Sberleffo di Guareschi all’anno innominabile. Nel 67+1 il povero don Camillo non deve vedersela più con Peppone, ma con un prete ye-ye
Nel 1967+1, la grande guerra di Mondo Piccolo non fu più quella tra don Camillo e Peppone. In quell’Italia di lavatrici, comfort e frigoriferi, in quel mondo dove non c’erano più amici, figurarsi i nemici, al nerboruto sacerdote della Bassa toccava di vedersela con la più subdola delle sciagure: un prete progressista. "Don Camillo e i giovani d’oggi", uno degli ultimi titoli di Giovannino Guareschi, è in realtà la storia del sanguinoso duello tra don Camillo e don Chichì. Questi è un sacerdote ye ye, un campione del tristo Concilio Vaticano II. E’ uno infarcito da letture aperte e da sociologie alla moda il fragile pretino, uno pronto per le cagnare del 1969-1, un capellone in clergyman, una iattura insomma.
E nel 1967+1 Guareschi la butta subito in politica, anzi, in teologia: "Nella chiesa di don Camillo esisteva ancora l’altare al quale don Camillo persisteva nel celebrare la messa in latino. E i fedeli continuavano a ricevere l’Ostia inginocchiati davanti alla balaustra con le colonnine pitturate a finto marmo. In tutte le altre chiese della diocesi, l’altare era stato sostituito da quella che don Camillo, con scarso rispetto, chiamava ‘tavola calda’: ma nella chiesa di don Camillo niente era stato ancora
cambiato e, proprio per questo, la Curia – prima di adottare gravi provvedimenti disciplinari – aveva voluto affiancare al testardo parroco della Bassa un giovane sacerdote che inducesse il ribelle ad aggiornarsi".
Dalla parte di don Camillo c’è la chiesa delle mamme e delle nonne, sono le macchine da preghiera messe a regime doppio per sopperire il pudore dei loro uomini messi sempre da canto in chiesa, immusoniti nell’amen raccolto sui cappelli di agricoltori stretti tra la Misericordia e le dita rozze e ruvide. Don Chichì arriva al paese con due anni d’anticipo.
E’ vestito di giacca e cravatta don Chichì, incaricato dalla Curia nel ruolo di commissario e spedito apposta da don Camillo per "aggiornare" con lui anche la piccola parrocchia del grande fiume Po, cerca l’emarginazione, la disfatta sociale, il degrado, l’ingiustizia ma si ritrova presto messo in riga
dal vecchio ribelle nel modo più sano e santo. Vale la pena rivedere la scena. "Bene", dice don Camillo all’insopportabile prete progressista, "lei dunque è stato mandato qui per insegnarmi a fare il prete". Risposta: "No, reverendo: solo a ricordarle che non siamo nel 1666 ma nel 1966". Don Camillo annuisce, prende un fazzoletto e l’annoda platealmente: "Adesso che me l’ha ricordato, può andarsene". L’insopportabile progressista dà in smanie, richiama don Camillo alle regole, si fa forte delle disposizioni della Curia e perciò resta. La scena adesso si svolge seguendo un magnifico climax tra ironia e promessa di legnate. Don Camillo si mostra calmo e accetta il comando del vescovo, accoglie il pretino: "In questo caso approfittiamone per farci una partita. Conosce il gioco delle ottanta carte?". Detto questo don Camillo prende dallo scrittoio un vecchio mazzo, lo taglia in due con le mani, con un solo strappo. Il prete del Concilio Vaticano II, con faccia da scostumato, prende un altro mazzo e una dopo l’altra, con consumato ghigno le strappa tutte: "Ottanta come le sue, reverendo". Sciagurato, don Chichì, ride appunto, ma don Camillo, approvandone la spiritosata, indica i due mucchi di carte spezzate e sibila: "Io però so fargliele mangiare tutt’e centossessanta".
In un capitolo dove una pestifera nipote di don Camillo interviene per accendere la sfida tra le due tonache (una in verità, l’altro veste come un rappresentante di commercio), ci si ritrova con l’argomento degli argomenti, la rappresentazione della Passione. Un tema su cui Mel Gibson, con "The Passion", ha dovuto pagare pegno, un punto fermo della storia umana e cosmica di Gesù che Guareschi – scrivendo in un’epoca libera dai dogmi ideologici di oggi, quelli dello scontro di civiltà – svolge senza soggezione. Don Camillo, adirato perché il suo coadiuvante si rifiuta di officiare una
Messa in suffragio delle anime dei morti d’Ungheria (vittime delle repressione comunista), sta così tuonando: "Sono quasi duemila anni che Gesù è stato crocifisso e ancora oggi la chiesa lo rappresenta inchiodato sulla croce. Non per fare odiare i nemici di Cristo, ma per ricordare l’amore e il sacrificio di Cristo". Alla tonante enunciazione del parroco replicano gli argomenti ‘aperti’ e ‘concilianti’ della nipote Cat, spalleggiata da don Chichì: "Reverendo zio: voi vedete, però, che la nuova liturgia tende a escludere sempre di più nelle chiese la rappresentazione del Cristo martirizzato, e l’arte sacra attenua sempre più il crudo verismo della crocifissione. Gesù ha sofferto come uomo e come uomo è morto per amore degli uomini. Di tutti gli uomini, soprattutto di quelli che l’hanno crocifisso e ai quali egli ha perdonato quando agonizzava sulla croce. Continuando a rappresentare il martirio di Cristo con un feroce verismo da museo delle cere, si è ottenuto solo di mantenere vivo l’odio per coloro che l’avevano crocifisso". Un feroce verismo da museo delle cere dunque. E’ quasi una recensione a Mel Gibson ante litteram, questa, recitata in linea con la chiesa progressista. Una banalità perfettamente architettata e messa in bocca alla nipote stupidina seguendo il linguaggio dell’aggiornamento democratico e clericale. Un colpo da maestro dell’autore, un gioco retorico che ben spiega la riforma conciliare, quella iattura che passa sulle forti
spalle di don Camillo senza per questo piegarlo. Né spaventarlo. A chiusura di capitolo, infatti, troviamo il vecchio parroco mentre spulcia tra la corrispondenza recapitatagli nella cassetta delle lettere: una lettera della Curia nella quale il segretario del vescovo manifestava la sua disapprovazione per la celebrazione della messa di suffragio, un’iniziativa politicamente inopportuna, così definita, e poi, per scherno una grande foto del cardinale Mindszenty, il santo martire magiaro. Don Camillo brucia la lettera del vescovo mentre invece, presa la foto, incorniciata a modo di ritratto, armato di scala, martello e chiodi, se l’appende sul portale, con grande disappunto del prete progressista: "Perché questa smania di martirio? Non avrebbe potuto trovare anche lui un modus vivendi con l’autorità del suo Paese?".
Guareschi la butta in politica, anzi, in teologia. Perfida, infatti, è la risposta di don Camillo: "Bisogna compatirlo, è stato portato fuori strada da quell’altro tizio che s’è fatto inchiodare sulla croce. I soliti estremismi".
Guareschi la butta in teologia, quindi in politica. Il capitolo più succoso è "Vennero per suonare e tornarono salati". L’unica cosa da fare è rileggere: "Don Chichì, demistificata esteriormente la chiesa, aveva sferrato la sua offensiva in profondità, con una serie di prediche che erano una continua, ardente denuncia della malvagità e delle colpe dei ricchi". Il risultato fu che molti, per la disperazione di don Camillo, incominciarono a disertare la Messa. Domandando loro il perché, si sentiva così rispondere: "Ho lavorato onestamente tutta la vita per avere quello che non ho e non mi va di venire in chiesa per sentirmi insultare da don Chichì". Gli argomenti di quest’ultimo sono ideologici: "Dio ha creato il mondo perché sia di tutti gli uomini e il ricco è tale perché ha rubato la roba degli altri. Se non esistessero i ricchi, non esisterebbero i poveri, così come non esisterebbero i derubati se non esistessero i ladri. Il ricco è un ladro ed è quindi esatto dire che la proprietà è un furto. La chiesa di Cristo è la chiesa dei poveri perché solo dei poveri è il Regno dei Cieli".
Don Camillo è uno che ha conosciuto la fame per davvero e non attraverso i libri e alla predica di don Chichì, così risponde: "La povertà è una disgrazia, non un merito. Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno solo dei doveri". Il tic progressista di don Chichì e di tutta quella chiesa pronta a far girotondo col 1967+1 è sempre lo stesso: "La chiesa deve rinnovarsi". La domanda ironica della iattura plana sul grugno di don Camillo peggio di una mosca grande come un tafano: "Lei dunque non sa niente di ciò che è stato detto al Concilio?". Con un ruggito don Camillo chiude la discussione: "Sì, ho letto. Ma è roba troppo difficile per me. Io non posso andare più in là di Cristo: Cristo parlava in modo semplice, chiaro. Cristo non era un intellettuale, non usava parole difficili, ma solo le umili e facili parole che tutti conoscono. Se Cristo avesse partecipato al Concilio, i suoi discorsi avrebbero fatto ridere i padri conciliari".
La grande guerra di Mondo Piccolo attraverso il duello tra don Camillo e don Chichì è un ghiotto manuale di teologia sotto forma di diatriba tra Tradizione ed Eresia, la dove quest’ultima è rappresentata dalla nouvelle vague di Santa Romana Chiesa. Nel confronto tra il vecchio e il nuovo, infatti, si svela l’inganno della modernità e quello delll’infernale macchinazione del rinnovamento clericale che attenta la luce sincera del Rito. Ci si può divertire con Guareschi, leggerlo è un godimento spirituale, il parroco di Mondo Piccolo è il meno clericale dei preti ma a farci un’antologia su questo piccolo libricino sfuggito alle sceneggiature cinematografiche ne viene fuori un lavoro degno della santa dottrina, rendendo altresì giustizia al vero eroe, a don Camillo che giammai s’aggiornò. Ancora un esempio: don Camillo una sua idea di cambiamento sulla liturgia ce l’aveva, altro che se non ce l’aveva. Voleva cambiare il libera nos a malo. Voleva metterci "liberaci dal benessere". Ciò significa che il progresso "ha preso il posto di Dio nell’anima dell’uomo". Ecco quindi il catechismo di don Camillo innanzi al 1969-1: liberaci dal fitness, dalla perfezione, dalla tonicità, dall’eugenetica, dal self service biologico, dal culto del corpo. E così sia.
Pietrangelo Buttafuoco
(Il Foglio 12 gennaio 2008)