Come ama affermare Lorenzo Infantino, la storia del liberalismo del Novecento probabilmente non sarebbe del tutto diversa senza un economista pur tanto importante come Milton Friedman, ma la stessa cosa non si può dire per Friedrich von Hayek, data l’influenza che tale autore ha saputo esercitare sia all’interno che all’esterno di tale tradizione. Non soltanto egli ha impresso la sua influenza in un gran numero di discipline (dall’economia alla storia del pensiero, dalla filosofia politica al diritto, dall’epistemologia alla psicologia), ma egli ha pure condizionato la svolta in senso liberale che le economie degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno conosciuto a partire dalla fine degli anni Settanta.

Oggi è possibile avvicinare questo importante autore austriaco nato nel 1899 e morto nel 1992 anche grazie ad una monografia curata da Dario Antiseri (Friedrich A. von Hayek, edito dalla Luiss University Press), che include una biografia intellettuale e un’ampia antologia di scritti. Maneggevole senza essere superficiale, il volume aiuta a cogliere la grandezza di questo studioso e il rilievo del suo contributo alle scienze sociali.

Giunto a Hayek grazie ai suoi studi su Popper (che egli più di altri ha contribuito a far conoscere in Italia), Antiseri mostra molto bene i debiti di tale autore verso Carl Menger (che a fine Ottocento pose le basi della scuola austriaca dell’economia), Friedrich von Wieser (suo docente a Vienna) e soprattutto Ludwig von Mises, che nel 1927 offrì a Hayek la direzione dell’Istituto austriaco sulla congiuntura economica e l’accolse in quei suoi seminari in cui si riuniva il meglio dell’intellighenzia europea dell’epoca.

Valorizzando quelle lezioni, già negli anni Trenta Hayek elabora un modello del tutto nuovo e originale di economia di mercato, sottolineando come i fallimenti della gestione centralizzata della produzione e della distribuzione (che secondo Mises erano da addebitare essenzialmente all’impossibilità del calcolo economico in assenza di prezzi di mercato, e cioè in assenza di proprietà privata) fossero da attribuire pure alle difficoltà che qualunque pianificatore deve sormontare nel momento in cui è chiamato a gestire quell’ingente quantità di informazioni locali che invece un sistema di mercato lascia gestire ai singoli attori.

Tale riflessione s’accompagna a una sfida coraggiosa nei riguardi del positivismo in quanto tale, allora come oggi egemone all’interno degli studi economici (si pensi alla macroeconomia, intesa come lo studio delle “determinanti” del sistema economico, e quindi modellata sulla fisica), e anche a quell’interventismo che – soprattutto sulla scorta degli studi di Keynes – stava favorendo l’espansione del potere pubblico e giustificando in vario modo la costruzione del Welfare State in tutto l’Occidente.

In quel momento, quella di Hayek pare una posizione perdente, e per un certo periodo lo è. Ma lo studioso – prima a Londra, poi a Chicago, infine a Friburgo – continua la sua ricerca e per giunta allarga il campo d’azione: investigando le radici dell’ideologia “costruttivista” (con uno straordinario volume del 1952 sull’École polytechnique) e poi proponendo una filosofia politica e del diritto di taglio liberale. Quest’ultima parte della sua riflessione culmina in un’opera in tre volumi – Legge, legislazione e libertà, del 1979 – nella quale egli accoglie talune tesi del nostro Bruno Leoni e suggerisce il ritorno a un diritto “evolutivo”, sulla scorta dell’antico common law inglese.

Quella di Hayek fu soprattutto una battaglia morale, e una difesa della tradizione civile dell’Occidente contro l’hybris costruttivista dei socialisti di destra e di sinistra che puntano a pianificare il domani. Come sottolinea Antiseri, per Hayek “i socialisti sono vittima di una presunzione fatale: credono di sapere più di quanto sia possibile sapere, e credono di poter conseguire fini impossibili da raggiungere”. Questo li rende incapaci di comprendere il valore dei principi etici del libero mercato, che non sono stati imposti da questo o quel legislatore, ma sono invece emersi in risposta a esigenze diffuse e condivise.

Oggi Hayek pare lontano, come gli anni in cui la signora Thatcher si rifaceva al suo insegnamento. Nell’era di Clinton e Major, dei Bush e di Blair, quella che prevalsa è una visione edulcorata del mercato: non distante – sul piano teorico – da quella che abbracciò Deng Xiaoping con quel suo celebre motto sul gatto e sul topo.

Oggi però i nodi vengono al pettine, anche se ogni presente difficoltà viene attribuita al capitalismo liberale. Non bisogna quindi stupirsi se la crisi economica globale causata essenzialmente dalla cattiva gestione politica delle banche centrali (soprattutto della Fed americana) e da errori compiuti da banche che dovrebbero solo essere lasciata fallire – e che invece vengono ora salvate a spese dei contribuenti – spingono frotte di statalisti a decretare di nuovo la fine dell’economia libera.

Ma quando ad esempio sui maggiori quotidiani, in Italia e non solo, si parla di “addio al dogma liberista” e si ripropone una sorta di pragmatismo senza regole (un mix di mercato e Stato in cui ai politici è lasciata facoltà d’intervenire a loro discrezione), è chiaro che tornare a Hayek può essere un modo per riscoprire le ragioni autentiche, anche e soprattutto morali, della società libera e di un mercato affrancato dal controllo di politici e burocrati.

C’è un altro elemento da evidenziare. Quando in The Counter-Revolution of Science (riedito nel 2007 a cura di Antiseri stesso) lo studioso austriaco analizzò l’imporsi di una cultura avversa alla libertà, egli non si limitava a illustrare un’evoluzione della cultura europea. Egli tratteggiava anche l’avvento di una “nuova aristocrazia” che ancora oggi è potente e ha le sue cittadelle nelle banche centrali, nell’alta burocrazia pubblica, negli uffici-studi delle maggiori imprese assistite, nelle università. Il pragmatismo dirigista – senza criteri definiti e senza principi morali – è la sua “teologia” legittimante e va smascherata in quanto tale.

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