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Lombard Mod
Otto consigli non richiesti per trasformare il successo elettorale in una vittoria politca
Anche per uno come me, che è stato ed è fortemente critico nei confronti di “questa” Lega, il suo risultato elettorale costituisce un segnale fortemente incoraggiante: i suoi messaggi di base sono ancora forti, le sue idee originarie sono sempre vincenti e hanno una forza di attrazione che va al di là della qualità di chi li rappresenta. Vediamo innanzitutto i dati. La Lega ha vinto al di à di ogni previsione e speranza. 3.024.000 voti alla Camera sono tanti, sono il doppio dell’ultima volta. Chi sono questi nuovi elettori? Leghisti che si erano allontanati? Sì, ma solo in parte. Lo starebbero a dimostrare quei 103 mila che al Senato hanno votato per partitini autonomisti padani ma, soprattutto, la scelta dell’astensione che hanno ancora fatto molti ex elettori e anche una fetta di militanti in polemica con la dirigenza. Quasi tutti sono perciò nuovi. Sono gente che ha voluto dare un segnale di cambiamento rispetto allo schifo prodiano ma che non ha voluto votare Berlusconi: ha ritenuto la Lega più affidabile o meno peggio. È gente che non trova in Berlusconi (e meno ancora in Fini) un sincero oppositore dell’immigrazione o un difensore della sicurezza: ha ritenuto sprecato votare per La Destra e ha votato Lega. Ci sono poi elettori del centro-destra che non hanno digerito la fusione. Ci sono forse anche dei neofiti del federalismo che hanno perso ogni speranza nelle capacità riformiste di tutti gli altri.
Nel complesso si tratta di una incoraggiante vendemmia di consensi avvenuta in gran parte grazie a gente nuova che intacca solo marginalmente il vasto mercato degli ex, dei delusi, degli autonomisti “duri e puri”. Vediamo i numeri. Alle elezioni del 1992, sempre alla Camera, la Lega aveva preso 371mila voti in più di oggi, nel 1994 211mila. Nel 1996 addirittura quasi un milione in più. Alcune indagini effettuate negli scorsi anni ci dicono che un numero molto superiore di padani ha votato almeno in una occasione per la Lega. Ci sono perciò alcuni milioni di cittadini che sono stati un momento o in parte attratti dalle idee leghiste ma che se ne sono allontanati. Molti sono rifluiti in altri partiti ma molti di più si sono rifugiati nell’astensione. Si assiste a un fenomeno paradossale: gli autonomisti non votano, addirittura militanti e iscritti alla Lega non votano e il loro posto viene preso nelle urne da altra gente, soprattutto di destra. È un ricambio di cui il partito si è fortemente avvantaggiato nelle ultime elezioni. Questo è anche il risultato di una politica (su famiglia, immigrazione, fecondazione, Islam eccetera) su cui la Lega si è infervorata lasciando un po’ da parte i suoi tradizionali temi anti-centralisti e anti-romani. Come c’è stato un mutamento ideologico dei vertici, di pari passo è seguita una identica deriva dell’elettorato. Così succede che gran parte del blocco di opinione autonomista-federalista-indipendentista, di formazione sia identitaria che liberista che comunitarista, se ne resti ancora lì in attesa di una collocazione e di un recupero nell’arena della politica attiva.
Assieme a questi c’è la stragrande maggioranza dei lavoratori e contribuenti padani che cercano chi li protegga dalla criminalità e dall’immigrazione, che assicuri una forte autonomia fiscale e identitaria, che li riporti nel consesso delle comunità europee più civili. C’è chi ha votato per Berlusconi turandosi il naso, chi si astiene e anche tanti che hanno votato a sinistra: la posizione “anomala” di Illy non è un caso isolato. In questo panorama la Lega ha dimostrato di detenere ancora una sorta di monopolio del padanesimo e di essere comunque con esso identificata dalla larga maggioranza dei cittadini che ne ignora le vicissitudini e le tensioni interne. Per la quasi totalità della gente la Lega rappresenta il federalismo, l’idea di Padania, ma anche la resistenza all’oppressione fiscale, alle prepotenze della burocrazia, all’immigrazione e alla dilagante criminalità. Oggi la Lega è a un bivio. Può diventare un partito conservatore a base territoriale (come - si sente ripetere - la CDU bavarese), aggrappato alle gioie del potere, e legato a filo doppio a Berlusconi, oppure può tornare con energia a essere un grande movimento autonomista in grado di trascinare e non semplicemente fiancheggiare le altre forze politiche, e di rappresentare gli interessi di un intero popolo, al di là di tutte le divisioni ideologiche.
Per scegliere con decisione questa seconda strada dovrebbe fare subito alcune cose. So benissimo che il suo gruppo dirigente non è fatto di gente tanto pronta a ricevere consigli, meno che meno da me. Ma io – per quel che valgono - glieli do ugualmente.
Primo. Forte del suo consenso, cerchi di recuperare tutti i suoi ex militanti e simpatizzanti che si sono (o sono stati) allontanati ma che non si sono mai intruppati in nessun partito “italiano”. Dimostri che non è il momento di divisioni e di recriminazioni. Allo stesso modo cerchi un avvicinamento con tutti i movimenti autonomisti (anche con quelli che spregiativamente definisce “liste patacca”) perchè lì si sono rifugiate grandi frange di energia autonomista e movimentista che non dovrebbe sprecare. Secondo. Cerchi di inventarsi rapporti nuovi e più rispettosi con i movimenti autonomisti storici (sardi, sudtirolesi e valdostani) con cui costruire una più stretta comunità di sinergie politiche. Ne guadagnerebbe molto anche in termini di credibilità sul piano internazionale. Terzo. Restituisca nel giro di un anno tutti i quattrini ai soci della CrediEuroNord. Sarebbe una operazione di profondo senso morale ma anche di immagine. Con i molti parlamentari appena eletti basterebbero pochi mesi di paga e privilegi per raggiungere l’obiettivo in cui sono oggi impegnate alcune persone per bene ma senza grandi mezzi finanziari.
Quarto. Riprenda con vigore una forte operazione di approfondimento culturale. Non basta citare Miglio, si deve incominciare a rielaborarne le teorie con efficacia. Si abbandonino le vaccate come Miss Padania e ci si metta di nuovo a lavorare seriamente su progetti di cultura identitaria, oggi quasi del tutto negletti. Quinto. Si affronti con decisione la questione ambientale. La sparizione dei Verdi dalla scena politica lascia spazi enormi che prima erano occupati da gente faziosa e asservita alle peggiori ideologie e che oggi può essere virtuosamente riempito da un ambientalismo serio e – come avviene ovunque all’estero – intimamente collegato con le istanze autonomiste. Sesto. Si riformino radicalmente i mezzi di comunicazione del movimento, oggi piuttosto malandati. La radio - ad esempio - ha un enorme potenziale di penetrazione e di formazione del consenso ma è abbandonata a una gestione volonterosa ma carente sul piano professionale. Settimo. Selezioni con attenzione il proprio personale. Il successo elettorale (in parte imprevisto) ha premiato anche funzionari e galoppini dotati forse di grandi doti di fedeltà ma poco incisivi sul piano della comunicazione che è oggi affidata a non più di cinque o sei persone, sempre le stesse.
Ottavo. Prendere subito alcune iniziative dal forte significato anche simbolico, come – ad esempio - presentare una legge sull’immigrazione ancora più determinata, riscrivere in chiave molto più autonomista il progetto di Statuto della Lombardia e di altre regioni, abolire balzelli e adempimenti particolarmente odiosi (il canone RAI, il bollo automobilistico, gli studi di settore), pretendere la creazione di una rete televisiva davvero localista. Non è un compito facile ma il momento è favorevole. La Lega non può commettere altri errori: perdere questa occasione sarebbe fatale per lei ma anche per le istanze autonomiste e federaliste.
L'Opinione delle Libertà
Edizione 78 del 22-04-2008
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