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Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Comunista democratico
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    Predefinito Dalla parte della Cina (Edoarda Masi)

    Dalla parte della Cina (Edoarda Masi)

    ... parlare della Cina attraverso la mediazione degli scrittori è più facile. È un paese immerso in tremende contraddizioni, eppure è estremamente vitale. C’è la critica, c’è il pensiero, c’è la scrittura, è un paese culturalmente in effervescenza. È impossibile prevedere se procederà verso una crescita o verso un’involuzione (indipendentemente dal successo economico e politico, incontestabile).
    Un giudizio sulla situazione politica è quasi impossibile. Un giudizio politico, per quanto si voglia distaccato e obiettivo, comporta una presa di posizione dell’osservatore. Dobbiamo tenere in considerazione che oggi la Cina si presenta come possibile bersaglio futuro degli Stati Uniti nella loro pretesa di egemonia sul mondo. Di fronte a una situazione simile, non solo chi per motivi di studio e di frequentazione ha come me in quel paese una seconda patria, ma anche qualunque persona civile non può non schierarsi dalla parte della Cina, potenza pacifica che rischia di essere aggredita e strangolata. Il problema delle sfere dirigenti americane è su come sia meglio strangolarla. Discutono su questo: basterà la penetrazione capitalistica per controllarla? Oppure no, giacché con lo sviluppo del capitale crescerà come grande potenza indipendente, sfida e ostacolo alla nostra egemonia globale? meglio allora aggredirla anche militarmente. Il dilemma è di questo tipo, riguarda il come strangolarla. Su questo piano la Cina va comunque appoggiata, senza molte distinzioni fra popolo e governo.
    D’altra parte chi studia la storia sociopolitica della Cina è portato a un atteggiamento fortemente critico di fronte all’attuale governo. Per esempio, hanno fatto di tutto per entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio. Ma apertura al mercato con il WTO significa subalternità. Hanno puntato sull’investimento di capitali esteri e sulla produzione per l’esportazione: il che li mette in condizione d’essere ricattati e di possibile instabilità. La situazione economica interna è spaventosa perché spaventosa è la forbice che dal punto di vista del reddito e delle condizioni di vita divide i vari strati della popolazione. C’è una minoranza piccolissima straricca, e un buon numero di abitanti delle maggiori città che se la cava: un tenore di vita inferiore al nostro ma decente. Il sessanta per cento della popolazione vive nelle campagne e sta sempre peggio. La riprivatizzazione della terra coltivabile – per altro assai scarsa – ha prodotto l’espulsione dal lavoro di un gran numero di persone. Si è tornati a un fenomeno proprio dell’epoca prerivoluzionaria, la formazione di un “popolo vagante” di centinaia di milioni, migranti interni per miseria totale, che si accampano in baraccopoli ai margini delle città.
    K. – è sottoproletariato urbano?
    E.M. – Non è tanto un sottoproletariato, è un vero e proprio proletariato perché si tratta di lavoratori, sottopagati e supersfruttati. Sono l’equivalente degli immigrati da noi (prima dal sud al nord, ora dai paesi asiatici, africani, latinoamericani). Lo sono anche amministrativamente. Per esempio in zone ricche come Shanghai. La Cina è divisa in province intese alla latina, una provincia ha le dimensioni di uno stato europeo. Shanghai e Pechino, che sono le città più grandi, hanno una amministrazione propria, non fanno parte della provincia che hanno intorno, ma formano come una provincia a sé. L’amministrazione di Shanghai per accogliere quelli che vengono dalle altre province richiede ben tre permessi di soggiorno: uno di polizia, uno per l’alloggio, e un contratto di lavoro. Senza di questi, se uno viene beccato viene messo in un centro di detenzione temporanea. È interessante questa analogia con quanto accade da noi, a prova che non si tratta di un meccanismo razzista, ma del frutto di un sistema economico, tanto da presentarsi anche fra abitanti della stessa nazionalità.
    Questi irregolari sono in parte tollerati perché sono lavoratori non protetti, a basso salario, che vengono adoperati principalmente nell’edilizia, dove si costruisce con velocità sbalorditiva, in pochi mesi si trasformano le città. Questi operai lavorano a cottimo di gruppo, se il gruppo entro il termine non consegna il lavoro, non viene pagato, semplicemente. Sono sistemi brutali di capitalismo selvaggio. A volte a profitto di capitale misto cinese e estero, a volte di solo capitale cinese. Il capitale estero è poi spesso di cinesi all’estero. Esiste una Cina della costa diversa dall’interno e dal nord, dove prevale il commercio. Già nel passato commercianti e anche banchieri cinesi si sono diffusi per l’ambiente del Pacifico. Gente che manovra denaro in Indonesia, nelle Filippine, e fino negli Stati Uniti...
    K. – La Cina rimane ancora in gran parte un paese rurale?
    E.M. – è rurale nel senso che la maggioranza della popolazione vive in campagna. Maria Regis diceva che l’avvenire della Cina può essere solo industriale e non rurale. Benché abbia una grande estensione, la terra coltivabile è scarsa. La maggior parte della terra è fatta di deserti e montagne. Rispetto all’enorme popolazione sempre in crescita, anche col migliore dei sistemi di coltivazione non sarebbe in grado di nutrire i suoi abitanti. Ha sempre importato cereali, anche nell’epoca di Mao importava cereali dall’Australia, dal Canada... Non è un paese che possa contare su un’agricoltura ricca, come certi paesi dell’America Latina, rovinati per altri motivi. Dopo la morte di Mao, nei primi anni del governo di Deng Xiaoping, c’è stato un relativo miglioramento delle condizioni di vita in una parte delle zone rurali, grazie a una politica di prezzi che favoriva i prodotti agricoli. Ma in generale i contadini stavano meglio semplicemente perché si erano messi a fare una quantità di mestieri, diciamo di piccolo commercio, sul quale i più abili o furbi o fortunati hanno lucrato, a danno di altri. La terra è stata ridistribuita ai coltivatori – misura inopportuna data la estrema scarsità di terra coltivabile. A ogni famiglia tocca una superficie coltivabile microscopica, che non consente ai suoi membri di mantenersi in vita. Anche prima delle riforme socialiste un certo grado di cooperazione era indispensabile. L’unico modo per poter sopravvivere è collaborare. Un gruppo di famiglie, una cooperativa, una comune potevano acquistare e impiegare utilmente macchine agricole e altri mezzi di produzione, proibitivi e anche eccessivi per la singola famiglia.
    La collettivizzazione degli anni Cinquanta non ha avuto il carattere drammatico che aveva avuto in Russia. In Russia una parte dei contadini era contraria, non così in Cina, dove si è trattato di un fenomeno semispontaneo, partito dalla base. Il disaccordo ci fu in seguito, quando si tentò nelle comuni una sorta di “militarizzazione” della vita quotidiana, che ai contadini non piaceva. L’idea di mangiare alla mensa invece che a casa era senza dubbio più razionale, si risparmiavano soldi, tempo e fatica; ma a una famiglia contadina piace mangiare a casa sua secondo la tradizione. Certi eccessi non sono piaciuti ai contadini, ma l’idea di fare le cooperative era bene accetta.
    La redistribuzione della terra ha finito col portare molti alla miseria, alla fuga. Il più furbastro riusciva ad accaparrarsi la terra migliore, poi prendeva gli altri come braccianti (ora è consentito) e cercava di produrre il più possibile, sfruttandoli e riducendone il numero al minimo. Così è cominciata l’enorme fuga, e in certi casi perfino l’abbandono della terra – un paradosso in un paese che non ha terra sufficiente per nutrire i suoi abitanti.
    La burocrazia cinese è particolarmente brava, ha alle spalle più di duemila anni di esperienza. Finora è riuscita a stare in equilibrio in una situazione assurda, in cui per un verso si continua il controllo statale sull’economia e per l’altro si apre al mercato internazionale: due cose che fanno a pugni. Finora si sono barcamenati, naturalmente con una serie di contrasti: fra poteri locali e centrale, la connivenza fra privati e funzionari statali, con corruzione a livelli incredibili.
    K. – E Tien an men?
    E.M. – Tien an men è stato uno dei risultati di questa politica. Come è stata diffusa nel mondo dalla CNN, la faccenda è apparsa centrata unicamente sulla rivolta studentesca, si è omesso il fatto che mentre gli studenti protestavano a piazza Tien an men, quattro milioni di cittadini di Pechino erano in rivolta, e poi milioni e milioni di cittadini delle grandi città della Cina. C’è stata la rivolta guidata dai sindacati liberi. I primi militari inviati a domare la folla sono stati pacificamente persuasi da questa a desistere: le donne di Pechino mettevano i loro bambini in braccio ai soldati. Allora per “riportare l’ordine” hanno dovuto mandare soldati da province lontane che parlano altri dialetti e che non potevano comunicare con la popolazione. Era stato loro raccontato che a Pechino c’era una rivolta contro il socialismo e bisognava domare i controrivoluzionari. Quei poveracci hanno condotto l’operazione senza sapere quel che facevano, non potendo comunicare. Non si trattava solo degli studenti nella piazza, era in rivolta gran parte della Cina urbana. I motivi dell’insurrezione sono tanti, è l’insieme dei motivi per cui la popolazione nelle sue varie componenti era contro la politica governativa. Per spiegarli occorrerebbe una lezione di più ore sulla storia della Cina. Fra gli studenti le motivazioni erano abbastanza confuse, una rivendicazione da un lato per la democrazia, dall’altro per il benessere del popolo. Un amico cinese mi diceva che quelli di Tien an men erano principalmente figli di quadri, si trattava cioè di una faccenda quasi interna al partito. Però hanno innescato una rivolta generale del popolo. Questo non è nuovo in Cina. Gli studenti sono stati quelli che hanno innescato anche la rivoluzione culturale.

    http://www.criticamente.com/bacheca/...Intervista.htm
    Myrddin

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  2. #2
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    una cosa che ho capito è che la Cina ha bisogno di un'ulteriore ventata di comunismo. ha fatto dei grossi errori, a quanto sembra, di tipo socieconomico.
    ad ogni modo, non sono totalmente daccordo con l'autore.
    non è possibile, tramite Venier o il coordinatore esteri del PRC, o altri compagni, riuscire ad interloquire con partito comunista cinese?

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da due_calzini Visualizza Messaggio
    non è possibile, tramite Venier o il coordinatore esteri del PRC, o altri compagni, riuscire ad interloquire con partito comunista cinese?
    Me lo augurerei vivamente, ma sono molto pessimista; le ultime sparate dei nostri burocrati ultimamente mi sembrano abbastanza chiare in merito alla questine cinese.

  4. #4
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    ma se RC fa prostrismo lamista?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Palvesario Visualizza Messaggio
    ma se RC fa prostrismo lamista?
    e lo so.
    ma sarebbe sfacciato, troppo sfacciato chiedere al nostro addetto esteri di informazioni non faziose e di parlare con il governo cinese (non per chiedere la resa nei confronti dei lama...diamine..)?

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da due_calzini Visualizza Messaggio
    e lo so.
    ma sarebbe sfacciato, troppo sfacciato chiedere al nostro addetto esteri di informazioni non faziose e di parlare con il governo cinese (non per chiedere la resa nei confronti dei lama...diamine..)?
    sarebbe doveroso, ma credo preferiscan comprometersi con la cricca del dalai lama.
    Comunque che hai in mente, una lettera tra iscritti al responsabile esteri????

  7. #7
    Comunista democratico
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    Predefinito Bertinotti e la Cina, nel 2006

    Cominciamo proprio dal tuo viaggio in Cina. Che cosa ti ha più colpito, non solo dal punto di vista politico,ma da quello psicologico e culturale? Quali sono i veri punti di distanza tra noi e loro?

    Se ci cimentassimo a scrivere adesso - riscrivere - un pamphlet politico intitolato “Delle divergenze tra i compagni cinesi e noi”, dovremmo dire, prima di tutto, che «la Cina è vicina». Nel senso che, davvero, ad occidente come ad oriente, siamo immersi nella globalizzazione economica ben più di quanto non crediamo. E il punto centrale del dissenso concerne, infatti, proprio la natura della globalizzazione: per i cinesi, essa è un processo sostanzialmente neutrale, quasi come un fenomeno della natura. Come tale, immodificabile nelle sue leggi di base: al massimo, si può provare a correggerne alcune conseguenze, quelle che a lungo andare rischiano di accentuare l’instabilità e la governabilità sociale oltre ogni possibilità di controllo. Ma al di là non si può andare, un po’ come nella cultura socialdemocratica.

    Tu dici "globalizzazione", ed è chiaro che cosa vuol dire. Ma, nell’ottica di Pechino, c’è o no una differenza tra globalizzazione e capitalismo?

    Ti rispondo così: proprio come il socialismo o è mondiale o non è, tutti i sistemi economici inseriti nella globalizzazione hanno una natura capitalistica. Nella visione cinese, questa è comunque l’unica alternativa praticabile alla povertà: il primato del mercato (e della logica d’impresa, dico io), che unisce est e ovest in una relazione stringente, costituisce per loro la leva portante per entrare nella modernità, nel progresso, nello sviluppo. Il mercato, insomma, viene considerato l’unico elemento dinamico, che ha consentito alla Cina un ritmo di crescita di quasi il 10 per cento all’anno e la fuoruscita dalla povertà per centinaia di milioni di persone. Perciò parlano di se stessi come di “un Paese in via di sviluppo” - definizione solo in parte soddisfacente, dati i punti di eccellenza tecnologica raggiunti in molti comparti dall’innovazione cinese. Non si può, naturalmente, negare lo sviluppo che c’è stato e continua ad esserci in Cina, uno sviluppo che corrisponde a vera creazione di ricchezza. E nemmeno ci si può permettere, dall’alto della “pancia piena” di un occidentale, di impartire lezioni a chicchessia e a loro. Però, invece, non possiamo sottacere che, accanto e come conseguenza di questo sviluppo, c’è una grande diseguaglianza sociale e di classe. In Cina, temo, le distanze tra ricchi e poveri, tra zone sviluppate e ipersviluppate e campagne in crisi (ma non solo) sono enormi. Come tutto, in questo paese, è di dimensioni gigantesche.

    Questi problemi sono o no all’attenzione dei governanti?

    Sì, sono consapevoli, mi pare, delle drammatiche storture sociali che lo sviluppo ha creato in più di vent’anni. Solo che la natura del processo è tale da non accettare vere correzioni, come dicevamo. Per la prima volta nella storia moderna, accade che nel punto più avanzato, nel luogo che possiamo definire come la “locomotiva” dello viluppo, il massimo dell’innovazione si coniuga con il minimo dei salari: insomma, si è spezzata del tutto una relazione “progressiva” tra boom economico e benessere sociale che pure il capitalismo, in altre epoche, ha comunque garantito - anche grazie, certo, alla lotta di classe e alla crescita dell’organizzazione sindacale.

    Perché questa involuzione?


    E’ l’effetto obbligato della competizione economica mondiale, è cioè uno dei dati organici della globalizzazione: nello scontro che oppone tra di loro le borghesie di tutto il mondo, i salari divengono una pura variabile dipendente, e vengono inseguiti al loro livello, appunto, più basso, più “compatibile” con gli interessi immediati delle imprese.

    E il “mercato socialista”? Che senso ha in questo contesto?

    Un ossimoro. Una contradictio in terminis che dice dell’intenzione del gruppo dirigente cinese di intervenire con correttivi sociali e politiche di tipo equitativo e in parte redistributivo. Se non avessero messo in atto questo livello di Welfare, il paese sarebbe sprofondato in una crisi senza ritorno. Solo che, anche qui, gli effetti concreti sono relativi, rispetto alle dimensioni d’insieme: è un po’ come tentar di svuotare il mare con un cucchiaino. Il fatto è che, in un contesto che assolutizza il primato della produzione e, alla fin fine, della merce, la tragedia vera è quella del lavoro: che scompare, letteralmente, nel suo ruolo protagonistico. In Cina, paese cardine della globalizzazione, il lavoro e il conflitto sociale sono privi di valore, non hanno spazio, sono tendenzialmente espulsi dal processo: nel senso che il cuore del processo stesso è il primato assoluto della merce e l’interesse dell’impresa. Non è neppure come ai tempi dello stakhanovismo, quando si trattava di versare lacrime e sangue per aumentare il più possibile produzione e produttività. Non è neppure la logica di Mao del “grande balzo in avanti”. E’ la legge pervasiva e anzi totalizzante della strada imboccata.

    Da questo quadro, non mi pare che la democrazia cinese ne esca tanto bene. Non solo e non tanto la democrazia delle istituzioni liberali, di cui si può dare per “scontata” l’assenza, ma la democrazia che forse dovrebbe caratterizzare un paese che ancora dichiara il socialismo come proprio obiettivo - quella operaia, sindacale, partecipativa.O No?

    Certo, anche per me questo è forse il punto più dolente. Non dico, naturalmente, che la democrazia borghese sia irrilevante, penso in proposito l’esatto contrario, dico che il metro giusto con cui guardare agli sconvolgenti processi in corso in Cina non può essere il suo grado di “democratizzazione liberale”. E’ la negazione radicale del conflitto, invece, e la repressione durissima e sistematica che lo accompagna, quando e se si manifesta, che mi fa sentire distantissimo da questa Cina, pur così “vicina” - pur, dentro tante e gigantesche differenze, così simile a noi. Se non puoi agire il conflitto, non riesci neppure ad avviare un percorso di liberazione, di autentica “messa in valore” delle persone, della loro autonomia e libertà. Senza di questo, la globalizzazione e la disuguaglianza non solo impongono la loro logica, come macchine inesorabili, ma diventano cultura, nel senso più profondo del termine. E nessuna civiltà è al riparo da questo pericolo, da un esito di mera omologazione - nemmeno la Cina, purtroppo. Nella quale è pur vero che è cresciuto - chiamiamolo così - un “ceto medio” anche molto ampio, che garantisce al sistema un certo consenso diffuso. Ed è vero che Shanghai è una vetrina dello sviluppo perfino fantastica. Ma è vero altrettanto che, se continuerà su questa strada, la Cina si troverà di fronte a contraddizioni sociali gigantesche, a tragedie di massa, sempre più drammatiche. Sempre “più vicina” al modello occidentale....

    Vogliamo trarre una prima pur parzialissima conclusione?

    De te fabula narratur: ecco il pensiero fisso che ha accompagnato questo viaggio. A parte ogni altra considerazione, noi, Europa, non possiamo neppur vagamente sperare di farcela, a battere la Cina (e l’India): sul terreno della concorrenza e della competività la partita è perduta, non ne possiamo che uscire schiacciati. Anche per questo, è essenziale la prospettiva di un’alternativa economica e sociale - che del resto è fondativi dell’identità del Partito della sinistra europea - capace di sottrarsi al paradigma della globalizzazione. E la leva vera di questa alternativa - le sue gambe - è la democrazia partecipata, il dispiegarsi del conflitto maturo, la costruzione di spazi progressivi di libertà collettiva sottratti alla logica del mercato e dell’impresa.


    http://bellaciao.org/it/spip.php?article11946
    Myrddin

  8. #8
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    Predefinito Iniziative Culturali Cinesi in Italia

    Un prezioso riferimento qui:
    http://www.tuttocina.it/cina.htm

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    Myrddin

  9. #9
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    Predefinito La radio cinese in italiano, contro le menzogne "occidentali"

    Per sentire l'altra faccia della medaglia, contro la disinformazione organizzata dai mass media imperialisti:
    http://italian.cri.cn/
    Myrddin

 

 

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