Come An è stata annientata da Forza Italia
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mercoledì 09 aprile 2008
«Signori, da oggi il capo è Berlusconi. Se io sarò capogruppo in Senato non lo devo a Fini, ma al mio rapporto diretto col Cavaliere e ognuno si giocherà il suo futuro allo stesso modo. Senza far male a Gianfranco, per carità, però la situazione è questa». Maurizio Gasparri, in una riunione con alcuni colleghi della sua ex corrente (Destra Protagonista)
tenuta a Roma qualche giorno fa non ha usato giri di parole per raccontare la mutazione genetica del centrodestra seguita alla nascita del Partito delle libertà. Non è più solo Forza Italia, infatti, ma l'intera coalizione a vivere qualche passo alle spalle del suo leader. Alleanza nazionale, il terzo partito italiano per elettori, non fa eccezione: sembra essersi dissolta nella stessa quantità di tempo che Silvio Berlusconi ha impiegato a scendere dal predellino di San Babila. Impressione drammatica, ma avvertita dai suoi stessi iscritti e militanti. Quanto accaduto a Gianfranco Fini a Palermo riassume plasticamente questa dissoluzione: il capo di An si presenta per un comizio al cinema Imperia e la sala è pressoché vuota, mentre sulle poltrone trovano spazio una bella quantità di volantini che informano sugli impegni elettorali dei candidati siciliani di Forza Italia. Risultato: i vertici di zona del partito sono stati fatti fuori. «A volte bisogna avere la generosità di fare un passo indietro», ha spiegato in più di una occasione Gianfranco Fini durante questa campagna elettorale. Eppure è forte l'impressione che all'ex ministro degli Esteri e probabile prossimo presidente della Camera riuscirà oramai difficile fare un passo in avanti quando lo riterrà necessario. Un partito è una macchina delicata, assai faticosa da costruire e molto facile a danneggiarsi definitivamente.
Tornano in mente, ora che certe impressioni si rivelano esatte, le battute un po' disperate di alcuni onorevoli di An al momento della composizione delle liste elettorali: quelli che cantavano l'inno di Forza Italia, quelli che chiedevano facendo l'occhiolino «ma tu ce l'hai il numero di Silvio?», quelli che «se c'erano le preferenze sai quante volte ce li avevo già mandati». La dissoluzione psicologica del partito, a questo punto, è avvertita anche da coloro che ne sono la spina dorsale: i militanti, i funzionari, gli uomini macchina. Gianfranco Fini e i suoi scommettevano che il radicamento territoriale di Alleanza nazionale, la sua forte identità, la sua antica capacità organizzativa, in definitiva la sua superiore civiltà politica avrebbero finito per soverchiare Forza Italia. «La Grecia conquistata, conquistò il feroce vincitore», secondo la formula oraziana. Ma la cosa è andata altrimenti. In tempo di elezioni, come dicono negli Stati Uniti, money talks, bullshit walks. Ovvero, eufemizzando, contano i soldi.
Ed è proprio con la leva economica che gli azzurri stanno depotenziando le sedi di An: Forza Italia organizza molti più eventi, paga i manifesti, ordina e gestisce i gadgets. E decide, ovviamente, nella più totale mancanza di coordinamento con gli alleati. Senza contare che la macchina comunicativa forzista non ha rivali e a Palazzo Grazioli non ci pensano nemmeno a condividerla coi nuovi colleghi di partito. Non è un caso che i primi malumori espliciti dal territorio siano già cominciati ad arrivare a via della Scrofa. Ufficialmente i finiani negano e ufficiosamente tentano di mettere a tacere i dissenzienti confidando nel balsamo di una larga vittoria elettorale col suo carico di potere e visibilità: «Se non si vince, e bene, la strada verso il partito unico non sarà facile», ammettono candidamente dal quartier generale di An.
Ma per infondere tranquillità alla base non basta un nuovo governo Berlusconi. Già il 13 e 14 aprile si voterà anche per i comuni e le province e la preoccupazione, per i più, è che un intero, orgoglioso ceto politico locale - sopravvissuto semiclandestinamente durante la Prima Repubblica e giunto improvvisamente al potere nella Seconda - ora si trovi a rischio estinzione per essersi legato mani e piedi a un alleato tanto più grande e spregiudicato di lui. I casi sono molti, e più spinosi laddove la "concorrenza interna" tra azzurri ed ex missini è stata più forte in questi anni. La provincia di Latina, ad esempio, è una delle zone in cui più radicato è l'orgoglio missino e che, ai tempi in cui sindaco era l'ex Rsi Aimone Finestra, ha visto esplodere un duro scontro An-Fi sul piano regolatore: ora militanti e dirigenti di base vivono con più di una perplessità la dissoluzione nel Pdl, tanto che l'ultimo comizio di Gasparri in città si è svolto in un imbarazzante silenzio.
Stessi sentimenti esplosi in queste settimane, per citare qualche caso, nella zona di Trieste, in Piemonte o in Sicilia. Un esempio di più. Sul Corsera di venerdì si poteva leggere questa frase rivolta da Roberto Menia, finiano di ferro, al suo presidente: «Ma davvero il nostro destino è finire nel Pdl?». Forse il loro destino, ab origine, è proprio questo: «Il passo delle oche di An - ha scritto Alessandro Giuli nel suo pamphlet – è un'andatura senza progetto, senza un obiettivo che coincida con la legittima aspirazione alla conquista del potere e con la sua amministrazione nel giorno per giorno».
Marco Palombi
Fonte: Liberal Quotidiano
(9/04/2008)








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