La fortuna di Castro?
L’odio per gli Usa
Massimo Tosti
20 marzo 2008
Tre anni fa – quando Fidel era ancora il Lider Maximo – il regista americano Oliver Stone presentò sugli schermi un film (Comandante) che si esauriva in una lunga, noiosa e adorante intervista a quello che si poteva allora definire il dittatore “più antico del mondo” (al potere dal 1959: l’anno prossimo avrebbe festeggiato le nozze d’oro). Un caso di idolatria. Un critico autorevole trattò Stone con disprezzo: «Non una parola sui prigionieri torturati, i diritti umani violati, i campi di lavoro per omosessuali, la gente ammazzata perché cerca di lasciare il paradiso della rivoluzione». Persino nauseante, a tratti: come, per esempio, quando Fidel si schermisce, da vecchio ipocrita imbolsito, ironizzando sul proprio ruolo («Tiranno io? Ma se sono schiavo del mio popolo…»).
Esce ora in Italia (con un ritardo di oltre vent’anni sulla pubblicazione) una testimonianza drammatica sulle violenze della dittatura cubana. L’autore è Armando Valladares, che ha conosciuto la tragedia in prima persona. Il libro s’intitola Contro ogni speranza – 22 anni nel gulag delle Americhe, dal fondo delle carceri di Fidel Castro, editore Spirali 400 pagine, euro 25). Il suo racconto aiuta a capire (ma non a giustificare) l’eccesso di cortesia di Oliver Stone. «C’è chi pretende di giustificare la tirannia di Castro con un alibi: ha costruito scuole e ospedali», sottolinea Valladares. Che obietta: «Anche Stalin, Hitler e Pinochet hanno costruito scuole e ospedali, ma come Castro hanno torturato, ucciso e costruito campi di concentramento e di sterminio, messo fine a tutte le libertà e commesso i peggiori crimini contro l’umanità». La ragione autentica dell’omertà di molti intellettuali risiede nell’odio verso gli Stati Uniti che ha permesso al vecchio dittatore di restare al suo posto.
«La sua vicinanza agli Stati Uniti e il suo tenere fronte gli hanno valso l’appoggio di molta stampa, governi, politici e intellettuali. Penso che se Castro avesse instaurato la sua dittatura in Africa o in Asia, lontano dagli Stati Uniti, sarebbe scomparso da anni». E nel libro c’è un esempio specifico, con nome e cognome. Quando la moglie di Valladares, Martha, fu ricevuta da Pierr Schori, allora segretario internazionale del partito socialdemocratico e sottosegretario agli Esteri nel governo svedese, si sentì consigliare il massimo della prudenza: «Signora, se vuole fare qualcosa in favore di suo marito, la consiglio di non continuare con la campagna di pubblicità e di denunce. Così non lo tirerà mai fuori di prigione». Lo stesso suggerimento le era stato dato da Regis Debray, in Francia.
A Schori Marta replicò: «Se viene maltrattato un prigioniero delle dittature cilena o argentina, voi denunciate il fatto e vi scandalizzate. Forse pensate ancora che Cuba sia un paradiso»Esce . Schori ammise, aggiungendo però che dipingere come spietata la dittatura cubana avrebbe significato “fare il gioco degli americani”. La brutalità del regime cubano è stata ampiamente documentata da molti altri dossier. Per esempio – per citare uno degli ultimi – dal Libro nero di Cuba, curato da “Reporter senza frontiere”, un gruppo di giornalisti di diverse nazionalità che non può certo essere sospettato di anticomunismo viscerale. Quel rapporto denunciava le ripetute violazioni dei diritti della difesa nel corso di processi farsa (con la sentenza già scritta prima del dibattimento), le torture alle quali erano sottoposti i prigionieri, le condanne pesantissime (pena di morte compresa) per reati di opinione, le condizioni vergognose delle carceri, il numero altissimo di avversari del regime inghiottiti dal nulla.
Valladares aggiunge alle cifre e ai dati (spesso freddi) ormai noti alle maggiori organizzazioni internazionali (compresa Amnesty International) i ricordi terrificanti delle sofferenze patite: fisiche e psicologiche. Le mortificazioni, il tentativo costante di cancellare la dignità dei prigionieri, come l’obbligo di subire gli interrogatori senza alcun abito indosso (una pena inflitta anche alle donne), le celle nelle quali venivano ammassati venti prigionieri, senza letti e senza servizi igienici (neanche il bugliolo), nelle quali mancava lo spazio vitale per dormire tutti sul pavimento, e qualcuno doveva passare la notte in bianco, in piedi, in un angolo. L’alternanza fra il freddo spietato e il caldo opprimente, fra le settimane trascorse al buio completo e i mesi con i neon a palla per ventiquattr’ore al giorno, che impedivano qualunque forma di riposo.
La convivenza con i topi, le cimici, e i carcerieri in tutto e per tutto simili ai kapò nazisti. Anni e anni trascorsi – senza speranza – in un gulag (o in un lager) che costringeva molti dei prigionieri a invocare la morte. Le fucilazioni e le sepolture senza lasciare tracce. Oppure quelle a portata d’orecchio dei carcerati, per piegarne la resistenza. O quelle sbrigative: «L’autocarro si fermò, le guardie scesero, lo circondarono, quindi cominciarono a sparare sui prigionieri, scaricando mitra e fucili su quella massa di uomini ammanettati. Fu una vera carneficina. Il tutto si svolse sotto lo sguardo atterrito del detenuto che viaggiava separato, Cristobal Airado. Fu l’unico superstite: lo lasciarono in vita perché assistesse alla scena.
Dopo la strage, azionarono il meccanismo di ribaltamento del camion e i corpi rotolarono e si ammucchiarono uno sull’altro. Un ufficiale disse a Cristobal: ”Questo affinché tu sappia cosa faremo a chi si oppone alla rivoluzione!”. I comunisti sapevano che Cristobal avrebbe raccontato l’accaduto: la notizia si sarebbe sparsa per tutta l’isola, terrorizzando la popolazione!». Oppure la strage compiuta il 12 gennaio 1960, quando cento soldati dell’esercito di Fulgencio Batista furono fatti scendere in una fossa profonda fino al ginocchio, le mani legate dietro alla schiena, e mitragliati sul posto: poi le ruspe riempirono la buca. Senza processo. «Quelle esecuzioni furono ordinate e presenziate da Raul Castro». Questo per chi si illude che il fratello sia migliore di Fidel.




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