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bizzzarrro
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Nobis vs Bizzzarrro
Centro Culturale Lepanto
Cara Amico, Caro Amico , Lepanto sta diffondendo una documentata analisi sulle premesse ideologiche anarchiche e rivoluzionarie soggiacenti il Manifesto dei Valori del Partito Democratico guidato da Walter Veltroni. Relatore del Manifesto è infatti il professor Mauro Ceruti, il quale è noto per essere un teorico della complessità e del caos e discepolo di quel maestro della teoria del caos che è Edgar Morin.
Certi del Suo aiuto, La ringraziamo anticipatamente. Centro Culturale Lepanto
IL CENTRO CULTURALE LEPANTO ANALIZZA LE PREMESSE IDEOLOGICHE
DEL MANIFESTO DEI VALORI DEL PD.
IL PARTITO DEMOCRATICO: FATTORE DI STABILITA’ O DI CAOS?
Il volto sorridente di Walter Veltroni, già discepolo dell’ex segretario del PCI Achille Occhetto, già gerarca dell’organizzazione giovanile del PCI e poi arrivato ad essere vicesegretario del Partito di via delle Botteghe Oscure, già Direttore del quotidiano “L’Unità”, accompagna la sua affermazione di non essere mai stato comunista.
Altrettanto decisamente affermerebbe, se accusato di voler sprofondare l’Italia nel caos, di volere al contrario un futuro di stabilità e prosperità per il nostro Paese. Ma anche qui riscontreremmo una contraddizione, evidenziata proprio dal Manifesto dei Valori del Partito Democratico ossia il testo che secondo Veltroni pone i fondamenti del programma e dell’identità del PD.
A capo della commissione che ha redatto il Manifesto è stato posto come presidente Alfredo Reichlin, iscrittosi nel Partito Comunista ai tempi di Stalin (1946) e che da allora ha seguito tutte le trasformazioni del comunismo italiano (togliattismo, eurocomunismo berlingueriano, PDS, DS ed oggi PD).
Più sostanziale è stato però il ruolo del relatore del Manifesto dei Valori del Partito Democratico, il professor Mauro Ceruti, il quale è noto per essere un teorico della complessità e del caos (1), studioso di Jean Piaget e discepolo di quel maestro della teoria del caos che è Edgar Morin, insieme al quale sostenne le linee guida della segreteria Occhetto, fino a che costui non fu cacciato dal suo posto ad opera di un Partito intimorito dalle conseguenze della sua politica.
I teorici del caos e della complessità sono coloro che postulano come elemento essenziale dell’evoluzione della società e dell’universo il manifestarsi di “catastrofi” “nel senso attribuito al termine da René Thom, 1975” (2), dando una nuova veste ad “una problematica che Marx avrebbe ricordato nel primo libro del Capitale a proposito della trasformazione del valore in capitale, e che poi sarebbe stata ripresa e generalizzata nell’Anti-Dühring di Engels e largamente ricorrente nella sua Dialettica della natura” (3); il Ceruti, in particolare, esalta come motore dell’evoluzione, e delle innovazioni più radicali, le grandi catastrofi: “Esse sono distruttrici e creatrici nello stesso tempo” (4) e intende le “’catastrofi’ (nel senso tecnico, come anche nel senso più letterale del 1 termine)” (5) non solo a livello naturale perché il superiore livello socioculturale si limita all’astrazione di ciò che viene dal basso (6).
Il professor Mauro Ceruti, relatore della commissione, è stato anche quello che ha dato forma e contenuti al Manifesto, come provano i termini usati nel testo ed il tono generale del medesimo, che ritroviamo nelle opere di Edgar Morin e dei suoi discepoli italiani, appunto il Ceruti e Gianluca Bocchi.
Ad esempio le inquietanti virgolette apposte al termine “natura umana” al terzo capoverso del paragrafo 2 del Manifesto ci rimandano all’avversione espressa dal Ceruti verso “la stessa idea di natura umana” (7): egli infatti si rifà ad “un’epistemologia, che chiameremo costruttivista” (8), perché “essa veicola un concetto-chiave: il Sé non è una sostanza né si riferisce a una struttura determinata, ovvero non esiste un Sé unico ed irripetibile” (9).
Da questo concetto chiave il relatore del Manifesto dei Valori del PD deduce che “il compito urgente è di aiutare l’individuo a percepirsi come un’identità multipla, aiutandolo nel contempo a percepire gli altri come identità altrettanto multiple.” (10).
Spiegazione: se è falsa la concezione cristiana di un’anima individuale, di un Sé unico ed irripetibile, il quale ha attributi ed accidenti come essere uomo o donna, italiano o straniero, sano o malato, tifoso sportivo o no, ecco che ciascuno di noi diventa una “soggettività” (non un soggetto) ossia un nodo di relazioni (con la comunità sessuale maschile e femminile, con la comunità nazionale ed internazionale, con la comunità sportiva o con quella ospedaliera) ed ognuna di queste relazioni, quali essere frequentatore di un bar o di un altro, di una sala da bocce o di un campo da tennis, diventa una delle identità diverse incrociate nello stesso nodo o “soggettività”, ove si connettono “identità di tipo spaziale (quali sono l’appartenenza ad uno Stato, a una regione, a un continente, a una città) e identità di tipo non spaziale, identità puramente individuali e identità collettive, identità antiche e identità nuove.” (11).
Queste relazioni sono dette identità (“identità umane individuali e collettive” recita il Manifesto del PD al paragrafo 2) per affermare che senza di esse non abbiamo diritto ad essere considerati, non esistiamo più allo stesso modo di un nodo che scompare se togliamo via i fili che si incrociavano.
Il Manifesto dei Valori del PD assume quindi una posizione radicalmente (ossia in radice) abortista ed eutanasista, in quanto presuppone che non esiste una natura umana unica ed irripetibile, indipendente dall’avere relazioni con gli altri, persino con la madre che lo ospita e lo nutre nell’utero: i sostenitori dell’aborto infatti sostengono che se perde l’unica relazione che un feto può avere, l’amore della madre, quel feto non ha più diritto ad esistere, così come senza fili non esiste il nodo; ed i sostenitori dell’eutanasia sostengono che chi non è più in grado di avere relazioni accettabili con il prossimo (perché in coma, etc.) non ha più le sue identità multiple e perciò la “soggettività” scompare, perde il diritto all’esistenza.
La cd. “democrazia della conoscenza” che troviamo citata nel Manifesto del PD ai paragrafi 2 e 6 è pur essa un concetto caro al Morin ed al suo discepolo Ceruti che già nel 1990 si ponevano “il problema storico chiave della democrazia cognitiva” (12) ed affermavano “la necessità di una presa di coscienza politica della necessità di operare per una democrazia cognitiva” (13), nel quadro di un rifiuto della “superspecializzazione, della separazione e dello spezzettamento del sapere” (14).
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La “democrazia cognitiva” è a favore dell’”intelletto collettivo” ed è contro la proprietà privata del sapere, contro “il diritto di acquisire un sapere specializzato facendo gli studi ad hoc” (15), mentre invece afferma che “la razionalità e la scientificità chiedono di essere ridefinite e complessificate” (16) allo scopo di risolvere “il vecchio problema posto da Marx nella terza tesi su Feuerbach: chi educherà gli educatori?” (17).
Per capire come dovrebbe funzionare la società dell’”intelletto collettivo” (18) o del “general intellect” per usare il termine di Marx (19), basteranno le poche righe ove un altro teorico della complessità critica una università come Oxford o Cambridge, dove il professore conosce benissimo la sua materia, lo studente un poco o molto meno ed il bidello per nulla, mentre invece esalta come esempio di intelligenza collettiva una rosticceria ove ogni dipendente ruota a turno fra il lavoro in cucina, al banco ed alla cassa e perciò tutti sanno le stesse cose, lì esiste la perfetta democrazia della conoscenza (20).
E’ evidente infatti che nessuna condivisione delle conoscenze può innalzare al livello di Aristotele chi non ne è mentalmente capace, perciò è d’obbligo per i democratici della conoscenza abbassare l’intelligenza collettiva al minimo livello comune.
Caotico è il significato dato ai termini “sapere, intelligenza” citati nel settimo capoverso
del paragrafo 4 del Manifesto del PD perché caotica è la prospettiva sociale e lavorativa indicata nello stesso capoverso a cittadini privati di una identità stabile e invitati ad accettare “flessibilità e frequenti cambiamenti nel corso della vita lavorativa”.
Se il cittadino, uomo o donna, disegnato dal Manifesto dovrebbe rassegnarsi a passare da un periodo di lavoro come avvocato ad un periodo come benzinaio e poi da un periodo come medico chirurgo ad un periodo come panettiere, diventa fuorviante, per il professor Ceruti, una scuola che curi lo “sviluppo di competenze ben definibili e precisabili” (21).
Al contrario la scuola dovrà essere costretta a fare “una coraggiosa inversione di rotta rispetto alle ‘missioni’ del suo passato” (22) ed orientarsi alla cd. “educazione permanente” citata nel secondo capoverso del paragrafo 6 del Manifesto, ossia quel “percorso educativo e formativo che duri per l’intera vita lavorativa”, citato nel secondo capoverso del paragrafo 5 del Manifesto.
Spiegazione: se il lavoratore deve passare da un periodo come fiorista ad uno come notaio e poi come magazziniere e poi come commercialista e poi come dentista è ovvio che non necessita di “competenze ben definibili”, ma deve in continuazione imparare un minimo di nozioni sul lavoro del momento, soddisfacendo così “complessità” e “democrazia della conoscenza”.
Quanto agli ordini professionali, discendenti delle gloriose Corporazioni che fino alla fine del XVIII secolo concorsero alla prosperità dell’Europa cristiana ed alla sua preminenza nel mondo, nati per essere fattori di controllo e garanzia sulla qualità delle prestazioni rese dai loro membri difendendo insieme i principî di autonomia e di autorità nel mondo economico ove l’avidità personale tende all’anarchia e al danno reciproco, contro di essi il caotico relatore promette, nel quinto capoverso del paragrafo 4, “uno scontro duro”.
L’”educazione permanente” dovrebbe essere inoltre lo strumento per vincere in noi “la paura di accettare quei molti ‘io’ che sono in ognuno” (23), secondo il disegno di Morin, maestro di
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pensiero del relatore del Manifesto del PD: “La riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma di pensiero” (24), ossia il tentativo di “realizzare intelligenze collettive e connettive” (25).
Anche secondo altri teorici del caos l’educazione permanente deve servire a schiacciare ogni identità individuale stabile e definita: ”Qual è il rischio per un individuo come per un’impresa? Concepire la propria identità come un bene da difendere dall’assedio altrui, da iperproteggere a costo di trasformarla in un feticcio. I meccanismi dell’apprendimento fungono da anticorpi a tale sclerotizzazione” (26). Il cittadino dovrà essere quindi costretto ad una “perenne metamorfosi (o apprendimento, il che è lo stesso)” (27).
Lo stesso professor Ceruti ammetteva comunque, ancora nel 2005, che “il passaggio da una visione istruttiva ad una costruttiva della formazione è una transizione talmente radicale e difficile che le sue implicazioni non sono ancora comprese appieno nemmeno sul piano educativo, e tantomeno su quello politico e sociale” (28).
Caotica è anche la prospettiva che il Manifesto apre alla nostra Patria, basata nel sesto capoverso del paragrafo 5 su un’”autonomia” ed un “federalismo” a loro volta fondati sulla “autorganizzazione”, concetto che è il vero totem dei teorici del caos e la principale caratteristica della “fenomenologia caotica e/o complessa” (29). Tale caotica visione è ovviamente estesa all’Unione Europea.
Qualcuno tuttavia potrebbe rallegrarsi per il fatto che una commissione presieduta da un Reichlin che scelse il comunismo ai tempi di Stalin abbia redatto un documento improntato al caos piuttosto che al GuLag.
Sarebbe un grave errore: se le promesse del marxismo hanno avuto come pietra di paragone il socialismo reale, le teorie postmoderne, fra le quali annoveriamo le teorie del caos, hanno avuto come pietra di paragone il regime nazionalsocialista, vero esempio di totalitarismo caotico. Ed effettivamente il totalitarismo nazionalsocialista istituzionalizzò, appunto, un “connubio di caos e repressione” (30), instaurando un “sistema di potere caotico” (31).
L’immagine del III Reich come un blocco monolitico è definita da molti storici come un’illusione: per Hanna Arendt “il cittadino del Terzo Reich era costretto a vivere sotto l’autorità simultanea e spesso contrastante di poteri concorrenti come l’amministrazione statale, il partito, la SA e le SS; e non sapeva mai, perché nessuno glielo diceva esplicitamente, quale di queste istanze possedeva un’autorità maggiore” (32).
Il Fest ricorda che la “guerra per le competenze, del cui frastuono risuonarono persino gli ultimi giorni del regime, continuava fino ai livelli più bassi. Accadde così che un funzionario coinvoltone lamentasse che si avessero lotte di competenze, e conseguenti disposizioni contraddittorie, persino per quanto riguardava l’organizzazione delle Feste del Solstizio (...) durante la guerra, lo SS-Führer Walter Schellemberg ebbe a lamentarsi della prassi degli ordini provenienti da due fonti diverse e dell’esistenza di uffici mossi da insensata rivalità reciproca, e si sentì richiamare da Hitler alla teoria della lotta per l’esistenza: ‘Bisogna lasciare che tra gli uomini ci siano attriti, l’attrito produce calore, e il calore è energia!’” (33).
Il Fest definisce il III Reich un esempio di “caos amministrativo” (34), e ancora un “nonstato,
il caos manipolato” (35).
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Sebastian Haffner denuncia “a livello dello Stato un caos che solo la persona di Hitler provvedeva a coprire ed a tenere assieme, e che si sarebbe rivelato brutalmente con la scomparsa della sua persona. Questo caos era una sua creazione, se si vuole, una sua performance; una performance distruttiva, che fino ad oggi è passata quasi inosservata solo perché alla fine si è sciolta e dissolta in una distruzione ancora più vasta (ossia la II Guerra Mondiale, N.d.R.)” (36). Il
Bracher afferma che il regime nazionalsocialista “era più vicino al caos che all’ordine” (37), e Carlo Galli, il maggior conoscitore italiano del pensiero del teorico del Terzo Reich Carl Schmitt, sottolinea “la mostruosa caoticità strutturale” (38) del regime nazista.
A chi infantilmente pensa che la sua identità personale, culturale e religiosa possa essere minacciata solo ed unicamente da un potere centralizzato, meccanico e piramidale andrebbero ricordate non solo la mistura nazista di caos e repressione, ma anche le terribili gesta degli anarchici nelle zone da loro controllate nella Spagna del’36 (ad esempio la famigerata colonna Durruti) e durante la rivoluzione russa del ’17 (ad esempio l’Ucraina di Machno).
E’ bene quindi chiedersi cosa intende il Manifesto dei Valori del Partito Democratico per “democrazia forte” (sesto capoverso del paragrafo 1 e primo capoverso del paragrafo 3) o per “scontro duro” (quinto capoverso del paragrafo 4).
Grave errore sarebbe anche quello di illudersi che la radicalità delle idee espressa nel Manifesto trovi freni e contrappesi nell’alleanza del PD con gli imprenditori ed i finanzieri più aperti alle teorie del caos e del mercatismo (l’auto-organizzazione del mercato, versione economica delle teorie della complessità): un intellettuale italiano che nessuno può accusare di moderatismo come il professor Antonio (Toni) Negri ha esplicitamente affermato che la condizione necessaria al successo della “insurrezione proliferante di proposte democratiche e di solidarietà globale (…) postmoderna” (39) è l’alleanza tattica con le élites dell’aristocrazia finanziaria ed imprenditoriale multinazionale (40).
Dove porterà l’Italia questo itinerario di riforme? Impossibile qualsiasi previsione nella prospettiva culturale caotica scelta da Veltroni (andando molto oltre sulla stessa strada di Occhetto), per il Manifesto dei Valori del suo partito. Infatti, “una delle maggiori acquisizioni della teoria del caos è che tale imprevedibilità non è dovuta alla mancanza di informazioni sul sistema stesso, non può essere colmata dall’acquisizione di nuove informazioni, bensì è una proprietà intrinseca” (41).
Da parte sua il professor Mauro Ceruti afferma crudamente: “Sta emergendo la soglia di un’età nuova. Per poter attraversare questa soglia, siamo costretti a farci carico di quanto nell’età moderna si è cercato di dilazionare, siamo spinti ad affrontare e a vivere gli eventi in tutta la loro crudezza e in tutta la loro potenza, creatrice e distruttrice, senza confidare nel fatto che qualche ordine nascosto o qualche senso prestabilito li possa in qualche modo disinnescare.” (42).
Al di là degli slogan politici di propaganda non può esservi un orizzonte di speranza in chi si è formato umanamente e culturalmente nella prospettiva marxista, incapace di trascendenza rispetto alla materia, che è cieca e senza volontà.
Lo stesso Engels, scrivendo sotto la supervisione di Marx l’Anti-Dühring, lodava nel socialista utopista Fourier la mancanza di fede nel progresso necessario dell’umanità: “Come Kant
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introdusse nella scienza naturale la futura distruzione della terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’umanità” (43).
In un libro a più mani sul tema dell’auto-organizzazione come fondamento delle relazioni umane, presentato dal professor Mauro Ceruti, leggiamo queste righe: “Suppongo che si dovrebbe ammettere che (…) un mondo del caos potrebbe sembrare abbastanza privo di speranza dopo un po’. Ma (…) penso che per me stesso preferirei il mondo senza speranze” (44).
Roma, 31 marzo 2008
Centro Culturale Lepanto
NOTE
1 cfr. M. Ceruti, Evoluzione senza fondamenti, Roma-Bari, Laterza, 1995, pp.13-15.
2 C. S. Bertuglia, F. Vaio, Non linearità, caos, complessità. Le dinamiche dei sistemi naturali e sociali, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p.302; cfr. M.Cini, Prefazione, in T. Tonietti, catastrofi. Il preludio alla complessità, Bari, Ed. Dedalo, 2002, pp.10-14.
3 M. Ceruti, La danza che crea, Milano, Feltrinelli, 1989, p.37.
4 M. Ceruti, Evoluzione senza fondamenti, cit., p.36.
5 op.cit., p.29.
6 M. Ceruti, G. Bocchi, Disordine e costruzione, Milano, Feltrinelli, 1981, p.255.
7 M. Ceruti, G. Bocchi, E. Morin, Turbare il futuro, Bergamo, Moretti & Vitali Ed., 1990, p.250.
8 M. Ceruti, La danza che crea, cit., p. 13.
9 E. Gattico, Costruttivismo e scienze dell’uomo: la psicologia genetica, in E. Gattico, G.P. Storari, pref. di M. Ceruti, Costruttivismo e scienze della formazione, Milano, Unicopli, 2005, p. 129.
10 M. Ceruti, Educazione planetaria e complessità umana, in M. Callari Galli, F. Cambi, M. Ceruti, Formare alla complessità, Roma, Carocci, 2005, p.22.
11 ibidem.
12 M. Ceruti, G. Bocchi, E. Morin, Turbare il futuro, cit., p. 259.
13 ibidem.
14 op.cit., p.258.
15 ibidem.
16 op.cit., p.260.
17 op.cit., p.261.
18 cfr. P. Lévy, L’intelligenza collettiva., Milano, Feltrinelli, 1996.
19 K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica (Grundrisse), Torino, Einaudi, 1983,
p.719.
20 cfr T.A. Stewart, Il capitale intellettuale, Milano, Ponte alle Grazie ed., 1999, p.124.
21 M. Ceruti, Educazione planetaria e complessità umana, cit., p.17.
22 op.cit., p.21.
23 M. Ceruti, G. Bocchi, E. Morin, Turbare il futuro, cit., p.247.
6
24 E. Morin, La testa ben fatta, Milano, Cortina ed., 2000, p.13.
25 G. Bocchi, M. Ceruti, Educazione e globalizzazione, Milano, Cortina, 2004, p. 216.
26 R. Di Caro, “L’ebreo globale”, in “D”, suppl. a “La Repubblica”, 17/10/2000.
27 P. Lévy, L’intelligenza collettiva, cit., p.37.
28 M. Ceruti, Prefazione, in E. Gattico, G.P. Storari, Costruttivismo e scienze della formazione, cit., p.14.
29 C.S. Bertuglia, F. Vaio, Non linearità, caos, complessità. Le dinamiche dei sistemi naturali e sociali, cit.,
p.378.
30 G. Cocks, Psicoterapia nel Terzo Reich,Torino, Bollati Boringhieri, 1988, p.53.
31 I. Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Roma-Bari, Laterza, 1997, p.11.
32 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Milano, Edizioni di Comunità, 1967, p.548.
33 J. Fest, Hitler, Milano, Rizzoli, 1975, p.515.
34 ibidem.
35 op.cit., p.528.
36 S. Haffner, Il caporale Hitler, Milano, Feltrinelli, 1979, p.48.
37 K.D. Bracher, La dittatura tedesca, Bologna, Il Mulino, 1983, p.286.
38 C. Galli, Genealogia della politica, Bologna, Il Mulino, 1996, p.851.
39 A. Negri, L’Europa e l’Impero, Roma, manifestolibri, 2003, p.165.
40 ibidem.
41 P. Bellavite, G. Andrighetto, M. Zatti, Omeostasi, Complessità e Caos, Milano, FrancoAngeli, 1995, p.10.
42 M. Ceruti, Evoluzione senza fondamenti, cit., p. 84.
43 F. Engels, Anti-Dühring, in K. Marx, F. Engels, Opere, vol. XXV, Roma, Editori Riuniti, 1974, p.250.
44 V. Kenny, Anticipando l’autopoiesi, in A.L. Goudsmith, a cura di, pres. di M. Ceruti, L’autoorganizzazione in psicoterapia, Milano, Guerini, 1995, p. 106.
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