Dal blog del professor Giorgio Israel:

martedì 8 aprile 2008
Un antidoto contro la pedagogia debole:

Dal mio punto di vista di ebreo leggo gli scritti di don Giussani e vi trovo più di un motivo di comunanza di idee, in particolare nell’accento posto sulla centralità della persona e dell’incontro tra persone nell’esperienza di vita. Nell’ultimo libro pubblicato (“Si può vivere così?”) mi colpisce l’insistenza sul ruolo di mediazione dell’altro nel rapporto con la realtà: «Io non vedo la cosa: vedo soltanto l’amico che mi dice quella cosa, e quell’amico è una persona affidabile, perciò quello che lui ha visto è come se l’avessi visto io». Trovo particolarmente significative le implicazioni sul processo della conoscenza: «Togliete questa conoscenza per mediazione, dovete togliere tutta la cultura umana, tutta, perché tutta la cultura umana si basa sul fatto che uno incomincia da quello che ha scoperto l’altro e va avanti». E ancora: «Se non ci fosse questo metodo non si saprebbe più come muoversi; sì, ci si saprebbe muovere in un metro quadrato. La cultura, la storia e la convivenza umana, si fondano su questo tipo di conoscenza indiretta, conoscenza di una realtà attraverso la mediazione di un testimone».
Nella scuola il testimone è l’insegnante e tutto il processo dell’insegnamento è fondato su questo rapporto tra persone, un rapporto che deve essere di fiducia e di comprensione. È un modo di vedere in consonanza con quanto dice Hannah Arendt: l’insegnante è un rappresentante del mondo in cui il giovane è venuto ad essere e che gli presenta i fondamenti della tradizione, le basi su cui andare avanti. Salendo sulle spalle dell’insegnante, di questo testimone che conquista la sua fiducia, il giovane può andare oltre, incominciando da quello che egli gli trasmette.
È esattamente l’opposto delle sgangherate teorie pedagogiche basate sul principio dell’autoapprendimento, e che dicono di no alla trasmissione delle conoscenze tramite l’insegnamento perché sarebbe impositivo e autoritario: bisogna ricominciare tutto daccapo riscoprendo tutto da sé, con il solo ausilio di un insegnante ridotto a “facilitatore”. Don Giussani avrebbe detto che, se si sceglie questo punto di vista, bisogna togliere tutta la cultura umana, non resta niente, tutt’al più un misero metro quadrato. La cultura e la conoscenza – egli ricorda – non sono mai dirette, bensì mediate da un testimone, sono frutto di un incontro.
La contraddizione è tanto più clamorosa perché quelle teorie – miscela di una forma di pragmatismo che risale a Dewey e dei cascami dell’antiautoritarismo sessantottino e contestatario – negano radicalmente il ruolo della persona. Ciò è clamorosamente evidente in due aspetti tanto cari ai fautori di quelle teorie: il primo è la sostituzione della valutazione basata sul rapporto interpersonale tra maestro e allievo (il voto) – che sarebbe troppo soggettivo – a favore di una valutazione impersonale svolta da enti esterni, che si pretende sia oggettiva, in quanto sarebbe fondata su (inesistenti) basi scientifiche; il secondo è la dissoluzione del ruolo della famiglia. Quest’ultima verrebbe investita della funzione di determinare i percorsi scolastici – per cui è totalmente impreparata – e, per converso, verrebbe espropriata del ruolo che gli compete primariamente, ovvero di formare la personalità etica e morale dei figli. È il punto di vista della “educación para la ciudadania” promosso in Spagna dal governo Zapatero e che ha trovato anche qui dei seguaci in coloro che hanno promosso gli sciagurati corsi di educazione alla Convivenza civile (con la C maiuscola!) e persino di “affettività”. La rilettura delle pagine di don Giussani dedicate all’educazione è un sano antidoto contro queste assurdità.
(Tempi, 3 aprile 2008)