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Schiavi neri all'ombra della svastica
Un controverso saggio di Serge Bilé, Noirs dans les camps nazis, riporta all'attenzione pubblica francese le storie dimenticate dei deportati di origine africana. La vicenda, che trova le sue origini nella politica coloniale tedesca, terreno di incubazione delle idee hitleriane, ha un precedente nello scandalo dei «bastardi deI Reno», che all'inizio degli anni '20 mobilitò l'Europa
Claudio Canal
Non sono molti quelli che in Italia conoscono il nome e la figura di Anton de Korn. Nato nel 1892 nel Suriname, in quella che era allora una delle colonie olandesi del Sud America, de Korn si trasferì nel 1920 nei Paesi Bassi, dove per alcuni anni svolse attività anticoloniale e si iscrisse al partito comunista. Nel '33 tuttavia fece ritorno a Paramaribo, la capitale deI Suriname, impegnandosi in un'opera gravosa: si era infatti posto l'obiettivo di unire tutte le componenti del paese, quelle che il colonialismo aveva forzatamente o «mercantilmente» trasferito, gli africani, i giavanesi, i cinesi, e quelle autoctone, i gruppi amerindi. Non ci volle molto perché le autorità della colonia, compresa la pericolosità della sua azione, decidessero di espellerlo in Olanda, con un procedimento inverso a quelli che avvengono oggi. Nel 1934 de Korn, che alternava l'attività politica con la scrittura di saggi e di testi poetici, pubblicò il libro Noi schiavi del Suriname. Al momento dell'occupazione tedesca si unì alla resistenza locale, e il 7 agosto del '44 venne arrestato per strada e mandato a Vugh, uno dei tre campi di concentramento costruiti dai nazisti in Olanda. Il mese successivo fu deportato con un «carico» di ebrei a Sachsenhausen e poi a Neuengamme dove morì di tubercolosi il 25 aprile del 1945, una «liberazione» ben diversa da quella che avrebbe sperato. Da allora sono passati più di quarant'anni e solo di recente i Paesi Bassi gli hanno intitolato una piazza e un busto nella periferia più sperduta di Amsterdam.
Vite inghiottite dal nulla
Quante altre esistenze di neri si sono trovate a dover fare i conti con una storia europea costruita sulla violenza e l'orrore? Quanti altri Anton de Korn sono sfuggiti al nostro sguardo? Come Mohamed Husen, proveniente dall'Africa coloniale tedesca e combattente nella Grande Guerra con l'esercito guglielmino, che aveva recitato in diversi film di stampo coloniale e che finirà i suoi giorni nel 1943 nel campo di Sachsenhausen. Oppure come Hilarius Gilgus (o Lari Gilges), sindacalista e membro del gruppo teatrale militante «Nordwest ran», ucciso a ventiquattro anni dalle SS nel 1933 a Düsseldorf. Vite inghiottite dal nulla, perse nei vortici della memoria. Quanti sono stati i neri, morti o sopravvissuti, nei lager? Stabilirlo con certezza è impossibile, non soltanto perché il problema finora non è stato studiato in profondità, ma perché queste vittime nere venivano classificate in base alla loro nazionalità, e spesso i loro nomi non corrispondevano alle regole anagrafiche tedesche. Ora, però, il franco-ivoriano Serge Bilé, che già nel 1995 aveva prodotto un documentario, Noirs dans les camps nazis, ha pubblicato per le Éditions du Rocher un piccolo libro che porta lo stesso titolo e in cui alcune di queste vite riprendono una loro consistenza almeno narrativa.
In Francia, dove gia il video di Bilé aveva avuto una ampia circolazione, questo nuovo testo, che ha suscitato molte polemiche, ha fatto vendere decine di migliaia di copie. Non pochi sono i punti deboli del saggio: se infatti dalla prospettiva della ricerca storica il libro appare quanto meno fragile, anche il titolo non corrisponde del tutto al contenuto, perché su centocinquanta paginette solo un terzo sono dedicate al tema indicato in copertina. Inoltre, Bilé non chiarisce come a determinare la deportazione dei neri sia stata - assai piu del colore della pelle - la loro opposizione al nazismo e la loro attività di resistenti o di comunisti. Considerati come esseri sub umani («come scimpanzè» [ma non dicevano di amare gli animali??? n.p.] , disse un sopravvissuto), vittime di una persecuzione feroce che li trattava come futuri schiavi di una superiore razza ariana, per i nazisti le due o tre migliaia di afro-tedeschi non esistevano tuttavia né come comunità sociale e culturale né come gruppo politico ed economico. Come suggerisce una studiosa del problema, Clarence Lausane, gli afro-tedeschi sono stati una un-imagined community, un gruppo, cioè, che non aveva forgiato nessuno dei tratti che di solito servono a fabbricare una idea di «comunità» o di nazione.
Nonostante i difetti, però, il libro di Bilé ha una grande vivacità di interesse e all'autore va riconosciuto il merito di prendere le mosse del suo racconto da lontano. Il punto di partenza, infatti, è il colonialismo tedesco nell'Africa sudoccidentale tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, fucina di una pratica che vedrà i suoi fasti con il nazismo. Il vocabolario e il sistema di pensiero che corrisponde a questa fase coloniale rappresenteranno il precedente, il clima mentale, in cui si svilupperanno i piani di conquista, di colonizzazione, schiavismo, assassinio degli slavi e di sterminio degli ebrei. La rivolta delle popolazioni Herero in Namibia nel 1904 sarà schiacciata con la pratica della Vernichtugkrieg, della guerra d'annientamento, dei Konzentrationslager, dei campi di concentramento. Si parlerà gia allora di Endlösung, soluzione finale, di leggi che bandiscano la Rassenmischung, la mescolanza razziale, che genera la Rassenschande, il disonore razziale. Per garantire, naturalmente, il Lebensraum, lo spazio vitale, alla superiore razza europea.
La fabbricazione di una pratica e di una terminologia non devono tuttavia far pensare a una primizia esclusiva del colonialismo tedesco. Gli spagnoli a Cuba qualche anno prima, gli statunitensi nelle Filippine, gli inglesi in Sud Africa avevano già sperimentato la eccezionale potenza simbolica e distruttiva dei recinti di filo spinato, chiamati campi di concentramento, in cui accatastare mandrie umane.
Il padre del futuro ministro nazista Hermann Goering era stato per alcuni anni Reichskommissar dell'Africa Sud Occidentale Tedesca, ma fu soprattutto l'antropologo Eugen Fischer a stabilire la connessione diretta tra razzismo coloniale e razzismo interno. Nel 1908 mentre gli Herero marcivano nei lager e il primo genocidio del Novecento si stava consumando, Fischer cominciava a studiare il colore dei capelli e a misurare l'intelligenza di centinaia di bambini che erano nati da coppie bianche e nere. Ne risultò, nel 1913, un libro di successo, Die Rehobother Bastards, in cui veniva «dimostrato» come la razza bianca degradasse mischiandosi con razze inferiori. Nel '27 Fischer sarebbe diventato direttore del nuovo «Istituto per l'Antropologia, l'Eredità Umana e l'Eugenetica» di Berlino che si trasformò poi nel centro promotore dei Rassenkunde, gli «studi razziali». Con Gerhard Kittel, il teologo protestante che avrebbe consegnato il suo nome a un'opera fondamentale - Il grande lessico del Nuovo Testamento in sedici volumi - Fischer elaborò una base «biologica» all'antisemitismo, formò le SS e gli studenti di medicina alla igiene razziale. E ancora Fischer ebbe tra i suoi diretti seguaci l'antropologa Eva Justin, studiosa degli zingari, che prenderanno poi la strada di Auschwitz, e il dottore delle SS Josef Mengele, di cui è superfluo ricordare l'impegno nel seviziare a morte bambini e adulti.
L'ossessione per i «bastardi» Fischer la mise poi in opera nella sua qualità di consulente scientifico della Commissione Speciale Numero Tre della Gestapo, quando si trattò di sterilizzare forzatamente, fra il 1935 e il 1937, 385 bambini e bambine della Renania perché generati da madri tedesche e padri «neri»: i bastardi del Reno, appunto, figli di donne tedesche e di soldati «coloniali» francesi presenti in Renania subito dopo la Prima Guerra Mondiale. (Quanto alla carriera scientifica di Fischer, non si interruppe con la guerra: nel 1952, infatti, l'autore di Die Rehobother Bastards venne nominato presidente onorario della ricostituita Società Tedesca di Antropologia!).
La vicenda dei «bastardi del Reno», oggi quasi dimenticata, aveva fatto scalpore in Europa all'inizio degli anni Venti. In Italia, nel 1921, partecipando alla grandiosa e isterica campagna internazionale di propaganda promossa dal governo tedesco, il liberale Francesco Saverio Nitti - primo ministro italiano nel 1919 e in seguito esule antifascista - scriveva: «L'Europa abbassa ogni giorno più il suo livello morale... alcune fra le città più progredite della terra, nella zona del Reno, sono state messe sotto vigilanza di truppe negre e di popolazioni molto inferiori. E per supremo oltraggio ai vinti, nell'esercito di occupazione sono i rappresentanti delle razze meno progredite... Nei paesi del Reno, dove sono i più grandi capolavori dell'arte gotica, alloggiano negri usciti da capanne di fango... Ancora oggi i gialli, i bruni, i negri, dopo parecchi anni dalla stipulazione della pace, alloggiano sul Reno e commettono ogni violenza e ogni delitto... Ma mai finora dalle verdi sponde del Reno si erano specchiate nel fiume sacro alle battaglie e alla gloria, facce negre di cannibali d'Africa, venuti per imporre i diritti della vittoria al popolo più colto del mondo...» (il testo integrale di Nitti si può leggere oggi all'interno della raccolta Scritti politici, Laterza 1959). E negli stessi anni, per scandalizzare il mondo su quello che, a seconda dei luoghi, venne definito come l'Onta Nera o il Black Horror on the Rhine o lo Schwarze Schmach o EI Terror Negro, uscirono articoli e libri, si stamparono manifesti e cartoline, andarono in onda trasmissioni radiofoniche, venne addirittura prodotto un film.
Nel corso della prima guerra mondiale le grandi potenze non avevano avuto problemi a impiegare in combattimento truppe «coloniali»: in particolare, la Gran Bretagna aveva mandato a combattere ottocentomila soldati indiani affiancati da duecentomila lavoratori, mentre la Francia aveva contato su mezzo milione di soldati e duecentomila lavoratori, tra maghrebini, senegalesi, ivoriani, malgasci, vietnamiti. L'occupazione della Renania e poi della Ruhr da parte francese era avvenuta impiegando anche parte delle truppe coloniali «di colore». Contro l'occupazione da parte «di una civiltà inferiore» si levarono dunque le proteste del presidente tedesco, il socialdemocratico Ebert. Definiti di volta in volta come «sifilitici, pieni di vermi, brachicefali, subumani, animali, anzi bestie, insidiatori delle donne», i «negri del Reno» vennero citati anche da Hitler in Mein Kampfi «Sono gli ebrei che portano i negri nel Reno, sempre con la stessa idea nascosta e il chiaro scopo di distruggere la razza bianca, che odiano, per mezzo della bastardizzazione».
Sdegno in Europa
A, tale «minaccia» era necessario ragire, e il nazismo lo farà a suo modo. Al momento, comunque, l'allarme suona e il mondo risponde. Gli Usa si scandalizzano, consapevoli del loro feroce apartheid razziale. In Inghilterra il capofila dello sdegno contro il Black Horror sara il democratico e pacifista E. D. Morel, autore di un fortunatissimo libello dal medesimo titolo: «...spingono i barbari - barbari appartenenti a una razza che si ispira alla natura con spaventosi istinti sessuali - nel cuore dell'Europa».
Recenti ricerche hanno dimostrato che il libello di Morel e le istigazioni della campagna, Nitti compreso, hanno lo stesso valore storico dei Protocolli dei savi di Sion. Ma Morel non è una figuta qualsiasi. Piero Gobetti così commenta su La Rivoluzione Liberale del febbraio 1924 un articolo dell'inglese: «ll nome di E. D. Morel è legato all'idea della lotta contro i sistemi delle diplomazie europee segrete e miopi... I suoi studi di politica estera sono un modello di stile democratico e moderno».
D'altra parte cosa vuol far sapere la Francia occupando la Renania e utilizzando in parte truppe coloniali? Che essa non si ferma al Mediterraneo né al Sahara, che l'Africa è una sua estensione e l'assoggettamento delle razze una prerogativa del suo dominio. La questione della razza, insomma, da qualunque parte la si veda, dal fronte tedesco o da quello «alleato», sta nel fulcro di qualsiasi idea d'Europa, è fondativa del potere, sia esso democratico o totalitario. Per il nazismo sarà la costruzione dell'alterità ebraica, per le democrazie coloniali occidentali si tratterà del confronto con un'Africa che coincide con una notte buia, un'assenza, una mancanza da riempire e completare, un animale da addomesticare. Durante il Trattato di Locarno, nel 1925, la Francia si impegna a ritirare quello che resta delle truppe coloniali anche perché in Marocco la rivolta del Riff guidata da Abdelkrim dà filo da torcere a spagnoli e francesi e ci vorranno anni per fermarla.
Tra le due guerre viene eroso l'assetto del colonialismo europeo e non sappiamo quanto l'esperienza del Reno vi abbia contribuito. Sappiamo però che quando un migliaio di tirailleurs sénégalais - senegalesi, sudanesi, ivoriani... - che hanno combattuto in Europa contro i tedeschi, rientra dalla prigionia, e nel campo di Thiaroye vicino a Dakar si ribella alle umiliazioni e alle discriminazioni in base al colore della pelle delle gerarchie militari francesi, queste ultime non hanno problemi ad aprire il fuoco. E la notte del 1 dicembre del 1944 e sul terreno restano alcune centinaia di soldati. Un altro episodio dimenticato della storia, che il regista senegalese Ousmane Sembène ha raccontato in un film memorabile, Camp de Thiaroye.
Saggi e film sulle vittime africane dei campi di sterminio
Oltre al documentario realizzato da Serge Bilé nel 1995 e intitolato come il successivo ribro dello stesso autore Noirs dans les Camps Nazis (la distribuzione è curata da Orisha Distribution, orisha-films@wanadoo.fr), anche un documentario inglese - Hitler's Forgotten Victims di David Okuefuna e Moise Shewa, 1997, della Afro Wisdom Production - affronta il tema delle vittime africane dei campi di concentramento e di sterminio nazisti.
Fra i libri dedicati a questo argomento uno studio complessivo (che tuttavia tiene conto solo delle fonti angloamericane), è quello di Clarence Lausane, Hitler's Black Victims: The Historical Experiences of Afro-Germans, European Black, African, and African American in Nazi Era, Routledge, New York, 2003. Ancora in lingua inglese sono il testo di Susan Semples, African Germans in the Third Reich, che fa parte della raccolta di saggi The American-German Experience. Critical Essays (uscita per le cure di Carol Aisha Blackshire Belay per le edizioni Praeger, Westport, Conn. 1996), e il saggio di Robert Kesting Forgotten Victims. Blacks in the Holocaust, all'interno di «Journal of Negro History» 77, n.1. In lingua tedesca, invece, si può leggere, di Christine Alonzo e Peter Martin Zwischen Charleston und Stechschritt. Schwarze im Nationalsozialismus, Dölling und Galitz Verlag, Hamburg 2004.
Oltre ai testi di taglio saggistico, fra i libri più interessanti sull'argomento va citato un resoconto autobiografico, Destined to Witness. Growing Up Black in Nazi Germany, uscito nel 1999 negli Stati Uniti, per le edizioni William Morrow. L'autore, Hans J. Massaquoi, figlio di una infermiera tedesca e di un africano residente in Germania, racconta la sua infanzia e la sua adolescenza sotto il nazismo, la sua iniziale simpatia per la Hitlerjugend e poi la presa di coscienza e il distacco, dovuti al doloroso impatto delle leggi razziali sulla sua famiglia. Il saggio di Benjamin Madley, From Africa to Auschwitz: How German South West Africa Incubated Ideas and Methods Adopted and Developed by the Nazis in Eastern Europe (uscito su «European History Quarterly», 3/2005) stabilisce una connessione tra gli apparati di violenza nella colonia tedesca della Namibia e nel nazismo, mentre diversi testi affrontano criticamente le accuse di brutalità delle truppe coloniali francesi e toccano il tema della sterilizzazione. In particolare, fra gli altri, Gisela Lebzelter, Die "Schwarze Schmach" Vorurteile - Propaganda - Mythos, in «Geschichte und Gesellschaft», 11, 1985; Keith L. Nelson, The "Black Horror on the Rhine": Race as a Factor in Post-World War I Diplomacy, in «Journal of Modern History», 42, 1970; Sally Marks, Black Watch on the Rhine: A Study in Propaganda, Prejudice and Prurience, in «European Studies Review», 13, 1983.




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