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    Predefinito Cofferati e il PD del Nord

    DAL CORRIERE DELLA SERA DEL 18/04/2008

    Il sindaco di Bologna: sì a una struttura federale, l'Emilia-Romagna non è Centro

    Strappo di Cofferati: serve il Pd del Nord

    «Siamo una macroarea distinta. Errore pensare che quelli alla Lega siano voti di protesta»


    DAL NOSTRO INVIATO
    BOLOGNA — La brochure ha preso polvere, ma è ancora possibile leggerci sopra la parola «federalismo». Nel novembre 2006, erano giorni in cui Ds e Margherita si scannavano allegramente su qualunque aspetto del nascituro Pd, tanto c'era tempo, all'Istituto Gramsci si tenne un convegno dal titolo neutro — «Partito democratico: la sinistra di Bologna e dell'Emilia Romagna per un soggetto nuovo» — sotto al quale si celava l'ambizione di suggerire una linea. Il filo conduttore erano i dati di un sondaggio tra la base emiliana di Ds e Margherita dal quale si evinceva che le parole all'ordine del giorno della nuova creatura avrebbero dovuto essere il binomio legalità-ordine (81% dei consensi) seguite a buona distanza da sviluppo eco-compatibile e solidarietà sociale. Ma il tutto doveva stare in un contenitore-partito ispirato ad un «federalismo spinto, regionale e culturale».
    Diciassette mesi, un governo e una mazzata elettorale dopo, il progetto viene rispolverato da Sergio Cofferati che di quel convegno, insieme ai vertici locali dei Ds, fu l'ispiratore. «Serve un Partito democratico del Nord, una federazione che unisca Emilia-Romagna, Triveneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. In questa macroarea ci sono elementi distintivi che vanno dalle tradizioni alla cultura fino ai caratteri sociali ed economici. La novità è proprio questa, secondo me: noi siamo parte del Nord, non del Centro ». Nel corridoio di Palazzo d'Accursio, il sindaco di Bologna è stato netto, bene attento a scandire le parole. Il successo della Lega Nord c'entra ma non troppo, perché la convinzione arriva da lontano. «Quelli dati alla Lega non sono voti di protesta e chi lo pensa commette un errore, su questo ha perfettamente ragione Maroni. Ma l'idea che il Pd debba avere una struttura federalista è ben stagionata, sono cose che abbiamo sempre ripetuto». Cofferati parla di una «macroarea », i cui confini sono perfettamente sovrapponibili alla Padania leghista. Il messaggio è netto. «A mio parere, il Pd deve essere veramente federale, non deve limitarsi ad enunciarlo ».

    Non è una sortita solitaria, l'ex segretario nazionale della Cgil non gioca in proprio, ha dietro di sé l'intero Pd emiliano, soprattutto la sua anima ex ds, piuttosto seccato per i ripetuti messaggi in bottiglia mandati a Roma e mai raccolti. La benedizione del presidente della Regione Vasco Errani è immediata: «La dimensione interregionale investe tanto il nostro territorio quanto il futuro dell'intero Partito democratico ». Segue a ruota il capogruppo pd in Regione, Marco Monari, che va anche oltre. Per lui, l'Emilia-Romagna non è nel Nord, «ma è il Nord, perché fa parte di un'unica area geografica del tutto omogenea negli assetti territoriali e nei problemi ». Ora più che mai, il Pd emiliano si sente l'azionista di riferimento del partito nazionale, e vuole essere considerato tale, cosa che finora non è avvenuta. L'idea del partito «padano» è destinata comunque a lacerare, e già deve incassare la perplessità — eufemismo — del giurista Augusto Barbera, membro dell'Assemblea costituente del Pd: «Inutile ricalcare le soluzioni proposte da Bossi. La Lega ha guadagnato i suoi voti parlando di immigrazione e criminalità, non certo per la sua proposta federalista». I cofferatiani del Pd sono invece intenzionati a portare il progetto a compimento. Se gli atti di quell'ormai lontano convegno del 2006 fosse stati almeno letti, è la loro convinzione, forse adesso il centrosinistra piangerebbe di meno.

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  2. #2
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    "La Padania esiste, è qui e va capita""
    Se il Pd non se ne rende conto, perderà sempre"


    FEDERICO GEREMICCA
    BOLOGNA
    Ma quindi, signor sindaco, intendiamoci: possiamo rompere un tabù e titolare quest’intervista “cari amici del Pd, la Padania esiste”? Sergio Cofferati ci pensa un attimo perché, come un fulmine, forse gli ripassano per la mente i dubbi che ebbe prima di sgombrare un campo di immigrati e dire “cari compagni, la sicurezza non è un valore della destra” (affermazione oggi scontata, ma allora accompagnata da fischi e accuse di tradimento); o quando, non troppi mesi dopo, decise di sperimentare lì - a Bologna - la “vocazione maggioritaria” del Pd, rompendo la sua alleanza con la cosiddetta sinistra radicale. Dunque, Cofferati ci pensa. E poi si apre in un calda risata. «Ma certo che sì, la Padania siamo noi. Guardi che io son di lì, nato a Sesto e Uniti, provincia di Cremona, in mezzo ai contadini...».

    Ci vorrà forse del tempo perché anche quest’affermazione - “la Padania esiste” - venga digerita come ineluttabilmente vera. Ma per Sergio Cofferati è importante che ciò avvenga: e che il Pd ne tragga ogni conseguenza, in termini di analisi politica, proposta istituzionale e assetto organizzativo. La Padania esiste, e lo dimostrano perfino i risultati elettorali: se è così, non ha senso negarlo sol perché ne ha parlato prima la Lega... Ed è soprattutto della Lega - oltre che della Sinistra Arcobaleno - che Sergio Cofferati parla in questa sua intervista dopo il voto del 13 aprile.

    Però che c’entra, scusi, la Padania col risultato elettorale?
    «C’entra perché credo che ormai occorra analizzare anche i risultati elettorali non più regione per regione ma area per area. Se noi osservassimo le cose un po’ più dall’alto, ci accorgeremmo che quel che accade sulla sponda destra del Po succede anche sulla sponda sinistra...».

    Sarà. Ma che c’entra col voto?
    «In grandi aree del nord ci sono ormai elementi di uniformità dettati dalla struttura economica e sociale: e per queste due vie, producono risultati elettorali. Se si guarda la pianura... Cremona e Reggio Emilia, oppure Mantova e Ferrara - che sono città di regioni diverse - hanno una strutture economica, sociale e risultati elettorali del tutto simili».

    Tutto questo per dir cosa?«Che gli elementi di identità territoriale non sono più rappresentati dai confini geografici e regionali. Le persone si muovono... Il Po divide, fa da separazione per alcuni tratti, ma è una separazione geografica che non ha più alcuna corrispondenza né economica né sociale. Per venire al concreto: io penso che non ci possa organizzare efficacemente sul piano della rappresentanza considerando invalicabili i confini geografici. Di più: credo che ormai sia in divenire anche una questione di carattere istituzionale. Dunque, quando penso alla dimensione territoriale del futuro Pd, penso a due cose assieme: agli antichi insediamenti ottocenteschi della rappresentanza politica - luogo per luogo, paese per paese - e ai modernissimi scavalcamenti di confini geografici e regionali ormai fittizi. L’Emilia Romagna è parte del nord e ha caratteristiche di sviluppo, in alcune sue zone, simili a quelle della Lombardia. La collina emiliano romagnola ha forti elementi di somiglianza con la collina bergamasca e bresciana; e la pianura lombarda con la pianura emiliano romagnola. Un partito deve prendere come riferimento queste grandi aree. E’ inevitabile. Non farlo non ci aiuterà né a capire il nord né a radicare il Pd in queste aree decisive del Paese».

    Dove invece la Lega si espande di elezione in elezione...
    «E continuerà a farlo, soprattutto se non aggiorniamo la nostra analisi. La Lega non è un un partito che intercetta un voto di protesta: questo è un argomento senza fondamento, ha ragione Maroni. La Lega è un partito con una linea politica di destra, raccoglie consensi sulla base della sua linea che è proposta e sperimentata, per altro, anche in ruoli e attività istituzionali. Naturalmente, io non condivido quella linea, e la contrasto. Ma se torniamo alla tesi che quelli alla Lega sono voti di protesta, commettiamo un errore clamoroso».

    E crede che sia questo quel che sta accadendo?
    «In parte sì. E sono stupito. Così come mi stupisce sentir dire che “anche gli operai votano Lega”, come fosse una scoperta. Posso farle un esempio?».

    Naturalmente.
    «A parte il fatto che quando un partito supera certe soglie di consenso il suo radicamento è necessariamente interclassista, vorrei ricordare il 1994, cioè la crisi del primo governo Berlusconi. Il sindacato protestò per la riforma delle pensioni proposta, ma la crisi l’aprì Bossi in Parlamento. E lo fece perché l’acuirsi del contrasto tra sindacato e governo mandò in sofferenza la base sociale ed elettorale della Lega, che già allora era fatta anche da operai. E se devo dirle, anzi, la situazione di oggi mi sembra somigli molto a quella che ricordavo».

    Cioè, vede possibili problemi tra Lega e Popolo della Libertà?
    «La linea della Lega ha evidenti elementi di diversità rispetto a quella di Berlusconi. In materia economica guarda alle piccole imprese, con tratti protezionistici, e dunque altro che liberismo. Nel sociale è molto attenta ai temi del welfare, e quanto alla globalizzazione... Considerati i rapporti che ha con la Lega, credo non sia un caso che Tremonti sia approdato alle teorizzazioni cui è giunto. Comunque, questo riguarda loro. Ciò premesso, il lavoro fatto da Veltroni è del tutto positivo e pienamente condivisibile. E la linea economica e sociale indicata è quella che ci può consentire con pazienza di acquisire risultati positivi anche in questa parte del Paese».

    Un’ultima domanda, su tutt’altro: che le pare della batosta subita dalla Sinistra arcobaleno? Magari ne sarà contento, considerati i suoi rapporti a Bologna con Rifondazione...
    «Considero l’assenza in Parlamento di quella sinistra un fatto profondamente negativo, prodotto dai loro errori politici enfatizzati da una pessima legge elettorale da cambiare. Credo che, a differenza del 1996, stavolta Rifondazione avesse scelto con convinzione la strada della partecipazione al governo. Hanno però sottovalutato le difficoltà di stare in una ampia coalizione. In un quadro così, la necessità della mediazione bisogna darla per scontata: e della mediazione non puoi cogliere sempre e solo gli aspetti negativi. Ora spero riflettano. E mi auguro che dalla riflessione emerga la voglia di riprovarci piuttosto che quella di rifugiarsi per sempre all’opposizione in nome di una scelta puramente identitaria».


    http://www.lastampa.it/redazione/cms...1977girata.asp


    Speriamo che non gli facciano fare la fine di Guido Fanti.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da JuvSP Visualizza Messaggio
    "La Padania esiste, è qui e va capita""
    Se il Pd non se ne rende conto, perderà sempre"


    FEDERICO GEREMICCA
    BOLOGNA
    Ma quindi, signor sindaco, intendiamoci: possiamo rompere un tabù e titolare quest’intervista “cari amici del Pd, la Padania esiste”? Sergio Cofferati ci pensa un attimo perché, come un fulmine, forse gli ripassano per la mente i dubbi che ebbe prima di sgombrare un campo di immigrati e dire “cari compagni, la sicurezza non è un valore della destra” (affermazione oggi scontata, ma allora accompagnata da fischi e accuse di tradimento); o quando, non troppi mesi dopo, decise di sperimentare lì - a Bologna - la “vocazione maggioritaria” del Pd, rompendo la sua alleanza con la cosiddetta sinistra radicale. Dunque, Cofferati ci pensa. E poi si apre in un calda risata. «Ma certo che sì, la Padania siamo noi. Guardi che io son di lì, nato a Sesto e Uniti, provincia di Cremona, in mezzo ai contadini...».

    Ci vorrà forse del tempo perché anche quest’affermazione - “la Padania esiste” - venga digerita come ineluttabilmente vera. Ma per Sergio Cofferati è importante che ciò avvenga: e che il Pd ne tragga ogni conseguenza, in termini di analisi politica, proposta istituzionale e assetto organizzativo. La Padania esiste, e lo dimostrano perfino i risultati elettorali: se è così, non ha senso negarlo sol perché ne ha parlato prima la Lega... Ed è soprattutto della Lega - oltre che della Sinistra Arcobaleno - che Sergio Cofferati parla in questa sua intervista dopo il voto del 13 aprile.

    Però che c’entra, scusi, la Padania col risultato elettorale?
    «C’entra perché credo che ormai occorra analizzare anche i risultati elettorali non più regione per regione ma area per area. Se noi osservassimo le cose un po’ più dall’alto, ci accorgeremmo che quel che accade sulla sponda destra del Po succede anche sulla sponda sinistra...».

    Sarà. Ma che c’entra col voto?
    «In grandi aree del nord ci sono ormai elementi di uniformità dettati dalla struttura economica e sociale: e per queste due vie, producono risultati elettorali. Se si guarda la pianura... Cremona e Reggio Emilia, oppure Mantova e Ferrara - che sono città di regioni diverse - hanno una strutture economica, sociale e risultati elettorali del tutto simili».

    Tutto questo per dir cosa?«Che gli elementi di identità territoriale non sono più rappresentati dai confini geografici e regionali. Le persone si muovono... Il Po divide, fa da separazione per alcuni tratti, ma è una separazione geografica che non ha più alcuna corrispondenza né economica né sociale. Per venire al concreto: io penso che non ci possa organizzare efficacemente sul piano della rappresentanza considerando invalicabili i confini geografici. Di più: credo che ormai sia in divenire anche una questione di carattere istituzionale. Dunque, quando penso alla dimensione territoriale del futuro Pd, penso a due cose assieme: agli antichi insediamenti ottocenteschi della rappresentanza politica - luogo per luogo, paese per paese - e ai modernissimi scavalcamenti di confini geografici e regionali ormai fittizi. L’Emilia Romagna è parte del nord e ha caratteristiche di sviluppo, in alcune sue zone, simili a quelle della Lombardia. La collina emiliano romagnola ha forti elementi di somiglianza con la collina bergamasca e bresciana; e la pianura lombarda con la pianura emiliano romagnola. Un partito deve prendere come riferimento queste grandi aree. E’ inevitabile. Non farlo non ci aiuterà né a capire il nord né a radicare il Pd in queste aree decisive del Paese».

    Dove invece la Lega si espande di elezione in elezione...
    «E continuerà a farlo, soprattutto se non aggiorniamo la nostra analisi. La Lega non è un un partito che intercetta un voto di protesta: questo è un argomento senza fondamento, ha ragione Maroni. La Lega è un partito con una linea politica di destra, raccoglie consensi sulla base della sua linea che è proposta e sperimentata, per altro, anche in ruoli e attività istituzionali. Naturalmente, io non condivido quella linea, e la contrasto. Ma se torniamo alla tesi che quelli alla Lega sono voti di protesta, commettiamo un errore clamoroso».

    E crede che sia questo quel che sta accadendo?
    «In parte sì. E sono stupito. Così come mi stupisce sentir dire che “anche gli operai votano Lega”, come fosse una scoperta. Posso farle un esempio?».

    Naturalmente.
    «A parte il fatto che quando un partito supera certe soglie di consenso il suo radicamento è necessariamente interclassista, vorrei ricordare il 1994, cioè la crisi del primo governo Berlusconi. Il sindacato protestò per la riforma delle pensioni proposta, ma la crisi l’aprì Bossi in Parlamento. E lo fece perché l’acuirsi del contrasto tra sindacato e governo mandò in sofferenza la base sociale ed elettorale della Lega, che già allora era fatta anche da operai. E se devo dirle, anzi, la situazione di oggi mi sembra somigli molto a quella che ricordavo».

    Cioè, vede possibili problemi tra Lega e Popolo della Libertà?
    «La linea della Lega ha evidenti elementi di diversità rispetto a quella di Berlusconi. In materia economica guarda alle piccole imprese, con tratti protezionistici, e dunque altro che liberismo. Nel sociale è molto attenta ai temi del welfare, e quanto alla globalizzazione... Considerati i rapporti che ha con la Lega, credo non sia un caso che Tremonti sia approdato alle teorizzazioni cui è giunto. Comunque, questo riguarda loro. Ciò premesso, il lavoro fatto da Veltroni è del tutto positivo e pienamente condivisibile. E la linea economica e sociale indicata è quella che ci può consentire con pazienza di acquisire risultati positivi anche in questa parte del Paese».

    Un’ultima domanda, su tutt’altro: che le pare della batosta subita dalla Sinistra arcobaleno? Magari ne sarà contento, considerati i suoi rapporti a Bologna con Rifondazione...
    «Considero l’assenza in Parlamento di quella sinistra un fatto profondamente negativo, prodotto dai loro errori politici enfatizzati da una pessima legge elettorale da cambiare. Credo che, a differenza del 1996, stavolta Rifondazione avesse scelto con convinzione la strada della partecipazione al governo. Hanno però sottovalutato le difficoltà di stare in una ampia coalizione. In un quadro così, la necessità della mediazione bisogna darla per scontata: e della mediazione non puoi cogliere sempre e solo gli aspetti negativi. Ora spero riflettano. E mi auguro che dalla riflessione emerga la voglia di riprovarci piuttosto che quella di rifugiarsi per sempre all’opposizione in nome di una scelta puramente identitaria».


    http://www.lastampa.it/redazione/cms...1977girata.asp


    Speriamo che non gli facciano fare la fine di Guido Fanti.





    dai vertici del partito gli han già tirato le orecchie e dicendogli praticamente che non se ne farà nulla e di non parlar mai più di Padania!...dicono che serve un partito nazziunale, che si deve fare un discorso per tutta l'itagghia dato che il pd si presenta dappertutto...la solita sinistra insomma...io non ci credo più nella fantomatica sinistra del nord, dato che è da 20 anni che ne parlano ma nn si è visto ancora nulla...poi da quel che ho capito sarebbe solo una mossa per radicarsi anche in padania, ma senza alcun contenuto autonomista o indipendentista...stiano doce sono! una sinistra e un'intera classe politica padana nascerà e ce la faremo noi come è avvenuto altrove!

  4. #4
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    Essì che sarebbe una gran cosa una sinistra del Nord!

    Pazienza, dovranno prendere ancora qualche batosta clamorosa, così grande da lasciarli senza rappresentanza istituzionale al Nord... allora, forse, cambieranno strategia .

  5. #5
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    LA STAMPA 22/4/2008 (7:17) - DOPO IL VOTO - LE STRATEGIE DEL PD Veltroni: no al partito del Nord

    Malumori tra i segretari regionali che vorrebbero un «federalismo effettivo»
    GIOVANNI CERRUTI
    MILANO
    Un Coordinamento al Nord e uno al Sud, al Centro non si sa. «Ma non è una questione organizzativa, non spezzetteremo il partito». Alle cinque e mezzo del pomeriggio, in questa sala sotterranea del Consiglio regionale della Lombardia, Walter Veltroni si presenta con un’aria piuttosto stanca. Nell’albergone accanto alla Stazione Centrale la riunione con i segretari del Partito democratico è durata quasi tre ore. Che fare, adesso? E che dire nella conferenza stampa, visto che qualche novità, qualche segnale deve pur arrivare, sennò a che serve la riunione e cosa è servito convocarla qui a Milano?

    Il Coordinamento, dunque. «Per coordinarsi meglio, con i nostri segretari, i sindaci, i presidenti di provincia e regione, su temi programmatici». Si capisce che a Veltroni non siano piaciute le uscite a favore di un Partito Democratico del Nord, i distinguo tra Cacciari, Chiamparino, Cofferati, Mercedes Bresso, i malumori che si possono intuire tra i parlamentari eletti al Nord. La pratica, che poi sarebbe quella della Questione Settentrionale, viene sbrigata in fretta: «Se andiamo a veder bene il problema l’abbiamo più al Sud che al Nord». Insomma, il Pd è già un partito federale «per statuto», altre formule e varianti non servono.

    Accanto a Veltroni c’è il vicesegretario Dario Franceschini, e sembra davvero provato. Nella riunione, assicura Veltroni, «c’è stata totale sintonia». Ma non sarebbe andata proprio così, a sentire i rumors. Dai segretari di Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia (Morgando, Martina, Giaretta e Caronna)- e riecco il Pd del Nord - lamentele per la composizione «centralistica» delle liste elettorali. E poi, se Partito federale dev’essere, ha sostenuto soprattutto Giaretta, bisogna «distribuire i rimborsi elettorali» e non trattenerli nel Loft. Insomma «sia federalismo vero, sul serio». Anche per questo nascono i Coordinamenti, unica novità della trasferta milanese.

    Nuovo e novità sono le due parole più ripetute. «Abbiamo usato linguaggi nuovi, parole nuove, avvicinandoci a quella parte del Paese che non votava centrosinistra. Abbiamo parlato il linguaggio che la parte più attiva del Paese ha capito. Abbiamo superato la soglia dei 12 milioni di voti». A chi fa notare che forse il Nord quei linguaggi nuovi non li ha votati la risposta è una mitragliata di percentuali: aumenti tra il 3,9 e il 5,8 nelle regioni del Nord. «Noi siamo un partito nuovo, abbiamo rotto con il passato con una Rivoluzione Dolce. I segnali della società e delle categorie produttive del Nord sono stati positivi».

    Come tutte le novità, insiste Veltroni, c’è bisogno di tempo. «Siamo nati il 14 ottobre 2007». Annuncia la sfida, tra Governo Ombra («il pungolo») e cambio di passo. «Abbiamo capito la lezione che ci consentirà di passare dalle parole ai fatti con un’opposizione intelligente, e con altre forze, penso all’Udc». Anche perchè le parole, il Coordinamento «per iniziative e riflessioni», sanno di vecchio: già sentite dopo tutte le sconfitte elettorali dal ‘90 in poi. «Non le ricorda nessuno, e adesso le nostre parole sono quelle che il Nord vuole sentirsi dire. C’è stata una forte discontinuità e da qui bisogna partire».

    Se in campagna elettorale l’ispiratore è stato Barak Obama con il suo «We can» ora si passa allo swing del vecchio Nicola Arigliano: «E’ solo questione di tempo...». La Rivoluzione Dolce dei quattro mesi, l’aver rotto con la sinistra radicale, dovrebbe mettere il Pd sulla giusta via: «C’è la possibilità di far ripartire la sfida riformista, abbiamo forti radici nella società e implementeremo il vento di innovazione». Ha fretta, Veltroni. Deve rientrare a Roma per la campagna del Campidoglio. Lì, per vincere, c’è davvero poco tempo. Al Nord basta aspettare le prossime elezioni europee. Appena tra un anno. E appunto, è solo questione di tempo...

 

 

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