Il golpe di fine estate attuato in Cile da un gruppo di militari scatenò, anche in Italia, un putiferio. I destristi nazionali, alfieri dell'Occidentalismo e degli USA, tripudiarono per il nuovo regime mentre i patriottardi cugini d'oltreoceano facevano i lanzichenecchi a favore dei generali: l'organizzazione anticomunista (ma amica degli USA) "Patria y Libertad" si sciolse volontariamente per «cooperare con l"esercito», mettendo cioè i suoi uomini a disposizione delle Forze Armate, maldisposte a compromettersi più del necessario, per operazioni poco pulite. Dall'altra parte i radicali col botto, gli amanti della democrazia, i difensori della libertà (quella di essere schiavi), fecero a gara nello strapparsi i capelli e piangere sull'eroe caduto (non esclusi gli extraparlamentari), per nascondere il proprio stato di servizio al soldo degli stessi padroni dei generali di Santiago. Qual'è dunque, aldilà del battage pubblicitario delle voci del regime, il significato degli avvenimenti cileni?
Il tentativo di sganciamento dagli USA di Allende, ha avuto il suo limite nel riformismo e nel moderatismo, tipici dell'ideologia socialista. La sua fine dimostra che il colonialismo americano può essere sconfitto solo da una politica di autonomia basata su una volontà rivoluzionaria senza mezze misure.
In una delle sue prime dichiarazioni quale nuovo presidente della Repubblica, Salvador Allende proclamava che il suo governo si prefiggeva due obiettivi fondamentali: cancellare per sempre il latifondo, al fine di spezzare l'egemonia economica dei grossi proprietari terrieri; nazionalizzare le risorse naturali, per stroncarne lo sfruttamento da parte delle grandi imprese straniere, sostenute dal capitale USA. La chiave moderata in cui tale disegno fu messo in atto portò Allende a ricorrere ai militari. Era la prova del limite riformista dell'uomo: un moderato che si illuse di vincere il capitalismo umanizzandolo. La sua fine dimostra che il colonialismo americano può essere sconfitto solo da una politica di autonomia basata su una volontà rivoluzionaria senza mezze misure.
La soluzione militarista, intermedia e provvisoria nei suoi intenti, è stata dunque per Allende un'autocondanna.
Nel dicembre '72 l'opposizione -"Partito nazionale" e "Democrazia cristiana"- sferrò un duro attacco al governo di "Unidad Popular" con lo scopo di creare il caos economico e far cadere il governo. Il tentativo era però sostenuto anche dalla ITT [International Telephon & Telegraph) che già aveva tentato un complotto nel marzo '72, da compagnie USA quali la Anaconda Copper, la Cerro Mining, la Kennecott, e da due gruppi bancari statunitensi che operano nell'America Latina.
Non era che lo sbocco del boicottaggio economico e finanziario operato dagli Stati Uniti attraverso la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, le Agenzie di Credito e di Sviluppo e consimili istituti di rapina internazionale.
Da qui il ricatto di Washington per il debito di indennizzo alle suddette compagnie, il blocco della ricerca tecnologica mediante allettanti impieghi all'estero (senza alternativa) offerti ai quadri cileni, e soprattutto la paralisi dell'esportazione del rame (80% della esportazione totale cilena!), dimezzato nel prezzo dopo le misure protezionistiche annunciate da Nixon la notte del ferragosto '71.
Ne derivò il crollo dell'economia cilena, anche per il blocco delle comunicazioni (vitali in un paese lungo 4.192 km. e pressochè privo di strade ferrate) operato dall'opposizione di destra. D'altra parte le occupazioni delle fabbriche e delle terre (tomas) attuate da elementi del MIR (Movimento della Sinistra Rivoluzionaria) hanno finito col fare il gioco della destra. Infatti i contadini delle tomas, privi di una coscienza rivoluzionaria, inseguivano solo un sogno borghese aspirando a divenire piccoli proprietari. Fallito il sogno la produzione calò di colpo: tutto ciò riprova la mancanza in qualunque strategia classista di una vera forza rivoluzionaria.
Il Partito Comunista ortodosso, del resto, si è limitato a svolgere un'azione moderatrice, senza prendere alcuna iniziativa. È palese in tale atteggiamento la volontà di non dispiacere a Mosca, evitando contemporaneamente di perdere la faccia di fronte alle masse. Così Carlos Altamirano, leader del partito socialista (che aveva scavalcato a sinistra il PC), in un appello lanciato da Radio Avana tre mesi dopo il golpe ha condannato i gruppi della guerriglia, limitandosi ad invocare l'unità delle sinistre. L'11 settembre i militari compivano il colpo di Stato. Evidente dietro di essi la longa manus della CIA.
Che la Central Intelligence Agency sia tradizionalmente implicata in tutti i sommovimenti politici, e in quelli dell'America Latina in particolare, è un fatto scontato. Non a caso Henry Kissinger, allora "consigliori" di Nixon, nel settembre 1970 ebbe a dire che una vittoria di Allende alle elezioni avrebbe significato un grave pericolo «per noi, per le forze democratiche e per le forze filo-statunitensi dell'America Latina». Lo stesso Juan Peròn (che di CIA se ne intende!) ha affermato circa l'ipotesi di un intervento diretto dell'organizzazione: «Non posso dimostrarlo, ma lo credo fermamente, perché conosco tutti i retroscena. Non credo che possa essere andata in alcun altro modo». Sembra inoltre che due esponenti del MIR, Miquel Enriquez e Oscar Villalobos, già prima della morte di Allende avessero denunciato la partecipazione di ufficiali americani alla preparazione di un colpo di Stato.
Se la destra ha manifestato subito la propria simpatia alle marionette del Dipartimento di Stato, la DC cilena non è stata da meno. Istigata contro Allende dai partiti omologhi europei, dagli USA e dal Vaticano (di recente Eduardo Frei, ex-presidente cileno, si era consultato con Papapaolo), ha prima appoggiato i militari, sostenendo contemporaneamente per bocca del presidente Patricio Ailwyn di essere «su posizioni di sinistra avanzata e di battersi per le riforme», giustificando poi il putsch come difesa da un presunto complotto dello stesso Allende, ed infine ritirandosi in una posizione di prudente attesa. Evidentemente l'arte dei gesuiti è ben viva nei democristi di qualunque paese.
Il capo della Giunta Militare cilena Augusto Pinochet ha motivato il golpe dichiarando di voler ripristinare la pace nel paese ed arrestare il pauroso tasso inflazionistico dell'escudo (294%). Il generale (progressista a modo suo ed a suo tempo estimatore di Robert McNamara) vuole dunque, a parte la «pace nazionale» ottenuta col pugno di ferro, la ripresa economica e conta molto sui nuovi rapporti con gli USA.
Dopo aver sdraiato l'economia cilena gli americani possono così riprendersi quello che le nazionalizzazioni avevano loro tolto, con tutti gli interessi. E forse riusciranno anche a farci la figura dell'amico generoso, dimentico dei torti subiti.




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