Glenn Gould è stato uno dei più grandi pianisti del Novecento, e su di lui esistono ore e ore di filmati e registrazioni: ma questo non è un documentario, è un vero film, ed è anche molto bello. Mi ero chiesto, quando era uscito, che senso potesse avere un film su Glenn Gould (Gould, per chi non lo sapesse, è molto più che un pianista: è una vera leggenda), dubbi che si sono dissolti alla prima visione. Non è un film facile, ma mi sento di consigliarlo anche ai semplici appassionati di cinema.
I film sono davvero 32, alcuni brevissimi altri un po’ più lunghi, con due animazioni (una è opera di Norman McLaren), interviste montate o messe in scena con attori, e alcuni veri e propri film in miniatura, con un attore (si chiama Colm Feore) che interpreta Gould ma non somiglia affatto a Gould, e anche questa è una cosa voluta: lo ricorda, questo sì, ma penso sia solo per una questione di recitazione.
Anche a prescindere da Glenn Gould, rimane la curiosità di sapere di più sul regista François Girard, canadese come il pianista, che ha girato un piccolo capolavoro. Difficile dimenticare quel cielo azzurro (Magritte?) che si vede dalla finestra, mentre l’intervistatore fa domande sull’aldilà; o i bianchi panorami canadesi, i notturni e le stanze d’albergo, e la messa in scena degli episodi. Per esempio: nel film n.16 Gould si ferma in un autogrill, punto di ritrovo dei camionisti: è un cliente abituale, la cameriera lo riconosce e lo serve al suo solito tavolino. Gould si siede, e ascolta le conversazioni come se fossero musica. Nel film n.6 siamo ad Amburgo, con molta nebbia. Da una camera d’albergo, Gould detta un telegramma al suo agente, per telefono: “sono annebbiato come il tempo”. Poi chiama una cameriera dell’albergo; la fa sedere e le fa ascoltare il suo disco con la Sonata n.15 di Beethoven. La ragazza ascolta con molta attenzione, si alza, guarda la copertina del disco, dice: “Danke schoen.”
Nel film n.9 siamo a Los Angeles, nel camerino del teatro. Gould è con le mani nel lavandino, immerse nell’acqua calda. Arriva una ragazza per chiamarlo: mancano cinque minuti all’inizio del concerto. L’ascensore non arriva, meglio andare a piedi: “Meno male che c’è lei, io non sarei mai arrivato sul palco. Mi sento come Pollicino nella foresta.”. Poco prima di alzare il sipario, incontra un anziano tecnico, che gli chiede l’autografo: “E’ per mia moglie, che ha tutti i suoi dischi.” Gould è gentilissimo, fa molte domande all’uomo, che gli spiega di essere ormai vicinissimo alla pensione; e gli dice: “Lei è fortunato, questo è il mio ultimo autografo.” L’uomo legge la dedica: « Auguri per la sua nuova vita. 10 aprile 1964, ultimo concerto di Glenn Gould.» Nel film n.13 siamo in uno studio di registrazione: i tecnici del suono fanno riascoltare a Gould quello che ha appena inciso. Di là dal vetro, i tre tecnici prendono un cappuccino e discutono di cose varie; Gould si riascolta quasi danzando. La musica è di Bach: “il Concerto Italiano”, dice uno dei tre; ma si sbaglia, è la giga dalla Suite inglese n.2.
Gould divenne famoso, giovanissimo, a metà degli anni ’50, per una sua memorabile registrazione delle “Variazioni Goldberg” di Johann Sebastian Bach; e Bach fu il suo nume tutelare. Si ritirò dai concerti a 32 anni, perché non era soddisfatto dell’acustica delle sale da concerto. Ma continuò a incidere dischi, e per smentire le voci che circolavano su di lui si fece filmare negli studi televisivi mentre suonava: lì non c’erano problemi. Nel film n. 12 c’è un’intervista con un altro musicista leggendario (ma molto meno problematico, anzi solare) il violinista Yehudi Menuhin: dice che Gould aveva molte ragioni, quando si lamentava della mancanza di perfezione delle sale da concerto, ma che “è caduto in una trappola e non sapeva più come uscirne”, perché le imperfezioni fanno parte della vita, sono la vita stessa. Gould aveva molto del compositore, più che dell’esecutore; forse per questo cercava la perfezione. Menuhin racconta anche di Gould che aveva paura di tutto, portava i guanti anche d’estate e non amava il contatto con il prossimo, ma passava giornate intere nella natura ostile del suo Canada, ed era felice quando andava in un villaggio di pescatori per stare in mezzo a loro.
Un dettaglio che mi ha sempre colpito, e che Girard ha riportato (una piccola finezza) è che i pianoforti di Gould sono sempre pieni di ditate, molto usati. Se ci fate caso, i pianoforti da concerto sono sempre tirati a nuovo; ma per Gould – che pure era un perfezionista – non è così. Nel film sono citati anche molti degli aneddoti che fecero di Gould un personaggio memorabile: i mezzi guanti e il cappotto anche d’estate, le telefonate di 18 ore, la sua ricerca della solitudine. Eppure, le persone che gli stavano vicine gli volevano bene: l’amica del cuore Margaret Pacsu (una donna molto bella), la cugina Jessie, l’accordatore, il segretario, la cameriera, l’autista, tutti sorridono e ammettono che sì, il caro Glenn gli manca molto. Tutti quelli che hanno saputo ascoltare Glenn l’hanno amato; gli altri hanno diffidato di lui. E, se volete i pettegolezzi, potete rivolgervi altrove.





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