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Hai ragione, pardon, chiedo venia, ho usato il plurale perchè il tuo ragionamento mi è parso il solito "verdetto" emesso a seguito dell'indottrinamento di una certa area politica. Il senso del mio post resta invariato però.
che figataaaaaa!!!! me la sto facendo addosso :-0008n:-0008n:-0008n
Un bel pezzo di Adriano Scianca
A.A.A. EROE CERCASI
«Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi», disse una volta Berthold Brecht. Nel frattempo di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ma i popoli hanno ancora bisogno di eroi e forse hanno un po’ meno bisogno di Brecht. Di sicuro l’epica eroica non è passata di moda ad Hollywood. «Voglia di kolossal», titola infatti il mensile di attualità cinematografica Best Movie nel numero di dicembre. E chiosa: «a Hollywood è (ri)scoppiata la “peplum-mania”», dove ovviamente per “peplum” si intende il genere storico-mitologico tanto di moda qualche decennio fa ed oggi tornato in auge dopo Il Gladiatore e Troy. D’accordo: si può legittimamente essere sospettosi circa i nuovi bardi targati Hollywood. Eppure, per quanto superficiale, plastificata ed aperta a condizionamenti di ogni genere, la capitale del cinema americano conserva ancora il valore di sismografo dei sommovimenti che agitano l’immaginario collettivo postmoderno. E poi, parliamoci chiaro: non aveva tutti i torti Guillaume Faye quando in Archeofuturismo (SEB, Milano 2000) attaccava il cinema europeo, perso in fumose derive minimaliste e soporifere, abilmente nascoste dietro la scusa dell’“imperialismo culturale americano”, che pure esiste ma che è ben lungi dall’essere onnipotente. Per farla breve: non è certo colpa degli americani se al di qua dell’Atlantico si preferisce investire sull’ennesima pellicola relativa al “disagio dei trentenni” o ai “problemi della coppia moderna” piuttosto che su celebrazioni dell’epica europea.
Detto questo, rimane solo da constatare, non senza soddisfazione, la tendenza che già sembra caratterizzare la stagione cinematografica di questo 2007. «Il cinema ha voglia di eroi», continua Best Movie, «e non solo di quelli contemporanei, ma anche di quei semidei dell’antichità ammantati del fascino della leggenda che ci hanno consegnato la storia e il mito dell’epoca classica». Tra le pellicole protagoniste di questa nouvelle vague epico-mitologica, già si presentano come successi annunciati Last Legion e 300. Il primo, diretto dal regista Doug Lefler e tratto dal romanzo dell’italiano Valerio Massimo Manfredi, è ambientato durante il crepuscolo dell'Impero Romano, quando l’imperatore dodicenne Romolo Augusto, interpretato dal giovane Thomas Sangster, scappa dalla sua prigione sull'isola di Capri per imbarcarsi verso l'Inghilterra alla ricerca di legioni per la riconquista dell'Impero. Ambientazione ellenica, invece, per l’altro film citato, dedicato al sacrificio dei soldati spartani nella battaglia delle Termopili. Più che alle fonti storiche, tuttavia, il film del regista Zack Sneider vuole rifarsi all’onirico fumetto di Franck Miller, già autore del fortunato Sin City e definito dallo stesso Sneider «un dio nell’ambito del mondo dei fumetti». Le aspettative nei confronti di questa pellicola sembrano essere enormi, ed il trailer già visionabile in rete sembra confermare le attese, in particolar modo per la combinazione di elementi classici, fondali visionari interamente costruiti al computer e musica futurista (nel filmato pubblicitario è ad esempio il metallico industrial dei Nine Inch Nails ad accompagnare gli scontri fra i soldati di Leonida ed i persiani). Tutto ciò, ricordiamolo, mentre nelle sale trionfa già da tempo Eragon, il fantasy tratto dal bestseller di Christopher Paolini, ed ha appena cominciato a far parlare di sé Apocalypto, il kolossal di ambientazione precolombiana di Mel Gibson.
La tendenza è chiara: il minimalismo intellettualoide, l’intimismo narcisistico, l’autocelebrazione generazionale hanno fatto il loro tempo ed il cinema come epica del terzo millennio, in cui si agitano miti, sogni, visioni di smisurata grandezza, torna a reclamare i suoi diritti. Fu, quindi, un facile profeta Abel Grace, quando nel 1927 esclamò: «Tutte le leggende, tutte le mitologie e tutti i miti, tutti i fondatori di religioni, anzi tutte le religioni […] aspettano la loro risurrezione nel film, e gli eroi si accalcano alle porte». Omero, alla lunga, l’ha avuta vinta su Ibsen. È il trionfo dei surfisti di Milius e dei pistoleri di Peckinpah: non precisamente dei santi, per l’eccessiva frequentazione di whisky e bordelli, eppure baciati dal sorriso degli dei allorché nell’aria pungente del mattino inforcano i fucili o le tavole da surf e si incamminano silenziosi verso il proprio destino. Ne torneranno trasformati o forse non torneranno affatto, ma poco importa: lo stile conta più della pellaccia, l’intensità più della durata. Si fa ciò che deve essere fatto, possibilmente senza troppe chiacchiere, a differenza di coloro che, per dirla con Adriano Romualdi, «se potessero trasformerebbero la vita in un caffé o in un parlamento».
Gli stessi aneddoti circa il giovane Miller – il già citato autore della versione fumettistica di 300 - che assiste al kolossal degli anni ’60 The 300 Spartans e ne rimane folgorato sono rivelatori: per la prima volta, il futuro disegnatore non assiste al solito messaggio buonista ed edificante (“il crimine non paga”) proclamato dall’eroe sorridente e trionfante alla fine della storia; la vicenda delle Termopili, piuttosto, ci parla di eroi umani, non invincibili, ma che non di meno vanno incontro alla morte perché così dev’essere, ricevendone in cambio solo quella “gloria imperitura” ricercata come sommo bene da ogni greco degno di tal nome. È un po’ come la storia del “soldato di Pompei” ricordato da Spengler, ovvero quella sentinella romana che, durante l’eruzione del Vesuvio, tenne ferma la sua posizione di guardia anche nel culmine della catastrofe, fino a trovare la morte solo perché nessuno l’aveva sciolta dalla consegna. Il che ad occhi progressisti può ben apparire totalmente inutile ed insensato, salvo divenire episodio letteralmente esemplare nell’ottica di una diversa visione del mondo. Giorgio Locchi, commentando il passo spengleriano, ha fatto ad esempio notare il carattere di eroismo tragico intrinseco nell’episodio citato, dato che «questo soldato romano non è veramente divenuto un uomo altrimenti che conformandosi all'immagine che si faceva di sé, vale a dire l'immagine di una sentinella della città imperiale» (Giorgio Locchi, Definizioni, SEB, Milano 2007).
Insomma: “Divieni ciò che sei”, come direbbe Nietzsche. Messaggio splendidamente inattuale e poco in sintonia col pensiero dominante. Figurarsi che lo stesso regista di 300, in un momentaneo cedimento al politicamente corretto, non ha potuto fare a meno di segnalare contrito come nella vicenda da lui narrata «gli stessi spartani sono solo a pochi passi dal sembrare anche loro dei cattivi» e che certo i lacedemoni «non erano dei campioni di democrazia». Cattivo Leonida, non hai fatto le primarie! Del resto, a tutto c’è rimedio ed al regista dai valori pochi e fermi resta sempre la possibilità di espiare attraverso un kolossal “democratico” su vita ed opere di Clemente Mastella da Ceppaloni. Chissà, magari a Brecht piacerebbe.
Adriano Scianca
www.mirorenzaglia.com