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    Predefinito "A me rabbino ha detto: sei la mia radice"

    «A me rabbino ha detto: sei la mia radice»[*]

    L'allora Card. Ratzinger a Rav David Rosen «Tutto ciò che ha un significato religioso per te, lo ha anche per me, perché tu sei la mia radice».

    Inizierà ufficialmente il suo ministero proprio mentre il mondo ebraico celebra Pesah, la Pasqua. Ed è una coincidenza che il biglietto inviato ieri al Rabbino capo di Roma ha reso ancora più significativa. Anche da Gerusalemme si guarda con grande attenzione ai primi passi di Benedetto XVI. Ce lo conferma rabbi David Rosen, uno dei protagonisti del dialogo tra il Vaticano e i «fratelli maggiori» incoraggiato in questi anni da Giovanni Paolo II. «Conoscete il detto - scherza -: se hai due ebrei ci sono tre opinioni... Generalmente parlando, però, la reazione del mondo ebraico è positiva perché gli atteggiamenti di Benedetto XVI nella promozione del dialogo e le sue condanne dell'antisemitismo sono state sempre molto chiare. Ci si aspetta che vada avanti nella direzione indicata da Giovanni Paolo II».

    Ha dei ricordi personali del nuovo Papa?
    L'ho incontrato tante volte. La prima fu quindici anni fa, l'ultima ad Assisi nel 2002, in occasione della giornata di preghiera per la pace. Nel febbraio 1994, poi, poche settimane dopo la firma dell'accordo che ha reso possibili relazioni diplomatiche piene tra il Vaticano e la Santa Sede, organizzammo un congresso qui a Gerusalemme con la presenza di 600 leader cristiani ed ebrei di tutto il mondo. Fu proprio l'allora cardinale Ratzinger a tenere l'intervento principale. Ricordo perfettamente le sue prime parole: la storia delle relazioni tra cattolici ed ebrei - disse - è piena di lacrime e sangue. Il buio ha avuto il suo momento culminante ad Auschwitz. Ma quel momento - aggiunse subito - ha reso la riconciliazione e il ristabilimento di buone relazioni tra di noi più urgente che mai.

    Che cosa deve al teologo Ratzinger il dialogo ebraico-cristiano?
    Per il dialogo tra cattolici ed ebrei uno dei documenti recenti più importanti è stato quello pubblicato nel 2001 dalla Pontificia Commissione biblica con il titolo «Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana». Fu proprio Ratzinger a dare l'imprimatur a quel testo e a stendere un'introduzione molto significativa. È un documento che sottolinea la centralità del popolo ebraico e delle sue Scritture per il cristianesimo. Ma ha anche un passaggio molto interessante sulla nostra convinzione che il Messia non sia ancora venuto. La descrive come parte essa stessa del piano divino per la salvezza dell'uomo: l'attesa ebraica, si dice, ricorda come il mondo non sia stato ancora pienamente redento. È un'idea affascinante. Non dimentichiamo che una delle maggiori accuse che in passato i cristiani hanno rivolto a noi ebrei è stata il fatto di non aver riconosciuto il vero Messia. Era diventata una giustificazione per atti terribili. Ora, nel documento della Pontificia Commissione biblica, questo stesso atteggiamento è interpretato come qualcosa di positivo. Significa che la grande trasformazione teologica ormai è avvenuta.

    L'allora cardinale Ratzinger, però, nel 2000 firmò anche la dichiarazione «Dominus Iesus» che fu contestata duramente da alcune voci ebraiche.
    È vero, ci furono reazioni negative. Però bisogna anche ricordare che in seguito proprio lui pubblicò un articolo sull'Osservatore Romano riguardo alla comune eredità di Abramo nostro padre. In quel testo diceva chiaramente che nella Dominus Iesus si affrontava il tema del rapporto con le altre fedi. E siccome l'ebraismo sta alla radice della fede cristiana, non rientra nella stessa categoria. Anche questa è un'affermazione molto interessante. Già quando lo incontrai la prima volta, quindici anni fa, dialogammo a lungo sulla teologia. E a un certo punto mi disse: «Tutto ciò che ha un significato religioso per te, lo ha anche per me, perché tu sei la mia radice».

    Quali ulteriori passi il dialogo ebraico-cristiano potrebbe compiere sotto papa Benedetto XVI?
    Come ho detto, non credo ci siano grandi questioni teologiche ancora da affrontare. Penso anche che sulla Shoah noi ebrei non dobbiamo aspettarci passi in avanti rispetto al documento del 1998 «Noi ricordiamo». Rimarrà anche il giudizio diverso rispetto a Pio XII. Ragionando in termini realistici, dunque, la mia speranza maggiore è che Benedetto XVI invii ai cattolici un'istruzione in cui si dica che gli insegnamenti di Nostra Aetate e tutto ciò che ne consegue devono essere parte integrante dell'educazione di ogni cattolico e in maniera speciale della formazione dei sacerdoti. Perché dove ci sono comunità ebraiche che vivono accanto a comunità cattoliche, l'interiorizzazione del nuovo atteggiamento è facile. Ma dove ci sono solo grandi comunità cattoliche (penso all'America Latina, all'Africa o a certe zone dell'Asia) molti cattolici non sanno neppure che cosa sia la Nostra Aetate.

    Appena eletto Benedetto XVI ha risposto con un messaggio all'augurio espresso dalla Comunità ebraica di Roma.
    È stato un gesto molto bello. Anche i giovani ne hanno capito subito la portata. Tra l'altro inizia con la benedizione che utilizziamo ogni giorno nella nostra liturgia. Penso sia una dimostrazione della sua familiarità con noi. Già queste parole dicono il desiderio di valorizzare la nostra comune radice.

    Dopo Montini e Wojtyla si aspetta che anche Papa Ratzinger venga in visita a Gerusalemme?
    Non sono profeta, né figlio di profeta. Ma spero di sì.

    __________________________
    [*] David Rosen: una tra le voci più autorevoli del dialogo tra ebrei e cristiani, fautore e sostenitore della «normalizzazione» dei rapporti diplomatici tra la Santa Sede e Israele, il rabbino David Rosen è di origine inglese ma vive a Gerusalemme dal 1985. Dal 1975 al 1979 è stato rabbino maggiore della più grande congregazione nel Sud Africa. È stato il fondatore del Forum interreligioso ebraico cristiano musulmano. Dal 1979 al 1985 è stato rabbino capo dell'Irlanda. Nel 1985 è rientrato in Israele. Nel 1988 è stato nominato responsabile per le relazioni interreligiose della Anti defamation League (Adl) mantenendo i rapporti con la Santa Sede. Nel 1997 è diventato direttore della sezione israeliana dell'Adl. Attualmente è responsabile internazionale per le relazioni interreligiose all'interno dell'American jewish committee (Ajc), ente con sede in Israele. Fa parte della Commissione bilaterale permanente dello Stato di Israele e della Santa Sede, organismo che portò nel 1993 agli accordi diplomatici. Nel 1998 è stato eletto anche presidente del Consiglio internazionale ebraico-cristiano. Più volte ha partecipato agli incontri di preghiera interreligiosi di Assisi voluti da Giovanni Paolo II.
    _________________
    [Fonte: Avvenire del 23 aprile 2005]

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    Predefinito

    Pontificia Commissio Biblica
    Città del Vaticano - 2001

    Il popolo ebraico
    e le sue Sacre Scritture
    nella Bibbia cristiana

    Prefazione
    del Cardinale Joseph RATZINGER
    Nella teologia dei Padri della Chiesa la questione dell'unità interiore dell'unica Bibbia della Chiesa composta di Antico e Nuovo Testamento era un tema centrale. Che questo non fosse certamente solo un problema teorico, lo si può percepire quasi con mano nell'itinerario spirituale di uno dei più grandi maestri della cristianità, Sant' Agostino d'Ippona. Agostino come diciannovenne nell'anno 373 aveva avuto una prima profonda esperienza di conversione. La lettura di un libro di Cicerone - l'opera andata perduta « Hortensius » - aveva operato in lui una profonda trasformazione, che egli stesso retrospettivamente così descrive: « Orientò verso di te, Signore, le mie preghiere... cominciai a rialzarmi per tornare a te... Come ardevo, mio Dio, come ardevo, dal desiderio di abbandonare le cose terrene e di levare il volo verso te » ( Coni m 4, 7-8).
    Per il giovane africano, che come fanciullo aveva ricevuto il sale, che lo rendeva catecumeno, era chiaro che la svolta verso Dio doveva essere una svolta verso Cristo, che senza Cristo egli non poteva trovare veramente Dio. Così egli passò da Cicerone alla Bibbia e sperimentò una terribile delusione: nelle difficili determinazioni giuridiche dell'Antico Testamento, nei suoi intricati e talvolta anche crudeli racconti egli non poteva riconoscere la sapienza, alla quale voleva aprirsi. Nella sua ricerca si imbatte così in persone, che annunciavano un nuovo cristianesimo spirituale - un cristianesimo, nel quale si disprezzava l' Antico Testamento come non spirituale e ripugnante; un cristianesimo, il cui Cristo non aveva bisogno della testimonianza dei profeti ebraici. Queste persone promettevano un cristianesimo della semplice e pura ragione, un cristianesimo nel quale Cristo era il grande illuminato, che conduceva gli uomini ad una vera autoconoscenza. Erano i manichei.[1]
    La grande promessa dei manichei si dimostrò ingannevole, ma il problema non era per questo risolto. Al cristianesimo della Chiesa cattolica Agostino poté convertirsi solo quando, per mezzo di Sant' Ambrogio, ebbe imparato a conoscere un'interpretazione dell'Antico Testamento, che rendeva trasparente nella direzione di Cristo la Bibbia di Israele e così rendeva visibile in essa la luce della sapienza ricercata. Così fu superato non solo lo scandalo esteriore della forma letteraria insoddisfacente della Bibbia « vetus latina », ma soprattutto lo scandalo interiore di un libro, che si manifestava ora più che come documento della storia della fede di un determinato popolo, con tutti i suoi disordini ed errori, come voce di una sapienza proveniente da Dio e che concerneva tutti.
    Una tale lettura della Bibbia di Israele, che riconosceva nelle sue vie storiche la trasparenza di Cristo e così la trasparenza del Logos, dell'eterna sapienza stessa, non fu fondamentale solo per la decisione di fede di Agostino: essa fu e, rimane il fondamento della decisione di fede nella Chiesa nel suo insieme. Ma è vera? È ancora oggi giustificabile e realizzabile? Dal punto di vista della esegesi storico-critica - almeno a prima vista - tutto sembra argomentare contro. Così si è espresso nel 1920 l' eminente teologo liberale Adolf von Harnack: « Rifiutare l'Antico Testamento nel secondo secolo (allude a Marcione} fu un errore, che la grande Chiesa giustamente ha respinto; conservarlo nel 16° secolo fu un destino, al quale la Riforma ancora non poté sottrarsi; conservarlo però ancora nel protestantesimo a partire dal 19° secolo, come documento canonico, dello .stesso valore del Nuovo Testamento, è la conseguenza di una paralisi religiosa ed ecclesiale ».[2]
    Ha ragione Harnack? A prima vista molti elementi sembrano dargli ragione. Se l' esegesi di Ambrogio aprì la via verso la Chiesa per Agostino e divenne nel suo orientamento di fondo - anche se nei particolari naturalmente del tutto variabile - il fondamento della fede nella Parola di Dio della Bibbia bipartita ma pur sempre unitaria, si può subito cosi controbattere: Ambrogio aveva imparato questa esegesi nella scuola di Origene, che l' ha praticata per primo in modo coerente.
    Ma Origene - cosi si dice - in proposito avrebbe solo trasportato nella Bibbia metodi di interpretazione allegorica usati nel mondo greco per gli scritti religiosi dell'antichità - soprattutto Omero, quindi non solo avrebbe realizzato un'ellenizzazione profondamente estranea alla parola biblica, ma si sarebbe servito di un metodo, che in se stesso era privo di credibilità, poiché mirante in definitiva a conservare come sacrale ciò che in realtà rappresentava la testimonianza di una cultura non più attualizzabile. Ma le cose non sono cosi semplici. Origene ancor più che sull'esegesi di Omero da parte dei greci poteva fondarsi sull'esegesi dell'Antico Testamento, che era nata in ambito giudaico, sopratutto in Alessandria e con Filone come capofila, e che in un modo del tutto proprio cercava di dischiudere la Bibbia di Israele ai greci, i quali ben al di là degli dei cercavano l'unico Dio, che potevano trovare nella Bibbia. Egli inoltre ha imparato dai rabbini. Infine egli ha elaborato principi cristiani del tutto specifici: l'interiore unità della Bibbia come criterio di interpretazione, Cristo come punto di riferimento di tutte le vie dell'Antico Testamento.[3]
    Ma prescindendo dal giudizio che si voglia dare sui particolari dell'esegesi di Origene e di Ambrogio, il suo fondamento ultimo non era né l'allegoresi greca né Filone né i metodi rabbinici.
    Il suo vero fondamento - al di là dei particolari dell'interpretazione - era il Nuovo Testamento stesso. Gesù di Nazareth ha avanzato la pretesa di essere il vero erede dell'Antico Testamento della « Scrittura » e di darle l'interpretazione definitiva, interpretazione certamente non alla maniera degli scribi, ma per l'autorità dell'autore stesso: « Egli insegnava come uno che ha autorità (divina), non come gli scribi » (M c 1,22). Il racconto dei discepoli di Emmaus riassume ancora una volta questa pretesa: « E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui » (Lc 24,27). Gli autori del Nuovo Testamento hanno cercato di fondare questa pretesa nei particolari, sopratutto Matteo, ma non meno Paolo, il quale utilizzò in proposito i metodi di interpretazione rabbinici e cercò dimostrare che proprio questa forma di interpretazione sviluppata dagli scribi conduce a Cristo come chiave delle « Scritture »
    Per gli autori ed i fondatori del Nuovo Testamento l' Antico Testamento è anzi molto semplicemente la « Scrittura »; solo la Chiesa nascente poteva lentamente formare un canone neotestamentario, che ora allo stesso modo costituiva Sacra scrittura, ma pur sempre in quanto presuppone come tale la Bibbia di Israele, la Bibbia degli Apostoli e dei loro discepoli, che soltanto ora riceve il nome di Antico Testamento, e le fornisce la chiave di interpretazione.
    In questo senso i Padri della Chiesa con la loro interpretazione cristologica dell'Antico Testamento non hanno creato nulla di nuovo, ma solo sviluppato e sistematizzato, ciò che già trovavano nel Nuovo Testamento stesso. Questa sintesi fondamentale per la fede cristiana doveva però diventare problematica nel momento in cui la coscienza storica sviluppò criteri di interpretazione, a partire dai quali l'esegesi dei Padri doveva apparire come priva di fondamento storico e pertanto come oggettivamente insostenibile.
    Lutero, nel contesto dell'umanesimo e della sua nuova coscienza storica, soprattutto però nel contesto della sua dottrina della giustificazione, ha sviluppato una nuova formulazione del rapporto fra le due parti della Bibbia cristiana, che non si fonda più sull' armonia interiore di Antico e Nuovo Testamento, ma sulla sua antitesi sostanzialmente dialettica dal punto di vista storico-salvifico ed esistenziale di legge evangelo.
    Bultmann ha espresso in modo moderno questo approccio di fondo con la formula, secondo cui l' Antico Testamento si sarebbe adempiuto in Cristo nel suo fallimento. Più radicale è la proposta sopra menzionata di Harnack, che - per quanto io possa vedere - praticamente non è stata ripresa da nessuno, ma era perfettamente logica a partire da un'esegesi, per la quale i testi del passato possono avere di volta in volta solo quel senso che volevano dar loro i rispettivi autori nel loro momento storico.
    Alla moderna coscienza storica però appare più che inverosimile che gli autori i dei secoli prima di Cristo, che si esprimono nei libri dell' Antico Testamento, intendessero alludere anticipatamente a Cristo e alla fede del Nuovo Testamento. In questo senso con la vittoria dell' esegesi storico-critica l'interpretazione cristiana dell'Antico Testamento iniziata dal Nuovo Testamento stesso appariva finita.
    Ciò, come abbiamo visto, non è una questione storica particolare, ma i fondamenti stessi del Cristianesimo sono qui in discussione. Così diviene anche chiaro perché nessuno ha voluto seguire la proposta di Harnack, di realizzare finalmente quel congedo dall'Antico Testamento intrapreso
    solo troppo presto da Marcione. Ciò che a quel punto resterebbe, il nostro Nuovo Testamento, non avrebbe senso in se stesso. Il documento della Pontificia Commissione Biblica che qui presentiamo dice in proposito: « Senza l' Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi» (n. 84).
    A questo punto diventa visibile la complessità del compito, davanti al quale si trovò la Pontificia Commissione Biblica, quando si decise ad affrontare il tema del rapporto fra Antico e Nuovo Testamento. Se esiste una via di uscita dal vicolo cieco descritto da Harnack, deve essere ampliato ed approfondito, rispetto alla visione degli studiosi liberali, il concetto di un'interpretazione oggi sostenibile dei testi storici, soprattutto però del testo della Bibbia considerato come Parola di Dio. In questa direzione negli ultimi decenni è accaduto qualcosa di importante.
    La Pontificia Commissione Biblica ha presentato il contributo essenziale di questi studi nel suo Documento pubblicato nel 1993 « L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa ». L'approfondimento della pluridimensionalità del discorso umano, che non è legato ad un unico punto storico, ma si protende verso il futuro, era un ausilio per comprendere meglio come la Parola di Dio può servirsi della parola umana, per dare un senso ad una storia che progredisce, che rimanda al di là del momento attuale e nondimeno proprio così crea l'unità dell'insieme. La Commissione Biblica riprendendo questo suo precedente documento e fondandosi su accurate riflessioni metodologiche ha approfondito i singoli grandi complessi tematici di entrambi i Testamenti nella loro relazione ed ha potuto in conclusione dire che l'ermeneutica cristiana dell'Antico Testamento, che senza dubbio è profondamente diversa da quella del giudaismo, « corrisponde tuttavia ad una potenzialità di senso effettivamente presente nei testi » (n. 64). È questo un risultato, che mi sembra essere di grande importanza per la continuazione del dialogo, ma sopratutto anche per i fondamenti della fede cristiana.
    La Commissione Biblica tuttavia non poteva nel suo lavoro prescindere dal contesto del nostro presente, nel quale il dramma della Shoah ha collocato tutta la questione in un' altra luce. Due problemi principali si ponevano: possono i cristiani dopo tutto quello che è successo avanzare ancora tranquillamente la pretesa di essere gli eredi legittimi della Bibbia di Israele? Possono continuare con una interpretazione cristiana di questa Bibbia, o non dovrebbero piuttosto rispettosamente ed umilmente rinunciare ad una pretesa, che alla luce di ciò che avvenuto non può non apparire come presunzione?
    E qui si connette la seconda questione: Non ha forse contribuito la presentazione dei giudei e del popolo ebraico, nello stesso Nuovo Testamento, a creare una ostilità nei confronti di questo popolo, che ha favorito l'ideologia di coloro che volevano sopprimerlo?
    La Commissione ha affrontato entrambe le questioni. È chiaro che un congedo dei cristiani dall'Antico Testamento non solo, come prima mostrato, avrebbe la conseguenza di dissolvere lo stesso cristianesimo, ma non potrebbe neppure essere utile ad un rapporto positivo fra cristiani ed ebrei, perché sarebbe loro sottratto proprio il fondamento comune.
    Ciò che però deve conseguire dagli eventi accaduti è un rinnovato rispetto per l'interpretazione giudaica dell' Antico Testamento. Al riguardo il documento dice due cose. Innanzitutto afferma che la lettura giudaica della Bibbia « è una lettura possibile, che è in continuità con le sacre Scritture ebraiche dell'epoca del secondo tempio ed è analoga alla lettura cristiana, che si è sviluppata parallelamente a questa » (n. 22). A ciò aggiunge che i cristiani possono imparare molto dalla esegesi giudaica praticata per 2000 anni; a loro volta i cristiani sperano che gli ebrei possano trarre utilità dai progressi dell' esegesi cristiana (ibidem). lo penso che queste analisi saranno utili per il progresso del dialogo giudeo-cristiano, ma anche per la formazione interiore della coscienza cristiana.
    Della questione della presentazione dei giudei nel Nuovo Testamento si occupa l'ultima parte del documento, nel quale vengono accuratamente esaminati i testi « antigiudaici » . Qui vorrei solo sottolineare un'intuizione che per me appare particolarmente importante. il documento mostra che i rimproveri rivolti nel Nuovo Testamento agli ebrei non sono più frequenti ne più aspri delle accuse contro Israele nella legge e nei profeti, quindi all'interno dello stesso Antico Testamento (n. 87) .Essi appartengono al linguaggio profetico dell' Antico Testamento e quindi devono essere interpretati come le parole dei profeti. Essi mettono in guardia da deviazioni presenti, ma per loro natura sono sempre temporanei e presuppongono quindi anche sempre nuove possibilità di salvezza.
    Vorrei esprimere ai membri della Pontificia Commissione Biblica il mio ringraziamento e la mia riconoscenza per la loro fatica. Dalle loro discussioni condotte con pazienza per molti anni è uscito questo documento, che a mio parere può offrire un importante ausilio per una questione centrale della fede cristiana e 'per la così importante ricerca di una rinnovata comprensione fra cristiani ed ebrei.
    Roma, Festa dell'Ascensione 2001
    JOSEPH Cardinal RATZINGER
    ________________________________________

    NOTE
    [1]. Cf la presentazione di questa fase dell'itinerario spirituale di Agostino in P. BROWN, Augustine of Hippo. A Biography, London 1967, 40-45.
    [2]. A. VON HARNACK, Marcion. 1920. Ristampa: Darmstadt 1985, p. XII e 217.
    [3]. Il passaggio decisivo nella valutazione dell'esegesi di Origene lo ha compiuto H. de Lubac con il suo libro: Histoire et Esprit. L 'intelligence de l'Ecriture d'après Origène (Paris 1950). Successivamente vanno segnalati soprattutto i lavori di H. Crouzel (ad es. Origène 1985). Una buona panoramica dello stato della ricerca offre H.-J. Sieben nella sua introduzione ad Origenes. In Lucam homiliae (Freiburg 1991), 7-53. Una sintesi dei singoli lavori di H. de Lubac sul problema dell'interpretazione della Bibbia offre l'opera edita da J. Voderholzer: H. DE LUBAC, Typologie Allegorese Geistiger Sinn. Studien zur Geschichte der christlichen Schriftauslegung (Johannes Verlag, Freiburg 1999).

    Fonte: http://www.nostreradici.it/Scritture_Bibbia.htm

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    «Con gli ebrei il dialogo andrà oltre i gesti»
    Intervista di Pierangelo Giovannetti a Piero Stefani

    Piero Stefani, biblista, docente di «dialogo con l’ebraismo» all’Istituto di Studi Ecumenici di Venezia, autore di volumi come «Le radici bibliche della cultura occidentale» – edito nel 2004 da Bruno Mondadori –, segue da anni il pensiero di Joseph Ratzinger nei confronti del mondo ebraico.

    «Il legame che unisce Papa Benedetto XVI al mondo ebraico è fortissimo e intenso, come si può ricavare fin dai suoi primi discorsi da Pontefice. È un legame che Joseph Ratzinger ha sempre coltivato, paragonandolo a quello che si ha verso la propria madre. Dell’ebraismo, infatti, Ratzinger ha sempre sottolineato il rapporto con l’origine della Chiesa. Questo fa del dialogo con l’ebraismo qualcosa di speciale, di completamente diverso dal dialogo con le altre religioni».

    «Il legame fra Antico e Nuovo Testamento è per Benedetto XVI qualcosa che unisce i cristiani agli ebrei in maniera particolare e assolutamente unica rispetto a qualunque altra religione», afferma. «Ratzinger ha sempre riconosciuto ai "fratelli ebrei" il compito di popolo eletto di testimoniare Dio unico e vero al mondo e alle genti. C’è insomma un tributo di riconoscenza all’ebraismo, che emerge anche nei suoi scritti».

    Come Nuovo e Antico Testamento sono uniti fra loro, così anche la Chiesa e gli ebrei sono legati da un vincolo particolare.
    «Questo è l’impianto teologico di fondo che emerge dagli scritti di Joseph Ratzinger sull’ebraismo. È come un riconoscimento della permanenza della vocazione di Israele, che fa del popolo ebraico qualcosa di distinto dagli altri popoli, una vocazione che non viene negata dall’accettazione o meno di Cristo. Per Ratzinger, quindi, il rapporto fra Chiesa ed ebraismo non è tanto una questione di richiesta di perdono nei confronti degli ebrei, quanto il riconoscimento che l’eredità di Abramo è una benedizione promessa al popolo ebraico. E l’eredità degli ebrei continua in Gesù Cristo e nella Chiesa poi».

    Questo vuol dire che per Papa Ratzinger il rapporto con gli Ebrei si pone in maniera del tutto diversa rispetto alle altre religioni?
    «È proprio così. È vero che anche l’islam ha la sua radice in Abramo, ma l’ebraismo per la Chiesa richiama il legame e l’immagine della madre. Per questo Papa Benedetto nei confronti dell’Islam parla di dialogo con le altre civiltà. Lo status particolare degli ebrei è legato alla Rivelazione, che per l’islam non c’è, anche se pure loro in parte si richiamano. Peraltro va detto che parlare di dialogo con le altre civiltà rispetto all’islam, è un concetto importante, antitetico a quello di scontro di civiltà propugnato da studiosi come Samuel Huntington».

    L’attenzione manifestata da Papa Benedetto nei confronti degli ebrei fin dai suoi primi discorsi da vescovo di Roma ha colpito le stesse comunità ebraiche.
    «Certamente. Pensare solo cinquant’anni fa, o anche con lo stesso Papa Paolo VI, che nel discorso di inaugurazione del pontificato si facesse riferimento così esplicito e così lungo ad Israele, sarebbe stato impossibile. La stessa Nostra Aetate, il documento del Concilio sugli ebrei, non fa cenno alla parola Israele. Ci fu infatti dura opposizione da parte dei patriarchi orientali, quasi si trattasse di un appoggio allo Stato di Israele».

    Dopo i gesti clamorosi di Papa Giovanni Paolo II nei confronti degli ebrei, ritiene che anche sotto il Pontificato di Papa Benedetto assisteremo a qualche gesto particolare in questo senso?
    «Papa Benedetto ha una personalità diversa. Ai gesti preferisce far precedere le ragioni teologiche. Ma questa attenzione preferenziale che ha verso il mondo ebraico sicuramente aiuterà a far avvicinare ancora di più i cristiani agli ebrei».

    C’è in particolare qualcosa che le comunità ebraiche si aspettano?
    «L’apertura degli archivi vaticani sarebbe un gesto molto apprezzato dalle comunità ebraiche. Non mi sorprenderei se Benedetto XVI fosse il Papa che apre gli archivi su tutto il periodo del Pontificato di Pio XII. La consapevolezza dell’importanza nella storia sacra degli ebrei rende questo Papa particolarmente sensibile a tale rapporto».

    Ci sono altri punti aperti?
    «Già con il pontificato di Giovanni Paolo II il cammino fatto è stato enorme, con gesti clamorosi. Il riconoscimento dello Stato di Israele, che era un punto aperto, è stato fatto. Forse c’è da approfondire ancora il rapporto fra antigiudaismo ed antisemitismo. Ma molta strada, indubbiamente è stata percorsa».

    Papa Ratzinger è molto sensibile anche al tema dell’ecumenismo nei confronti delle altre Chiese e comunità cristiane.
    «Per Benedetto XVI l’ecumenismo è, come dire, l’altra faccia dell’Europa cristiana. L’anima profonda della civiltà europea sta nell’incontro tra il Vangelo e il logos; questa matrice, per essere pienamente feconda esige di essere proposta in modo unitario. Sia la preghiera di Gesù, ut unum sint, sia la ragione aperta alla fede esigono che le Chiese e le comunità ecclesiali pervengono a dare una testimonianza comune».
    __________________
    [Fonte: Avvenire del 30 aprile 2005]

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    Saluto di Sua Santità Benedetto XVI alla Delegazione del B'nai B'rith International
    Lunedì 18 dicembre 2006

    Cari amici,


    Ho il piacere di salutare questa delegazione del B'nai B'erith International, nell'occasione della vostra visita in Vaticano. In seguito alla promulgazione, nel 1965, della Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra Aetate, sono numerose le occasioni in cui dirigenti di B'nai B'rith hanno visitato la Santa Sede. Oggi, nello spirito di comprensione, rispetto e reciproca stima che si va svipluppando tra le nostre comunità, dò il benvenuto a voi e, attraverso voi, a tutti coloro che rappresentate.

    Negli ultimi quarant'anni di relazioni ebraico-cristiane sono stati raggiunti molti obiettivi, e dobbiamo essere grati a Dio per il notevole cambiamento che si è prodotto sulle basi del nostro comune patrimonio spirituale. È questa ricca comune eredità di fede che rende le nostre comunità non solo capaci di entrare in dialogo ma anche di collaborare insieme per il bene della famiglia umana. Il nostro mondo sconvolto ha bisogno della testimonianza del popolo di buona volontà ispirato dalla verità, rivelata nella prima pagina delle Scritture, che ogni uomo e donna sono stati creati a immagine di Dio (fr. Gen. 1:26-37), e che essi possiedono una inalienabile dignità e valore.

    Ebrei e cristiani sono chiamati a lavorare insieme per la guarigione del mondo promuovendo la crescita dei valori morali e spirituali, radicati nelle nostre convinzioni di fede. Se diamo un chiaro esempio di fruttuosa cooperazione, la nostra voce in risposta ai bisogni della famiglia umana sarà il più possibile convincente.

    In occasione della vostra visita, ribadisco la mia salda speranza e la mia preghiera per la pace in Terra Santa.

    La pace può nascere solamente se costituisce la preoccupazione di tutti ebrei, cristiani e musulmani, espressa in un genuino dialogo interreligioso e concreti gesti di riconciliazione.

    È una sfida per tutti i credenti mostrare che non sono l'odio e la violenza ma la comprensione e la cooperazione pacifica ad aprire le porte a quel futuro di giustizia e di pace che è promessa e dono di Dio.

    Durante questo tempo santo, invoco cordialmente su voi e sulle vostre famiglie un'abbondanza di divine benedizioni. Shalom alechem!

    [Traduzione dall'originale inglese, per Le nostre Radici, di Antonio Marcantonio]

    Da: http://www.nostreradici.it/ (v. http://www.nostreradici.it/BenXVI-BnaiBrith06.htm)

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    Misteri e segreti del B'nai B'rith di Emmanuel Ratier



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    Il B'nai' B'rith, che in ebraico vuol dire "figli dell"Alleanza" è stato fon¬dato negli Stati Uniti nel 1843. È riservato esclusivamente agli israeliti. Oggi conta più di 500.000 fratelli e sorelle come affiliati, in una cinquantina di paesi. L'elite internazionale delle varie comunità giudaiche, da Sigmund Freud ad Albert Einstein, ne è stata o ne è membro. Si tratta certamente della più antica, più diffusa e senza dubbio la più influente organizzazione ebraica internazionale. Per esempio è stato il B'nai B'rith che ha ottenuto il riconoscimento dello Stato d'Israele da parte del presidente americano Harry Truman. È stato sempre il B'nai B'rith che è riuscito ad ottenere dalla Chiesa Cattolica il cambiamento del suo insegnamento bimillenario, a pro¬posito del giudaismo, nel Concilio Vaticano IL
    Nel 1905, Jacob Schiff, banchiere americano e alto responsabile del B'nai B'rith affermava: "Se lo Zar non vuole dare al nostro popolo la desi¬derata libertà, allora una rivoluzione instaurerà una repubblica tramite la quale si otterranno quei diritti". Dodici anni dopo, nel 1917, la rivoluzione bolscevica sconvolgeva la Russia espandendo la sua influenza nel mondo intero, e lo stesso Zar veniva trucidato assieme alla sua famiglia.
    In Italia, per non citare che dei fatti recenti, è stato il B'nai B'rith ad inter¬venire affinché il sindaco di Roma Rutelli non intitolasse una via della capita¬le a Giuseppe Bottai (Ministro della Pubblica Istruzione sotto il fascismo). Il B'nai B'rith è intervenuto affinché nelle scuole italiane si studiasse "meno Manzoni e più Primo Levi", secondo le parole dell'allora presidente del Consi¬glio Giuliano Amato. Nell'agosto del '94 Silvio Berlusconi, all'epoca capo del governo, dovette scusarsi con Abraham Foxman (direttore dell'A.D.L.) per una dichiarazione del suo ministro Mastella, che insinuava che fosse stata la reazione della lobby ebraica americana a determinare la caduta della lira sul mercato internazionale.
    Questa Organizzazione che ricalca l'organizzazione massonica è per lo più sconosciuta al grande pubblico, ma ha esercitato, ed esercita tuttora, un'influenza enorme sugli avvenimenti mondiali. Misteri e segreti del B'nai B'rith è la prima inchiesta indipendente ad esso dedicata nel mondo intero. Essa contiene moltissimi documenti inediti ed è quindi un libro esplosivo, in grado di rispondere alle domande che ogni cittadino ha il diritto di porsi.

    Link: http://www.effedieffeshop.com/produc...#39;rith~.html

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    L’eredità di Abramo dono di Natale

    L’ intervento del cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede pubblicato sull’Osservatore Romano del 29 dicembre 2000

    di Joseph Ratzinger

    Per Natale ci scambiamo dei doni, per dare gioia gli uni agli altri e partecipare così alla gioia che il coro degli angeli annunziò ai pastori, richiamando alla memoria il regalo per eccellenza che Dio fece all’umanità donandoci suo Figlio Gesù Cristo. Ma questo è stato preparato da Dio in una lunga storia, nella quale – come dice sant’Ireneo – Dio si abitua a stare con l’uomo e l’uomo si abitua alla comunione con Dio. Questa storia comincia con la fede di Abramo, padre dei credenti, padre anche della fede dei cristiani e per la fede nostro padre. Questa storia continua nelle benedizioni per i patriarchi, nella rivelazione a Mosè e nell’esodo di Israele verso la terra promessa. Una nuova tappa si apre con la promessa a Davide ed alla sua stirpe di un regno senza fine. I profeti a loro volta interpretano la storia, chiamano a penitenza e conversione e preparano così il cuore degli uomini a ricevere il dono supremo. Abramo, padre del popolo di Israele, padre della fede, è così la radice della benedizione, in lui «si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12, 3). Compito del popolo eletto è quindi donare il loro Dio, il Dio unico e vero, a tutti gli altri popoli, e in realtà noi cristiani siamo eredi della loro fede nell’unico Dio. La nostra riconoscenza va dunque ai nostri fratelli ebrei che, nonostante le difficoltà della loro storia, hanno conservato, fino ad oggi, la fede in questo Dio e lo testimoniano davanti agli altri popoli che, privi della conoscenza dell’unico Dio, «stavano nelle tenebre e nell’ombra della morte» (Lc 1, 79).
    Il Dio della Bibbia degli ebrei, che è Bibbia – insieme al Nuovo Testamento – anche dei cristiani, a volte di una tenerezza infinita, a volte di una severità che incute timore, è anche il Dio di Gesù Cristo e degli apostoli. La Chiesa del secondo secolo dovette resistere al rifiuto di questo Dio da parte degli gnostici e soprattutto di Marcione, che opponevano il Dio del Nuovo Testamento al Dio demiurgo creatore, da cui proveniva l’Antico Testamento, mentre la Chiesa ha sempre mantenuto la fede in un Dio solo, creatore del mondo e autore di ambedue i testamenti. La coscienza neotestamentaria di Dio che culmina nella definizione giovannea «Dio è amore» (1Gv 4, 16) non contraddice il passato, ma compendia piuttosto l’intera storia della salvezza, che aveva come protagonista iniziale Israele. Perciò nella liturgia della Chiesa dagli inizi e fino ad oggi risuonano le voci di Mosè e dei profeti; il salterio di Israele è anche il grande libro di preghiera della Chiesa. Di conseguenza la Chiesa primitiva non si è contrapposta a Israele, ma credeva con tutta semplicità di esserne la continuazione legittima. La splendida immagine di Apocalisse 12, una donna vestita di sole coronata di dodici stelle, incinta e sofferente per i dolori del parto, è Israele che dà la nascita a colui «che doveva governare tutte le nazioni con scettro di ferro» (Sal 2, 9); e tuttavia questa donna si trasforma nel nuovo Israele, madre di nuovi popoli, ed è personificata in Maria, la Madre di Gesù. Questa unificazione di tre significati – Israele, Maria, Chiesa – mostra come, per la fede dei cristiani, erano e sono inscindibili Israele e la Chiesa.
    Si sa che ogni parto è difficile. Certamente fin dall’inizio la relazione fra la Chiesa nascente ed Israele fu spesso di carattere conflittuale. La Chiesa fu considerata da sua madre figlia degenere, mentre i cristiani considerarono la madre cieca ed ostinata. Nella storia della cristianità le relazioni già difficili degenerarono ulteriormente, dando origine in molti casi addirittura ad atteggiamenti di antigiudaismo, che ha prodotto nella storia deplorevoli atti di violenza. Anche se l’ultima esecrabile esperienza della shoah fu perpetrata in nome di un’ideologia anticristiana, che voleva colpire la fede cristiana nella sua radice abramitica, nel popolo di Israele, non si può negare che una certa insufficiente resistenza da parte di cristiani a queste atrocità si spiega con l’eredità antigiudaica presente nell’anima di non pochi cristiani. Forse proprio a causa della drammaticità di quest’ultima tragedia, è nata una nuova visione della relazione fra Chiesa ed Israele, una sincera volontà di superare ogni tipo di antigiudaismo e di iniziare un dialogo costruttivo di conoscenza reciproca e di riconciliazione. Un tale dialogo, per essere fruttuoso, deve cominciare con una preghiera al nostro Dio perché doni prima di tutto a noi cristiani una maggiore stima ed amore verso questo popolo, gli israeliti, che «possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen» (Rm 9, 4-5), e ciò non solo nel passato, ma anche presentemente «perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11, 29). Pregheremo egualmente perché doni anche ai figli d’Israele una maggiore conoscenza di Gesù di Nazareth, loro figlio e dono che essi hanno fatto a noi. Poiché siamo ambedue in attesa della redenzione finale, preghiamo che il nostro cammino avvenga su linee convergenti.
    È evidente che il dialogo di noi cristiani con gli ebrei si colloca su un piano diverso rispetto a quello con le altre religioni. La fede testimoniata nella Bibbia degli ebrei, l’Antico Testamento dei cristiani, per noi non è un’altra religione, ma il fondamento della nostra fede. Perciò i cristiani – ed oggi sempre più in collaborazione con i loro fratelli ebrei – leggono e studiano con tanta attenzione, come parte del loro stesso patrimonio, questi libri della Sacra Scrittura. È vero che anche l’islam si considera figlio di Abramo e ha ereditato da Israele e dai cristiani il medesimo Dio, ma esso percorre una strada diversa, che ha bisogno di altri parametri di dialogo.
    Per ritornare allo scambio di doni natalizi con cui ho cominciato questa meditazione dobbiamo prima di tutto riconoscere che tutto ciò che noi abbiamo e facciamo è un dono di Dio, che si ottiene per mezzo della preghiera umile e sincera, un dono che deve essere condiviso tra etnie diverse, tra religioni in ricerca di una maggiore conoscenza del mistero divino, tra nazioni che cercano la pace e popoli che vogliono stabilire una società in cui regni la giustizia e l’amore. Questo è il programma tracciato dal Concilio Vaticano II per la Chiesa del futuro e noi cattolici chiediamo al Signore di aiutarci a perseverare su questa via.

    Link: http://www.30giorni.it/it/default.asp (v. http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=12338)

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    DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
    AL DOTTOR RICCARDO DI SEGNI RABBINO CAPO DI ROMA

    Lunedì, 16 gennaio 2006

    Benedetto XVI, ricevendo il rabbino Di Segni rinnova la condanna per la Shoah e riafferma la volontà di collaborazione tra cattolici ed ebrei. Il Rabbino: «L'incontro della Roma ebraica e cristiana è un esempio per il mondo.»

    Illustre Rabbino Capo,
    cari amici, Shalom!


    «L’Eterno è la mia forza e il mio canto, a Lui devo la salvezza» (Esodo 15,2): così cantò Mosè con i figli d’Israele, quando il Signore salvò il suo popolo attraverso il mare. Allo stesso modo cantò Isaia: «Ecco, Dio è la mia salvezza, io confiderò e non temerò mai, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza» (12,2). La vostra visita mi arreca grande gioia, e mi spinge a rinnovare con voi questo medesimo cantico di gratitudine per la salvezza ottenuta. Il popolo di Israele è stato liberato varie volte dalle mani dei nemici, e nei secoli dell’antisemitismo, nei momenti drammatici della Shoà, la mano dell’Onnipotente lo ha sorretto e guidato. Sempre la predilezione del Dio dell’Alleanza lo ha accompagnato, dandogli forza per superare le prove. Di questa amorevole attenzione divina può rendere testimonianza anche la vostra comunità ebraica, presente nella città di Roma da oltre duemila anni.

    A voi è vicina la Chiesa cattolica e vi è amica. Sì, noi vi amiamo e non possiamo non amarvi, a causa dei Padri: per essi voi siete a noi carissimi e prediletti fratelli (cfr Rm 11,28b). Dopo il Concilio Vaticano II, è andata crescendo questa stima e reciproca fiducia. Si sono sviluppati contatti sempre più fraterni e cordiali, intensificatisi lungo il pontificato del venerato mio Predecessore Giovanni Paolo II.

    In Cristo noi partecipiamo della vostra stessa eredità dei Padri, per servire l’Onnipotente «sotto uno stesso giogo» (Sof 3,9), innestati sull’unico tronco santo (cfr Is 6,13; Rm 11,16) del Popolo di Dio. Ciò rende noi cristiani consapevoli che, insieme con voi, abbiamo la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà, nella santità e nell’amore. Alla luce di questa comune missione non possiamo non denunciare e combattere con decisione l’odio e le incomprensioni, le ingiustizie e le violenze che continuano a seminare preoccupazioni nell’animo degli uomini e delle donne di buona volontà. In tale contesto, come non essere addolorati e preoccupati per le rinnovate manifestazioni di antisemitismo che talora si registrano?

    Distinto Signor Rabbino Capo, da poco Le è stata affidata la guida spirituale della comunità ebraica romana; Ella ha assunto tale responsabilità ricco della sua esperienza di studioso e di medico, che ha condiviso gioie e sofferenze di tanta gente. Formulo di cuore fervidi voti augurali per la sua missione e Le assicuro la stima e la cordiale amicizia mia e dei miei collaboratori. Sono, poi, tante le urgenze e le sfide, a Roma e nel mondo, che ci sollecitano ad unire le nostre mani e i nostri cuori in concrete iniziative di solidarietà, di tzedek (giustizia) e di tzedekah (carità). Insieme possiamo collaborare nel trasmettere la fiaccola del Decalogo e della speranza alle giovani generazioni.

    L’Eterno vegli su di Lei e sull’intera comunità ebraica di Roma! In questa singolare circostanza faccio mia la preghiera di Papa Clemente I, invocando le benedizioni del Cielo su voi tutti: «Dona la concordia e la pace a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando t’invocavano piamente nella fede e nella verità» (Ai Corinzi 60,4). Shalom!
    _________________
    [Fonte: Santa Sede 16 gennaio 2006]

    Da: http://www.nostreradici.it/ (v. http://www.nostreradici.it/BenXVItesto-DISegni.htm)

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    In Sinagoga donna ebrea gli bacia la mano

    NEW YORK - (di Elisa Pinna) Ha un sapore storico la breve visita, in tutto una ventina di minuti, che il Papa ha compiuto nella Sinagoga Park East di New York, città che ospita un milione e mezzo di ebrei, la più grossa concentrazione fuori di Israele. Inserita all'ultimo momento nel programma newyorkese di Benedetto XVI, la tappa, alla vigilia della Pasqua ebraica, ha provocato entusiasmo e commozione nella comunità.

    Una donna ebrea, in un gesto veramente insolito, si è anche inchinata a baciare la mano del pontefice, e Arthur Foxman, presidente dell'Anti-Defamation League, ha annunciato ottimista che presto verrà chiarita anche la controversia sulla preghiera del venerdì santo per la conversione dei "giudei", reintrodotta da papa Ratzinger con il messale pre-conciliare. Con il saluto di 'shalom', si è presentato il pontefice in Sinagoga, verso le 170 ora locale, e con un canto di Shalom hanno risposto bambini e gli adulti riuniti nel luogo sacro.

    "Trovo toccante - ha confessato con sincerità l'anziano pontefice, accolto con grande affetto dal rabbino Arthur Schneier, che guida la Sinagoga dal 1962 - il pensiero che Gesù, da ragazzo, ascoltò le parole della scrittura e pregò in un luogo come questo". Il rabbino Schneier, un sopravvissuto all'olocausto emigrato negli Stati Uniti nel 1947, ha parlato di 'evento storico' e ha augurato al Papa "Buon Compleanno". "Il sole sta splendendo su questo giorno - ha ancora affermato - quando i fratelli stanno insieme con piacere". Nel ricordare le persecuzioni subite dal popolo ebraico, Schneier ha però dato atto al Concilio Vaticano II e allo stesso Ratzinger di perseguire un desiderio sincero di riconciliazione". "Vi assicuro in modo speciale -gli ha risposto il papa- la mia vicinanza in questo tempo in cui vi preparate a celebrare le grandi gesta dell'Onnipotente e a cantare le lodi di Lui che ha operato tali prodigi per il suo popolo".

    Nella Sinagoga,fondata nel 1890 da ebrei austro-ungarici, c'erano anche l'ex sindaco di New York Ed Koch e il miliardario dei cosmetici Ronald Lauder. I membri della congregazione hanno raccontato l'incontro con il Papa con parole emozionate e con grande entusiasmo. "E' stato meraviglioso. Condividiamo lo stesso mondo. Abbiamo un grande Papa", ha detto all'uscita dal tempio Jery Lauren, un uomo sulla sessantina. Alfred Lefkovits, un medico, ha parlato di "un momento storico" e ha aggiunto: "Non lo dimenticherò mai". Daryl Henriksen e Alex Guerriero facevano parte del quartetto che ha cantato per il papa in sinagoga: hanno riferito di una "esperienza commovente" anche per l'idea di "vedere due uomini di 81 anni che da giovani erano su parti opposte della barricata. E' stato un onore e un privilegio". Rafael e Carol Elbaz, marito e moglie, sono usciti dalla Sinagoga convinti che "religioni come le nostre che vanno indietro di tanti anni devono parlarsi" perché "non c'é il tuo dio e il mio dio".

    Dall'incontro con gli ebrei, Benedetto XVI si è poi trasferito nella chiesa di Saint Joseph, per salutare i rappresentanti delle altre chiese storiche cristiane. Qui ha espresso grande preoccupazione per il diffondersi delle sette religiose e di un cristianesimo individualista "fai da te". Ad ascoltarlo anche la figlia di Martin Luther King, Bernice. La tappa ecumenica inter-cristiana è stata l'ultimo impegno del Pontefice, che è poi rientrato nella residenza del nunzio vaticano presso l'Onu, nelle vicinanze di Central Park, dove alloggia durante il soggiorno a New York.

    Fonte: http://www.ansa.it/opencms/export/si..._48462388.html

  9. #9
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    «A me rabbino ha detto: sei la mia radice»[*]

    L'allora Card. Ratzinger a Rav David Rosen «Tutto ciò che ha un significato religioso per te, lo ha anche per me, perché tu sei la mia radice».
    fortunatamente Cristo a Zolli non disse proprio così...

 

 

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