“Verso un nuovo mondo non si puo’ andare con idee e strumenti vecchi.”
(Giulio Tremonti)


Eccoci qua: il prossimo ministro Tremonti straparla di nazionalizzazioni e di “mondi nuovi” che ci aspettano (ma le elezioni non avevano eliminato i comunisti dal parlamento?), preparandosi a riparare ai fallimenti degli imprenditori nostrani – parola grossa, per chi ha sempre evitato il rischio dell'impresa grazie alla mammella statale! – ovviamente con i soldi dei contribuenti, che magari li avrebbero voluti e potuti spendere in modo più utile e produttivo. È come un tandem, in cui però pedalano sempre gli stessi. Insomma, il metafascismo comincia come la sua versione primeva: con il grido belluino “autarchia, autarchia!”

A questo proposito sono lieto di pubblicare un lucido intervento di Carlo Lottieri, che spiega con chiarezza come non solo non sia morale, ma nemmeno necessario rinunciare alla libertà in nome del protezionismo economico.
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Di Carlo Lottieri


Di recente taluni commentatori sono entrati nel dibattito suscitato dalle proposte neo-protezioniste avanzate da Giulio Tremonti nel suo ultimo pamphlet in favore di un’Europa che guardi con crescente sospetto all’integrazione economica internazionale e si attrezzi a tutelare se stessa di fronte alla concorrenza portata dai popoli del Terzo Mondo: Cina e India, in testa.

Quasi sempre le tesi neomercantiliste sono contrastate, e insieme ad esse è avversata ogni prospettiva dettata dalla paura dei competitori, oltre che dal desiderio di chiudersi di fronte all’economia globalizzata, sottraendo l’Europa ai benefici del commercio internazionale. Nel ragionamento di vari economisti e commentatori sedicenti liberali c’è però non di rado qualcosa che non appare del tutto convincente.

In effetti, più di un opinionista non solo accetta la prospettiva per così dire “olista” di quanti ritengono che si possa parlare di un interesse dell’Europa nel suo insieme (anche sacrificando i diritti di quei proprietari che vogliono disporre a loro piacere delle proprie risorse, negoziando con chi vogliono), ma in più si ritiene che i nemici della globalizzazione non abbiano torto quando affermano che nel breve termine un’Europa aperta al mondo perderebbe qualcosa, e che questo beneficio verrebbe riacquistato solo in un secondo tempo grazie allo sviluppo ulteriore degli scambi. Il loro argomento è che vi sarebbe un ritardo tra quando un paese perde ricchezza a favore di quello emergente e poi la riacquista accresciuta, ed è in questo gap temporale che avrebbe luogo l’impoverimento del primo.

La tesi è che c’è bisogno di un certo lasso di tempo perché i paesi sviluppati, pressati dalla concorrenza dei paesi emergenti, riescano a ridefinire le proprie produzioni e cogliere le nuove opportunità offerte dall’aprirsi di mercati emergenti verso cui esportare. Tanto più che vi sono situazioni – come quella cinese – in cui ci si confronta con attitudini protezionistiche anche da parte dei paesi a basso livello di sviluppo.

Questo argomento secondo cui esisterebbe un momento (seppure solo iniziale) durante il quale l’apertura dei mercati si rivelerebbe dannosa per un’economia avanzata mi pare possa essere messo in discussione.

Immaginiamo un modello molto semplificato: in un pianeta perduto nello spazio esiste una società ad alto livello di sviluppo, la chiameremo Europa, la quale occupa fisicamente solo una parte di quel corpo celeste, per il resto del tutto disabitato. All’interno di tale società vi sono individui dediti alle più diverse attività e impegnati a scambiare ciò che producono. Una parte di loro produce biciclette che vende alla restante parte della società: farmacisti, attori, agricoltori, e via dicendo.

Un bel giorno, su un’altra del pianeta che ospita la società europea una navicella spaziale scarica una popolazione nuova, che chiameremo Cina. Si tratta di soggetti le cui attività economiche sono, al momento, assai meno sviluppate di quelle europee, come testimonia il basso standard del loro stile di vita: alimentazione, abitazioni, cure mediche, e via dicendo.

Molti europei scoprono però che grazie a una serie di ragioni – e in primo luogo il basso costo della manodopera dei cinesi – le biciclette realizzate in quell’altra parte del pianeta da questi suoi nuovi abitanti sono assai convenienti. La qualità è la medesima, ma il costo è inferiore. Smettono quindi di comprare le biciclette europee e acquistano quelle cinesi.

Che ne deriva?

Per sviluppare un’analisi razionale delle conseguenze delle scelte, molto comprensibili, compiute da quanti vivono in Europa e hanno bisogno di una bicicletta bisogna preliminarmente cogliere una semplice verità: ogni scambio è (soggettivamente) vantaggioso. Chi acquista o cede un bene lo fa perché ritiene che quel negozio giuridico l’avvantaggi: esiste insomma un beneficio che va tanto a chi compra una bicicletta come a chi la vende.

Nel momento in cui compaiono in scena le biciclette cinesi si assiste ad un venir meno di transazioni intra-europee (gli europei non comprano più le biciclette europee) e a una crescita delle transazioni tra europei e cinesi. Per gli europei il venir meno dei commerci interni è certamente una perdita (poiché ogni scambio, come ho detto, produce ricchezza), ma bisogna aggiungere che lo svilupparsi delle relazioni commerciali tra Cina ed Europa è invece un beneficio.

La tesi degli economisti che enfatizzano le difficoltà del “breve termine” sarebbero difendibili se fossimo in grado di sapere che quanto si perde nel rarefarsi degli scambi interni – gli europei non comprano più biciclette europee – è maggiore di quanto si guadagna con il commercio esterno (gli europei comprano biciclette cinesi perché le trovano convenienti).

Quanti ritengono che commerciare con l’esterno impoverisca un Paese muovono in fondo da un’osservazione elementare e non infondata: quando il negozio riguardante una bicicletta concerne due europei (chi vende e chi compra), sono due europei a migliorare la loro condizione, e quindi è facile capire come l’economia europea ne guadagni complessivamente in maniera cospicua; quando invece l’interazione vede protagonisti un cinese produttore di biciclette e un europeo che ne acquista una, la ricchezza complessiva dell’Europa è incrementata solo sul lato dell’acquirente.

Ma siamo certi che la somma dei due benefici ottenuti entro un quadro autarchico sia superiore al beneficio ricavato dall’acquirente entro il quadro di un’economia aperta? Per nulla. Non abbiamo nessun solido argomento che possa essere usato a sostegno di tale ipotesi. Si può anzi ipotizzare che in taluni casi – e forse spesso – il beneficio ricavato dall’europeo che acquista la bicicletta cinese sia superiore alla somma dei benefici che, in passato, ottenevano i due europei che vendevano e compravano una bicicletta realizzata in Europa.

Abbiamo invece un’altra certezza: che il proprietario europeo che prima usava i propri soldi per comprare biciclette europee ora li utilizza per acquistare biciclette cinesi. Dispone della propria ricchezza liberamente, e questo è certamente più importante di tanti sofismi economici.

C’è comunque un’altra considerazione da farsi. Anche prescindendo dall’entità dei benefici dei due europei impegnati nella negoziazione entro un’economia europea autarchica e dall’entità degli utili divisi tra europeo e cinese entro un’economia aperta, nel momento in cui gli europei sanno che i cinesi sono sbarcati sul loro pianeta e producono biciclette convenienti, se una qualunque autorità inibisce agli europei (compresi quanti producono biciclette europee) di comprare biciclette cinesi, quanto avviene è puramente e semplicemente un trasferimento di risorse dai consumatori di biciclette ai produttori delle medesime.

In questo senso, anche quando non fa ricorso a dazi, il protezionismo è davvero nella sua essenza una forma di tassazione e redistribuzione delle risorse, a tutto vantaggio di produttori che non sono in grado di soddisfare al meglio il pubblico.

C’è poi un ulteriore aspetto che merita di essere sviluppato, a completamento di quanto detto in precedenza.

Prima si è sostenuto che alla base dell’avversione diffusa verso lo scambio internazionale si può ritrovare il dato elementare che mentre lo scambio tra due europei avvantaggia “due volte” l’economia europea, lo scambio tra un cinese e un europeo l’avvantaggia “una volta sola”. E in un’economia basata sul baratto le cose sono certamente così.

Ma si può dire lo stesso in un’economia monetaria?

Immaginiamo che all’interno dell’Europa vi siano cento persone molto abili nel produrre televisori. Fino a ieri avevano prodotto i loro televisori per il mercato interno, ma dopo l’arrivo della società cinese scoprono come in Cina vi sia molta gente disposta anche a pagare una cifra superiore per i loro prodotti. Iniziano quindi a orientare la loro produzione verso il mercato cinese, ricevendo renimimbi in cambio dei beni esportati.

Che faranno però di quella valuta?

Essi possono accantonarla, rinunciando a utilizzarla, e in questo caso hanno ceduto prodotti di qualità (i televisori) in cambio di semplici pezzi di carta. Oppure possono utilizzare quel denaro per comprare i prodotti disponibili sul mercato cinese. Ad esempio, possono acquistare biciclette.

Quanto intendo dire è davvero elementare. Magari non sempre nel brevissimo termine, ma certamente nel medio o lungo termine, le bilance commerciali tendono ad essere in pareggio perché nessuno è interessato a cedere beni e servizi in cambio di foglietti di carta colorati prodotti da questa o quella banca centrale.

Tale osservazione mi serve però a integrare ciò che ho detto in precedenza.

La constatazione che lo svilupparsi del commercio delle biciclette cinesi in Europa farebbe perdere all’economia europea un lato del beneficio delle interazioni commerciali (il beneficio della transazione si ripartirebbe tra cinesi ed europei, e non solo tra europei) va corretta con la considerazione che bisogna però attendersi che verrà presto un giorno in cui gli euro incassati dal venditore cinese di biciclette verranno utilizzati per acquistare, ad esempio, televisori europei. A questo punto è l’economia della Cina che perde un lato dei due benefici, poiché mentre in passato il mercato tutto interno dei televisori fatti dai cinesi per i cinesi avvantaggiava acquirenti e venditori cinesi, con l’apertura verso l’Europa l’acquirente cinese che si orienta verso un televisore europeo certamente ne trae un beneficio, ma viene meno il beneficio del venditore cinese.

Ancora una volta è utile ricordare la saggezza delle analisi di Frédéric Bastiat su ciò che si vede e ciò che non si vede, e insomma il fatto che non bisogna farsi ingannare da ciò che appare a prima vista, finendo per trascurare altri (e non meno importanti) elementi.

I critici del commercio internazionale ci lasciano intendere che mentre negli scambi interni si traggono due benefici (quello di chi vende e quello di chi acquista), nel commercio internazionale il beneficio è solo uno. Ma in realtà il venditore cinese di biciclette si appresta a minare il tradizionale commercio dei televisori tutto interno alla Cina: userà gli euro che ha ottenuto producendo e vendendo biciclette per acquistare apparecchi televisivi prodotti nell’altra parte del mondo.

È poi ugualmente da sottolineare quanto sia curioso che l’argomento del “breve termine” sia talora usato per scongiurare l’apertura dei mercati ricchi come pure di quelli poveri. Il neo-colbertismo protezionista dice oggi che bisogna – almeno in una prima fase – tutelare le economie ricche dall’arrivo di beni a basso prezzo prodotti nel Terzo Mondo, mentre nei decenni scorsi era moneta corrente la retorica di quanti dicevano che un’economia fragile dell’Africa o dell’America latina non poteva subito competere con quelle più dinamiche e quindi deve conoscere una fase di “incubazione”. (Tale argomento fu usato anche a fine Ottocento, in Italia, per “proteggere” la nostra industria nascente.) Ma non è chiaro, né può esserlo, se l’apertura dei mercati giovi ai più poveri a danno dei più ricchi, oppure non avvenga l’opposto.

In conclusione, anche accettando la prospettiva anti-liberale di chi ragiona in termini di entità collettive (la popolazione chiamata Europa e quella chiamata Cina) e quindi anche accantonando i principi morali che devono spingerci a riconoscere il diritto di ogni singolo proprietario a interagire con chi vuole (quale che sia il colore della pelle o la nazionalità), pure restando su quel piano e limitando per giunta la riflessione a considerazioni strettamente economiche, pare legittimo sostenere che le antiche tesi della scienza economica sui benefici del libero commercio e i danni del protezionismo mostrino ancora oggi, e del tutto intatta, la loro validità.

http://gongoro.blogspot.com/2008/04/...utarchico.html