Nella vicenda di Alitalia si ritrovano molte delle ragioni all’origine della crisi italiana: con un’azienda di Stato cannibalizzata per anni da partiti e sindacati, un sistema dei trasporti pubblici che grava con tutte le sue inefficienze sull’economia privata, un ceto politico rissoso e inconcludente, gruppi finanziari parassitari e interessati solo ad acquistare rendite di posizione. Il tutto condito da una discussione pubblica viziata da toni demagogici.
La compagnia di bandiera è da anni una palla al piede: non soltanto perché brucia ogni giorno circa tre milioni di euro dei contribuenti, ma anche perché – con i suoi costi esorbitanti – frena in vari modi la crescita dell’intera economia. Alitalia andava venduta, o anche liquidata, molti anni fa: e comunque ancora oggi la cosa più urgente è chiudere al più presto la vicenda. Se è vero che ci saranno problemi occupazionali, va pure aggiunto che si tratterà comunque di difficoltà temporanee, poiché abbiamo a che fare con un settore (quello del trasporto aereo) in costante crescita. Se quindi Alitalia si farà da parte, i suoi ex-dipendenti saranno presto assunti dalle società che ne prenderanno il posto.
L’importante è interrompere quanto prima l’emorragia di denaro di tale gestione fallimentare e porre le premesse per un futuro differente. Perché è necessario che dopo Alitalia non si abbia un Alitalia bis, ovvero sia che i diritti di volo (i famosi slot che fanno gola un po’ a tutti) detenuti dall’azienda pubblica non siano consegnati a un altro soggetto. Bisogna infatti che in futuro per andare da Milano a Roma si possa scegliere tra molte compagnie, e lo stesso per recarsi in Asia o in America latina.
Al fine di individuare una soluzione ragionevole e rispettosa dei diritti di contribuenti e utenti bisogna però che si metta da parte ogni chiacchiera inutile. I primi che devono tacere sono i sindacati, responsabili del disastro e quindi privi di ogni legittimità a porre veti (meglio, al limite, che l’ipotesi Air France sia sottoposta a un referendum tra i dipendenti). Ma anche chi ha alzato la bandiera dell’italianità, inventandosi su due piedi una fantomatica cordata di imprenditori nostrani, ha perso solo una buona occasione per tacere ed è bene che ora non faccia altri danni.
In media, ogni famiglia italiana ha già versato un intero stipendio mensile ai dirigenti, ai piloti, alle hostess e agli impiegati di Alitalia. Ora basta. È una questione di giustizia e anche di decenza. Né è davvero il caso di usare il destino di Malpensa per prolungare un’agonia che può solo danneggiare il Paese.
L’aeroporto lombardo ha problemi seri da affrontare e la fine di Alitalia va colta come un’occasione straordinaria per ripartire da zero. Malpensa deve guadagnare in efficienza, ma per raggiungere tale obiettivo è necessario che la classe politica di Milano rinunci a tenerla sotto il proprio controllo e accetti – nell’interesse di tutti – di privatizzare lo scalo. C’è un detto milanese assai noto, “ofelè fa il tò mestè”, che qui va ricordato: perché non mi pare proprio che i signori dei partiti abbiano alcun titolo per occuparsi di trasporti e aeroporti.
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