KOSOVO: S'INDAGA SU TRAFFICO ORGANI PRIGIONIERI SERBIdi Alessandro Logroscino

BELGRADO - Si riapre una delle pagine più oscure e nascoste della guerra del Kosovo: la scomparsa di 300 prigionieri serbi, caduti in mano albanese dopo i bombardamenti Nato del '99 e il ritiro di Belgrado dalla provincia, che secondo denunce mai indagate a fondo sarebbero finiti in un campo degli orrori in Albania per essere usati come serbatoi umani di un abominevole traffico d'organi. Lo ha annunciato oggi il procuratore nazionale serbo per la lotta ai crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, dopo la clamorosa denuncia fatta su questa vicenda dall'ex procuratore del Tribunale internazionale dell'Aja per la ex Jugoslavia (Tpi), Carla Del Ponte.

L'episodio è tornato alla ribalta sulla scia della fresca pubblicazione in Italia d'un libro autobiografico - 'La caccia' - firmato da Del Ponte. Un volume che ha destato polemiche e imbarazzi per le molte indiscrezioni contenute e che è parso tutt'altro che tenero verso la Serbia. Ma senza mancare di rivelazioni agghiaccianti anche sui crimini commessi da altri (e subiti dai serbi) nel mattatoio degli anni '90.

L'ex procuratore internazionale conferma in particolare di aver indagato sulla cosiddetta 'Casa gialla' di Burel, in Albania, luogo in cui sarebbero state portate alcune decine dei prigionieri serbi ai quali espiantare organi. Una casa colonica alla quale il Tpi arrivò nel 2003 sulla base di una serie di testimonianze, riuscendo a scovare alla fine elementi di conferma delle denunce (tracce di materiale medico e sangue), ma senza trovare collaborazione né poter completare gli accertamenti alla ricerca di cadaveri ed eventuali fosse comuni. Del Ponte sembra in ogni caso dare credito alle ricostruzioni secondo cui molte decine di serbo-kosovari - catturati dalla guerriglia indipendentista durante i bombardamenti Nato del 1999 e dopo la rivincita albanese seguita al ritiro dalla provincia delle forze dell'allora regime belgradese di Slobodan Milosevic - sarebbero stati trasferiti nei dintorni di Burel e di altre città albanesi come Kukesh o Tipoje.

Per essere poi rinchiusi in sorta di lager sanitari laddove subire dapprima il prelievo di organi non vitali (i reni) e essere successivamente portati alla morte con l'espianto di organi essenziali. Secondo la stampa di Belgrado - che ha ripreso con evidenza queste rivelazioni, sullo sfondo delle ferite riaperte dalla recente secessione di Pristina - nel tritacarne di questo traffico (gestito in collaborazione con una rete malavitosa internazionale) sarebbero finiti circa 300 serbi: visti sparire dal Kosovo, in quei tragici e convulsi mesi del '99, a bordo di due camion diretti verso il confine albanese. Persone classificate da allora come dispersi. Il procuratore serbo Vukcevic - magistrato di nuova scuola che ha cooperato strettamente con Del Ponte nella caccia ai criminali di casa sua - ha annunciato subito di aver disposto nuovi controlli.

''Abbiamo aperto un fascicolo", ha detto oggi all'agenzia Beta, sottolineando d'aver avviato "una verifica su fatti e indizi" ricevuti dal Tpi. Si segue in particolare la pista dei due camion, ha proseguito Vukcevic, secondo il quale indicazioni attendibili sarebbero state già raccolte per l'individuazione di luoghi, in territorio albanese, dove cercare "fosse comuni non registrate" e - chissà - gli eventuali resti dei prigionieri smembrati. Il portavoce del procuratore, Bruno Vukaric, ha aggiunto che lo stesso presidente della Repubblica, il liberale e filoeuropeo Boris Tadic, s'é fatto vivo con la magistratura per mettersi a disposizione: pronto - ha riferito Vukaric - "a esercitare tutta la sua autorità e a fare pressioni in sede internazionale" per rompere ogni possibile muro d'omertà. E ottenere che si faccia finalmente un po' di luce su questo estremo incubo del bagno di sangue ex jugoslavo.