuno disposto ad assumersi le proprie
responsabilità; una società dove i Bassolino se ne vanno solo se la
magistratura li mette sotto inchiesta, e non perché le montagne di
spazzatura inevasa stiano lì a testimoniare la gestione disastrosa della
cosa pubblica, è una società priva di ogni dignità e basata su una
aristocrazia alla rovescia, su un "governo dei peggiori".
Sostiene Platone nel primo libro de /La Repubblica/ (traduzione di Francesco
Gabrieli, Firenze, Sansoni Editore, 1950; 1990, pp. 29-30):
"«Dunque, o Trasimaco, non è ormai chiaro che nessun'arte o governo procura
ciò che è utile a sé, , ma, come dicevamo da un pezzo, procura e prescrive
l'utile dei sottoposti, cercando quindi il vantaggio di chi è inferiore e
non di chi è superiore. Appunto per questo, caro Trasimaco, io ho detto poco
fa che nessuno volontariamente governa e si pone a raddrizzare gli affari
degli altri, ma richiede una mercede, per il fatto che chi si propone di ben
esercitare la sua arte, non fa mai né prescrive il suo meglio, quando
prescrive secondo l'arte, ma quello del sottoposto. Per questa ragione, come
pare, coloro che accondiscendono a governare devono avere una mercede, o
ricchezze o onori, o una pena se non governano».
"«Che cosa intendi dire, o Socrate?- domandò Glaucone. - Perché quelle due
rimunerazioni le conosco, ma non comprendo invece la pena che dici e di cui
parli come fungesse da mercede».
"«Non comprendi allora, dissi, la ricompensa dei migliori, per cui i più
valenti governano quando consentono a governare. Non sai dunque che l'amore
degli onori e della ricchezza sono ritenuti e sono effettivamente
biasimevoli?»
"«Certo»,disse.
"«Perciò allora né per ricchezze né per onori i buoni vogliono governare:
infatti non vogliono né apertamente richiedere una mercede per la loro
attività, perché non li dicano mercenari, e neppure prenderla essi stessi
di nascosto, giovandosi della carica, perché non li diano ladri; e neppure,
ancora, si lasceranno allettare dagli onori, perché non ne sono cupidi.
Bisogna allora che essi, se accettano di governare, si prospettino una
necessità e una pena: per cui l'andar al governo volontariamente e non
sottostare a una necessità rischia di esser giudicata una cosa turpe. Ora,
massima pena, se uno non voglia governare lui stesso, è l'esser governato da
uno moralmente da uno inferiore: per questo timore mi pare che governi,
quando governa, la gente di qualità, e allora va al potere considerandolo
non cosa buona o in cui possa trovar vantaggi, ma come una necessità, e non
potendo affidarlo a dei migliori o uguali. Per cui, se esistesse una città
di persone valenti, c'è rischio che in essa si gareggi per non governare,
come attualmente si gareggia per governare: e così si può veder chiaramente
che un capo vero e genuino non è fatto per cercare il proprio utile, bensì
quello dei governati. Di modo che chiunque si rendesse conto di questo
preferirebbe ricevere utilità da altri piuttosto che ave seccature
procurandola ad altri. Che dunque il giusto sia l'utile di chi è superiore,
io non lo concedo in nessun modo a Trasimaco».
Dal brano di Platone emerge chiaramente il concetto che assumersi la
responsabilità di svolgere una funzione dirigente è non tanto un diritto, ma
un dovere morale cui i migliori non possono sottrarsi, pena il fatto di
lasciare se stessi, e l'intera società, in balia dei peggiori. I migliori,
cioè, non desiderano affatto il potere per i vantaggi che potrebbero trarne,
ma esclusivamente per i vantaggi che essi possono procurare agli altri; così
come il bravo medico non esercita la medicina per giovare a se steso, ma per
giovare ai malati che sono affidati alle sue cure.
Ora, lo stesso tipo di ragionamento si può estendere dalla sfera della
politica a quello di qualsiasi altra attività umana. In ogni attività umana,
infatti, vi sono due modi di procedere: quello di chi, essendo competente,
persegue il bene degli altri, ai quali tale attività è diretta; e quello di
coloro che, essendo incompetenti, ma avidi e ambiziosi, sfruttano le
posizioni occupate per cercare il massimo del profitto egoistico,
infischiandosene bellamente del bene comune. E ciò vale non solamente per
quanti occupano posti direttivi - sebbene, in tali casi, gli effetti
negativi siano più evidenti e più dannosi -, ma in genere per tutti coloro
che vivono in società e che esercitano una attività qualsiasi o una funzione
qualsiasi: a partire dalla micro-società fondamentale, sulla quale si regge
l'intera comunità, che è la famiglia.
Esercitare male la propria attività e la propria funzione, nel lavoro così
come nella vita privata, significa dare continuamente scandalo, nel senso di
dare continuamente un cattivo esempio, specialmente ai bambini e ai giovani.
Ad esempio, sfruttare delle leggi - forse un po' troppo preoccupate di
difendere a ogni costo i posti di lavoro e troppo poco interessate a
difendere il bene comune -, per simulare malattie inesistenti o per
poltrire, invece di svolgere degnamente i propri compiti, per i quali si
riceve un salario o uno stipendio, significa danneggiare doppiamente la
società: sprecando risorse materiali e dando un pessimo esempio sul piano
morale.
Ecco allora che l'invito rivolto da Platone ai migliori, perché escano dal
proprio comodo quieto vivere e si facciano carico di assumersi
responsabilità pubbliche, appare per quello che effettivamente è: un
sacrosanto incitamento a promuovere la parte altruista, seria e onesta della
natura umana, affinché non prevalgano le tendenze peggiori: la pigrizia,
l'egoismo, la superficialità, la furberia da quattro soldi.
Ma, si obietterà, chi sarà in grado di stabilire chi siano i migliori,
perché essi possano svolgere, nella società quel ruolo utile e necessario,
dal quale dipende, necessariamente, il suo buon funzionamento?
È certo una domanda legittima; ma, troppo spesso, viene strumentalizzata in
mala fede, al fine di insinuare il dubbio che, non essendovi alcun criterio
oggettivo di selezione dei migliori, ne consegue che il male minore, per la
società, è quello di lasciare che "le cose vadano per il loro verso", ossia
che si affermi chi vuole e chi può: anche se costui non possiede affatto i
requisiti per aspirare ad un posto di responsabilità e se è mosso non dal
senso del bene pubblico, ma dalla prospettiva di vantaggi personali.
In fondo, pensano i paladini un democraticismo e di un egualitarismo
astratto e velleitario, è meglio che la società sia condotta dai mediocri,
piuttosto che cada nelle mani di qualcuno che, con la scusa di essere "il
migliore", aspiri al potere per creare una sorta di dittatura del merito.
Poveri sciocchi, che non vedono come questa filosofia ha già consegnato la
società in mano a una dittatura: la dittatura dei peggiori: dei più
incompetenti, dei più cialtroni, dei più meschini. Ovunque, infatti, si
assiste allo stesso meccanismo in azione, il meccanismo dell'invidia e del
rancore: quando il sottotenente tormenta i soldati semplici per la stizza di
non essere capitano; quando il professore fa la fronda contro il preside,
perché vorrebbe essere al suo posto; quando il giornalista s'incattivisce
contro tutti, perché ritiene di essere stato defraudato del posto di
direttore del giornale, che, a suo parere, gli spettava; e via dicendo. E
gli effetti di questa spirale perversa e distruttiva sono, purtroppo, sotto
gli occhi di tutti.
Ovunque, chi occupa un posto inferiore odia chi sta al di sopra di lui e ne
boicotta il lavoro, non perché ritiene che lo stia svolgendo male, ma perché
gli brucia dovergli riconoscere una preminenza. Chi è inadempiente, lavativo
e inefficiente, mobilita avvocati e sindacati per ripristinare i suoi
"presunti" diritti, violati dalla sentenza iniqua, a suo dire, di qualche
tribunale del lavoro; il dipendente pubblico, licenziato perché rubava il
denaro degli utenti, mette a rumore mezzo mondo per farsi riassumere in
servizio e pretende le scuse dell'amministrazione; il maestro o il
professore pedofilo esige di rientrare in servizio con tutti gli onori e i
risarcimenti del caso, oppure, in alternativa, che lo si mandi in pensione
dopo averlo promosso; e così via. Di questo passo, non è certo motivo di
meraviglia che tutto il meccanismo sociale risulti sempre più inceppato e
screditato, sempre più deficitario, sempre più fallimentare. Gli onesti ed i
seri devono fare buon viso, ogni giorno, alla incredibile sfrontatezza dei
disonesti e dei manigoldi: e le leggi sembrano fatte apposta per tutelare i
secondi, non certo i primi.
Non vogliamo, tuttavia, eludere la domanda circa il criterio con cui si
dovrebbe stabilire quali siano i "migliori".
Precisiamo subito, intanto, che il concetto di "migliore" istituisce un
comparativo di maggioranza: si è migliori rispetto a qualcun altro; non si è
perfetti in assoluto.
Ciò premesso, ci sembra che i risultati dovrebbero parlare da soli, se noi
avessimo ancora occhi capaci di vedere e orecchi capaci di udire. Chi svolge
bene il proprio ruolo, grande o piccolo che sia, non passa inosservato; e
così pure chi lo svolge male: a patto che la società non sia talmente
traviata dai cattivi esempi e talmente frastornata da una demagogia
chiassosa e triviale, da aver smarrito anche il grado più elementare di buon
senso.
A volte, purtroppo, verrebbe da pensarlo.
Che altro bisogna pensare, ad esempio, davanti allo sconcio e drammatico
spettacolo di migliaia di tonnellate di spazzatura, rimasta inevasa per
anni ed anni nelle città e nei paesi della Campania, mentre però si assiste
alla rielezione di quegli stessi amministratori e uomini politici che
portano la responsabilità di una tale indecenza e che, fra parentesi, sono
pagati profumatamente per prendere le decisioni utili e necessarie al
pubblico bene?
E tuttavia, noi abbiamo sempre l'obbligo dell'ottimismo della volontà, per
quanto la ragione ci inclinerebbe a un pessimismo radicale. A nulla giova,
infatti, compiacersi del fatto che ogni cosa vada di male in peggio. È più
utile un solo individuo il quale, nel suo piccolo ambito di vita e di
lavoro, cerca di assolvere con amore, con scrupolo e passione ai propri
doveri, che mille profeti di sventura, i quali null'altro sanno fare se non
distribuire a piene mani, dall'altro della loro sterile "saggezza", un
fatalismo che paralizza e scoraggia ogni slancio generoso, ogni desiderio di
bene, e lascia le cose esattamente come stanno.
Non di simili intellettuali, imbelli e parolai, abbiamo bisogno; ma di
persone umili e forti, pazienti e coraggiose al tempo stesso: che sappiano
armarsi di una forza e di un coraggio che le assista, giorno per giorno,
nelle piccole battaglie della vita, e, dal cui esito dipende la qualità
dell'intero corpo sociale.
In altre parole, abbiamo bisogno di schiere sempre più numerose di persone
serie e bene intenzionate: di aristocratici, appunto, nel senso etimologico
della parola, che spargano intorno a sé il doppio beneficio della competenza
e del buon esempio.




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