Alitalia, un futuro è possibile
venerdì 4 aprile 2008
di Gianni De Michelis
http://www.partitosocialista.it/site...possibile.aspx
E’ finita come doveva finire: la drammatica interruzione delle trattative con Air France significa che la vicenda dell’Alitalia è finita sul binario morto.
Per certi versi si è trattato di una fine annunciata, vista soprattutto l’imperizia con la quale il governo ha gestito la vicenda della privatizzazione, fino al punto di arrivare in piena campagna elettorale ad affrontare il decisivo, ultimo miglio.
Ma naturalmente la responsabilità non è solo del governo, o meglio di questo governo, visto che la crisi è venuta maturando lungo un intero quindicennio.
Il problema è che è mancato fin dall’inizio un chiaro disegno strategico atto a costruire un futuro credibile per uno strumento essenziale per il futuro del Paese quale la compagnia di bandiera.
Abbiamo già avuto modo di dire che il caso Alitalia rappresenta in modo pieno una metafora per il caso Italia, e tale modo di ragionare potrebbe essere rafforzato dicendo, oggi, che quello che è mancato per arrivare ad una soluzione corretta del problema è stata una chiara visione dell’interesse nazionale, nel cui contesto inserire il futuro dell’Alitalia.
Ora la situazione torna al punto di partenza, dopo quindici anni persi e 15 miliardi di euro andati in fumo, ma nessuno potrà permettersi di archiviare il dossier, persino se la conseguenza immediata delle irresponsabilità che hanno portato alla rinuncia di Air France di ieri, dovessero nell’immediato portare al commissariamento e quindi al fallimento della compagnia.
Una soluzione quindi dovrà essere trovata e toccherà al nuovo governo farsi carico del problema di fornire il quadro di riferimento perchè essa possa essere trovata.
Per quello che ci riguarda, anche se ci rendiamo conto che, con ogni probabilità, ci verrà riservata la sorte che ci è stata riservata in tutti questi anni, e cioè quella di assumere il non simpatico ruolo di “vox clamantis in deserto”, ci permettiamo di insistere sul fatto che la questione decisiva per definire un nuovo credibile progetto non è né quella della cosiddetta italianità del nuovo soggetto imprenditoriale che dovrà assumersi le responsabilità del rilancio del nostro vettore aereo, nè tantomeno quella della cosiddetta salvaguardia dei livelli occupazionali.
La questione centrale è quella di saper definire un chiaro progetto strategico imprenditoriale, strettamente collegato all’interesse nazionale nel settore delle attività turistiche e nel modo di affrontare la collocazione internazionale del sistema Italia nel mondo globale, da cui rischiamo di essere emarginati.
Si deve trattare di un progetto in cui devono essere presi in considerazione in modo ordinato il futuro ruolo dell’Italia nel quadro della nuova organizzazione dei flussi di persone e di merci che caratterizzeranno l’economia globalizzata del ventunesimo secolo, e il problema di come deve essere efficacemente organizzato il Paese e solo di conseguenza il ruolo che dovrà continuare ad assumere un vettore la cui italianità dovrà esser caratterizzata non dalla proprietà azionaria, ma dalla capacità di far corrispondere l’infrastruttura aeroportuale del proprio progetto industriale ai piani strategici per il Paese.
In una parola, il possibile futuro dell’Alitalia può avere successo solo nel contesto di un più generale progetto per la connessione logistica dell’Italia nel contesto internazionale, a cui l’Italia stessa deve rimanere sempre più strettamente ed efficacemente collegata. Paradossalmente il vicolo cieco in cui ci siamo cacciati può diventare un’opportunità perchè ci consente di fare tabula rasa delle molte piste sbagliate lungo le quali ci siamo inoltrati in questi anni, a partire dalla questione di Malpensa, e delle ragioni non nobili che hanno spinto nel passato il management, e assieme al management il cosiddetto azionista politico occulto, a scegliere i partner europei con cui poi si è trattato.
Il tutto fino ad arrivare a creare il paradosso per il quale, nelle scorse ore, abbiamo dovuto constatare che uno degli ostacoli non secondari che hanno reso difficile la conclusione delle trattative con Air France, è venuto proprio da quel socio olandese della medesima Air France, che fino a circa dieci anni fa era stato l’interlocutore privilegiato scelto dalla nostra compagnia per trovare una soluzione ai suoi problemi.
Oggi bisogna rapidamente tornare a prendere in considerazione la possibilità di un’alleanza che guardi in direzioni profondamente diverse da quelle dell’Europa settentrionale, che punti con grande chiarezza sulle potenzialità dello hub di Fiumicino in un orizzonte assai più vasto di quello nazionale, e che in qualche modo colleghi il futuro dell’Alitalia con l’assoluta esigenza che il nostro Paese ha di dotarsi di un’impresa nel campo della logistica di dimensioni e di capacità almeno europee.
Definire una prospettiva del genere sarà compito del nuovo governo; quanto poi all’individuazione dei soggetti da coinvolgere ben venga un approccio pragmatico scevro da vincoli pseudoideologici.
Andranno bene imprenditori nazionali privati che si dimostrino convinti della bontà del progetto; bisognerà chiedere che facciano la loro parte le strutture imprenditoriali pubbliche senza preclusioni di carattere astratto ( e semmai, come qualcuno ha detto, bisognerà pensare più a Poste o a Finmeccanica che non all’inutile Fintecna); e bisognerà tenere conto che nessun progetto potrà avere alcuna possibilità di successo senza il coinvolgimento di un vettore internazionale di adeguata dimensione.
Naturalmente, anche se siamo sull’orlo del burrone, l’auspicio è che ci siano ancora le condizioni per una trattativa alla pari e non per un semplice “ prendere o lasciare”. Ancora una volta, ciò significa che l’interlocutore non sia una compagnia sull’orlo del fallimento, ma in prima persona l’Italia come sistema Paese.
Inoltre dovrà essere spiegato alle diverse sigle sindacali interessate, che, nel mentre è assolutamente legittimo il loro interessarsi delle condizioni e del futuro dei lavoratori, nessun vincolo può essere da loro imposto all’organizzazione di un piano imprenditoriale i cui unici limiti devono essere rappresentati dalla capacità di competere e dalla capacità di produrre profitto della nuova azienda.




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